Posts Tagged ‘Casini’

Bersani e la Voce

agosto 28, 2012

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– BERSANI: Grillo si deve dimettere! 
LA VOCE: ma Grillo non è niente, da cosa si deve dimettere? 
– BERSANI: non è niente? Ma come … è fassissta! 
– LA VOCE: sai con quanti fassissti veri sei andato a braccetto? Soltanto nella foto di Vasto ce ne sono tre. 
– BERSANI: allora è Casini che si deve dimettere! 
– LA VOCE: ma anche Casini non è niente. E’ solo un fantoccio che si presta a compiacere alcuni poteri. 
– BERSANI: si deve dimettere dal niente, allora! Oh cazzo qualcuno si deve dimettere! A Berlusconi non posso più dirlo. Si è già dimesso! 
– LA VOCE: Ma come prima lo carichi e poi lo scarichi? Come un pacco! Si stava trascinando assieme anche Fini! Son tre voti (lui, Bocchino e la Tulliani) ma meglio di niente! 
– BERSANI: ma Vendola mi vuole scaricare. Non lo hai letto? Per colpa di Casini. Nichi è geloso! Se restano fuori, e contro di me, Vendola, Grillo e Di Pietro, sarò io a dovermi dimettere! 
– LA VOCE: ma Di Pietro non è fassissta? 
– BERSANI: non tutti i giorni! I giorni pari sembra un comunista! 
Lo prendo i giorni pari ed i giorni dispari gli dico che deve dimettersi, poi dico a Mario e Giorgio di fissare la data delle elezioni in un giorno pari. 
Sono o non sono un nipotino di Togliatti io? So’ furbo! 
– LA VOCE: … bisbigliando tra se … ma dove li prendono? 
– BERSANI: un attimo vedo la stampa laggiù … ora rilascio alcuni miei pensieri. 
– LA STAMPA: On. Bersani ha dato del fascista a Grillo, si sta levando una polemica che rischia di mandare a gambe levate tutta la sinistra (per pudore, i giornalisti si astengono dal dire … se cade la sinistra noi leccaculi di professione che facciamo?). Persino Di Pietro prova a gettare acqua sul fuoco. Ma che c’azzecca? Che succede? 
– BERSANI: “Toni del genere non vanno mai usati e c’è anche una discriminante: se vuoi seppellirmi vivo vienimelo a dire e vediamo se me lo dici”. 
– LA VOCEcon un bisbiglio … oh santiddio!!! … ma che sta a dì? 
Madonna mia! Questo è più fuori di Vendola! 
– LA STAMPA: Segretario si rende conto che questa sua dichiarazione ha i toni della sfida e che finirà per alimentare le polemiche? 
– BERSANI: “Non dò del fassissta a nessuno, inutile che facciano tutto questo chiasso e questi insulti perchè so benissimo che il partito nazionale fascista non c’è più, che siamo in altri tempi, non c’è bisogno che me lo dicano”. 
– LA VOCE (che nel frattempo si era allontanata): …ma dove c… li prendono?
Son tutti uguali, prima Veltroni, poi sto pettinatore di bambole. 
Son tutti maniaci!
Nel PD i segretari sembrano fatti con lo stampino! 
Vito Schepisi

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Libertà politica o libertà dalla politica?

febbraio 4, 2009

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La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.

E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori – il PD ed il PDL – finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.

Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.

Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.

L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia  pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.

E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.

Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia“.

Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?

Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.

L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.

Vito Schepisi

 

 

E’ svanito il coraggio di Veltroni

febbraio 14, 2008

dipe.jpgLa rottura era nell’aria. Le fasi della politica sono come le stagioni. Non sono solo le date dei calendari che le segnano, ma è l’aria chi si respira che le annuncia.

La stagione degli opportunismi e dei sofismi sembra che sia destinata così a chiudersi, spinta soprattutto da un’Italia che è stanca di sentirsi mortificata da una politica che si trasforma in nicchia di privilegi e che cambia spesso gli scenari per disperdere le responsabilità. Non è più tempo di cambiare le carte sul tavolo e di usare mazzi di carte truccate, come i bari di professione.

Dalle viscere dell’Udc è già sorto un nuovo partito, la rosa bianca, per iniziativa di alcuni parlamentari oramai convinti che non poteva realizzarsi, se non al di fuori del partito di provenienza, il progetto di un  movimento nel mezzo tra la componente liberale e quella di  sinistra.

Che senso avrebbe ora che la stessa Udc percorra la stessa strada? Cosa si propone di fare? Non è morale la politica del doppio forno, con la duplicità della scelta dopo le elezioni. E’ una logica vecchia, già consumatasi nella prima repubblica tra Craxi e De Mita. Mantenere l’identità di un partito che non ha tradizioni storiche da vantare e che è inserito nel Partito Popolare Europeo, come Forza Italia e come il nascente Popolo delle Libertà, non ha senso alcuno, se non in funzione di una diversa strategia politica. E quale sarebbe questa logica se non quella di un partito che abbia lo scopo di candidarsi al condizionamento di uno schieramento e dell’altro, e poi magari apparire come chi si muove nell’interesse del Paese?

Ma il tempo è finito. Ora è come nei western di una volta, dove alla fine ciò che conta è la scena finale del film, con la sfida, a mezzogiorno, sotto il sole cocente, tra i due contendenti.

C’è ed è forte in alcuni l’illusione di poter imbrigliare ancora il Paese nelle scelte da sospendere, nella ricerca di concertazioni che soddisfino gli appetiti delle caste. Ma questo spazio nella politica deve essere cancellato. Non può esistere più: gli elettori ed il buon senso non lo tollerano ancora. Il gioco del stare nel mezzo è scoperto ed a crederci è solo una parte minoritaria del Paese. Non serve che ora Casini supplichi Montezemolo perché entri in scena. Non serve rendere ancora più confuso il quadro della reazione alla rivoluzione liberale che il paese si aspetta.

Ora il voto avrà il compito di spazzare le illusioni, di riporre dinanzi alle proprie responsabilità chi  ancora si illude che niente sia cambiato, di ricondurre alla ragione tutti coloro che neanche le difficoltà di vita di larghi strati di cittadini italiani hanno sospinto ad assumersi il senso della realtà, dell’umiltà e  della coerenza.

Non ci sono gli spazi per i Buttiglione di oggi ed i Follini di ieri. I loro articolati ed ambiziosi progetti, in vero molto al di sopra della loro statura politica, sono stati chiusi dalla saggezza di Berlusconi e Fini che oramai fermamente respingono le iniziative di prestarsi ancora al gioco delle tre carte. L’esperienza è servita, e perseverare può essere solo diabolico. Siano lasciati a richiedere con Cesa ulteriori indennità ai parlamentari per ricongiungere, a spese dei contribuenti, le loro famiglie a Roma, onde evitare che i loro deputati facciano festini erotici, in lussuosi alberghi romani, con donnine a pagamento e con uso di droga, mentre in modo demagogico e patetico il leader del partito, dinanzi al parlamento, fa fare il test sull’uso della droga.

Il movimento del Popolo delle Libertà presume, giustamente, che sia giunto il tempo di doversi appellare al popolo per la condivisione di un programma comune che serva a rilanciare il Paese. Chiamare i cittadini elettori a dare il loro consenso col voto a soluzioni che liberino gli italiani dalla morsa di una pressione fiscale ai limiti della tolleranza, dal dirigismo illiberale, dai privilegi delle caste, dalla politica delle emergenze. Una maggioranza che rilanci le attività produttive, l’occupazione, i salari, le opportunità, la crescita.

Per questo debito di chiarezza verso il popolo, che invoca coerenza e compattezza, è necessario che sia chiara l’identità dei valori richiamati. E’ indispensabile che non vi siano ingiustificate divisioni. Gli appelli al mantenimento del simbolo sottendono distinguo non più tollerabili per un’attività di governo con scenari difficili, in cui le scelte devono essere chiare e senza quelle tensioni, tipiche della visibilità politica e delle lobby, che ne rallentino o annullino la sostanza.

La stessa chiarezza, invece, viene a mancare a Veltroni. Aveva sfidato Berlusconi con la sua corsa solitaria e coraggiosa. E’ rimasto, invece, il Veltroni di sempre tra l’illusionista e l’americano sbruffone, tra sceneggiature e fiction, tra realtà e finzione.

La sua sfida si è così dispersa. Il caravanserraglio gli si ritorce contro. Imbarca Di Pietro preferendolo al socialista Boselli. Imbarca un partito costruito sull’immagine di una persona controversa, tra autoritarismo e personalismo, e respinge un partito di tradizioni antiche riformiste e di sinistra. Tutto il contrario di quanto per logica ci si poteva e doveva aspettare.

Ora è il Pdl che corre da solo per scelta di coerenza e di lealtà, mentre Veltroni cannibalizza i voti della sinistra moderata e dei radicali ed imbarca i voti della lotta al sistema, dell’antipolitica, della protesta e del giustizialismo. Respinge la storia per imbarcare la visceralità della reazione. Chiude la porta alla civiltà del confronto tra simili, per aprirla alla rozzezza di un linguaggio incerto e violento.

Vito Schepisi

Una pausa di riflessione per l’Udc

febbraio 12, 2008

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Come capita per i matrimoni oramai dissoltisi tra incomprensioni, tradimenti, capricci e sospetti, anche i partiti si prendono le “pause di riflessione”. In questa parentesi di tempo, spesso non definita, in cui per regola vengono meno tutti i presupposti della convivenza e della reciproca fedeltà, di solito si consolida invece l’unione con altri.

Tutti i luoghi comuni che si adottano per dar parvenza di voler veder chiaro nella propria conflittualità interiore, sono di solito solo interlocuzioni verbali. Quando si dice che la pausa serve per poter meglio valutare i propri sentimenti e verificare  la solidità stessa dell’affetto, dell’amore, del desiderio di riprendere il dialogo interrotto, oppure dar inizio ad una nuova vita, a nuove esperienze e  nuovi affetti, si dicono solo chiacchiere.  Sono stereotipi della comunicazione in un contesto già stabilito di incomunicabilità. Spesso le scelte sono già belle e che fatte ed il dado, il più delle volte, è già definitivamente tratto.

Così avviene anche per la politica. E dove c’è titubanza nella convivenza e nell’unificare il proprio percorso politico, in verità c’è il sospetto che si pensino soluzioni diverse e si facciano i calcoli sul valore della propria fedeltà o sul possibile valore aggiunto nell’iniziare una nuova storia con altri. Anche il richiamo all’esigenza di mantenere i propri spazi, ed a voler meditare, si traduce solo in calcoli di altra natura. Da qui la metodica e puntuale richiesta di voler esser prudenti e di voler procedere a piccoli passi per far eventualmente maturare le scelte anche e soprattutto nell’elettorato e nella base del proprio partito. E poi l’affondo di grande scena mediatica con l’affermazione, che vale una valle di lacrime, di non poter consentire che si disperda l’identità di una coscienza politica.

Funziona sempre così, sia nel matrimonio tra esseri umani sia nell’unione tra partiti. Spesso la chiarezza nella vita, come nella politica, passa attraverso percorsi tortuosi: si ha l’impressione tipica di coloro che gettano la pietra nello stagno e si fermano a guardare cosa succede.

Ora ci sono le elezioni e c’è un progetto politico, iniziato da tempo e  che rischia di affondare e di essere seppellito definitivamente. E’ la stessa strategia, perdente, che in Francia ha tentato Bayrou. La collocazione centrista che, dalla tradizionale idea di moderazione, si traduce nel progetto nel porsi nel mezzo con l’ambizione di essere determinanti. Ci provano in tanti. L’ha azzardata prima Follini, naufragata senza pudore all’interno del PD. Ora ritentata ancora da Tabacci e Baccini con l’ambizione di poter trascinare con loro Luca Cordero di Montezemolo, che invece nicchia temendone il fallimento. E domani chi lo dice che la possibilità di una nuova fuga in avanti non possa tentare le ambizioni di Cesa, Casini e Buttiglione, folgorati dall’idea di poter contare di più palleggiandosi da una parte all’altra degli schieramenti politici?

La richiesta di porre il confronto su di un piano di parità e di reciproco rispetto è una rivendicazione che funziona nell’immaginario collettivo. Ha le sue diverse chiavi di lettura, a seconda dei casi o della quantità della raccolta. Lascia una porta sempre aperta perché in politica, come si è visto, anche una percentuale dello 0,50% può valere tantissimo. Ma in definitiva è offensivo verso gli elettori che principalmente fanno una scelta di campo e nei sondaggi in gran maggioranza vorrebbero la semplificazione del quadro politico e possibilmente due soli partiti. In politica, poi,  il reciproco rispetto e la parità di espressione valgono relativamente. Come principio di tolleranza, beninteso, hanno la loro importanza, ed anche nel confronto tra gli uomini e nel rispetto della legittimità di ogni idea politica, ma in democrazia devono contare anche i numeri ed i rapporti di forza. Il 40%, ad esempio, è diverso dal 5%, con tutto il rispetto e l’asserita parità delle opportunità di espressione.

Ora per passare dalle metafore ai fatti, la questione non è affatto come la pone Buttiglione dell’Udc che sostiene che se si ha fiducia del suo partito, qualora entri nella casa comune dello schieramento moderato, non si capisce perché non si abbia fiducia della stesso Udc, qualora ne sottoscriva il programma e dichiari di volersi alleare con il Pdl. La questione la si deve porre invece in modo diverso, sia per questione di chiarezza verso l’elettorato, che non comprende la necessità dell’esistenza di piccoli partiti interessati a concentrare su di loro un potere che va oltre la specifica consistenza elettorale, e sia per il principio che in politica la fiducia va conquistata giorno per giorno ed atto per atto. il principio non si debba aver fiducia in politica.la democrazia vuole che contino anche i numeri ed i rapporti di forzalioneal

Anche nel 2001 l’Udc ha sottoscritto il programma della Cdl ma Follini nei giorni pari, come in quelli dispari, ne ha messo in discussione l’attuazione. Persino l’attuale legge elettorale è ascrivibile alla caparbia volontà di Follini e dell’Udc di passare al sistema proporzionale, con le motivazioni, inespresse ma evidenti, di ottenere maggior facoltà di condizionamento. Ora si vorrebbe rendere più difficile e meno agevole questa interposizione dei partiti minori, tra cui anche quella di passare con grande indifferenza da uno schieramento all’altro, come capita spesso di fare a Mastella, facendo pesare anche un singolo parlamentare. Buttiglione dovrebbe quindi  ricordare anche i suoi salti mortali con doppio avvitamento, prima di porre i quesiti che pone.

 

Vito Schepisi

L’Udc vuole ricostituire la “balena bianca”

dicembre 20, 2007

casini-follini.jpgLa lezione di Follini deve pur servire a qualcosa. L’Udc è irrecuperabile: è da un po’ che segue un percorso diverso e spesso ambiguo. Ha un’idea diversa della società e della politica rispetto alla stragrande maggioranza degli italiani. Nostalgici del dirigismo politico sulle opzioni degli elettori, infatti, non se ne trovano. La politica dei compromessi, delle mediazioni e dell’immobilismo non provoca alcuna crisi di astinenza nel Paese. Al contrario c’è una gran parte di cittadini che vorrebbero scelte più dirette e semplici e senza il filtro rappresentativo di mestieranti e manovratori. Gli italiani sono stufi dei politicanti che rendono le soluzioni più complesse, incomprensibili e spesso anche improduttive.

E’ sempre più evidente che il partito di Cesa, Casini e Tabacci è rimasto all’opposizione solo perchè i loro parlamentari non sono sufficienti a sostituire quelli della sinistra alternativa, e non possono neanche essere aggiunti a quelli di Diliberto, Caruso, Giordano, Pecoraro Scanio e Luxuria.

Non è difficile capire che i centristi di Casini e compagni sono all’opposizione di Prodi solo perché non sono determinanti. Non si aggiungono solo perché potrebbe tornar loro dannoso.  Sarebbe improducente almeno per due ragioni: la popolarità del governo è ai minimi storici; l’elettorato moderato e gli ambienti cattolici non riuscirebbero a comprendere una confluenza a sinistra senza moderarne il percorso. Solo per questi motivi il centrodestra non li ha già definitivamente persi. Se, invece, fossero stati determinanti, già starebbero a fianco del centrosinistra. Prodi avrebbe già assegnato alla truppa di Buttiglione, Cesa, Baccini e Tabacci due ministeri di medio peso, ridistribuiti tra quelli tolti a Bianchi, Pecoraro e Ferrero, o un ministero di rango per Casini. Un piccolo nugolo di Udc, forse anche Cosimo Mele, avrebbero già occupato un pacchetto di poltroncine, tra viceministeri e sottosegretariati.

Altro che elezioni e lealtà verso gli elettori, ed il richiamo all’etica del Presidente del Consiglio. Altro che rispetto della volontà popolare quando il Professore di Scanziano minaccia i partiti della sua maggioranza che dopo di lui ci sono solo le lezioni anticipate. Prodi le sue chiappe dalla poltrona più alta del Governo non vorrebbe assolutamente sollevarle, costi quel che costi.

I voti dell’Udc non sono sufficienti, però: quel che si poteva è stato già fatto. Quando è stato utile Follini, per la fredda logica dei numeri, l’operazione è stata fatta senza scrupoli di sorta, anche se “io c’entro” politicamente non ha smosso una virgola.

La strategia dell’Udc è chiara, ed è la stessa iniziata dall’ambiguo Follini già nella legislatura passata: demolire Berlusconi ed il bipolarismo. Ed è chiaro a tutti, anche alle pietre che Casini abbia una gran voglia di ricostituire la Democrazia Cristiana. La sua aspirazione è di raccogliere tutti gli spezzoni della vecchia “balena bianca”. L’obiettivo è quello di occupare stabilmente, ed in via prevalente, lo spazio politico di centro, per poi porsi in bilico tra i due schieramenti e privilegiare ora l’uno ora l’altro, a seconda dei vantaggi fruibili. Un fine da perseguire a tutti i costi prima che lo spazio da occupare,  già stabilmente frequentato da FI, non sia diffusamente presidiato a pieno titolo dal nuovo soggetto politico che si andrà a formare su iniziativa di Berlusconi.

La strategia di Casini, però, è destinata a fallire. Il popolo moderato è con Berlusconi: ed è per questa ragione che l’Udc è persa. Dinanzi al fallimento della strategia tentata, le truppe di Casini e compagni non potranno che ripiegare nel centrosinistra. Un contenitore, quest’ultimo, già abbastanza confuso per le strategie diverse dei partecipanti e per la presenza ancora massiccia di una visione comunemente centralistica dell’azione politica, retaggio di cultura post marxista. In quest’area, e soltanto in questa, l’integralismo post democristiano può recuperare spazio e credibilità politica ed uscire dall’isolamento in cui si sta avviando.

Il partito di Casini, con il pretesto di ostacolare la soluzione bipartitica della riforma elettorale, intende ostacolare invece la soluzione bipolare. L’auspicio per loro è il proporzionale della prima repubblica, il sistema che rende indispensabile le coalizioni ed il potere di veto dei piccoli partiti. Anche aver dichiarato da tempo l’opzione per la soluzione tedesca è un depistaggio. La bozza Bianco, sul modello tedesco, l’Udc ora non la vuole neanche discutere specie se corretta con l’indicazione dello schieramento prima delle elezioni. Il sistema tedesco distribuisce i seggi al 50% con il maggioritario ed al 50% con il proporzionale e con lo sbarramento al 5%. Un sistema che consentirebbe ad un piccolo partito come quello di Casini di mantenere la sua identità, ma non d’essere determinante.

Il sistema tedesco non garantisce la governabilità, se non corretto con le indicazioni sulle alleanze prima del voto. I correttivi e le indicazioni su leader e coalizioni costringerebbero, però, l’Udc ad abbandonare la strategia della formazione di un partito neocentrista autonomo, spingerebbero addirittura a ricercare la confluenza o la federazione nel C.D.

Discutere ancora con l’Udc non ne vale la pena. Casini ed i suoi vanno lasciati perdere. La riforma elettorale va ricercata bipolare, anche se rispettosa della pluralità democratica. Da soli i post democristiani non rappresentano niente, il loro elettorato non li seguirebbe. E’ persino utile per la chiarezza e la semplificazione che, ad esempio, Buttiglione vada a porgere l’altra guancia a coloro che finora l’hanno sempre guardato con ironia e diffidenza: non l’hanno mai voluto né ad un ministero e né alla Commissione Europea. Uomini come il presidente Udc non hanno valore aggiunto, allontanano persino le coscienze intelligenti e dinamiche del moderatismo liberale. Con l’ipocrisia e l’ermetismo furbesco non si va da nessuna parte. L’Italia liberale, moderata, cattolica e laica non può riproporre personaggi già sufficientemente logorati dalla loro spesso impudente mutabilità politica.

Gli elettori sapranno cosa fare al momento di scegliere tra la voglia di rilanciare il Paese in un percorso di modernizzazione e di crescita, nelle certezze dei valori e delle tradizioni comuni, o consentire alla sinistra di modificare ed azzerare il patrimonio della nostra civiltà e l’origine della nostra identità nazionale. Gli Italiani sapranno respingere le scelte che mortificano l’uomo, la famiglia. Sapranno schierarsi con coloro che richiamano le nostre tradizionali collocazioni in un contesto occidentale e di democrazia liberale, e allontanare la confusione dei neutralismi supini e le nuove ideologie che si ispirano a civiltà diverse: a valori che non ci appartengono, per storia e cultura, e che minacciano di prevalere per inedia e pavida viltà.

Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/node/10860