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Signor Prodi governare il Paese non Le si addice

dicembre 21, 2007

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L’attacco dei giudici e la campagna del gruppo Repubblica – L’Espresso ci avvertono che la resa dei conti è vicina. Il partito della rissa e della diffamazione si schiera con la sua artiglieria. L’ordine è partito e si spara ad altezza d’uomo. Il bersaglio? Sempre lo stesso: Berlusconi!

Tra l’amarezza nel constatare il barbaro riproporsi del malcostume politico-giudiziario, tra lo sconforto per il riemergere dei toni aspri a sinistra e del reiterarsi di una politica fatta di odio e di delegittimazioni, s’avverte all’incontrario una bella sensazione: è quella di pensare che a breve Prodi, voglia o non voglia, si debba far da parte.

Non  tutti ricevono i regali da Babbo Natale, molti sono tradizionalmente legati alla Befana, ed il dono di un Prodi che ritorna finalmente a casa, che venga da babbo Natale o dalla Befana fa poca differenza: l’importante è che venga!

Prodi è come la carestia, come il tormento…come l’agonia. E perché non dare serenità alla signora anziana in piazza Colonna a Roma che supplicava il Presidente del Consiglio di tornarsene a casa perché sta rovinando il Paese? Se la signora Flavia vuole così bene a suo marito, e lo ammira, se lo tenga vicino, vicino…ma per cortesia lo allontani da noi! A noi non (ci) piace!

Parafrasando le parole di Don Luigi Sturzo “la libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore”, potremmo dire che con Prodi l’aria è viziata, spesso insufficiente ed a volte manca del tutto. Il professore è asfittico, è soffocante, è allergico agli italiani: 

Prodi è indigesto, per conformazione, per modi, per comprensione. E’ l’idea dell’esatto contrario della sensazione di libertà. Prodi è come un regime: quando c’è, ci si accorge che c’è, perché si avverte, si soffre…fa male!

Nessuno vorrebbe essere triste ma… se lo si guarda, lo si sente, lo si subisce: Prodi rattrista!

Si è aperta una fase nuova per la politica italiana. Il senatore diniano D’Amico ha dichiarato in Senato: “Consideriamo conclusa una fase della vita politica nazionale. Da oggi in poi svilupperemo una libera iniziativa politica affinché il salto si possa compiere”. Parole che annunciano che il tormento è finito e che l’Italia può riprendere il suo cammino verso scelte di crescita e di libertà. Sarà il voto o un nuovo governo, sarà ciò che dovrà, ma è già un gran risultato rimuovere Prodi

Questa maggioranza ha dunque concluso il suo percorso. Era ora! Il voto sull’ultima fiducia al Senato è stato garantito dal voto compatto dei 6 senatori a vita presenti. Tra questi anche da coloro che hanno dichiarato di voler  mantenere in vita questa maggioranza solo per il tempo necessario ad assicurare una qualsivoglia legge finanziaria per il 2008. E’ prevalso solo il senso di responsabilità e la volontà di evitare l’esercizio provvisorio. Pezzi della vecchia maggioranza hanno preso le distanze da questo esecutivo pasticcione e confuso. L’Unione, che non è mai stata tale nelle scelte politiche, si è definitivamente sfaldata. Si è dissolta, come la neve caduta nei giorni scorsi, scaldata dal tepore di questa piccola primavera meteorologica che s’è affacciata in Italia.

Il senatore Fisichella ha annunciato che il suo voto alla finanziaria è l’ultimo voto concesso a questa maggioranza perché “il rapporto di fiducia con il Governo è esaurito”. E Mastella che dichiara “di fronte alla ritrosità di senatori come Fisichella e Dini prendi atto e vai al voto”, da simbolo negativo dell’Italia furbesca, diviene persino simpatico.

Liberarci da Prodi vale un 25 aprile per chi ama l’Italia e la libertà. Prodi per le sue ambizioni può solo trascinare l’Italia nel baratro: avevano ragione in Europa a considerarlo inadeguato. Aveva ragione la Bonino a ritenerlo un cervello piatto.

E’ apparso un uomo disposto a tutto pur di incollare il suo sedere sulla poltrona più alta: ci ha persino riportati sulla scena politica i comunisti, ormai reperti archeologici negli altri paesi occidentali. L’ha fatto quando il comunismo, fallito, è rimasto imbrigliato dalla sua storia e dalle sue colpe.  Li ha condotti per mano al Governo mentre il comunismo veniva condannato dalle società civili e dalle democrazie europee. Se nel gennaio del 2006 a Bruxelles il Consiglio d’Europa approvava una risoluzione di condanna del comunismo che, alla pari del nazismo, veniva considerato crimine contro l’umanità, pochi mesi dopo venivano chiamati al governo il simpatizzante castrista Bianchi ed il rifondarolo Ferrero. Alla Presidenza della Camera veniva eletto il neo comunista Bertinotti ed alla Presidenza della Repubblica il post comunista Napolitano.

Con la fiducia sulla finanziaria al Senato si è solo voluto scongiurare il timore che alla precarietà del Paese sullo scenario economico-politico internazionale, ed alla grigia tristezza dell’era Prodi, su cui già si era soffermato l’autorevole quotidiano di New York, si aggiungessero la difficoltà di uno Stato, tra le economie industriali più avanzate del mondo, priva della sua legge di indirizzo finanziario per il prossimo imminente esercizio.

“Sarebbe quasi da non votarla – ha dichiarato Dini – Diamo un giudizio di non soddisfazione, ma riteniamo per il Paese pericoloso restare senza Finanziaria, in particolare in un momento di turbolenza sui mercati finanziari internazionali”. Se la parole hanno un senso, questa è proprio la fine di Prodi.  Viene meno, oltre che la maggioranza politica, anche quella numerica, garantita finora solo dall’apporto dei senatori a vita. Anche Napolitano ora prende atto che vi sono “molte inquietudini e manifestazioni di sfiducia tra i cittadini”.

Signor Prodi a questo punto ne prenda atto anche Lei, si faccia le vacanze di Natale a casa e ci resti! Governare il Paese non Le si addice! Non Le sembra più dignitoso andarsene con le sue gambe anziché farsi cacciare?

Vito Schepisi

Un 2007 da dimenticare

dicembre 20, 2007

prodi2_1_1.jpgA sinistra non sanno che pesci pigliare! La maggioranza ed il Governo, i partiti ed il Parlamento sono imbrigliati in una morsa stringente. Si muovono in affanno alla ricerca di soluzioni per uscire dall’impasse in cui si sono addentrati. Osservano impotenti le sorti dell’Italia che per la loro insipienza scivola verso un inesorabile declino. Hanno impantanato il Paese in una palude di sabbie mobili, con l’economia che perde colpi, il debito pubblico che cresce ed i redditi dei lavoratori insufficienti a star dietro al crescente costo della vita reale. Uno Stato che perde competitività ed indietreggia ed è risucchiato sempre più giù in Europa. Un’Italia che s’intristisce e che con collaudata pazienza aspetta che passi anche quest’ondata di pessimo tempo.

Nelle stanze del centrosinistra hanno tutti gli occhi fissi nel vuoto. Guardano con sadica rassegnazione l’inevitabile procedere di questo Governo in bilico su di un sentiero buio e senza via d’uscita. Sono impotenti a tracciare margini ad un declino inesorabile, persino inermi e arresi nella rassegnazione fatalistica dell’inevitabile, convinti che rimediare sia impossibile, specialmente quando si ritiene che non esista la necessaria coesione nelle possibili soluzioni da adottare.

Ora la maggioranza sa solo farsi del male da sola: ma causa malanni anche ai cittadini italiani. Il Governo, tra le sue contraddizioni e le sue velleità, è in completa balia delle onde: ma ciò che è più grave è che trascina nella sofferenza tutto il Paese. La sinistra italiana è insicura ed incerta come un soggetto infantile che stenta a sollevarsi, e che non è in grado di mantenersi sulle proprie gambe. La sua crisi per ignoranza, demagogia ed infingarda supponenza trascina tutto: è come un fiume in piena che tracima  e che, impetuoso, scorre e travolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Il Governo di Prodi vive ormai alla giornata. Non può fare programmi, non ha una linea politica, non un percorso condiviso, non ha un’anima che s’ispiri ai bisogni del Paese: è la lotta di tutti contro tutti.

Dopo le preoccupazioni dello scorso anno, dopo l’emergere delle falsità dette agli italiani in campagna elettorale, dopo aver torchiato i contribuenti con una pressione fiscale da spavento, all’inizio del 2007 si era riunita a Caserta, in conclave, per consentire a Prodi di dettare le sue 10 regole. Doveva essere il programma del 2007 per rilanciare l’iniziativa politica. Mai lancio, però, fu più effimero, debole e di basso profilo, e sui risultati è meglio stendere un velo pietoso.

Alla reggia, il Prodi, imperatore della sinistra italiana, si era rivolto ai sudditi convenuti imponendo i suoi editti, a cui tutti si dovevano strettamente attenere. La confusione, infatti, era già tale da far paventare, già allora, un repentino crollo dell’impero Romano. A porte chiuse aveva detto che gli dovevano obbedienza, come si conviene ad un condottiero di nome Romano. Aveva alzato la voce e gridato che, senza la sua guida, per la sinistra c’era solo la sconfitta e lo sfaldamento della maggioranza: c’erano, insomma, le elezioni anticipate e Berlusconi.

Era un insieme quello di Caserta, animato da un’unione di partiti delle sinistre italiane, senza respiro politico, disperso nei protagonismi. Un’Unione che trovava coesione solo nel timore di perdere le poltrone e di dover dar ragione al “nemico” di Arcore. E così, mentre si elevava ancora forte il richiamo alla coesione, già i suoi sottoposti interpretavano con diversa misura e tensione il significato dei comandamenti del prode Romano. L’eco era ancora nell’aria, quando il suo imperativo categorico si sfaldava ed il diluvio evocato travolgeva illusioni e speranze.

Le sue 10 tavole sono state spazzate, arse dal fuoco della follia di ritenere che si possa governare contro il popolo e malgrado l’indignazione degli uomini. Aveva proprio ragione Boselli, dopo Caserta, a sostenere che “non c’è stato un briciolo di coraggio per affrontare i nodi che vanno sciolti. Si è imboccata solo la strada del rinvio”. E come dar torto, così, al segretario di Rifondazione Comunista Giordano quando, dopo la gita a Caserta, trionfante affermava: “Li abbiamo fermati. Partita chiusa.”?

Con quello che va a chiudersi sarà passato un anno dal conclave nella reggia vanvitelliana dove, non il re borbone, ma il principe imbroglione si impegnava al rilancio dell’iniziativa di governo. E se gli italiani nelle piazze reclamavano meno tasse e più sicurezza, Prodi con la sua corte di cortigiani e ministri ci ha offerto più insicurezza e più tasse. Se il popolo chiedeva chiarezza e trasparenza, la sinistra si è invece distinta prima con un golpe alla Rai, sostituendo il Consigliere Petroni, e poi con la rimozione del Generale Speciale dal comando della Gdf, “colpevole” di aver ostacolato la rimozione di ufficiali integerrimi e capaci che indagavano sulle scalate bancarie, dove erano coinvolti uomini di punta dei DS. Provvedimenti che il Tar del Lazio ha giudicato illegittimi, quindi autoritari ed illeciti.

I cittadini hanno quindi chiesto risparmi e rigore e la risposta del Governo è stata quella di dilatare la spesa e di mercificare persino il voto sulla fiducia al Senato, concedendo a uomini e gruppi politici ingenti risorse sottratte ai contribuenti.

E’ stata invocata più giustizia e imparzialità e, mentre si infanga il leader dell’opposizione con accuse infondate e senza rilevanza penale, sono posti sotto procedimento disciplinare i magistrati che hanno indagato su episodi di malcostume in cui sono coinvolti uomini di governo.

Traendo un bilancio dell’anno trascorso, a Prodi non gli rimarrebbe così niente di più dignitoso che rassegnare le dimissioni, per il rispetto che deve al popolo Italiano.

L’Udc vuole ricostituire la “balena bianca”

dicembre 20, 2007

casini-follini.jpgLa lezione di Follini deve pur servire a qualcosa. L’Udc è irrecuperabile: è da un po’ che segue un percorso diverso e spesso ambiguo. Ha un’idea diversa della società e della politica rispetto alla stragrande maggioranza degli italiani. Nostalgici del dirigismo politico sulle opzioni degli elettori, infatti, non se ne trovano. La politica dei compromessi, delle mediazioni e dell’immobilismo non provoca alcuna crisi di astinenza nel Paese. Al contrario c’è una gran parte di cittadini che vorrebbero scelte più dirette e semplici e senza il filtro rappresentativo di mestieranti e manovratori. Gli italiani sono stufi dei politicanti che rendono le soluzioni più complesse, incomprensibili e spesso anche improduttive.

E’ sempre più evidente che il partito di Cesa, Casini e Tabacci è rimasto all’opposizione solo perchè i loro parlamentari non sono sufficienti a sostituire quelli della sinistra alternativa, e non possono neanche essere aggiunti a quelli di Diliberto, Caruso, Giordano, Pecoraro Scanio e Luxuria.

Non è difficile capire che i centristi di Casini e compagni sono all’opposizione di Prodi solo perché non sono determinanti. Non si aggiungono solo perché potrebbe tornar loro dannoso.  Sarebbe improducente almeno per due ragioni: la popolarità del governo è ai minimi storici; l’elettorato moderato e gli ambienti cattolici non riuscirebbero a comprendere una confluenza a sinistra senza moderarne il percorso. Solo per questi motivi il centrodestra non li ha già definitivamente persi. Se, invece, fossero stati determinanti, già starebbero a fianco del centrosinistra. Prodi avrebbe già assegnato alla truppa di Buttiglione, Cesa, Baccini e Tabacci due ministeri di medio peso, ridistribuiti tra quelli tolti a Bianchi, Pecoraro e Ferrero, o un ministero di rango per Casini. Un piccolo nugolo di Udc, forse anche Cosimo Mele, avrebbero già occupato un pacchetto di poltroncine, tra viceministeri e sottosegretariati.

Altro che elezioni e lealtà verso gli elettori, ed il richiamo all’etica del Presidente del Consiglio. Altro che rispetto della volontà popolare quando il Professore di Scanziano minaccia i partiti della sua maggioranza che dopo di lui ci sono solo le lezioni anticipate. Prodi le sue chiappe dalla poltrona più alta del Governo non vorrebbe assolutamente sollevarle, costi quel che costi.

I voti dell’Udc non sono sufficienti, però: quel che si poteva è stato già fatto. Quando è stato utile Follini, per la fredda logica dei numeri, l’operazione è stata fatta senza scrupoli di sorta, anche se “io c’entro” politicamente non ha smosso una virgola.

La strategia dell’Udc è chiara, ed è la stessa iniziata dall’ambiguo Follini già nella legislatura passata: demolire Berlusconi ed il bipolarismo. Ed è chiaro a tutti, anche alle pietre che Casini abbia una gran voglia di ricostituire la Democrazia Cristiana. La sua aspirazione è di raccogliere tutti gli spezzoni della vecchia “balena bianca”. L’obiettivo è quello di occupare stabilmente, ed in via prevalente, lo spazio politico di centro, per poi porsi in bilico tra i due schieramenti e privilegiare ora l’uno ora l’altro, a seconda dei vantaggi fruibili. Un fine da perseguire a tutti i costi prima che lo spazio da occupare,  già stabilmente frequentato da FI, non sia diffusamente presidiato a pieno titolo dal nuovo soggetto politico che si andrà a formare su iniziativa di Berlusconi.

La strategia di Casini, però, è destinata a fallire. Il popolo moderato è con Berlusconi: ed è per questa ragione che l’Udc è persa. Dinanzi al fallimento della strategia tentata, le truppe di Casini e compagni non potranno che ripiegare nel centrosinistra. Un contenitore, quest’ultimo, già abbastanza confuso per le strategie diverse dei partecipanti e per la presenza ancora massiccia di una visione comunemente centralistica dell’azione politica, retaggio di cultura post marxista. In quest’area, e soltanto in questa, l’integralismo post democristiano può recuperare spazio e credibilità politica ed uscire dall’isolamento in cui si sta avviando.

Il partito di Casini, con il pretesto di ostacolare la soluzione bipartitica della riforma elettorale, intende ostacolare invece la soluzione bipolare. L’auspicio per loro è il proporzionale della prima repubblica, il sistema che rende indispensabile le coalizioni ed il potere di veto dei piccoli partiti. Anche aver dichiarato da tempo l’opzione per la soluzione tedesca è un depistaggio. La bozza Bianco, sul modello tedesco, l’Udc ora non la vuole neanche discutere specie se corretta con l’indicazione dello schieramento prima delle elezioni. Il sistema tedesco distribuisce i seggi al 50% con il maggioritario ed al 50% con il proporzionale e con lo sbarramento al 5%. Un sistema che consentirebbe ad un piccolo partito come quello di Casini di mantenere la sua identità, ma non d’essere determinante.

Il sistema tedesco non garantisce la governabilità, se non corretto con le indicazioni sulle alleanze prima del voto. I correttivi e le indicazioni su leader e coalizioni costringerebbero, però, l’Udc ad abbandonare la strategia della formazione di un partito neocentrista autonomo, spingerebbero addirittura a ricercare la confluenza o la federazione nel C.D.

Discutere ancora con l’Udc non ne vale la pena. Casini ed i suoi vanno lasciati perdere. La riforma elettorale va ricercata bipolare, anche se rispettosa della pluralità democratica. Da soli i post democristiani non rappresentano niente, il loro elettorato non li seguirebbe. E’ persino utile per la chiarezza e la semplificazione che, ad esempio, Buttiglione vada a porgere l’altra guancia a coloro che finora l’hanno sempre guardato con ironia e diffidenza: non l’hanno mai voluto né ad un ministero e né alla Commissione Europea. Uomini come il presidente Udc non hanno valore aggiunto, allontanano persino le coscienze intelligenti e dinamiche del moderatismo liberale. Con l’ipocrisia e l’ermetismo furbesco non si va da nessuna parte. L’Italia liberale, moderata, cattolica e laica non può riproporre personaggi già sufficientemente logorati dalla loro spesso impudente mutabilità politica.

Gli elettori sapranno cosa fare al momento di scegliere tra la voglia di rilanciare il Paese in un percorso di modernizzazione e di crescita, nelle certezze dei valori e delle tradizioni comuni, o consentire alla sinistra di modificare ed azzerare il patrimonio della nostra civiltà e l’origine della nostra identità nazionale. Gli Italiani sapranno respingere le scelte che mortificano l’uomo, la famiglia. Sapranno schierarsi con coloro che richiamano le nostre tradizionali collocazioni in un contesto occidentale e di democrazia liberale, e allontanare la confusione dei neutralismi supini e le nuove ideologie che si ispirano a civiltà diverse: a valori che non ci appartengono, per storia e cultura, e che minacciano di prevalere per inedia e pavida viltà.

Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/node/10860

Declino e tristezza

dicembre 17, 2007

Anche sulla tristezza a sinistra non c’è accordo. Mentre Napolitano e Prodi si affrettano a smentire il New York Times sul declino ed il grigiore dell’Italia d’oggi, Veltroni commentando le osservazioni del prestigioso quotidiano statunitense, afferma che “non ha scritto cose infondate: il Paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima d’odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento”.

Si potrebbe persino pensare che il Sindaco di Roma sia una persona che ragiona, e senza che si preoccupi di far solo politica, malgrado si conosca abbastanza bene il suo culto per la fiction. Ma è anche legittimo il dubbio che sia effettivamente così, e non che invece, anche questa volta, il cinefilo voglia recitare a soggetto ed interpretare il suo ruolo.

Si diceva di Berlusconi che prima di parlare consultasse i sondaggi, Veltroni in questo sembra il suo clone più puntuale. Ogni sua parola è destinata a provocare un effetto, come in un film in cui la sceneggiatura si adegua alle emozioni che si vogliono richiamare. Veltroni è un animale da ciak, un regista di se stesso. La sua è una storia che è scritta per le sensazioni da divulgare, come una favola, un racconto di buone intenzioni, di pensieri virtuosi, di sentimenti da valorizzare. La sua è una sceneggiatura scritta per tutti. E’ pensata per grandi e bambini, ricchi e poveri, fantasiosi e grigi, capaci ed incapaci, sinceri e furbi, tra buoni propositi e posizioni piuttosto sfumate, con l’espressione del serio tra il drammatico ed il fiducioso, tra l’ultima spiaggia e le distese di fertili praterie.

L’ex comunista Veltroni è alla conquista di un potere da esercitare, di uno spazio politico da conquistare: si preoccupa di dar credibilità complessiva al suo ruolo che stenta e rendersi pienamente autorevole. Coltiva così le sue rinnovate ambizioni.

Anche questa volta, per scrollarsi il peso di un’eredità fastidiosa, arriva l’ennesima conferma che il leader del PD voglia prendere le distanze dal Governo. Prodi ed i suoi ministri restano sempre più isolati su tutto. Anche sulla questione Speciale (il Generale della Gdf rimosso da Padoa Schioppa per coprire l’arroganza di Visco) il PD fa marcia indietro e riconosce gli sbagli, isola Prodi, difeso “senza se e senza ma” solo da una parte della sinistra di Pecoraro Scanio e Diliberto.

L’Italia di Prodi, in verità, ha proprio ragione il NYT, è quanto di meno felice si possa immaginare: è quasi sempre triste e sconsolante e non è un bello spettacolo! L’Italia può vincere il campionato mondiale di calcio, può assistere in tv alla lettura di Benigni della Divina Commedia di Dante, esaltarsi per il genio e l’arte dei suoi figli nei secoli, ma poi vedi Prodi in tv e perdi tutto l’entusiasmo.

C’è sempre un Celentano che ti riporta alla miseria della quotidianità, che ti fa pensare alla stupidità, che ti fa capire che il Paese sta male davvero!

Troppo frettolosa ed interessata è apparsa la prontezza con cui Napolitano, ospite negli USA, ha voluto smentire le impressioni che l’Italia offre di se all’esterno. Troppo frettolosa ed istintiva per poter analizzare i riferimenti generali a cui un osservatore straniero, per essere disinteressato alla quotidianità di un confronto politico che in Italia è spesso incivile, è più attento.

Non si può addebitare al Presidente Napolitano la difesa d’ufficio del Paese. Sarebbe ingeneroso. Non poteva fare altrimenti, specialmente in terra straniera, che difendere il Paese e l’integrità della sua espressione democratica e rappresentativa ai diversi livelli, dal politico all’imprenditoriale. Non poteva esimersi dall’affermare che l’Italia fosse capace di dare risposte sensate alla domanda di fiducia e tranquillità dei suoi cittadini. Sappiamo, però, che la verità è tanto diversa! E pensiamo che il Presidente degli Italiani possa fare qualcosa di più per l’Italia, persino ammonire la politica e sostenere che la fiducia formale che si ottiene in Parlamento non sia sufficiente a nascondere la sfiducia sostanziale nel Paese. C’è un Presidente della Camera che ha persino dichiarato il fallimento di questo Governo!

Il Capo dello Stato non può non comprendere che quando si fa cenno ai limiti del Paese non ci si riferisce alle sue potenzialità e neanche all’intelligenza del saper fare e del realizzare. I limiti sono invece nelle possibilità che si offrono ai cittadini, in relazione ai mezzi ed ai sostegni. Sono nell’effettiva coerenza del suo programma di sviluppo. Gli ostacoli rivengono da un Paese reso obsoleto nelle infrastrutture e nei servizi e che, come la cronaca ogni giorno ci documenta, non funziona nei suoi elementari strumenti della vita civile, come si deve pretendere in una società rivolta al progresso ed alla civiltà.

Le difficoltà del Paese risiedono in un sistema in cui la politica e le funzioni dello stato privilegiano metodi e strumenti da regime poliziesco, oppressivo ed illiberale per affermare presunte ragioni politiche. La beffa, ad esempio, viene nel constatare che a Napoli, con i tanti problemi che ci sono in quella città, s’indaghi su presunte corruzioni del capo dell’opposizione, definite da tutti prive di rilevanza penale, mentre si assiste dall’altra parte ad esercizi di equilibrismo, persino campanilistico, dove spesso l’interesse particolare di gruppi, fazioni e singoli si sovrappone al diritto di tutti.

Questo Governo sembra sempre più impegnato a trovare le ragioni del durare, ed ad attivarsi nella ricucitura di una maggioranza che scivola via, che all’azione coerente di gestione e riforme. E’ senza un programma davvero condiviso e coerente.  Si assiste a pressioni su uomini e gruppi, pur di mantenere una maggioranza. Si fa persino ricorso ad un collante che spesso sa di ricatto.

La politica finanziaria del Governo assomiglia più ad un bazar di merci scambiate che ad una seria ipotesi di sviluppo del Paese. Prevalgono le forme surrettizie di finanziamento a uomini, gruppi o rappresentanti di minoranze, in cambio del voto sulla fiducia. E’ un bazar dove si acquista il consenso politico nel Palazzo, allontanandosi dai bisogni e dagli interessi del Paese.

Vito Schepisi

Ciao mondo!!

dicembre 17, 2007

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