Archive for the ‘politica estera’ Category

Durban II: istruzioni per l’uso

marzo 6, 2009

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I regimi dispotici usano la propaganda per accreditare la loro legittimità e per screditare i loro avversari. E’ un metodo usato da sempre, anche da quando le comunicazioni di massa non esistevano. La storia ci racconta di stragi di presunti cospiratori, di condanne a morte di traditori per attività sovversive, e di condanne per eresia e stregoneria: in realtà, motivazioni per la soppressione del dissenso verso i prepotenti.

Nei tempi delle comunicazioni di massa vige, in più, un metodo, anch’esso d’uso frequente per i prepotenti, che è quello di ripetere tante volte una cosa non vera per far breccia sulla gente distratta e farla passare per “verità”.

Succede anche per la politica: è sufficiente aprire qualche giornale che ne fa largo uso.

E’ ciò che accade dappertutto sulla Terra, anche con la complicità di organismi internazionali. Le Nazioni Unite, ad esempio, riuniscono le rappresentanze di tutti i paesi del mondo. Nelle conferenze dove non esiste un diverso metodo rappresentativo, o l’esercizio del diritto di veto da parte della maggiori potenze mondiali, per approvare un documento vale la maggioranza degli stati, anche se di ridotte entità, anche se privi di legittimità democratica, anche se sanguinari e dispotici.

Per far approvare a maggioranza degli stati aderenti documenti di condanna, ad esempio, per razzismo contro Israele, ed assolvere paesi dove l’integralismo più assoluto esclude da ogni diritto e reprime  chiunque appartenga anche ad un’etnia diversa, o laddove sia sufficiente il capriccio o il fastidio di pochi per stroncare vite umane o reprimere una protesta, è sufficiente indire una Conferenza internazionale contro il razzismo, dove i piccoli paesi contano quanto i grandi, e porsi l’obiettivo della condanna di un popolo già oggetto di un odio diffuso.

Nell’aprile prossimo, dal 20 al 24, a Ginevra si svolgerà la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, organizzata dall’Onu. Il comitato preparatorio è composto dai rappresentanti di Iran, Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Il Comitato è presieduto da Libia mentre la vice presidenza è dell’Iran, di Cuba e del Pakistan. L’incarico di stilare ed illustrare il rapporto affidato a Cuba.

La conferenza di Ginevra è chiamata “Durban II” perché fa seguito alla prima tenuta nella omonima città sudafricana dal 31 agosto all’8 settembre del 2001.

Nella precedente conferenza del 2001 a Durban fu approvato un documento di condanna contro Israele. Le delegazioni di Stati Uniti ed Israele si ritirarono nel corso dei lavori e quelle di Canada ed Australia approntarono documenti di condanna per un metodo che fu giudicato “ipocrita”. Più che una conferenza contro il razzismo dette l’idea di un processo intentato contro lo Stato di Israele ed i suoi alleati, soprattutto gli USA. Un documento che destò un enorme clamore, non ancora sopito, per le diffuse polemiche suscitate.

Da quel momento si accentuò il clima di odio per lo Stato ebraico e per i suoi sentimenti religiosi. Il testo approvato, con forti tinte antisemite, dette luogo al riaccendersi di tensioni antiamericane ed antisioniste. I discorsi di Arafat, di Castro e di Mugabe ebbero una cassa di risonanza mondiale ed eccitarono, nei paesi islamici, con la complicità sia dei governanti che della autorità religiose, un furore antiebraico ed antiamericano che vide le città arabe percorse da cortei e manifestazioni che inneggiavano a Bin Laden.

Poi ci fu l’11 settembre con la strage alle Twin Tower di New York e le 3.000 vittime civili.

La prossima conferenza si annuncia ancora più caratterizzata della prima per la condanna di Israele e dei paesi che lo sostengono: per questa ragione il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha comunicato il ritiro dell’Italia dalla Conferenza “Durban II” di Ginevra.

Nel documento finale, in elaborazione, Israele verrebbe accusata di adottare nei territori palestinesi una politica “in violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l’umanità e una forma contemporanea di apartheid”. Nella bozza del documento, ispirato soprattutto da Iran e Siria, si esprimerebbe “profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato”. Lo Stato israeliano verrebbe accusato, inoltre, di “tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori” e di rappresentare: “una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza”.

E’ troppo!

Vito Schepisi

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Le nuove frontiere dell’economia

marzo 4, 2009

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Non tutti sono in grado di avvertire i mutamenti delle frontiere economiche collegate, di volta in volta, ai diversi modelli di sviluppo, alla rincorsa delle  icone ideologiche ed infine al ritorno alle regole naturali dei sistemi. I mutamenti, spesso, sono più veloci dei rimedi.

Con l’inizio del terzo millennio sono stati riposti in soffitta il libretto rosso di Mao, la barba di Castro e la lotta di classe. Hanno poi assunto i colori del grigio e del giallo tutte le frontiere dell’illusione di un mondo che si voleva rendere più giusto attraverso il terrorismo, la violenza di piazza, la rivoluzione delle masse popolari e la lotta armata. Si sono sbiadite anche tutte quelle spinte emotive che hanno animato l’ultimo scorcio del secondo millennio, riconducendo un po’ tutti dal mondo dei sogni a quello della realtà: la stessa che ci riporta dalla rivoluzione dei fiori alla strage dell’attentato alle Twin Towers di New York, dai concerti di Nashville al sorgere dei conflitti di civiltà, dal disarmo unilaterale all’atomica iraniana.

Le sfide del terzo millennio si sono rivelate con scenari del tutto nuovi, persino inimmaginabili solo qualche anno addietro. Il sistema in Occidente reggeva su un confronto serrato tra i principi del liberismo economico e  le politiche di solidarietà, tra le leggi del libero mercato e quelle del suo controllo attraverso i diversi sistemi di intervento, tra la mobilità, la flessibilità ed il libero mercato del lavoro contro la rigidità e le regole di garanzia. Un confronto continuo tra “regulation” e “deregulation” a sostenere di volta in volta le regole e le libertà.

Questo confronto reggeva su presupposti solidi quali la domanda, il mercato, il profitto, l’offerta di lavoro, gli ammortizzatori sociali, il sistema previdenziale, l’assistenza sanitaria e tutte le garanzie di tipo sociale.  L’equilibrio tra le due forze, pur con le inevitabili tensioni, ha retto perché si trovava a soddisfare due esigenze: quella della ragione d’impresa e quella del lavoro quale fonte di sussistenza e di vita sociale.

Ma lo scenario sta cambiando con velocità impressionante. Il mondo occidentale è entrato in crisi e rischia di far crollare tutto il sistema trascinandosi tutte le economie deboli, come i paesi dell’est europeo entrati a far parte della Comunità, spesso con assetti politici incerti, chiamati a svolgere ruoli di delocalizzazione produttiva piuttosto che di propulsione economica.

E’ bastato il venir meno del sistema della ricchezza virtuale per far precipitare, come in un processo artificiale, come in un cinico gioco, tutte le tessere di un domino finanziario. E la virtualità, che spesso si trasforma in effimero, ha  coinvolto tutto il sistema del credito, della finanza, del risparmio e come era prevedibile nell’era di internet e dei derivati ha coinvolto tutto il pianeta.

E’la finanza che ha dato valore al debito trasformandolo in fonte di finta ricchezza ed inducendo tutto il sistema bancario a privilegiare il proprio conto economico anziché lo stato patrimoniale.

La speculazione ha trasmesso la ricchezza dall’impresa produttiva all’eterogeneo mondo della finanza, dove c’è chi si arricchisce dal niente e chi perde tutto. Ed ora la debolezza dell’impresa non riesce a reggere senza il sistema dei finanziamenti.

Lo Stato viene così chiamato a difendere attraverso il credito i sistemi produttivi dei paesi. Il mercato da solo non regge più. C’è persino chi è tentato di risolvere i propri problemi attraverso misure protezionistiche, attraverso la chiusura delle importazioni. Capita sempre negli USA dinanzi a situazioni di crisi, ma le tentazioni ci sono anche in Europa sommersa dagli effetti della globalizzazione. Vengono meno le regole della certificazione manifatturiera e produttiva; il mercato viene saturato dalla contraffazione e l’imitazione a costi stracciati del made in China, Saigon, Taiwan, Korea sostituisce il made in Italy, ad esempio.

Paradossalmente il sistema delle garanzie in Occidente fa i conti con quello “liberista” dei paesi  di assetto socialista e, come nell’ottocento quando gli agrari ed il nascente mondo industriale sfruttavano il lavoro dei diseredati, oggi nei paesi una volta considerati “paradisi” dei diritti sociali si sfrutta, in condizioni disumane e senza diritti, il lavoro di donne e bambini.

Occorrerebbe ora porsi degli obiettivi, ma anche imporre che le regole siano uguali per tutti, e che le risorse alla cooperazione, ad esempio, siano vincolate ad effettive politiche sociali nei diversi paesi,  ad iniziare proprio da quelli della comunità europea.

Vito Schepisi

In attesa di vedere all’opera Obama, salutiamo George Bush

gennaio 20, 2009

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Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non  rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.

Per ora, nell’attesa  di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.

Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi – D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.

Bisognerebbe prendere atto che un  Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.

E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto”  l’amico direttore Marco Cavallotti.

Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.

Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati  del mondo.

Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?

La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.

Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.

Auguri Mr. Obama!

Vito Schepisi

Hamas: se non te ne vai, ti meno!

gennaio 19, 2009

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Può sembrare comico ma l’impressione che se ne ricava è quella del bulletto che attende che il suo contendente giri l’angolo per gridare sottovoce: “se non te ne vai, ti meno”. Anche se ha molto poco di allegro la faccenda a cui la si collega.

E’ così che nella Striscia di Gaza la tregua unilaterale proclamata da Israele viene fatta passare per il ritiro delle truppe della Stella di Davide e per la vittoria di Hamas.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza in un discorso televisivo ai palestinesi di Gaza rivendica la vittoria del suo movimento: “Dio ci ha dato una grande vittoria, non solo per una fazione, o un partito o un movimento ma per il nostro intero popolo. Abbiamo fermato l’aggressione e il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi”.

I miliziani palestinesi ci provano anche a dettare le loro condizioni, dando sette giorni di tempo alle truppe israeliane per ritirarsi completamente dai territori di Gaza. E’ lo spirito del “se non te ne vai ti meno!”, ma solo dopo che il contendente, meno gradasso, valutando per raggiunti gli obiettivi politici e militari, fa invertire  la marcia dei suoi blindati!

E’ bene ricordare che l’azione armata di Tel Aviv nella Striscia è nata per la rottura unilaterale della già instabile tregua da parte di Hamas e per lo stillicidio continuo dei lanci dei razzi Qassam diretti contro le città e le popolazioni civili nei territori del sud dello Stato ebraico. L’intervento militare aveva due fini  dichiarati: quello della distruzione dei varchi, a Sud della Striscia di Gaza, da cui passavano, nonostante la tregua negoziata dall’Egitto con Hamas nel giugno del 2008, le armi ed i razzi usati dai guerriglieri, e quello di impedire il loro lancio verso il territorio israeliano.

Un altro obiettivo, non dichiarato, ma implicito, era quello di indebolire in quei territori il potere di Hamas.

Alla situazione attuale non è dato sapere se gli obiettivi di Israele siano stati tutti completamente centrati. Sembra di no! Almeno non quello di impedire del tutto il lancio degli ordigni verso Israele, che è un risultato difficile da raggiungere appieno: i razzi, infatti, partono dal mezzo degli insediamenti urbani, tra la popolazione civile, tra le donne ed i bambini di cui i guerriglieri si fanno scudo. E’certa, però, ed è triste, quella cruda realtà delle molte vittime innocenti e si può pensare  che l’obiettivo di Hamas, di impietosire il mondo con il sangue di donne e bambini, sia stato, invece, sufficientemente raggiunto.

Sui risultati politici è invece difficile far previsioni. Se la guerra, infatti, rafforza l’odio verso il nemico, nel nostro caso dei palestinesi verso Israele, è anche vero che la popolazione attribuisce ad Hamas la responsabilità delle molte vittime civili e che, ai sentimenti di vendetta, sa alternare anche la voglia di moderazione e di pace.

I guerriglieri di Hamas rendono proprio l’idea dei bulletti di cui si diceva prima e, mentre le forze armate dello Stato ebraico volgono ora in ritirata, sospinte anche dalla pressione internazionale preoccupata ed impietosita per le vittime innocenti, loro cantano vittoria, invece di avvertire le loro responsabilità e di piangere le loro vittime.  

La gente del mondo ha, però, il dovere di sapere, malgrado i Santoro e l’indecenza dei pseudo-pacifisti, sedicenti schierati dalla parte dei deboli per nascondere le turbe di un’ideologia anti-occidentale, che in questa contesa i bulletti di Hamas, per mal compreso eroismo, più che la loro vita hanno messo a rischio quella di migliaia di civili, dietro i quali si sono vilmente nascosti.

Nessuno, con onestà, può non vedere chi voglia davvero la pace e chi invece soffia sul fuoco.

E’indecente, almeno quanto l’arroganza di coloro che sostengono dal servizio pubblico le ragioni del terrorismo, trasformare la codardia degli uomini di Hamas nell’indignazione che investe la civiltà occidentale mentre osserva inorridita l’ingiusto sacrificio di donne e bambini.

I criminali, e questa è la riprova, adottano sempre la stessa cinica strategia: usare i civili come scudi umani per ricatto o per impietosire il mondo. I miliziani di Hamas, come quelli del 2006 di Hezbollah nel Libano, in questa infamia ci ricordano i metodi di Saddam Hussein e di Milosevic, ritenuti già responsabili di crimini contro l’umanità.

Vito Schepisi

Israele: una reazione eccessiva?

gennaio 8, 2009

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Una guerra è orribile sempre e comunque. L’opzione armata dovrebbe essere l’ultima, in un ventaglio molto articolato di azioni diplomatiche e di ricorsi agli organismi internazionali, per la difesa dei diritti dei popoli e per reagire ai soprusi ed agli atti ostili. Ma la guerra è l’azione indifferibile per costringere chi è sordo, prepotente e aggressivo a rinunciare alle ostilità ed alle reiterate azioni di terrore tra le popolazioni civili. La guerra diventa persino indispensabile contro la viltà ed il fanatismo.

Il pacifismo unilaterale prepara solo una guerra da perdere. Non esiste poi una proporzione in guerra. E’ cinico, ma una guerra si combatte per vincerla da tutte le parti in causa.

Ciò che accade da anni in Israele sa di incredibile. Israele è nei suoi territori per decisione degli organismi internazionali che hanno stabilito che la “Terra promessa” del popolo ebraico fosse in quei territori, una volta in gran parte desertici, assegnati nel 1947 con la risoluzione n. 181.

La modifica dei confini è successivamente avvenuta in conseguenza del consolidamento delle azioni di difesa di Israele, attaccata più volte dagli stati arabi confinanti. Questi confini sono stati ripristinati laddove con i Paesi confinanti si sono siglati trattati di pace e di reciproco riconoscimento, come è capitato con Giordania ed Egitto, ad esempio.

La stampa internazionale e la sensibilità dei governi mondiali si risveglia solo quando Israele, unico paese democratico nell’area mediorientale, decide che sia ora di rispondere alle azioni di provocazione e di terrorismo che partono dai territori rilasciati, come la Striscia di Gaza, o confinanti, come il Libano.

Israele ha chiesto ad Hamas di fermare il lancio di razzi che partono dalla Striscia di Gaza e sono diretti nelle città di confine israeliano (Sderot), indiscriminatamente lanciati sulle popolazioni civili, senza obiettivi militari o altri obiettivi tattici se non quelli di provocare terrore tra le popolazioni inermi. Il gruppo terroristico di Hamas (quello che D’Alema vorrebbe riconoscere come interlocutore politico) ha continuato ad armarsi nella Striscia di Gaza e si è reso responsabile della rottura di una tregua negoziata dall’Egitto e che, sebbene molto tenue, durava da almeno sei mesi.

Questo stillicidio di razzi sul territorio israeliano, partito dall’iniziativa esclusiva di Hamas, non può che avere un fine ed un collegamento inquietante perché, per essere irrazionale, e controproducente per la popolazione palestinese di Gaza, non può non avere finalità diverse.

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, infatti, riceve l’appoggio non solo verbale di Hezbollah, come ha lui stesso dichiarato: “Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah) ha chiesto ai libanesi di sostenere il popolo palestinese a Gaza per porre fine all’assedio”. Lo si constata con l’aggiornamento delle notizie del lancio di missili dal sud del Libano sulle città israeliane. Il conflitto si allarga, com’era nelle intenzioni degli attaccanti. Le seguenti, infatti, sono parole di chi scrive, pubblicate due giorni fa in un commento:

“Una provocazione politica, forse mirata ad aprire il fronte di Siria ed Iran in Libano, per mezzo di Hezbollah. Ciò che l’opinione pubblica occidentale stenta a capire è che ad Hamas, ad Hezbollah non fa impressione il numero dei morti e le vittime civili, come non fanno impressione all’Iran di Adhaminejad, a loro interessa imbrigliare Israele…magari con l’invio a Gaza di altre forze di interposizione dell’ONU che consentano ai terroristi di fare ciò che vogliono, come nel sud del Libano, magari protetti proprio dai militari dell’ONU, di cui persino si servono. Il fine è l’atomica iraniana che appena pronta avrà un motivo politico, patriottico, morale ed etico (per il fondamentalismo islamico) per essere sganciata su Tel Aviv”.

Accade così che chi afferma che l’azione di difesa israeliana sia una reazione eccessiva – come abbiamo sentito dall’ex ministro degli esteri D’Alema anche in occasione dell’attacco di Hezbollah nel sud del Libano di due anni fa, mentre d’eccessivo c’è solo la malafede di chi vorrebbe ascrivere alle responsabilità d’Israele questo nuovo focolaio di conflitto – si prepara vilmente a poter giustificare la distruzione dello Stato d’Israele.

E’ orribile solo a pensarlo, ma c’è chi si sta preparando a dire che “se la sono voluta”!

Vito Schepisi

L’opposizione cavalca anche la recessione

novembre 18, 2008

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 In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda.  Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.

Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora  fallire.

La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di  prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.

In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.

In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.

Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?

Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.

Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.

Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

 

Stabiliamo i turni per satira e ironia?

novembre 7, 2008

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In America tutto è possibile! Ma non è così in Italia! Nel nostro Paese le parole hanno un significato diverso a seconda di chi le pronuncia.

Anche nella nostra penisola incominciavamo a pensare che tutto fosse possibile e che satira, ironia ed humour fossero diventate il viatico per parlare e sparlare di tutto e di tutti. Da qualche giorno ci siamo invece accorti che non è proprio così.

E’ sufficiente gettare allegoricamente dalla torre Veltroni in TV che scoppia il finimondo. E se poi ci si lascia andare a scherzose battute, anche per sdrammatizzare una tensione che si taglia con il coltello, per il tentativo di Veltroni e della sinistra di impossessarsi di Obama, come se fosse il leader della sinistra mondiale, italiana compresa, ecco che iniziano i fuochi di artificio.

Per fortuna Barack Obama non è affatto il leader della sinistra mondiale; mentre di quella italiana, purtroppo, rimane Veltroni con il suo provincialismo e le sue ipocrisie.

Ricordiamo che per Bush il trattamento della sinistra è stato del tutto diverso. Anche lui ancora Presidente del paese più potente del mondo, lo stesso di Obama, è passato dalla bocca di tutti, Veltroni compreso, collegato ad apprezzamenti pesanti sotto il profilo personale, etico e politico.

C’è ancora chi nella sinistra lo collega ad un disegno complottistico per la tragedia delle torri gemelle a new York. La sua visita a Roma nel giugno del 2007 trovò, tra i componenti del  governo di Prodi, espressioni di spregio e di malumore.

La sinistra “corretta” deve avere la memoria davvero corta se oggi non ricorda che la visita è stata persino sul punto d’essere annullata per una serie di ostacoli, questi davvero poco corretti. Si voleva che Bush avesse un profilo basso e che la visita seguisse solo un protocollo burocratico. L’impressione tra i liberali ed i (veri) democratici italiani è stata di un formalismo della nomenclatura in cui i protocolli dovessero essere rigidamente controllati e gestiti dall’esecutivo, come in un tipico paese del socialismo reale, o un qualsiasi regime dittatoriale sudamericano.

Il nervosismo e le manovre ostruzionistiche del governo di allora e del comando dei servizi di sicurezza per la volontà di Bush di incontrare Berlusconi, e di visitare la comunità di Sant’Egidio, apparvero fuori luogo ed esagerate, tanto che la diplomazia americana ricordò che incontrare il leader dell’opposizione per Bush era una consuetudine a cui non avrebbe rinunciato in Italia. I diplomatici Usa con questa radicata volontà erano persino pronti a limitare la presenza di Bush in Italia alla sola visita al Papa in Vaticano, se l’incontro con il leader dell’opposizione fosse stato ancora ostacolato. Questo incontro fu addirittura definito dallo staff di Prodi come una iniziativa “inopportuna e sgradita”. Per fortuna che, poco più di sei mesi dopo, “inopportuna e sgradita” fu considerata dagli italiani la permanenza di Prodi a Palazzo Chigi.

Ci hanno abituati a queste strozzature della libertà, datate solo poco più di un anno fa, ed ora si scandalizzano per una battuta scherzosa sul nuovo Presidente degli USA?

“Bello, giovane ed abbronzato” è proprio così dissacrante ed offensivo? Pensiamo che Obama abbia ascoltato di peggio nel suo lungo tour elettorale e che le parole di Berlusconi siano, invece, per lui motivo di un’amicizia che nasce sulla scia di un comune sentimento di gioviale libertà e di intendimenti comuni sulle questioni del mondo, tanto da potersi concedere tra loro persino toni scherzosi. Berlusconi non si sarebbe certo espresso nella stessa maniera, ad esempio, verso il venezuelano Chavez, il dittatore sudamericano che voleva comprare Alitalia assieme ad una cordata di piloti e di assistenti di volo sostenuta da Di Pietro.

C’è molto nervosismo nella sinistra, e sono passati solo sei mesi dal risultato elettorale. Ne dovranno passare ancora 4 anni e 6 mesi per poter tentare, come avviene in democrazia, la rivincita del consenso elettorale. Non sappiamo se questo nervosismo sia dovuto all’astinenza dal potere, o alla constatazione di avere così tanto poco da dire. Di certo a sinistra appaiono incapaci di rappresentare concretamente un condivisibile sentimento popolare che vada oltre le questioni strumentali.

Se siamo a questo punto, serietà per serietà, va bene se per satira ed ironia si stabiliscano dei turni? Va bene se nei giorni dispari tocca alla sinistra, mentre per i pari tocca alla destra?

Vito Schepisi

Ora tutti a posare il cappello sulla sedia di Obama

novembre 6, 2008

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Il mio cappello è nel guardaroba dell’ingresso di casa mia e niente mi potrà spingere a portarlo altrove. Questo ho pensato questa mattina alle prime notizie della corsa dei politici e dei giornalisti italiani alla notizia della larga vittoria di Barack Obama alle Presidenziali degli USA.

Era da tempo che mi andavo convincendo della probabile vittoria dei democratici negli USA, ben prima che il fenomeno Obama emergesse. La consideravo naturale ed anche auspicabile per l’affermazione dell’alternanza in una democrazia compiuta come quella degli Stati Uniti. L’era Bush si è compiuta dopo l’11 settembre e dopo le guerre in Afghanistan ed in Iraq. Le guerre non portano consensi elettorali ed, anche se le motivazioni possono essere forti, alla lunga risultano sempre impopolari.

Mi sono chiesto, pertanto, quale delle affermazioni può essere quella più vicina alla realtà tra le due seguenti: “io ho tifato per Obama” ovvero l’altra “no! Tu hai tifato per McCain”. Ed ho stabilito che le due affermazioni sono tutte e due sostanzialmente sbagliate. Non ho tifato per nessuno, infatti. Sapevo che le maggiori chances erano per Obama e mi ha irritato la campagna di McCain che mi è sembrata nostalgica e senza richiami al nuovo ed ai tempi mutati.

E’ mancato nel programma dei repubblicani il riferimento alle riforme, soprattutto in campo economico ed in quello sociale, per stabilizzare la potenza americana in un mondo che cambia e che necessita di nuovi contenuti e soprattutto di attenzione verso le fasce più deboli. Ho pensato che, in questa lunga campagna elettorale americana, ai repubblicani siano mancati i riferimenti alle garanzie, ai giovani, alle regole di un liberismo economico e finanziario che si è modificato in peggio, come abbiamo visto per la recente crisi delle banche americane.

Non serve allo sviluppo ed all’economia un liberismo senza regole e senza crescita produttiva che attraverso le leve finanziarie finisce con l’essere  solo un espediente per creare ricchezza fittizia a beneficio di pochi ed a spese della povera gente che, invece, alla fine vede azzerare i propri risparmi.

In qualche momento ho persino pensato che la vittoria di Obama potesse essere salutare. Ho pensato che il nuovo Presidente, sostenuto dal consenso opportunista e conformista, se non codino e strumentale – come quello di Walter Veltroni – della sinistra europea, e dalla non inimicizia degli ambienti islamico-palestinesi, potesse risolvere una volta per tutte sia le frizioni con il fondamentalismo islamico, con i venti di guerra dell’Iran, sia la pace in Palestina con la formula delle due terre e dei due popoli. Ho pensato che il multilateralismo del democratico Obama, da non confondere con quello di D’Alema, che invece è sembrato molto unilaterale, potesse convincere i signori della guerra dell’est e del medio oriente a ricercare la via del negoziato riconoscendo il  rispetto dei diritti di tutti.

Ci sono missioni militari che impiegano uomini, mezzi e risorse che potrebbero essere invece utilizzate per gli interventi legati all’ambiente, al clima, alle acque, alla fame nel mondo. Necessitano gli investimenti da destinare alle nuove fonti energetiche. C’è persino un flusso migratorio che muta le radici dei popoli, genera scontri di civiltà, fomenta la xenofobia ed il razzismo, imbriglia le economie e la politica. I popoli ed i paesi devono essere aiutati a risolvere i loro problemi sul proprio territorio e per farlo occorrono politiche di cooperazione e di stabilità. Il mondo di oggi non può infatti permettersi diatribe e conflitti se non pregiudicando il suo sviluppo e la sua capacità di diffondere interventi di sicurezza sociale.

E’ su questi pensieri che mi sono convinto che McCain non sarebbe stato il candidato ideale per gli USA. Non posso non dire, però, che la vittoria di Obama mi infastidisce per la carica di strumentalizzazione che il provincialismo italiano vuole innescare su questa vittoria.

Gli elettori statunitensi hanno scelto per il rinnovamento e le riforme, hanno scelto per la politica che il centrodestra in Italia va sostenendo in antitesi alla politica sclerotica e conservatrice del PD.

Il popolo americano, dopo le elezioni, è unito nel sostenere le politiche del suo Presidente, il Partito Repubblicano per bocca del senatore McCain si è detto disposto a collaborare nell’interesse degli States e del suo Presidente.

Possibile che nessuno senta lo stridore della propria coerenza con la realtà dei modi di una educazione alla democrazia, che invece non riesce ad assimilare, esultando per la nuova leadership degli USA?

Vito Schepisi       su l’Occidentale

11 SETTEMBRE 2001 – 2008: IO RICORDO

settembre 11, 2008

NEW YORK – 11 SETTEMBRE  2001

 11 SETTEMBRE 2008

Le Twin Towers non esistono più

IL FONDAMENTALISMO RELIGIOSO AGGIUNGE 3000 VITTIME AL MACABRO CONTO DELLA DELIRANTE E SPIETATA LOTTA ALLA CIVILTA’

Il ritorno della guerra fredda

agosto 28, 2008

E’ saggio chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi. Sembra un aforisma tratto dagli “Analecta” di Confucio più che una riflessione sulle preoccupazioni per l’evolversi delle politiche dell’oggi sulla Terra.

Gli scenari sono tutti di grande preoccupazione. L’Europa, epicentro dello sviluppo culturale e delle fucine del pensiero sulle trasformazioni sociali, si dissolve nella sua vecchia capacità politica di dirimere, con la sola  persuasione della sua influenza intellettuale, l’esplosione delle controversie della Terra. Sembra abbia disperso la latente pressione sui moti del  pensiero che in periodo di guerra fredda aveva diffuso tra le genti del pianeta.

Una volta le marce per la pace, contro le aggressioni militari, per la solidarietà verso i più deboli, pur dividendo all’interno le popolazioni d’Europa, esercitavano un invito, spesso prudentemente raccolto, alla moderazione. Oggi le manifestazioni di protesta, quando si realizzano, assumono le sembianze delle kermesse folcroristiche e sono evidenti strumenti di manipolazione politica.

Dopo il 21 settembre del 2001 il mondo è davvero cambiato!

Sembra che quella data sia il segnale d’inizio di un capovolgimento di fronte e che ad un “modello di sviluppo”, per gli equilibri geo-politici della Terra, voglia irrequietamente sostituirsi un altro.

In questo nuovo scenario non è la rivoluzione naturale delle cose che gioca la sua parte, quale ineluttabile impulso a modificare le coscienze e le abitudini dei popoli e delle aree della terra, ma è la restaurazione delle espressioni più integrate che fa riemergere le forme involute del legame dei popoli alle radici delle loro tradizioni più singolari.

E’ una sorta di radicalizzazione sulle nostalgie dell’imperialismo o dell’integralismo che, a seconda dei luoghi e della storia che li contestualizza, riemerge impetuosa per imporre nelle diverse realtà la supremazia economico-militare, o l’affermazione di fondamentali principi etici traslati dai secoli delle dispute teologiche.

Anche l’Organismo internazionale preposto a regolare i rapporti tra i popoli ed  a far rispettare i trattati, e prevenire i rischi dei conflitti, non ha più il potere di esercitare un ruolo di moderazione e di autorevolezza nel dirimere l’acuirsi di focolai forse mai sopiti.. Non ha più la “moral suasion” di un tempo e neanche l’autorevolezza per imporre le sue risoluzioni.

All’ONU spesso manca persino la capacità d’essere davvero un organismo imparziale e finisce così per non poter più rappresentare un freno ai soprusi ed una opportunità per il ripristino della convivenza civile tra gli stati. Le sue risoluzioni sono puntualmente ignorate e capita sempre più spesso che lo stato delle cose sostituisca gli accordi faticosamente raggiunti tra le parti.

La sovranità nazionale dei paesi più deboli viene violata senza remore ed il diritto internazionale diventa carta straccia dinanzi alla minaccia delle armi e della forza, tanto che la prepotenza, sebbene ritenuta a parole ingiustificabile e controproducente, diviene uno strumento risolutivo e di vantaggio per l’interesse di un paese sull’altro.

L’intervento della Russia in Georgia è un esempio. La questione dell’Ossezia del sud è stato solo un pretesto per esercitare una vera aggressione dal doppio significato: politica di annessione e monito agli altri paesi dell’area perché si sottomettano agli interessi della Russia.

E’ bastato un pretesto alla Russia. E’ bastata un’azione maldestra della Georgia: una reazione alle provocazioni dei movimenti separatisti osseti per trovarsi i russi alle porte di Tiblisi. Ed il tutto fa pensare ad un progetto militare già ampiamente previsto e studiato.

Anche in Medio Oriente le alternative sembrano senza sbocchi. Ci sono realtà come il Libano dove la Siria ed l’Iran esercitano a loro piacimento la loro “sovranità militare” attraverso il “Partito di Dio” l’Hezbollah, armato e indottrinato ad un unico fine che è quello della guerra ad Israele. E sarebbe solo l’inizio della guerra santa invocata dal profeta.

Nello specifico le forze dell’ONU nel sud del Libano al confine con Israele sono rappresentate dai contingenti italiani per una missione di “peacekeeping”, missione appena prolungata fino al 31 agosto del 2009, ma che ignora sia la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1701 dell’11 agosto 2006 che imporrebbe il divieto di “vendita e fornitura di armi e materiale connesso al Libano” (Si registrano continue violazioni per la fornitura di materiale bellico proveniente dall’Iran attraverso la Siria e diretto alle milizie Hezbollah presso il confine con Israele) e sia la risoluzione 1559 del 2 settembre 2004 che imporrebbe il disarmo delle milizie Hezbollah.

Resta così solo da stabilire la data della prossima aggressione di Hezbollah ad Israele.

A tal proposito c’è chi la prevede comunque in concomitanza con la conclusione del piano atomico dell’Iran.

Ma anche il piano iraniano di completamento del programma di tecnologia per la produzione di ordigni atomici continua, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU ed ogni tipo di ritorsione commerciale e la tensione dei rapporti diplomatici con buona parte dei paesi del mondo. E non è certo misteriosa la motivazione dell’ostinazione dell’Iran a voler produrre ordigni atomici, avendo già Ahmadinejad dichiarato di voler sperimentare il funzionamento degli ordigni sul territorio di Israele. E questo tanto per iniziare! La guerra santa per chi ha letto qualcosa sul fondamentalismo islamico prevede l’uccisione di tutti gli infedeli.

Come dimenticare Oriana Fallaci e le sue parole sferzanti contro la mollezza dell’occidente, sui suoi governi pavidi, sull’orgoglio, sulla fermezza, sul coraggio, sulla speranza e sulla rabbia?

Saggio è chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi!

 

Vito Schepisi