Posts Tagged ‘PD’

agosto 26, 2009

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La gratitudine in politica non esiste. E’ una regola valida da sempre. Una costante che ha una sua ragione di essere. Il consenso del popolo, infatti, a cui la responsabilità dei partiti dovrebbe richiamarsi,  non può garantire benevolenze private e neanche rendite di posizione. Ma in tutti i rapporti, anche politici, dovrebbero coesistere lealtà e rigore ideale, quali pilastri della correttezza umana, quali capisaldi di un modo corretto di proporsi. E sono proprio questa lealtà e questo rigore ideale che sempre più spesso non si ritrovano nelle strategie politiche delle alleanze e nei comportamenti degli uomini e dei partiti.

Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, come mai Di Pietro si è alleato con Veltroni, impegnandosi alle ultime elezioni politiche finanche a costituire un gruppo unico in Parlamento, se Di Pietro ora accusa Veltroni di essere responsabile della caduta di Prodi e del ritorno al Governo di Berlusconi?

Se il leader dell’Idv nutriva riserve sul progetto del Partito Democratico e sulle responsabilità dell’ex Sindaco di Roma per la caduta di Prodi, perché si è alleato con Veltroni ed il PD? E, se non credeva in quel progetto, quale valore aveva la sua alleanza, se non quello di una furbesca ed interessata finzione?

Altro che l’Italia dei valori! Più l’Italia dei vagabondi.

Non è un mistero che il salvagente a Di Pietro, alle politiche, l’abbia fornito proprio Veltroni, e che l’ex magistrato abbia barato al gioco, impegnandosi a sostenere un progetto politico che invece ha poi denunciato e fatto fallire. Veltroni ha ingenuamente fornito persino il lubrificante con cui il “feroce” molisano sta ungendo la corda con la quale intende impiccare l’intero PD.

Ma non si tratta solo di mancanza di gratitudine. Si è ripresentata, invece, la bieca attitudine dell’ex PM a tradire chiunque gli abbia allungato una mano. A nulla vale che la mano in questione, trattandosi di quella di Veltroni, prestigiatore a sua volta delle parole e delle immagini, preso dall’illusione di poter vincere le elezioni, non fosse del tutto disinteressata.

Un uomo fortunato Di Pietro. Trova sempre chi lo fa emergere dalle zolle di terra. Ma ci sono anche molti furbastri che sognano di utilizzare il suo trattore per mietere grano elettorale e riempire i silos, all’occasione trasformati in loft, finendo invece con le palle nei cingoli, o basiti dalla sua travolgente inaffidabilità.

Facendo fallire il progetto di un partito nuovo, affrancato dalla sinistra radicale e riferimento, invece, di un’area di sinistra democratica di tipo europeo, aperto al confronto con la parte moderata e propositiva del Paese, Di Pietro ha fatto fallire l’intero progetto politico del PD. E’ venuta meno la stessa ragione di esistere, come emerge dalla miserevole fase precongressuale. Una mera alleanza elettorale tra post democristiani e post comunisti,  vuota di ideali e di prospettive future. Solo un contenitore di uomini lividi, arroccati a difendere spazi di potere, con un comune rancoroso collante antiberlusconiano.

Affossando il proposito veltroniano di collaborare all’avvio delle riforme condivise, per  trasformare anche quello politico italiano in un sistema di democrazia compiuta, Di Pietro ha mortificato ancora una volta il tentativo –  tutto da verificare per la presenza nel PD di incrostazioni massimaliste – di consolidare nel Paese una normale democrazia liberale.

Una preoccupazione quest’ultima che prende corpo col ripresentarsi della protesta intollerante, montata sui pregiudizi e contro un Governo che mostra invece grande impegno e concretezza, nonostante le grandi difficoltà rappresentate da calamità, strutture obsolete e dalla difficile crisi mondiale dei mercati.

Un “cupio dissolvi” sulla pelle degli Italiani. La chiamata alle armi autunnale di Di Pietro è simile alla retorica fascista prima della marcia su Roma, quando il populismo di sinistra e di destra si andavano a congiungere nella follia di ritenere che fuori dalla mediazione della politica, con i modi sbrigativi e con la complicità di pezzi dei poteri dello Stato, si potessero risolvere le difficoltà tipiche delle grandi trasformazioni sociali. E come allora, quando una parte della burocrazia aristocratica – lo stesso potere delle caste di oggi – aveva pensato che si potesse governare la trasformazione della società con  l’instaurazione di uno Stato autoritario, anche oggi c’è chi pensa di poter impedire la trasformazione del Paese, le riforme per la trasparenza e la liberazione dai soprusi e dai privilegi delle caste, fomentando un clima di intolleranza e di delegittimazione politica.

Vito Schepisi      su     Il Legno Storto

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Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

marzo 30, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.

Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.

Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.

Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.

Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.

L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia – è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.

Vito Schepisi

La metamorfosi a tempo del PD

febbraio 25, 2009

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Un pacco di pasta, una lattina di birra, una passata di pomodoro, dalla data di confezione a quella di scadenza, hanno un periodo più lungo di vita di quella che avrà Franceschini alla guida del PD. Il deputato ferrarese, con un passato a mezzo servizio tra gli ex Ds e gli ex Ppi, è stato chiamato a sostituire Veltroni a tempo, con scadenza ad ottobre: durerà otto mesi.

Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.

Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.

Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno  pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.

Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.

Lo scopo nell’immediato di Franceschini  sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.

Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli  che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.

Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.

Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.

Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.

Vito Schepisi

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

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Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

febbraio 18, 2009

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Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.

In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.

La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.

Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.

C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.

Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.

Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.

E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.

Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.

Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla compagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.

Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.

Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?

Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l’inganno, la violenza e l’arroganza.

Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

febbraio 13, 2009

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Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.

Da che pulpito!

All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.

Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.

E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.

Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza – riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità – si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.

Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.

Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla  modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.

Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito  riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.

Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni  tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.

Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.

Vito Schepisi

Nella scuola di oggi è possibile dissentire dal dissenso?

febbraio 5, 2009

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La notizia ha dell’incredibile! Ma nella scuola italiana ci sono ancora sacche di nostalgia di regime? C’è ancora chi ritiene che sia necessario essere tutti della stessa idea e che la ragione di partito o di casta o di fazione, o della più bieca e codina stupidità umana, debbano avere sempre ragione?

E’ tollerabile che se si sia “a sinistra per Veltroni” e se si sia dirigente scolastico, anche la scuola si debba uniformare in modo totalitario al pensiero unico della Preside?

Ma chi vince un concorso a dirigente scolastico ha forse diritto di condurre un’armata politica?

Ha dell’incredibile quanto è capitato a Roma ad una ragazzina di 15 anni, diligente ed autonoma, ma con la colpa di non essersi fatta trascinare dall’onda quando, senza neanche sapere per cosa, migliaia di ragazzi disertavano le lezioni e scendevano in piazza a manifestare contro il decreto Gelmini, dai più neanche conosciuto. E’ un episodio di intolleranza che non può rimanere sottaciuto e senza conseguenze perché è diseducativo, perché è un grave precedente, è illiberale, autoritario e … diciamolo pure, è un comportamento reazionario e  “fascista”. La magistratura, il ministero hanno il dovere di intervenire.

La ragazzina ha avuto un bel “sei” in condotta senza aver mai avuto una sanzione disciplinare, senza essere stata mai scortese con i suoi professori e senza aver mai assunto atteggiamenti dissociati dai suoi compagni, se non nel ritenere strumentale la protesta contro il ministro Gelmini ed essersi sfilata sia dagli scioperi che dall’autogestione nella sua scuola.

La ragazzina, finita la contestazione al decreto, con la scuola tornata alla calma e con le onde già acquietate, è stata convocata dalla Preside del suo Istituto per sentir ancora parlar male del decreto Gelmini e di ciò che, secondo la dirigente scolastica, non andasse in quella legge e per sentirsi contestare una presunta sua responsabilità per aver mancato nel non dar credito alla contestazione dei professori e degli studenti.

La difesa della ragazzina, minorenne, nel sostenere invece di voler ragionare col proprio cervello e di non volersi far strumentalizzare è risultata inutile e forse anche  irritante agli occhi di chi è “a sinistra per Veltroni”, per essersi la Preside candidata in una lista vergata con quello slogan, all’assemblea regionale del PD.  

Se questo non è un messaggio diseducativo?

Se non è dirompente il messaggio di un  Dirigente Scolastico che convoca degli adolescenti che non hanno scioperato per contestare le loro scelte di pensiero?

Se non è diseducativo l’atteggiamento di una Preside che si lascia andare, quasi fosse impegnata in un comizio politico, a dissentire dal governo e dal ministro della P.I., e disprezzare la ferma e coraggiosa rivendicazione di una giovane per la sua autonomia di pensiero e di scelta?

Ma può una preside censurare il pensiero, moderato, ma fermo e coerente, di un suo studente?

Ma quale educazione di vita viene impartita oggi nella scuola ai nostri giovani?

Alla mamma della ragazzina che chiedeva spiegazioni, la stessa Preside ha voluto ancora una volta e con caparbia ostinazione, far valere le sue ragioni politiche di contrarietà al decreto, ed al reiterare della rivendicazione della genitrice, preposta in prima persona ad impartire l’educazione di vita ai propri figli, del diritto di non essere d’accordo e della legittimità dei giovani nel voler ragionare con la propria testa, la mamma s’è sentita strillare addosso che non le poteva insegnare il mestiere.

Questa Preside, se sta nella scuola, e per il tempo che sta, dovrebbe avere il buon senso di sdoppiarsi dalla sua collocazione “a sinistra con Veltroni”….o c’è bisogno che qualcuno le ricordi che quella è un’altra assemblea?

Vito Schepisi

 

 

Libertà politica o libertà dalla politica?

febbraio 4, 2009

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La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.

E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori – il PD ed il PDL – finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.

Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.

Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.

L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia  pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.

E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.

Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia“.

Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?

Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.

L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.

Vito Schepisi

 

 

Epifani e Di Pietro: cos’hanno in comune?

gennaio 23, 2009

epifani

Non me ne voglia Epifani. Ha i modi, lo spessore culturale, un’educazione diversa, ma il suo compito tra i sindacati, nella Cgil, è lo stesso di quello che il leader dell’Idv Antonio Di Pietro assume nell’ambito della lotta politica.

Epifani per i suoi pregiudizi è come il magistrato spogliato Di Pietro.

C’è in Italia un’opposizione imbalsamata dal leader dell’Idv che sembra aver per missione quella di impedire il dialogo, la civiltà del confronto, le riforme.

Di Pietro gestisce un partito che, per sottrarre al PD i consensi della componente più intollerante e caciara, in modo pregiudiziale, si rifiuta di affrontare il confronto sulle diverse questioni della politica, riducendo tutto il suo impegno all’assunto di rappresentare e promuovere la legalità. Come tutti i demagoghi fa leva sulla protesta, lo scontento, l’invidia e la rabbia per infiammare gli animi, come gli abbiamo visto fare a Fiumicino per la questione Alitalia. La sua immagine è quella della farsa di una marcia su Roma in lessico molisano.

Di Pietro, coi dubbi e le contraddizioni delle tante domande senza risposta a cui è sottoposto, è in continua ricerca di visibilità; è tignosamente impegnato a sottrarre spazio politico al PD. Attrezzatosi con le compagnie giuste per acquisire consenso nell’aria del qualunquismo reazionario e forcaiolo, si è assunto il ruolo di impedire le riforme e di conservare un’Italia obsoleta, incapace di esprimersi con rapidità, intrecciata tra poteri, caste e privilegi: insomma, un’Italia che indigni!

Epifani, nel sindacato, alla pari di Di Pietro, reitera i suoi no ad ogni iniziativa che possa rigenerare il rapporto responsabile delle organizzazioni sociali con i lavoratori e l’impresa, con il Paese e la produttività, con lo sviluppo e l’efficienza.

C’è nell’azione del leader della Cgil un visibile impedimento alla creazione di una contiguità virtuosa tra il merito, l’efficienza, la produttività e la crescita professionale del mondo del lavoro. C’è una barriera culturale di vetero marxismo o di anarchico menefreghismo che non si smuove e non si evolve, anche se le nuove frontiere del mercato rivoluzionano l’economia e se i venti della crisi recessiva pongono con serietà l’esigenza di riflessioni profonde.

C’è stata, infatti, questa riflessione nel sindacato e nelle associazioni di categoria. C’è stata convergenza sui principi della responsabilità, del merito e della valorizzazione della produttività. C’è stata, e senza che la cosa sia apparsa come uno scandalo, la preoccupazione del sindacato per la collocazione dell’azienda sul mercato, per la sua sorte e per tutte quelle questioni che sono state oggetto di dotte teorizzazioni  (qualità – sicurezza – occupazione), anche nei convegni sindacali, ma che stentavano a diventare parte di un comune sentire e di una responsabile gestione aziendale.

Si è sfilata ancora una volta la Cgil di Epifani, sospinta sulle posizioni più estreme della FIOM, sin da quando il governo del Paese è passato dalle politiche del massacro dei lavoratori di Prodi, alle aperture sui diritti relazionati ai doveri dell’attuale governo.

E’ stata una giornata storica per le relazioni sindacali, quella del 22 gennaio 2009, che avrà la stessa valenza degli accordi per lo statuto dei lavoratori del 1970 (legge n. 300) e degli accordi sulla scala mobile del 1992.

L’accordo è su di un modello contrattuale valido per tutte le categorie pubbliche e private. Modificherà l’attuale rapporto conflittuale, nella stipula dei contratti, con un approccio condiviso alla contrattazione di primo livello, per poi, con il secondo livello di contrattazione, favorire la produttività e la valorizzazione decentrata dei salari. Alle dinamiche salariali verranno applicati non più i criteri dell’inflazione programmata ma quella degli indici revisionali dei prezzi ed inoltre sarà introdotta la possibilità di correttori salariali rivenienti da incentivi e da sgravi.

“Lavoro e salario – ha dichiarato il leader della Uil Angeletti – riacquistano la loro dignità”. Una vera rivoluzione, frutto di impegno delle parti sociali e del governo, con un’ampia adesione delle parti, ma con l’ostacolo della Cgil che sulle conquiste del mondo del lavoro continua a far sentire tutta la sua assenza.

Epifani somiglia sempre più a Di Pietro, disinteressato al Paese, per inseguire solo il suo odio.

Vito Schepisi

Avviso di garanzia al PD

dicembre 22, 2008

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Che abbia ragione Andreotti!

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

E’ da qualche settimana che c’è un pensiero che circola, anche se non chiaramente espresso.

E’ come la sensazione di un avviso di garanzia virtuale che la magistratura avesse inviato al PD.

Il complottismo in Italia è uno sport ben praticato, al pari della dietrologia più fantasiosa, ma questa volta c’è l’impressione di qualcosa di più rispetto alle solite trame immaginarie. C’è qualcosa che si materializza più facilmente rispetto a quel solito evocare il grande vecchio, quando l’illusionista politico di turno voglia aumentare la tensione e fomentare le piazze, alludendo a manovratori e possibili pericoli di derive autoritarie.

Per capirci non è la dietrologia pecoreccia come la P2 evocata da Di Pietro o le trame fasciste, razziste o autoritarie attribuite a Berlusconi.

Non è roba da populisti e demagoghi che, privi di argomenti validi per farsi capire ed accettare dal popolo, ricorrono alle suggestioni.

Questa volta c’è la concretezza di episodi reali, e tutti convergenti verso un preciso obiettivo. Anche gli attori giocano un ruolo troppo coerente con il fine da perseguire da potersi pensare che sia una semplice coincidenza.

Si ha la sensazione che ogni qualvolta ci sia in Italia la possibile convergenza sulla riforma della giustizia accade sempre qualcosa che faccia venir meno il possibile accordo.

Il Senatore Cossiga per ogni governo che si forma presta particolare attenzione al ministro della giustizia. Per l’ultimo, Angelino Alfano, al momento della sua nomina ha detto: “attento che arrestano tua moglie”. Ha tenuto a ricordargli di prestare molta attenzione per se e per la sua famiglia. L’ha informato che in Italia chi fa il ministro della giustizia è in serio pericolo giudiziario L’ex Presidente della Repubblica è uomo che parla per iperboli ma, da profondo conoscitore degli uomini e dei sistemi della politica, dei servizi e degli ordinamenti dello Stato, mostra sempre di sapere molto bene ciò che dice.

In Italia c’è una vera emergenza giustizia.

Con la bufera giudiziaria cascata sul PD, sembra che sia stato inviato un virtuale avviso di garanzia a Veltroni e compagni per diffidarli dal consentire il varo della riforma del sistema giudiziario, per diffidarli dal voler consentire di sottrarre alla magistratura il potere di stabilire la legittimità della politica.

La casta, come ogni corporazione che esercita un potere reale, attiva la sua autodifesa e lo fa coi mezzi di cui è più pratica: un avviso di garanzia.

C’è nella magistratura la preoccupazione che la politica, col consenso democratico e nell’esercizio del potere legislativo, possa con la riforma stabilire, com’è normale per tutto ciò che è esercitato in nome e per conto del popolo, l’imparzialità e la legittimità anche degli atti giudiziari.

La giustizia in Italia è rimasta quella corporativa ed autoreferente del regime fascista. L’avvento della democrazia non trascina per automatismo la trasformazione di uno strumento di regime in giustizia. Se col fascismo la parvenza dell’autonomia serviva al potere come paravento di giustizia, mentre imponeva un pensiero unico e possedeva l’autorità per rimuovere tutto ciò che si poneva in contrasto, con la democrazia i paraventi non servono e non esiste la facoltà di rimuovere ciò che l’esecutivo non gradisce.

Ma un potere senza controllo esercita anche atti senza controllo.

Se dev’essere considerata giusta l’autonomia della magistratura dal potere politico, per il rispetto delle regole della democrazia non si può ritenere invece legittimo il controllo della magistratura sulla politica, con intereventi che stabiliscono, com’è accaduto, persino il consenso o meno alla formulazione e promulgazione delle leggi in Parlamento.

Ci sono delle regole da osservare per poter dire che gli ordinamenti dello Stato siano conformi alla volontà del popolo. In caso contrario non si può parlare di democrazia ma, appunto, con l’azione prevalente della magistratura, di stato etico, alla stregua di quelli fondamentalisti di tipo islamico.

Sono anni che, con il sostegno della sinistra, la riforma viene osteggiata dai magistrati: sembra che tangentopoli abbia motivato un compromesso giustizialista tra la magistratura e la stessa sinistra.

Quello delle procure, pertanto, appare come un avviso di garanzia al PD per informare che ciò che non è stato fatto in passato, potrà esser fatto in futuro, e che sia sufficiente un Di Pietro per prendere le redini del fondamentalismo giudiziario, con il suo partito dei giudici che arraffa  i voti in libera uscita dal PD.

 

Vito Schepisi