Archive for febbraio 2009

La metamorfosi a tempo del PD

febbraio 25, 2009

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Un pacco di pasta, una lattina di birra, una passata di pomodoro, dalla data di confezione a quella di scadenza, hanno un periodo più lungo di vita di quella che avrà Franceschini alla guida del PD. Il deputato ferrarese, con un passato a mezzo servizio tra gli ex Ds e gli ex Ppi, è stato chiamato a sostituire Veltroni a tempo, con scadenza ad ottobre: durerà otto mesi.

Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.

Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.

Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno  pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.

Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.

Lo scopo nell’immediato di Franceschini  sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.

Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli  che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.

Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.

Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.

Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.

Vito Schepisi

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

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Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Col nuovo Cda Rai avremo ancora Di Pietro sempre in TV?

febbraio 20, 2009

ANTONIO DI PIETRO, BEPPE GRILLO

La commissione interparlamentare di vigilanza Rai, presieduta da Sergio Zavoli, ha varato la nomina dei 7 componenti del Consiglio di Amministrazione Rai di propria competenza. Per completare il CDA ora occorrerà che il Ministero dell’Economia proceda alla nomina del proprio rappresentante e del Presidente.

Dopo un lunghissimo braccio di ferro tra maggioranza ed opposizione ingaggiato sulla interpretazione della prassi consolidata di assegnare la Presidenza della Commissione di Vigilanza Rai alla minoranza, che alcuni hanno interpretato come un diritto vantato dall’opposizione di nominare chiunque, anche se non ritenuto idoneo a presiedere una commissione di garanzia, e dopo le vicende relative alla designazione del senatore Villari, poi fatto decadere, e con la definitiva designazione del Senatore Sergio Zavoli, uomo di grande profilo professionale,  la Commissione ha potuto assolvere al suo ruolo istituzionale di procedere alle nomine nel Cda.

La designazione per la Presidenza della Commissione di Vigilanza del rappresentante dell’idv Leoluca Orlando, non gradita ai più, era venuta meno per l’ostinazione del partito di Di Pietro di considerarla unica e non sostituibile.

Orlando è stato interprete in passato di un giustizialismo, espresso anche in trasmissioni televisive, improntato alla sommarietà del giudizio, ed è stato autore, nelle more della sua  designazione, di dichiarazioni politiche pesanti ed offensive verso Berlusconi. La forma della sua opposizione  all’azione di Governo è stata ritenuta esasperata per aver paragonato il Premier alla ferocia dei dittatori argentini. Il reiterato atteggiamento di intolleranza, pur nella legittimità della diversità delle posizioni, è stato considerato al di fuori dei requisiti della serenità di giudizio, richiesta invece per poter assolvere al ruolo di garante imparziale del pluralismo in un servizio pubblico.

Il ricorso al pregiudizio e la caparbia ostilità alla moderazione ed al rispetto delle prerogative delle forze politiche di maggioranza o di opposizione ha finito col penalizzare l’Idv nell’assetto delle nomine Rai e, come sempre accade, quando la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba.

Di acerbo ed improprio ai valori della democrazia, invece, ci sarebbero solo Di Pietro ed il suo partito, spesso inchiodati dalla realtà in un quadro preoccupante della concezione della democrazia, ovvero della questione morale e del rispetto delle diverse opzioni politiche.

Per Di Pietro con le nomine Rai sarebbe stato “Compiuto un delitto” e rincara la dose affermando che “In questo governo di regime abbiamo assistito all’ennesima spartizione lottizzatoria della Rai”. Ha ragione l’ex PM quando parla di “spartizione lottizzatoria”, ma questo metodo è nella legge che, sebbene spesso modificata, viene confermata da anni. Nessuna legge potrebbe sortire risultati diversi, finché la Rai resterà un Ente di Stato.

Al contrario di Di Pietro, Sergio Zavoli ha espresso invece un giudizio estremamente positivo sul lavoro della Commissione – “Il Parlamento si è riappropriato dei propri diritti e ha dato alla Rai gli strumenti per riprendere in mano l’azienda” – ed ha formalmente ragione!

Sarebbe ora necessario passare, anche nei programmi Rai, a diffondere il pluralismo dell’informazione ed a rimuovere l’uso improprio del servizio pubblico che, invece, appare più volte uno strumento politico di alcuni contro il buon senso e le pluralità delle coscienze.

Hanno stancato gli aspetti folcroristici della politica e lo squallore dei toni, spesso impropri e stucchevoli, che mortificano l’intelligenza del Paese.

La Rai, in quanto servizio pubblico, avrebbe il dovere di rivalutare l’azione di quanti, al contrario, sono impegnati a segnalare che l’alternativa alla politica non è l’antipolitica, ma è il pericolo della dittatura, e Di Pietro ne sarebbe il protagonista più orrido. Il rimedio alla crisi della rappresentatività democratica non sono i pregiudizi e le intolleranze, bensì le riforme, unici e veri strumenti per uscire anche dalla crisi morale.

L’esagerata esposizione mediatica di Di Pietro, e di coloro che l’utilizzano come grimaldello per scardinare il sistema, necessiterebbe di essere riportata, almeno per quantità, nei limiti del giusto equilibrio col diverso sentire del Paese. Questo sarebbe già un buon segnale di servizio pubblico.

Vito Schepisi

Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

febbraio 18, 2009

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Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.

In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.

La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.

Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.

C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.

Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.

Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.

E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.

Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.

Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla compagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.

Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.

Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?

Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l’inganno, la violenza e l’arroganza.

Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

Il danaro immaginario del Benchmark sullo Spending Review

febbraio 16, 2009

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Il danaro nasce nell’antichità come unità di scambio nei rapporti tra mercanti. Era fungibile con le merci ed altri beni. Tuttora sono rappresentativi del danaro servizi  ed oggetti di varia natura.

La caratteristica allo stesso tempo sofisticata e rivoluzionaria del danaro ha modificato profondamente la gamma dei valori materiali creando per ciascuno un metro di valutazione: dalla materia prima al prodotto finito, attraverso il lavoro, i consumi, i rischi e gli ammortamenti.

Il sistema, sempre più ai tempi con l’informatica e la velocità delle comunicazioni, ha riservato alle banconote una circolazione reale più contenuta, privilegiando l’utilizzo di mezzi sempre più sofisticati per sostituirle, tanto più per beni non al dettaglio, negli scambi commerciali e nelle transazioni economiche.

La qualità dei beni sostitutivi, però, hanno una sostanza concreta che è alla base della loro fungibilità. Una volta, per lo Stato, le masse circolanti di danaro erano essenzialmente legate alle riserve auree. Ora il riferimento è agli scambi commerciali globali ed al PIL del Paese e della Comunità Europa (la banca emittente, una volta rappresentata dalla Banca d’Italia, è oggi la Banca Europea). Per le transazioni interne di fungibilità ci sono invece merci di ogni tipo, dall’oro ai crediti, a terreni ed agli immobili, quando non ai progetti di realizzazione, ovvero danaro futuro.

Non è mai capitato che il danaro sia reso fungibile dalle astrattezze e dalla fumosità di pensieri degli uomini, neanche se con le idee ‘ in the american dream ‘ e con la casa a Manhattan.

Non è mai capitato che si sia reso spendibile quello che si ricava da calcoli di disperazione e/o dai buoni propositi. E’sempre consigliabile, per chi ha responsabilità di governo, o per chi intende averne, tornare al pallottoliere per far di conto. L’economia, tutto sommato, è una scienza esatta che costringe sempre a far quadrare ogni cosa, per come è e non per come si vorrebbe che fosse.

Il leader dell’opposizione, ha finalmente indicato le proposte alternative del suo governo ombra, dopo esser stato più volte accusato di dire sempre di no, senza fornire proposte alternative se non vuote asserzioni di principio, buone per i comizi, ma non per andare a Bruxelles e presentare i conti del Paese e farseli approvare in quanto compatibili con gli obiettivi programmati, il debito, la capacità produttiva, i parametri di Maastricht, gli obiettivi di riassorbimento della fase depressiva dovuta alla recessione mondiale e gli obiettivi di pareggio del bilancio statale.

Il Piano Veltroni ha dell’incredibile per due ragioni.

La prima è che pur avendo molti ministri ombra rivenienti dai ministeri veri nel governo di Romano Prodi, annuncia un’ipotesi di netta divergenza con quell’indirizzo politico. Taglio delle tasse, cento euro al mese per tutti i redditi al di sotto di 30.000 euro l’anno, oltre alla cassa integrazione anche ai contrattisti a progetto, occupazione femminile, un milione di nuovi posti di lavoro e mille treni in più per i pendolari. Costo? Solo 16 miliardi di spesa complessiva.

E Berlusconi che ne vuole spendere 80 senza offrirci tutto questo patrimonio di virtuosità!

La seconda ragione è che solo la distribuzione di 100 euro al mese per i redditi al di sotto dei 30.000 l’anno, moltiplicato per circa 25 milioni di lavoratori in questa condizione, ci costerebbero già 30 miliardi. Se si aggiungono ancora la cassa integrazione ai precari, il calo delle tasse per tutti, gli investimenti per l’occupazione (sarebbe già tanto mantenerne i livelli!) dove arriviamo?

Un capitolo a parte meriterebbe l’analisi delle risorse da reperire e cioè le fonti di questo danaro da distribuire agli italiani. Per Veltroni ci sono le formule magiche “spending review sulla quale fondare una sistematica operazione di benchmark  e la “green economy” – e per cosa allora la casa a Manhattan? Immaginiamo la faccia di Tremonti nel leggere questi buoni propositi: sarà diventato più rosso del solito dinanzi a queste grosse emozioni!

Danaro immaginario: una vera stamperia nel cervello!

Dinanzi a queste fantasie, tutte da comprendere, se la prima significa un programma di taglio alle spese e la seconda un piano di investimenti nel campo delle diversificazioni delle fonti energetiche, con le conseguenti economie da finanziare con l’aumento delle tasse sulla benzina, siamo alle solite e siamo dinanzi alle contraddizioni di sempre.

Vito Schepisi

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

febbraio 13, 2009

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Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.

Da che pulpito!

All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.

Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.

E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.

Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza – riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità – si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.

Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.

Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla  modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.

Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito  riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.

Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni  tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.

Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.

Vito Schepisi

I colpevoli non pagheranno

febbraio 10, 2009

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E’ morta Eluana

È morta nel peggiore dei modi,

tra le polemiche, tra gli inganni, tra le ipocrisie.

E’ morta di fame e di sete, come da sentenza di un tribunale.

E’ morta senza sapere, senza capire: è morta senza pietà.

Milioni di bicchieri di acqua, milioni di tozzi di pane

 erano pronti per nutrirla e per dissetarla.

Milioni di bambini, di donne e di uomini,

milioni di essere umani hanno pregato per Lei.

Hanno pregato per Eluana, per la sua vita,

hanno pregato contro la morte, perché è così da sempre.

Perché la vita è la naturale avversaria della morte.

L’hanno uccisa Eluana?

Di certo l’hanno condannata a morte!

L’ha uccisa la burocrazia, l’ha uccisa l’ostinazione,

l’ha uccisa il presunto valore supremo di uno Scritto.

Si pensava che la Carta suprema di una Nazione servisse alla vita.

Per i valori della fedeltà alla Nazione e per la sua identità,

sono morti nel tempo migliaia di uomini che abbiamo chiamato eroi.

Difendevano i confini del loro Paese

per dar sicurezza ai loro cari, ai fratelli, ai bambini, alle donne.

Non sapevamo che per i principi di una fedeltà burocratica

si potesse, invece, consentire che si strappasse una vita.

Eluana è morta è stata uccisa e, come sempre accade, in Italia

I colpevoli non pagheranno.

 

Vito Schepisi

10 febbraio 2009 il Giorno del Ricordo: La Storia fatta di silenzi

febbraio 9, 2009

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita

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Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà

è come esser vili due volte!

Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”.
Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale? 

“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi

 ed il silenzio dei morti”

Vito Schepisi

Di Pietro ed il Terzo Reich: tutto in una lettera

febbraio 6, 2009

dipietroantonio Di Pietro è alla ricerca di qualcuno che dica che non se ne possa più. Santoro deve avergli insegnato che fare la vittima e spararla sempre più grossa sia appagante in termini di visibilità e di consenso. Non contento di aver già preso sotto tiro il Presidente della Repubblica a Piazza Farnese, ora riprende a sparare bordate contro il Governo e contro la legittimità del Parlamento, ed indirizza una lettera al Presidente Napolitano, dai toni e contenuti da vero diktat, ammonendolo “rispettosamente ma con fermezza” a non rimanere in silenzio ed a intervenire(?) prima che sia troppo tardi.

E’ legittimo rivolgersi al Presidente della Repubblica per segnalare torti o reali sensazioni di pericolo per la democrazia, non dovrebbe essere legittimo, però, procurare allarme sociale o avvelenare i pozzi del legittimo confronto sulle attività del Parlamento. Non è storicamente e moralmente accettabile affermare, come fa Di Pietro, che “quello che sta avvenendo nel Paese, ad opera dell’attuale governo, sembra ricalcare più le orme del partito nazionalsocialista degli anni ’30 che quelle di una democrazia fondata sul diritto”.

Per opinione del partito dell’Italia dei valori(?),  questo avverrebbe per quattro ragioni.

La prima è che la Vigilanza Rai, ora insediata e presieduta da un uomo dell’opposizione di riconosciuta onestà intellettuale, come Sergio Zavoli, si accinge a nominare il CdA Rai, con Presidente di area – per le notizie che si conoscono – dell’opposizione, e con le nomine, come vuole la legge, di consiglieri su indicazione della maggioranza e della opposizione parlamentare. Se Di Pietro e l’Idv resteranno fuori dal Cda Rai, si spieghino con Veltroni, forse hanno sbagliato ad insistere per la Vigilanza su Orlando, ritenuto inidoneo come garante. Fare i furbi non paga!

La seconda questione è relativa alla possibilità, prevista dal disegno di legge Brunetta sulla P.A., che il governo utilizzi la Corte dei Conti per scovare chi amministra male gli enti e che affidi al suo Presidente maggiori poteri di indirizzo, oltre al controllo sugli incarichi extraistituzionali dei giudici contabili. Il disegno di legge, inoltre, prevede modifiche dell’assetto del Consiglio di Presidenza della Corte riducendolo da 13+4 (2 nominati dalla Camera e 2 dal Senato) a 11 componenti.

La terza questione riguarda la modifica dei regolamenti di Camera e Senato, invocati da tempo, anche nella scorsa legislatura, per rendere più tempestiva ed efficace l’attività del Parlamento.

La quarta, invece, riguarda l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche che il Governo vorrebbe ricondurre nell’ambito della compatibilità con i diritti alla privacy ed alla libertà dei cittadini ed al corretto utilizzo dei mezzi di indagine giudiziaria. L’Italia, infatti, è in cima a tutte le classifiche mondiali come violazione della privacy, come numero delle intercettazioni, come spesa sostenuta per la loro gestione, come ricorso per le attività di indagine, come diffusione di notizie riservate o sottoposte a segreto istruttorio, come uso illecito e come alimentatore di squallidi gossip.

Per queste quattro ragioni il Governo italiano, per Di Pietro, sarebbe “come il Terzo Reich”.

Di Pietro è come quel signore che, impotente, accusa la moglie di non avere “sex appeal”. Non è capace di rappresentare una proposta politica al di là dell’accusa, suo leit motiv di origine professionale, e alza il tono della provocazione per chiari fini elettorali. Paragonare il governo al Terzo Reich non è soltanto una fregnaccia polemica, ma è l’indice di un indecoroso metodo nel confronto politico che non è possibile accettare: siamo dinanzi al reiterarsi delle provocazioni.

La replica, seppur doverosa, della politica, della stampa, degli storici, degli studiosi, dei politologi, sottintende una minaccia per tutti d’esser chiamati a rispondere di diffamazione, solo se si è appena coerenti con i propri principi nel definire un po’ di più di rozze, illegittime ed inopportune le accuse provocatorie dell’ex PM e velleitario ed inopportuno l’ordito di utilizzare le Istituzioni, fino alla Presidenza ella Repubblica, per il proprio scopo politico.

Se ci fosse ancora Alberto Sordi la canterebbe  di gusto quel “…te c’hanno mai mandato…”.

Quella della lettera al Presidente Napolitano è solo l’ultima delle trovate che denotano l’imbarbarimento del confronto tra l’opposizione e la rappresentanza legittima del popolo italiano. Sono azioni che fanno emergere anche le responsabilità di una giustizia che troppo spesso si trasforma in casta corporativa e che si fa rappresentare da interpreti del giustizialismo sommario nell’attacco ai partiti, al Parlamento ed  agli Organi Costituzionali dello Stato.

Vito Schepisi

Nella scuola di oggi è possibile dissentire dal dissenso?

febbraio 5, 2009

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La notizia ha dell’incredibile! Ma nella scuola italiana ci sono ancora sacche di nostalgia di regime? C’è ancora chi ritiene che sia necessario essere tutti della stessa idea e che la ragione di partito o di casta o di fazione, o della più bieca e codina stupidità umana, debbano avere sempre ragione?

E’ tollerabile che se si sia “a sinistra per Veltroni” e se si sia dirigente scolastico, anche la scuola si debba uniformare in modo totalitario al pensiero unico della Preside?

Ma chi vince un concorso a dirigente scolastico ha forse diritto di condurre un’armata politica?

Ha dell’incredibile quanto è capitato a Roma ad una ragazzina di 15 anni, diligente ed autonoma, ma con la colpa di non essersi fatta trascinare dall’onda quando, senza neanche sapere per cosa, migliaia di ragazzi disertavano le lezioni e scendevano in piazza a manifestare contro il decreto Gelmini, dai più neanche conosciuto. E’ un episodio di intolleranza che non può rimanere sottaciuto e senza conseguenze perché è diseducativo, perché è un grave precedente, è illiberale, autoritario e … diciamolo pure, è un comportamento reazionario e  “fascista”. La magistratura, il ministero hanno il dovere di intervenire.

La ragazzina ha avuto un bel “sei” in condotta senza aver mai avuto una sanzione disciplinare, senza essere stata mai scortese con i suoi professori e senza aver mai assunto atteggiamenti dissociati dai suoi compagni, se non nel ritenere strumentale la protesta contro il ministro Gelmini ed essersi sfilata sia dagli scioperi che dall’autogestione nella sua scuola.

La ragazzina, finita la contestazione al decreto, con la scuola tornata alla calma e con le onde già acquietate, è stata convocata dalla Preside del suo Istituto per sentir ancora parlar male del decreto Gelmini e di ciò che, secondo la dirigente scolastica, non andasse in quella legge e per sentirsi contestare una presunta sua responsabilità per aver mancato nel non dar credito alla contestazione dei professori e degli studenti.

La difesa della ragazzina, minorenne, nel sostenere invece di voler ragionare col proprio cervello e di non volersi far strumentalizzare è risultata inutile e forse anche  irritante agli occhi di chi è “a sinistra per Veltroni”, per essersi la Preside candidata in una lista vergata con quello slogan, all’assemblea regionale del PD.  

Se questo non è un messaggio diseducativo?

Se non è dirompente il messaggio di un  Dirigente Scolastico che convoca degli adolescenti che non hanno scioperato per contestare le loro scelte di pensiero?

Se non è diseducativo l’atteggiamento di una Preside che si lascia andare, quasi fosse impegnata in un comizio politico, a dissentire dal governo e dal ministro della P.I., e disprezzare la ferma e coraggiosa rivendicazione di una giovane per la sua autonomia di pensiero e di scelta?

Ma può una preside censurare il pensiero, moderato, ma fermo e coerente, di un suo studente?

Ma quale educazione di vita viene impartita oggi nella scuola ai nostri giovani?

Alla mamma della ragazzina che chiedeva spiegazioni, la stessa Preside ha voluto ancora una volta e con caparbia ostinazione, far valere le sue ragioni politiche di contrarietà al decreto, ed al reiterare della rivendicazione della genitrice, preposta in prima persona ad impartire l’educazione di vita ai propri figli, del diritto di non essere d’accordo e della legittimità dei giovani nel voler ragionare con la propria testa, la mamma s’è sentita strillare addosso che non le poteva insegnare il mestiere.

Questa Preside, se sta nella scuola, e per il tempo che sta, dovrebbe avere il buon senso di sdoppiarsi dalla sua collocazione “a sinistra con Veltroni”….o c’è bisogno che qualcuno le ricordi che quella è un’altra assemblea?

Vito Schepisi