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Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

marzo 30, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.

Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.

Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.

Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.

Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.

L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia – è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.

Vito Schepisi

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L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

franceschini

Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Libertà politica o libertà dalla politica?

febbraio 4, 2009

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La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.

E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori – il PD ed il PDL – finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.

Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.

Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.

L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia  pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.

E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.

Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia“.

Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?

Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.

L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.

Vito Schepisi

 

 

In attesa di vedere all’opera Obama, salutiamo George Bush

gennaio 20, 2009

USA INAUGURATION OBAMA

Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non  rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.

Per ora, nell’attesa  di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.

Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi – D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.

Bisognerebbe prendere atto che un  Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.

E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto”  l’amico direttore Marco Cavallotti.

Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.

Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati  del mondo.

Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?

La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.

Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.

Auguri Mr. Obama!

Vito Schepisi

Israele: una reazione eccessiva?

gennaio 8, 2009

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Una guerra è orribile sempre e comunque. L’opzione armata dovrebbe essere l’ultima, in un ventaglio molto articolato di azioni diplomatiche e di ricorsi agli organismi internazionali, per la difesa dei diritti dei popoli e per reagire ai soprusi ed agli atti ostili. Ma la guerra è l’azione indifferibile per costringere chi è sordo, prepotente e aggressivo a rinunciare alle ostilità ed alle reiterate azioni di terrore tra le popolazioni civili. La guerra diventa persino indispensabile contro la viltà ed il fanatismo.

Il pacifismo unilaterale prepara solo una guerra da perdere. Non esiste poi una proporzione in guerra. E’ cinico, ma una guerra si combatte per vincerla da tutte le parti in causa.

Ciò che accade da anni in Israele sa di incredibile. Israele è nei suoi territori per decisione degli organismi internazionali che hanno stabilito che la “Terra promessa” del popolo ebraico fosse in quei territori, una volta in gran parte desertici, assegnati nel 1947 con la risoluzione n. 181.

La modifica dei confini è successivamente avvenuta in conseguenza del consolidamento delle azioni di difesa di Israele, attaccata più volte dagli stati arabi confinanti. Questi confini sono stati ripristinati laddove con i Paesi confinanti si sono siglati trattati di pace e di reciproco riconoscimento, come è capitato con Giordania ed Egitto, ad esempio.

La stampa internazionale e la sensibilità dei governi mondiali si risveglia solo quando Israele, unico paese democratico nell’area mediorientale, decide che sia ora di rispondere alle azioni di provocazione e di terrorismo che partono dai territori rilasciati, come la Striscia di Gaza, o confinanti, come il Libano.

Israele ha chiesto ad Hamas di fermare il lancio di razzi che partono dalla Striscia di Gaza e sono diretti nelle città di confine israeliano (Sderot), indiscriminatamente lanciati sulle popolazioni civili, senza obiettivi militari o altri obiettivi tattici se non quelli di provocare terrore tra le popolazioni inermi. Il gruppo terroristico di Hamas (quello che D’Alema vorrebbe riconoscere come interlocutore politico) ha continuato ad armarsi nella Striscia di Gaza e si è reso responsabile della rottura di una tregua negoziata dall’Egitto e che, sebbene molto tenue, durava da almeno sei mesi.

Questo stillicidio di razzi sul territorio israeliano, partito dall’iniziativa esclusiva di Hamas, non può che avere un fine ed un collegamento inquietante perché, per essere irrazionale, e controproducente per la popolazione palestinese di Gaza, non può non avere finalità diverse.

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, infatti, riceve l’appoggio non solo verbale di Hezbollah, come ha lui stesso dichiarato: “Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah) ha chiesto ai libanesi di sostenere il popolo palestinese a Gaza per porre fine all’assedio”. Lo si constata con l’aggiornamento delle notizie del lancio di missili dal sud del Libano sulle città israeliane. Il conflitto si allarga, com’era nelle intenzioni degli attaccanti. Le seguenti, infatti, sono parole di chi scrive, pubblicate due giorni fa in un commento:

“Una provocazione politica, forse mirata ad aprire il fronte di Siria ed Iran in Libano, per mezzo di Hezbollah. Ciò che l’opinione pubblica occidentale stenta a capire è che ad Hamas, ad Hezbollah non fa impressione il numero dei morti e le vittime civili, come non fanno impressione all’Iran di Adhaminejad, a loro interessa imbrigliare Israele…magari con l’invio a Gaza di altre forze di interposizione dell’ONU che consentano ai terroristi di fare ciò che vogliono, come nel sud del Libano, magari protetti proprio dai militari dell’ONU, di cui persino si servono. Il fine è l’atomica iraniana che appena pronta avrà un motivo politico, patriottico, morale ed etico (per il fondamentalismo islamico) per essere sganciata su Tel Aviv”.

Accade così che chi afferma che l’azione di difesa israeliana sia una reazione eccessiva – come abbiamo sentito dall’ex ministro degli esteri D’Alema anche in occasione dell’attacco di Hezbollah nel sud del Libano di due anni fa, mentre d’eccessivo c’è solo la malafede di chi vorrebbe ascrivere alle responsabilità d’Israele questo nuovo focolaio di conflitto – si prepara vilmente a poter giustificare la distruzione dello Stato d’Israele.

E’ orribile solo a pensarlo, ma c’è chi si sta preparando a dire che “se la sono voluta”!

Vito Schepisi

Il PD decide di non decidere

dicembre 20, 2008

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Come cambiano gli scenari politici a distanza di giorni!

Nella  Direzione PD fino a qualche giorno fa era dato per certo che ci sarebbe stato un braccio di ferro tra  Veltroni e D’Alema. Si parlava insistentemente, dopo il pizzino di La Torre a Bocchino in tv, di una sfida con strascichi e vittime che dovesse portare ad indebolire il marinaretto del PD. A conti fatti, invece, a dispetto di ciò che si diceva, scoppia quasi la pace tra i due. Solo schermaglie e l’accusa di una fusione mal riuscita. Insieme tornano ad essere come due coppie di gambe di un tavolo che si compattano sui  quattro appoggi per reggere il confronto interno e lasciare tutto com’è, rimandando la resa dei conti alla prossima rissa.

Per la gestione della base, divisa tra i due contendenti, se cadesse il primo, cadrebbe anche il secondo e viceversa. E se cadessero insieme, con loro, ad un pezzo alla volta, cadrebbe tutto il PD, come un domino, come un  instabile castello di carte.

C’è la consapevolezza tra i due che le responsabilità politiche, soprattutto sulla questione morale, sono equamente distribuite e che, per la presenza dei fuochi incrociati già pronti ad alzo zero, a nessuno conviene liberarsi dell’altro, pena il rischiare di proprio.

La linea nuova, la tutela di Veltroni attraverso una direzione condivisa, che in tanti speravano che emergesse risulta, invece, perdente. La partita non viene neanche giocata per l’impraticabilità del campo. Solo le dimissioni, subito rientrate, del ministro ombra Chiamaparino. Arretrano così le proposte dello stesso sindaco di Torino e di Cacciari per un PD che acquisti una sua fisionomia riformista, che si smarchi da Di Pietro e dalle scorie populiste, per rilanciare nuove proposte, a partire dal partito federale. Si allontanano le speranze di fornire il PD di un progetto politico e gli auspici di veder avviare un serio confronto propositivo con la maggioranza di centrodestra per una stagione di riforme, quanto mai necessarie al Paese.

Il PD, stordito dalla questione morale, indebolito ed attaccato sulle fasce laterali, decide di non potersi permettere di doversi anche difendere dalle incursioni del centravanti di sfondamento Di Pietro che, proprio sulla questione morale, incalza il PD, come un avvoltoio che girandogli attorno bracca la sua preda in agonia.

I nemici per il PD sono sempre gli stessi: la maggioranza del Paese ed  il Governo di Berlusconi.

L’avversario, invece, di questa fusione mal riuscita, come sostiene D’Alema, resta il buonsenso: un avversario che viene regolarmente battuto.

Il discorso di Veltroni è sembrato più un arringa difensiva che il rilancio di un’azione politica: “C’è un’offensiva politica contro il PD” – ha sostenuto – perché è la vera alternativa possibile al centrodestra. “Indietro non si torma – Sarebbe un suicidio”. I toni sembrano quelli del richiamo all’orgoglio di partito, come se il loro fosse il fortino dei buoni, accerchiato dai nemici cattivi.

Si consolida la sensazione della volontà di difesa di una scelta già fatta da cui non si possa più indietreggiare. La sensazione è del volersi arroccare intorno ad inesistenti valori di riferimento da consolidare. Tutto questo mentre da più parti nel PD si pongono questioni reali, interrogativi sui riferimenti veri coi quali potersi identificare e farsi riconoscere dal popolo, sui contenuti da dover dare alla propria azione politica: se schierarsi, ad esempio, come sostiene Chiamparino, a fianco degli operai in cassa integrazione o accanto alle aziende in crisi.

Sono tanti i dubbi ed i motivi di confusione che restano irrisolti tra i sostenitori della sinistra democratica che si è trovata trascinata a difendere le caste, i baroni universitari, i piloti, i magistrati, e persino i privilegi di Murdoch; che si è trovata trascinata il 12 scorso in uno sciopero generale senza senso a protestare contro una crisi che ha radici lontane e responsabilità nazionali tutte a sinistra, per la contrazione delle possibilità economiche della famiglie tartassate dal fisco.

Apre a Casini e non chiude a Di Pietro. “Non abbiamo l’illusione di fare da soli – argomenta Veltroni – ma le alleanze devono essere affidabili sulla tenuta di governo…le alleanze, le decideremo lungo il cammino, ma non dovranno essere mai più contro l’avversario”. Cose già vecchie e conosciute e si ritorna a girare come una giostra del Luna Park.

Il PD, ancora una volta, decide di non decidere.

Vito Schepisi

La questione morale a sinistra

dicembre 8, 2008
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Non c’è voglia di giustizialismo quando si parla della presenza di una questione morale. Non c’è voglia di sostenere pagliuzze o travi che siano negli occhi dei personaggi della politica. Queste cose le sostengano Franceschini o la Finocchiaro, affetti da smania di giustificazionismo e presuntuosi possessori del giusto metro per il giudizio sugli altri. Si vorrebbe invece una seria riforma della giustizia che riporti fiducia nell’azione della magistratura e che la sottragga, finalmente, al condizionamento della politica: perché non ci siano né blindature giudiziarie per alcuni, né un colpevolismo inossidabile per altri.

Sin dai tempi di Enrico Berlinguer, aver sostenuto la diversità sulla questione morale della sinistra è stato un falso storico ed un espediente propagandistico. Ed è stato così anche con tangentopoli, quando la sinistra ha beneficiato della benevolenza della magistratura. D’Alema, lo scorso anno, per nascondere la crisi propositiva e morale della sinistra, sosteneva la presenza di una crisi della politica, mentre c’era invece un Paese che giudicava severamente l’Unione che, oltre a non essere affatto diversa sulla questione morale, si mostrava arrogante, incoerente e persino incapace.

Il garantismo dovrebbe prevalere sempre e comunque, soprattutto se esista qualche ragionevole dubbio che le leggi siano state utilizzate per finalità diverse da quelle di rendere giustizia. Il ragionevole dubbio, soprattutto dinanzi a indubitabili posizione ideologiche, lo si dovrebbe ritenere sufficiente a richiedere la presunzione di innocenza dell’imputato. Ci sono stati troppi orribili errori giudiziari, e tante azioni devastanti della magistratura requirente, da poter ritenere infallibile l’esito delle vicende giudiziarie. C’è una gestione della Giustizia in Italia che lede in maniera inaccettabile l’immagine della valenza positiva del diritto.

Siano lasciate a Di Pietro ed ai suoi emuli e sostenitori l’intolleranza e la presunzione di infallibilità della magistratura. E’deplorevole la ferocia del sentimento forcaiolo che mortifica il valore dell’umanità. C’è da battersi per la salvaguardia della dignità dell’uomo, sempre e comunque, e contrastare, per scelta di civiltà, l’utilizzo dei metodi inquisitori assimilabili alle pratiche di tortura medioevali. La cultura dell’uso della cattività come strumento di pressione psicologica, ancora cara alla formazione di alcuni, è orribile e squallida. L’Italia civile deve avere, invece, la dignità morale di ricordare con orrore la sorte di coloro che, umiliati come uomini, si sono tolti la vita, e meditare altresì sull’affronto alla dignità umana di chi chiamato in causa, con superficialità e forse malanimo, dopo aver subito la tortura mediatica e l’alterazione della vita privata, è risultato innocente.

E’ esecrabile usare i toni della ferocia giudiziaria per istigare, per meri fini politici, la sommarietà di giudizio del popolo: una forma di viltà che è forse il reato morale più grave per un uomo, benché non ci sia legge penale che in tempo di pace ed in ambito civile ne sancisca una pena.

Non si vuole far moralismo, e non si vuole stabilire la contabilità dell’abuso e dell’illecito di uno schieramento o dell’altro, interessa, invece, il fenomeno per stabilire, per giustizia, che non ci sia una diversa forma partito per contenere i comportamenti degli uomini. Non esiste una questione morale che interessi la sinistra o la destra per definizione, ma esiste un sistema insostituibile, quello democratico e pluralista, che per funzionare bene avrebbe  bisogno di regolamentare un modo diverso di agire, fatto di trasparenza concreta, di controlli e ricambi.  

La politica non è un mestiere. L’affermazione non deve apparire come la solita retorica antipolitica. Anche l’antipolitica, infatti, è diventata un mestiere. Non è neanche una questione di generazioni o di genere, benché le donne abbiano spesso mostrato un senso pratico dimostratosi più trasparente ed efficace. Non è vero che tra i giovani e gli anziani esista una diversa tensione morale. Bando perciò ai luoghi comuni. L’onestà e la buona amministrazione trovano ostacoli nella smania del potere, nella rincorsa agli agi personali e nella ricerca del consenso elettorale. Più che le generazioni, prevalgono le occasioni. Ed è su queste che occorre intervenire. C’è anche tanta ipocrisia in coloro che sostengono, ad esempio, che la cura sia il ripristino delle preferenze elettorali. Sono solo fantocci polemici di chi non vuole risolvere niente. Le preferenze sono state in passato, e sarebbero ancora in futuro, fonte di maggiore corruzione e stimolo al rafforzamento del clientelismo politico. Sarebbe persino opportuno abolirle anche a livello amministrativo locale.

Vito Schepisi

Gli “interventi spot” di Veltroni

novembre 28, 2008

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Dev’essere la parola d’ordine del momento. La usano oramai in tanti ed ovviamente anche Veltroni:  “Domani (oggi per chi scrive – ndr) il governo prenderà delle misure e mi auguro che tengano conto della crisi e non procedano con interventi spot”. Anche in precedenza l’avevamo sentito dire, che l’esecutivo procedeva con “interventi spot”. In verità, abbiamo sentito anche di peggio.

Questa mattina sono così andato sul vocabolario per capire meglio cosa Veltroni volesse dire. La parola viene usata generalmente per due accessi. Uno che esprime un fascio di luce che illumina, tra tanti, un particolare della scena, ed è un termine usato in fotografia e in cinematografia.  Ed ho pensato che Veltroni, diplomato in cinema, si riferisse a questo. Un altro, invece, attiene alla pubblicità e cioè a quelle sequenze di immagini sintetiche che si diffondono per promuovere un prodotto di consumo o esaltare l’efficienza di un mezzo. Ho pensato così alla esperienza comunicativa di Berlusconi ed alla idea di Veltroni che per l’attività del Governo il premier si servisse di effetti illusivi.

Se il Governo usasse gli “interventi spot” per mettere in luce le questioni e poterle affrontare con chiarezza, Veltroni darebbe all’esecutivo un giudizio tutto sommato positivo. A questo punto mi è sorto un altro dubbio: com’è possibile che il leader del PD esprima una valutazione positiva su questa maggioranza a cui non perdona il fatto che l’abbia battuto alle elezioni?

Ma Veltroni – mi sono chiesto subito dopo – l’abbiamo mai sentito esprimere un apprezzamento positivo su iniziative dello schieramento avversario?

Sin dal primo giorno il segretario del PD si è distinto nell’inseguire Di Pietro, in fuga verso un’opposizione pregiudiziale. E tutte le dichiarazioni del leader del PD di rottura con l’ex PM contrastano con il sostegno nei fatti ai toni ed al pregiudizio del leader forcaiolo dell’Idv.

Anche per l’immondizia di Napoli, mentre abbiamo sentito D’Alema e Prodi, assegnarsene il merito, Veltroni non ha mai riconosciuto quelli del Governo e né offerto sostegno e collaborazione, tanto da trovarsi persino in contrasto con il Presidente della Campania Bassolino, che invece al tempo mostrò di apprezzare le iniziative governative.

Veltroni si è solo distinto, ad esempio, nel contestare l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, anche in modo scorretto, facendo passare l’idea che era una misura che favoriva i ricchi ed i proprietari di immobili, mentre alleggeriva la pressione fiscale solo su coloro che abitano in case di proprietà, alcune gravate da ipoteche e con rate mensili di mutui da pagare.

Non so se le due iniziative menzionate siano considerati “interventi spot” da Veltroni, o se sia considerata tale anche la tenacia del ministro Brunetta nel voler ridurre gli sprechi della Pubblica Amministrazione, e nel voler smascherare i fannulloni.

Prima del Governo di Prodi tra gli slogan della sinistra ce n’era uno relativo alle tasse in cui si sosteneva che pagandole tutti se ne potevano pagare di meno. Ora che ci penso, è strano che durante l’ultima campagna elettorale questo slogan della sinistra sia sparito: sarà stata la vergogna che si è fatta sentire! Perché, di grazia, ora la sinistra e Veltroni non sostengono il ministro Brunetta dicendo che nel pubblico impiego se lavorassero tutti si lavorerebbe di meno?

Ma se Veltroni quando parla di “interventi spot” si riferisse, invece, agli annunci della maggioranza di provvedimenti su questioni avvertite dall’opinione pubblica a cui non farebbero seguito iniziative risolutive ma solo immagini illusive?

Ogni provvedimento perché sia efficace deve tener conto di due necessità. La prima è quella di recare un vantaggio concreto e la seconda è quella di non modificare un quadro complessivo di equilibrio economico finanziario in modo tale da provocare lesioni all’intero impianto.

Nessun intervento di riparazione, infatti, raggiunge il suo fine se incide sulle fondamenta dell’intero edificio provocandone il crollo.

Sarebbe il caso che anche Veltroni, che è di suo buon cultore di “spot”, sappia che non proprio tutto “si può fare”. Il Paese ha bisogno di serietà. La smettesse, pertanto, di giocare a fare l’Obama, o il fantasioso sognatore, per assumere atteggiamenti più consoni alle difficoltà del momento. 

Vito Schepisi

Compagni che sbagliano

novembre 16, 2008

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Ci hanno trifolato le orecchie con l’umanesimo del giorno dopo.

Per non andare troppo lontano è capitato il 19 marzo del 2002 con il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle BR, dopo una feroce campagna mediatica e di piazza della Cgil di Sergio Cofferati.

Dopo il vile omicidio, ad opera della formazione terroristica di matrice comunista, a cui,  in alcune fasi delle indagini, non sono sembrate estranee figure appartenenti al mondo sindacale, sono arrivate le lacrime di coccodrillo di tutta la sinistra e la loro presa di distanza dalle azioni di queste squadracce impegnate nella lotta armata al sistema democratico.

Alle Brigate Rosse, però, prima di quel gesto criminale era stata fornita una giustificazione politica dalla stessa sinistra parlamentare e sindacale. Si accusava il Professore bolognese di presunta attività antipopolare nel mondo del lavoro, una sentenza pronunciata in coro da tutta la sinistra. Ed è davvero strano che quella legge, la Biagi, ritenuta così antipopolare, è stata mantenuta in vita dalla maggioranza di sinistra col Governo Prodi. Quella legge come tutte le altre verso cui era stata scatenata la consueta campagna di odio attraverso mistificazioni, falsità ed ipocrisie. Basti ricordare la presunta depenalizzazione del falso in bilancio ed i condoni a cui Prodi per primo, e non solo lui a sinistra, aderiva senza vergogna.

Il Professor Marco Biagi era stato considerato colpevole da tutta la sinistra per essersi prestato, per equilibrio e conoscenza della materia, ad esercitare un ruolo di consigliere e di esperto per un governo considerato nemico. C’è una sinistra in Italia immatura per la democrazia. Una sinistra che ritiene che mettere al servizio della comunità le proprie competenze e gli studi svolti, nel caso che questa comunità sia governata da rappresentanti dello schieramento opposto, sia addirittura immorale. Come se la lotta politica possa essere definibile nell’unico indirizzo possibile, cioè conforme alla indicazione della sinistra, e che il pensiero degli uomini dotati di conoscenze professionali debba modificarsi a seconda delle circostanze o di chi governa. La cultura del partito unico, dell’esecutivo che ne sia espressione e dei sindacati quali cinghia di trasmissione del partito è proprio dura a smaterializzarsi! Non servono le professioni di fede e le recite tra una citazione di Obama ed un richiamo ai bambini dell’Africa, quando a mancare sono i principi base della democrazia ed il rispetto del pluralismo. La sinistra non ammette altro potere all’infuori dell’esercizio del proprio. A sinistra ci sono sempre quelli che ritengono che anche il posizionamento di un palo della pubblica illuminazione si possa colorare di orientamento politico.

Ci provano e ci riprovano a mettere alla gogna i simboli avversari su cui cercano di far leva per scatenare il malcontento e strumentalizzare le difficoltà. Ed anche questa volta l’opposizione non è ad una maggioranza che, sufficientemente compatta, porta avanti un programma di governo ma alle singole persone come se fossero portatori autonomi di perverse strategie antipopolari.

C’è un direttore d’orchestra? O si suona a soggetto spontaneo? In passato ci sono state campagne mediatiche che hanno destato dubbi e sospetti perché le vittime rappresentavano un simbolo, avevano un ruolo, avevano subito un preventivo linciaggio nelle piazze e sui giornali di sinistra.

Sta capitando alla Gelmini, per la scuola. Tra i cartelli della protesta in piazza ce n’è stato uno che la voleva appesa ad un palo. Ciò che accade nelle scuole elementari è folle. Bare, cartelli, striscioni, magliette con scritte denigratorie, persino temi in classe sui pensieri dei bimbi sulla ministra. Poveri bimbi innocenti! Cosa volevano che dicessero dopo che per giorni la si è rappresentata nella scuola peggio dell’orco cattivo? Ci sono responsabilità individuali e responsabilità collettive. Quelle individuali consistono nel protestare in modo irrazionale e quelle collettive nella mancanza di coraggio nell’isolare, come si dovrebbe, i diseducatori ed i mistificatori.

Il tentativo di linciaggio sta capitando soprattutto al Ministro Brunetta, sotto scorta perché già minacciato dalle BR, bersaglio anche lui di campagne di stampa antipatiche e demenziali. Ha iniziato D’Alema con il suo “energumeno tascabile” ed ha proseguito l’Espresso con l’indicazione della piantina delle sue abitazioni.

L’umanesimo del giorno dopo non basta. La democrazia vera deve essere una pratica quotidiana.

Vito Schepisi