Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

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Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.

In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.

La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.

Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.

C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.

Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.

Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.

E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.

Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.

Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla compagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.

Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.

Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?

Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l’inganno, la violenza e l’arroganza.

Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

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