Archive for settembre 2008

Il PD riposiziona il trattino tra centro e sinistra

settembre 30, 2008

 

La campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento è ormai alle spalle, e la prossima sui temi della scelta politico-programmatica degli elettori è lontana nel tempo a venire. Il PD abbandona così il percorso, mutuato dalla tradizione europea, di una sinistra moderata che contende la centralità della strategia politica ai gruppi popolari, e riscopre il trattino che separa il centro dalla sinistra.

L’apparentemente insignificante trattino, come è ormai diventata abitudine, viene riscoperto solo per distinguere le istanze del centro da quelle della sinistra. Viene interposto, nella semplificazione del  concetto di “centrosinistra” da quello di “centro-sinistra”, per separare le tipiche spinte dei moderati verso lo sviluppo con una sguardo alla solidarietà, dalle scelte più estremiste, tipiche invece della sinistra, frutto di una cultura della lotta sociale avulsa dal contesto economico-produttivo. Ovvero le due collocazioni insieme ma separate da un trattino, per porre un distinguo tra la predisposizione al confronto ed al dialogo con le diverse istanze della società civile, propria dei centristi, e quella invece di una formazione acquisita tra i principi del conflitto tra classi ed abituata alla vecchia contrapposizione ideologica verso il mondo della produzione, propria, invece, quest’ultima, della tradizione dei movimenti di sinistra.

In Italia, però, nei fatti, il trattino significa sempre che il centro viene abbandonato per  dar sfogo alla rituale aggressione contro il competitore politico ed alla sua ormai consueta criminalizzazione. L’esperienza nazionale ci porta a ritenere che i toni ed i contenuti della sinistra, ex o post marxista, siano così impregnati di carattere ideologico e di metodo assolutista da riuscire a sopraffare i toni più pacati e civili, tipici del centro. La prepotenza della sinistra, perciò, prevale quasi sempre.

E’ la ragione per cui si finisce col mettere la mordacchia alla moderazione per far prevalere i toni più esagitati dello scontro.

Con l’apparizione del trattino, riemergeranno le bandiere rosse nelle piazze. Si prepara così, infatti, la manifestazione di Veltroni del 25 ottobre prossimo: l’antiberlusconi-day come è stata soprannominata.  Già si è riproposta la solita retorica inconcludente dell’antifascismo di maniera. E si rinfocolerà pure quella forma oggettiva di simil-fascismo che si sostanzia nell’intolleranza e nell’odio verso il competitore politico. Ci si dovrà ora riabituare a sentir ripercorrere la storia di ieri e quella di oggi dell’avversario, e se fosse possibile anche quella di domani, naturalmente per trarne motivi di criminalizzazione e discriminazione, come con gli archivi del Kgb con le ventate del revisionismo in Urss per dar corso alla repressione. Riemergerà, poi, quella spocchia elitaria che farà considerare di inferior peso i voti raccolta dai partiti avversari che vincono le elezioni. E si tornerà di conseguenza ad accusare gli elettori di stupidità e di ignoranza. Naturalmente quando non voteranno per loro! Si riproporrà la favola, davvero stucchevole e stantia, oltre che falsa e maligna, del controllo dei media e del conflitto di interessi di Berlusconi. Ritorneranno insomma i sintomi di quel “delirium tremens” della sinistra che, purtroppo per il Paese, si conosce già da tempo.

Il mito della sinistra e la sua consueta retorica sono ormai degli “evergreen”. Non tramontano mai! E non manca il furbo di turno che spaccia il riciclo di uomini e parole d’ordine per il nuovo, come quel capo di lana lavato con quel detersivo che fa sembrare sempre tutto come se fosse nuovo. Come Walter Veltroni che è un capo, anche se non di lana, ma anche un vecchio e ben conosciuto politicante di professione che si spaccia, invece, anch’esso per nuovo.

A sinistra ha cominciato Di Pietro con la sua corte di incalliti calunniatori, pronto ad occupare quello spazio apparentemente lasciato vuoto, ed ora, subito, dopo neanche sei mesi dal suo impegno alla moderazione ed al confronto, all’ex magistrato, come si pensava, si unisce Veltroni.

E’ un atteggiamento tipico del post comunismo che non riesce a liberarsi della tara della sua provenienza.

E’ ormai uno stereotipo per la sinistra indossare in campagna elettorale il mantello dell’agnello per spogliarsi dagli orpelli del buonismo e dell’immagine della affidabilità democratica sin dal primo richiamo della foresta. Il post comunismo non è meno falso ed ingannevole della sua vecchia espressione più tradizionale ed ortodossa. Alla sinistra post comunista, ad esempio, è rimasta la stessa pretesa di quella di una volta di non tollerare un nemico a sinistra.

Ha così ragione di esultare l’idv di Di Pietro che rivendica il merito d’aver tracciato la nuova linea del PD. Ha ragione di esultare per aver costretto Veltroni a seguirlo sulla strada dello scontro: “finalmente- ha dichirato il dipietrista Donati – la pensa come noi”.

Bella soddisfazione per il nostro cultore della fction! Questa volta la trama del film l’ha scritta un altro per lui.

Vito Schepisi

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Veltroni non ci sta più con la testa

settembre 29, 2008

 

Sarà per il continuo cambio di fuso orario per i suoi ripetuti viaggi negli USA o per la ricerca di una gloria che invece non lo avvolge.

Sarà per gli insuccessi ricevuti: Obama non s’accorge di lui, poi scopre che l’alba era già stata scoperta e che il pubblico degli Usa lo ignora.

Sarà per l’affronto del rotocalco Newsweek di non dar traccia del leader del PD nell’elenco dei leader contemporanei della sinistra Europea.

Sarà per la brutta figura nella questione Alitalia, dove s’è rivelato impegnato prima a demolire, poi a vendere patacche ed a millantare credito, come un banale ed ignobile truffatore di vecchiette.

Sarà per tutto questo e per altro ancora, ma Veltroni sembra che non ci stia più con la testa.

Si pensava che fosse solo il suo timore nel vedere Antonio Di Pietro che gli prendeva la bacchetta del comando dell’opposizione, si pensava che fosse un po’ la confusione di un Partito Democratico, sorto senza un vero progetto politico, frantumato nella collocazione tra le famiglie politiche europee e disperso nella proposizione di ben delineate scelte programmatiche.

Il PD, per la verità, si mostra alquanto indeciso nel prendere la strada delle tradizioni pluraliste, democratiche e liberali, attratto com’è dalle sirene di una sinistra alternativa che è rimasta orfana di una rappresentanza parlamentare e di una convincente ed univoca leadership politica.

Veltroni è cresciuto nel pci del centralismo democratico e della fastidiosa tolleranza al pluralismo. La sua cultura politica è fatta della prevalenza della ragione di partito persino sulla logica. La sua rigidità formale, quando è in difficoltà, come lo è in questo periodo in cui la popolarità del Presidente del Consiglio Berlusconi è alle stelle, emerge come una reazione spontanea, come lo sgorgare dell’acqua da una fonte, e rivela una personalità estremista, nervosa ed irrazionale. Ed è rigida e veterocomunista la sua formazione quando affronta il suo avversario politico, indicandolo quale il male assoluto. Alla stregua di Di Pietro che dalla sua parte ha la scusante della sua ignoranza politica.

Quello di affermare che l’uva sia acerba, come nelle favole di Fedro ed Esopo, quando non si arriva a coglierla, è tipica di coloro che preferiscono circondare di disprezzo ciò che non sono in grado di realizzare. E’una prerogativa della formazione politica dei partiti etici e/o ingabbiati dalla ideologia, certamente un modo inquietante di interpretare la democrazia, ed è anche un pericolo per la serenità del confronto. Il PD– ha proprio ragione Peppino Caldarola – è un partito a porte chiuse”.

Quelle di Veltroni sono parole irricevibili, fomentano l’odio e allontanano il bisogno di pacificazione e di lealtà che invece gioverebbe al Paese e favorirebbe il recupero della credibilità della politica e delle Istituzioni.

Alla democrazia, infatti, non ci sono alternative. Non si rilancia la politica inseguendo l’antipolitica. Non si scoperchia la pentola di Di Pietro per mostrare l’assoluta mancanza del suo contenuto, rincorrendolo sulla stessa sua strada fatta di intolleranza e di avventura. La democrazia italiana avrà certamente la forza e la dignità per sopravvivere ai rigurgiti reazionari dei Di Pietro ed ora anche dei Veltroni, come ha saputo respingere l’ipocrisia di Prodi e l’impopolarità del suo governo.

”Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi” – ha sostenuto Veltroni nella sua intervista al Corriere della Sera”- “se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin”. Sono parole dure e senza senso. Sono argomentazioni semplicistiche e populiste. Sono persino parole irresponsabili per un leader che ha ambizioni di confrontarsi per la carica di premier in Italia e dovrebbe quindi avere il buonsenso di usare prudenza e riservatezza, oltre al tatto diplomatico, nella valutazione delle politiche interne dei paesi con cui sono in corso da anni rapporti improntati a favorire un difficile dialogo.

Veltroni ha militato in un partito che ha sostenuto l’internazionalismo comunista quando c’erano ben altri personaggi nell’allora Unione Sovietica, come Breznev ad esempio, fautore del principio della sovranità limitata dell’Italia. E’ davvero singolare che ora s’accorga delle difficoltà democratiche, che nessuno nasconde, della Russia di Putin per evocare un rischio Italia. Lui, Veltroni, che sappiamo dov’era quando c’era il reale rischio Breznev per il nostro Paese.

Il segretario del PD dimentica lo squallore della maggioranza del Governo Prodi, quando il Parlamento era esautorato e si procedeva con decreti e voti di fiducia e si effettuavano controlli di tipo poliziesco sui voti dei parlamentari. Certamente non ne ha tenuto conto quando ha paventato – come ha fatto nell’intervista al Corriere – il pericolo di una “democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria“. Forse Veltroni ha anche dimenticato l’occupazione di tutte le cariche istituzionali ed il fiume dilagante di nomine, come anche la creazione, tra consulenze e funzioni, di sempre nuovi centri di esercizio del potere del precedente governo: quel governo Prodi, dove sedevano i maggiorenti del PD, e che sarà ricordato dalla storia come uno dei peggiori del Paese, uno dei più partitocratrici ed invasivi.

Noi siamo qua anche per ricordarglielo.

Vito Schepisi

C’è nel Paese una opposzione democratica?

settembre 26, 2008

Ci sono due modi per far politica e non è importante se si sia al governo o all’opposizione. Uno dei modi è fare come fa Di Pietro in modo pregiudiziale, strumentale e sguaiato.

Un’opposizione allarmistica da ultima spiaggia, in cui si catalizza l’odio di provenienza diversa. Una scelta di lotta politica intollerante, populista e sommaria. Un modo pericoloso che  può farci ritrovare, prima o poi, con le piazze in tumulto e con bande di esaltati che si cimentano a lanciare biglie di ferro e bottiglie molotov, se non di peggio ancora. E’ il modo, appunto, scelto da Di Pietro che, in mancanza di altre capacità per far valere le ragioni di un pensiero, e del tutto carente nella elaborazione di precise scelte programmatiche, si limita a far da collettore della ferocia giustizialista e forcaiola.

L’Altro modo è quello di accettare la democrazia e le sue regole.

Non ci sono altre alternative nell’ interpretare i modi e le azioni della lotta politica. Se non è, infatti, confronto, è molto semplicisticamente scontro.

Quello che ora interessa sapere non è da quale delle due parti stia l’ex magistrato di mani pulite ed il suo partito che ha voluto con molta presunzione chiamare “Italia dei Valori”. Da che parte stia Di Pietro si è capito abbastanza bene. Interessa sapere da che parte invece stia Veltroni ed il PD.

Se si dovesse forzare l’interpretazione su ciò che ha saputo fare in 4 mesi di opposizione dovremmo collocarlo più o meno dalla parte di coloro che non sanno accettare i principi della democrazia e le sue regole. Più o meno dalle stesse parti di Di Pietro.

Il Partito Democratico col suo leader ha la stessa fisionomia figurativa della repubblica democratica tedesca ai tempi del muro, dove di democratico c’era solo l’aggettivo nel nome.

Dalla questione Alitalia in poi le cose non possono ancora restare nell’equivoco. E’, infatti, doveroso sapere se gli interessi della Nazione, e nel caso in questione di ben 20.000 famiglie italiane, vengano prima o dopo gli interessi di Veltroni e del PD. Questi, al pari del suo antagonista interno di sempre, D’Alema, si spertica solo nel darsi merito di cose di cui invece dovrebbe fare ammenda. D’Alema è arrivato addirittura ad attribuire al governo Prodi, di cui era ministro, il merito della soluzione dell’immondizia di Napoli, Veltroni di far volare Alitalia, benché non sia sfuggito a nessuno il suo tentativo di far fallire l’impresa pur di far dispetto al Governo.

L’intervento di Epifani nella trattativa è stato goffo, impacciato ed indisponente. E’ apparso del tutto chiaro che aveva l’imprimatur di un Partito Democratico che soffiava sul fuoco della rottura. E solo dinanzi alla sensazione che il gioco fosse stato smascherato e che gli italiani avessero acquisito il sospetto del malanimo dei due, sia l’uno che l’altro, Veltroni ed Epifani, hanno dovuto cambiare il loro atteggiamento, ed ancora una volta servendosi di mistificazione e goffa furbizia.

Si va incontro a tempi difficili per l’economia. Si teme una stagione di sacrifici per tutti. C’è la debolezza delle aziende per la crisi della domanda. Si paventano possibili contrazioni nel mercato del lavoro. In questa ottica sarebbe auspicabile un’ampia convergenza sulle scelte e sugli interventi da operare. Nei tempi difficili i paesi civili e democratici fanno così!

L’Italia è di tutti gli italiani a prescindere dalle maggioranze e dalle opposizioni che si alternano, ed è giusto che dinanzi alle situazioni di emergenza ci sia il massimo della consapevolezza e della lealtà da parte di tutti.

Ma ciò che si è visto per Alitalia preoccupa, sa di parossistico, di taffaziano, di cattiveria oltre che di molta stupidità.

Il leader del PD era a New York tra gli appartamenti di Manhattan ed una libreria nella stessa zona a presentare “La scoperta dell’alba”, il suo libro tra l’autobiografico ed il romanzo. “Sogno ad occhi aperti – ha sostenuto il lombrico di Forattini come dovrebbe fare ogni carica pubblica. Il mio lavoro è interpretare le aspirazioni dei cittadini che rappresento“. Accipicchia! A Roma, da sindaco, ha lasciato degrado e poco meno di 10 miliardi di debiti. Se queste sono le aspirazioni dei cittadini!

Era a New York e tra un brindisi e l’altro inviava i suoi strali contro il governo per la questione Alitalia. Tanto che quando tutto sembrava definito, nella notte di domenica 14 settembre, con gli accordi sul piano di tutte le sigle sindacali, Cgil compresa, doveva intervenire direttamente Epifani per far saltare il banco e rimettere tutto in discussione e poter far dire a Veltroni che per Alitalia c’era stata una gestione dilettantesca del Presidente del Consiglio.

Non contento l’uomo del “ma anche”, appena rimesso piede in Italia, si scagliava contro il Governo per la strage di camorra nel casertano e per la sospetta partecipazione di un detenuto agli arresti domiciliari, chiedendosi come sia possibile che un detenuto per camorra possa ottenere i domiciliari. Ancora una volta, come per il caso delle violenze dei tifosi napoletani di qualche settimana fa, attribuisce al governo responsabilità per decisioni di competenza della magistratura.

Dulcis in fundo, la letterina buonista al Signor Presidente del Consiglio che è stata ribattezzata “la scoperta dell’acqua fresca” e la sua trionfale dichiarazione di aver sbloccato la trattativa tra Cai e Cgil. Tutto merito suo! Che faccia!

Sembra un automa replicante Veltroni e diventa persino patetico, come ci è sembrato ieri da Vespa a “Porta a Porta”.

Diviene un’esigenza, quindi, sapere se nel Paese ci sia un’opposizione democratica o solo un gruppo di uomini rancorosi e vendicativi pronti all’imboscata anche a danno del Paese.

Già al tempo del precedente governo Berlusconi l’aria di intolleranza si avvertiva a fiuto. Ma allora il Parlamento era più variegato. C’era una sinistra dura e pura ed orgogliosa della sua intolleranza, e tra le due coalizioni in confronto non c’era mai stata una dichiarazione di riconoscimento reciproco di legittimità. A quei tempi, dalle file più oltranziste si arrivava persino a teorizzare la sospensione della democrazia per abbattere Berlusconi considerato il male assoluto.

Ma ora che cosa è cambiato? Dove sono andati a finire gli inviti al dialogo ed al confronto? Dove sono finiti il rispetto della democrazia a la legittimazione dell’avversario? Dove i buoni propositi di Veltroni di voler favorire il dialogo sulle regole comuni? Dove le prediche sulla necessità di guardare all’avversario politico non più come ad un  nemico ma come ad un competitore? Dove le belle parole nel considerare chi sostiene l’altra parte non più come un pericolo per le istituzioni e per la libertà ma solo come un portatore legittimo di idee diverse?

Stiamo tornando ad un modo in cui solo affermare di essere moderati può rappresentare un pericolo, come negli anni di piombo, come ai tempi in cui le BR ed altri gruppi della criminalità politica spargevano sangue per il Paese. E questo modo, per molti di coloro che ancora oggi siedono in Parlamento tra le fila del PD, non è mai stato condannato come concezione criminale del confronto politico, ma solo come una sinistra che sbagliava.

Ma questa sinistra non ha già commesso molti sbagli in questo Paese?

Vito Schepisi

su l’Occidentale

Veltroni ora si spaccia per il salvatore di Alitalia

settembre 25, 2008

Se si manda all’ospedale qualcuno e poi gli si fornisce un medicinale qualsiasi per curarlo, fosse anche un’aspirina, si può tranquillamente vantare il merito d’aver concorso a curare l’infermo.

Non è una delle tante sentenze della cassazione che fanno discutere.  Sembra invece essere la logica di Mr. Dabliù Veltroni. Anche se si è rischiato di far crepare il malato per l’effetto delle bastonate ricevute a solo titolo di rancore e di ripicca.

Torna dagli USA il nostro eroico salvatore. Torna da un paese dove un’azione del genere gli avrebbe alienato a vita la fiducia degli elettori. Ma in Italia, si sa, è diverso. La stampa invece di lapidarlo con i giudizi taglienti, spesso riservati ad altri protagonisti per molto e molto meno, invece di chiedergli di provare vergogna è comprensiva, timida, persino l’asseconda.

Cosa è cambiato da quando Epifani, contraddicendo un impegno di qualche giorno avanti ed una lettera di appena un’ora prima inviata al Presidente della cordata CAI, Roberto Colaninno, si è rifiutato di firmare l’accordo per il salvataggio di Alitalia?

Niente! Assolutamente niente! 

Anche l’ingresso di partner stranieri in condizioni di minoranza tra i partecipanti al capitale sociale era previsto dal piano CAI. La ricerca della partecipazione non può essere intesa come una novità ma solo come un pretesto su cui Veltroni e Epifani poggiano la leva della loro mutata decisione.

Nelle questioni societarie le condizioni si creano e non si impongono.

Air France e Lufthansa sono state finora alla finestra perché non c’erano le condizioni. E le condizioni non c’erano per via di un sindacato poco collaborativo (per usare un eufemismo) ed incontenibile. Da più parti si era detto esplicitamente che la questione di Alitalia era condizionata dalla presenza di un fronte sindacale con cui era impossibile trattare.

Non è cambiato assolutamente nulla perché anche ora la compagnia francese e quella tedesca, e forse anche l’inglese British Airways, valuteranno l’ingresso nel capitale sociale di Alitalia, sempre assieme alla Compagnia Aerea Italiana (CAI), solo dopo aver constatato il ritorno alla ragione delle 9 sigle sindacali presenti tra i lavoratori di Alitalia e soprattutto dopo aver giudicato compatibili i contenuti dei contratti di lavoro.

Alla crisi di Alitalia hanno contribuito molte concause. Cattiva amministrazione, troppa politicizzazione nelle decisioni, clientelismo e sprechi fanno parte delle responsabilità, ma sono tutte cause che si uniscono alla principale dovuta ad un numero di personale superiore al necessario ed a trattamenti economici superiori alle possibilità aziendali.

E’ emblematica nella cronaca di questi giorni la protesta di una precaria che lamentava un trattamento economico di 2.500 Euro al mese. In Italia c’è una parte dell’opinione pubblica che è ancora più “incazzata” dei dipendenti della compagnia aerea che rischiano di perdere il posto di lavoro. Si è avuta la netta impressione che l’abitudine al privilegio ed a condizioni economiche di assoluto valore positivo abbiano contribuito ad esaltare le pretese dei dipendenti di Alitalia.

Non si può fare, però, di tutt’erba un fascio. Ci sono, infatti, situazioni più modeste che vanno senza dubbio cautelate, ma non si può negare che ci siano situazioni di egoismo e di corporativismo del tutto ingiustificato.

Non si può negare che su queste posizioni il sindacato di sinistra (Cgil) ed il PD abbiano fatto leva per mettere in difficoltà il salvataggio della compagnia di bandiera e solo per fare un dispetto a Berlusconi. E’ nella realtà della peggiore logica del pensiero ingabbiato dall’ideologia, com’è stato già in passato per il comunismo in Italia e nell’est europeo, basti ricordare la doppiezza di Togliatti, quello di far leva su tutto, anche alleandosi con la peggiore plebaglia, pur di raggiungere lo scopo e far prevalere la ragione di partito.

La trattativa si è riaperta per la Cgil per la disponibilità di CAI  a discutere sulla abolizione della norma sui tre giorni di malattia e sulla possibilità di qualche giorno in più di riposo. Anche questo ha il sapore di un clamoroso pretesto, come lo è l’affermazione generica sull’impegno ad assumere nel tempo i precari.

Veltroni da parte sua è ora arrivato persino a rivendicare il merito della possibile conclusione della questione Alitalia. “Certo – ha sostenuto il leader PD durante la riunione del suo governo ombra – la reazione di Berlusconi verso di noi è incomprensibile e indica una bellicosità che è sintomo di nervosismo per la situazione ma noi continuiamo a lavorare“. Il commento del Ministro Sacconi è però la sintesi di un sentimento diverso che è molto diffuso: “Il tentativo di Veltroni di appropriarsi del positivo risultato che si va profilando è quantomeno penoso e, peraltro, coerente con una concezione tutta mediatica e, quindi, virtuale, dell’attività politica. Quello che conta ora è comunque garantire, nell’interesse del Paese, il futuro di Alitalia. Poi ciascuno saprà giudicare meriti e demeriti“.

L’interesse è di chiudere questa questione che è durata anche troppo tempo e sta causando danni al Paese ed alla stessa Alitalia. Non potranno però mancare nel futuro riflessioni attente sul metodo e sulla difficoltà di legittimare i comportamenti di questa opposizione, richiamando il Paese ad assumerne coscienza e prenderne, altresì, le dovute distanze.

Vito Schepisi

Niente inciuci per la Rai

settembre 24, 2008

Non è il caso di riprovarci ancora.

Tutti i tentativi di ricondurre la Rai ad una diffusione equilibrata dell’informazione e della equità dello spazio da dedicare alla politica ha sempre trovato la prepotenza di coloro che considerano come un giusto equilibrio solo ciò che definiscono “politicamente corretto”.

L’Italia ha sentimenti diversi e storie più articolate da raccontare da quelle dei Santoro e dei Floris. E non si può tollerare ancora che quello della terza rete Rai sia rimasto lo stesso canale lottizzato al pci dei tempi di Bernabei.

Il servizio pubblico ha l’obbligo di essere il fedele megafono dell’Italia intera, e deve anche apparire tale. L’informazione è un servizio, come lo è quello della pubblica sicurezza o della magistratura, che serve a garantire tutti in Italia. Tutti e senza etichette.

Devono prevalere i tre principi fondamentali che normalmente contraddistinguono la correttezza della gestione di un bene pubblico: il primo è l’adeguato controllo della spesa che deve osservare i criteri della prudenza e della economicità, con l’impegno quindi a tagliare tutto ciò che è superfluo; il secondo è quello della correttezza nell’erogazione delle sue prestazioni; il terzo, ancora più essenziale essendo quello della Rai un servizio di diffusione dell’informazione, è quello di assicurare con diligenza ed equilibrio il  pluralismo di pensiero di un Paese democratico.

Tutti i faziosi e sedicenti satiri, pronti a lanciare messaggi di ogni tipo, facciano i loro spettacoli di lotta e malanimo politico nelle strutture private e senza farsi pubblicità gratuita nel servizio pubblico. E se gli artisti sono pagati per cantare, che cantino senza far sermoni di basso profilo. Il libero diritto di esprimersi è valido solo se è davvero un diritto concesso a tutti e, siccome la Rai a tutti non lo può assicurare, ogni privilegio deve essere considerato abusivo ed illegittimo.

Non si può continuare a pretendere che un servizio pagato col canone dei cittadini ed il cui eventuale deficit di bilancio, come accade, è coperto con i soldi dei contribuenti attraverso il già pesante prelievo fiscale, sia o mostri di essere sbilanciato verso una parte politica. Questo sarebbe intollerabile e moralmente deprecabile. Tra i contribuenti e tra coloro che sono obbligati a pagare il canone Rai – che è diventato tassa per il possesso di un apparato radiotelevisivo – ci sono coloro che a Santoro, a Celentano, a Fazio, a Floris ed altri ancora non gradirebbero dare neanche un centesimo. E’ un loro diritto, come quello di un qualsiasi cittadino che chiede che tutti rispettino le leggi e che tutti assumano comportamenti corretti nei rapporti con il prossimo.

Niente inciuci, pertanto, per la Rai, ma nomine di persone di provata capacità ed equilibrio, senza spartizione politica e senza cedere a proposte di nomina di uomini che presentino pericoli di eccessi e di faziosità.

Sappiamo, a tal proposito, che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina di Leoluca Orlando Cascio da Palermo, per la presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza. Questi è già noto per il suo giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti.

Ha già mietuto troppe vittime in Italia il giustizialismo puntiglioso e spesso sommario di personaggi che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poterci consentire di far presiedere questa commissione da chi ha sostenuto queste convinzioni. La verità giuridica avviene alla fine delle fasi di un processo ed il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa non è assolutamente infallibile, come in più circostanze si è avuto modo di verificare.

Alla Commissione di vigilanza si richiede di far prevalere in Rai correttezza, equilibrio e tolleranza, non di esercitare una lotta senza quartiere verso gli avversari politici, come fa l’Idv di Di Pietro, movimento in cui milita Orlando, e che si ostina a rifiutare di riconoscere la legittimità del responso elettorale, benché sia stato chiaro ed inequivocabile ed ottenuto sugli impegni che la maggioranza sta via, via sostenendo.

Per la nuova presidenza del consiglio di amministrazione e per la nomina dei consiglieri si chiede un passo indietro della politica. Gli uomini devono essere scelti nella società civile tra coloro che non hanno etichette e mostrano di far prevalere l’impegno, lo studio, le capacità, i valori, la cultura alle cortigianerie ed alle militanze in gruppi, partiti ed associazioni che direttamente o indirettamente si rifanno al supporto di una politica e/o di un’idea.

E’ meglio un anonimo consigliere dell’accademia della crusca di un decano del giornalismo già avvezzo a navigare per le acque del compromesso ed educato nella logica della “correttezza politica”. Meglio la modestia di un libero ed onesto amministratore anziché la lingua consumata di uno dei tanti professionisti della sviolinata.

Vito Schepisi

L’Italia delle follie

settembre 23, 2008

E’ un Paese da cambiare l’Italia. Troppi riti che sono durati troppo tempo e che sono diventati troppo stantii. C’è un troppo in tutto che finisce per paralizzare, ingannare e sopprimere sia le risorse che le iniziative, benché ispirate a realizzare qualcosa di più di ciò che esiste, benché siano un valore aggiunto per le opportunità di tutti.

Ci sono organismi che pensati per cautelare i cittadini, si ritorcono contro i più deboli come micidiali boomerang. Le organizzazioni sociali, non meno di quelle politiche, si impegnano in continui confronti di forza, spesso più per la ricerca di nicchie di potere da occupare che per soluzioni condivise dai cittadini e dai lavoratori. E partoriscono soluzioni a volte ben lontane dalle istanze reali delle parti interessate.

Si sviluppa così un continuo braccio di ferro in cui viene stritolato l’interesse comune e la responsabilità dei soggetti. E’ un tiro alla fune  dove si finisce solo col paralizzare e distruggere ciò che c’è senza, al contrario, fornire un servizio alla collettività, senza mai la condivisione di un vantaggio da rendere a tutti.

Sembra un Paese alle prese di una guerra civile dove le bombe a grappolo della ferocia irrazionale mietono vittime innocenti tra coloro che non hanno i mezzi per farsi valere. Milioni di italiani finiscono così per subire passivamente la prepotenza di uomini e di organizzazioni che, senza legittimazione giuridica, si sono inseriti con la forza del ricatto nei centri delle decisioni e del controllo delle aziende, degli enti e nelle Istituzioni.

Nei cieli finirà che non voleranno gli aerei con la bandiera tricolore, ma in compenso si vuole che nell’aria il suono dei tam tam dei messaggi di odio e di rancore non si fermino mai. L’intolleranza trova sempre nuova linfa fatta da avventurieri e da azioni politiche più da guerra civile che da libero e democratico confronto.

Il “cupio dissolvi”anima persino gli uomini nuovi che si affacciano alla politica, come Di Pietro ad esempio. Questi dall’alto della sua nota sapienza si è rivelato pronto a soffiare sul fuoco della protesta tra coloro che hanno applaudito al fallimento di una trattativa ed a quello forse definitivo di un’azienda. Non è possibile che l’ex magistrato possa ignorare che Alitalia ha dato – e non si sa fino a quando darà ancora – lavoro a ventimila persone e sostegno ad altrettante famiglie.

Tutto questo è davvero penoso!

Prevale un odio ed un gusto revanscista che riesce a sollevare con incredibile cinismo solo un monumento celebrativo alla  stupidità ed all’intolleranza.

Ora ha persino le sembianze del vezzo quell’abuso che si è protratto per troppo tempo a danno di coloro che quotidianamente si impegnano a sostenere le ragioni del convivere nel lavoro e nel sacrificio e che ancora si sentono orgogliosi di essere italiani.

Il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, ed alla razionale concezione di un doveroso comportamento di lealtà verso il prossimo, viene oggi inteso come un messaggio negativo da parte di coloro che hanno sempre inteso garantire il salario più che il lavoro e che oggi, cedendo alla demagogia più di basso profilo, non sono neanche più capaci di adoperarsi per garantire i posti di lavoro e che tra contraddizioni ed incomprensioni tattiche rifiutano l’adesione a soluzioni che erano già condivise. Tutto questo è emerso chiaro, ed in tutto il suo perverso cinismo, dalla lettera di Epifani a Colaninno e contraddetta solo pochi minuti dopo.

C’è chi come il Professor Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene che le garanzie democratiche siano troppo sbilanciate e così sul Corriere di domenica 21 settembre, a proposito della questione Alitalia, ha scritto: “Quelli che hanno applaudito fanno conto sull’ intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro”. Una riflessione per la quale il parlamentare del PD ha dovuto porsi  la domanda sulla esistenza di una logica per questo atteggiamento dei lavoratori di Alitalia. La risposta che si è data è stata molto esplicita: “No, per nulla. – scrive, infatti, Ichino – Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l’offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l’offerta di Cai”.

I contribuenti italiani non possono continuare a sobbarcarsi gli oneri di azioni sindacali che, contrarie a soluzioni di maggiore produttività e/o di rinunce, spesso solo ai privilegi, costringono al fallimento le imprese.

C’è tutto un sistema di vincoli sindacali e di sentenze dei tribunali del lavoro, per lo più favorevoli alla parte considerata più debole, cioè ai sindacati ed ai lavoratori, che invece di costituire una garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro si trasforma in un cappio per le aziende costrette a fallire ed a chiudere definitivamente i battenti.

Come sta accadendo per Alitalia.

Vito Schepisi

La retromarcia di Epifani

settembre 22, 2008

Non so se sia il caso di affermare che le difficoltà di Alitalia non siano state ben spiegate o che sia stata la Cgil a non aver ben capito la situazione. Fatto sta che il sindacato della sinistra si sta assumendo la responsabilità di far fallire l’accordo con la CAI e bloccare il conseguente rilancio della compagnia di bandiera italiana.

Non si sa, al momento, se il  tentativo della CGIL, da cui anche il PD ha preso timidamente le distanze, di ingranare la retromarcia sortirà un esito diverso.

In particolare la Cgil fa solo sapere di voler riaprire una trattativa che, invece, dovrebbe essere già stata conclusa da un pezzo. E’ una retromarcia mascherata. A questo punto sembra voglia richiedere la concessione di un qualcosa, anche solo uno zero virgola qualcosa in più, all’accordo già accettato dagli altri per poter fare il bel gesto e magari anche cantare vittoria.

Il dado è tratto, però! Il sindacato politicizzato ha già mostrato tutti i suoi limiti. L’opinione pubblica si chiede a cosa valga insistere nel voler sostenere chi cerca di mantenere privilegi non sostenibili? A meno che non si voglia mettere in discussione tutto il piano “Fenice” e non si abbia in serbo qualcosa di più di una sola sensazione – a questo punto dovrebbe essere addirittura una certezza – di una proposta alternativa più interessante per il Paese, per la Compagnia e per i suoi lavoratori.

Una responsabilità molto pesante per quel sindacato che è stato accusato in più occasioni di essere la cinghia di trasmissione prima del pci e poi delle formazioni politiche in cui i vecchi comunisti si sono via, via trasformati.

Per i modi in cui  le trattative si sono svolte e per il coinvolgimento delle parti politiche, nei cui risvolti gli esiti si andavano ad inserire, l’attenzione si ferma sulle contraddizioni del sindacato rosso. Ha insospettito il suo atteggiamento altalenante. E’ una responsabilità che rischia di restare come un macigno sulla porta di ingresso della sede in Corso Italia a Roma.

Diventerà, infatti, storia l’azione del più grosso sindacato dei lavoratori che ostacola il futuro di 20 mila lavoratori per intolleranza politica contro il premier, vincitore delle elezioni, e con la sola inconsistente motivazione di voler garantire l’adesione più ampia dei dipendenti di Alitalia!

In sostanza, per dirla in soldoni, la Cgil ne manderebbe a casa 20 mila per odio verso Berlusconi e la sua maggioranza, spacciando questo suo atteggiamento con l’impegno a garantire ai piloti un contratto in esclusiva di tipo corporativo, con il mantenimento delle quaranta ore di lavoro al mese dei piloti – mentre gli operai lavorano le stesse ore, ma nelle fabbriche, in una settimana -, con la difesa di stipendi da 80.000 euro in su, oltre benefit e privilegi da star.

Quello assunto è un comportamento che prima o poi la Cgil dovrà spiegare ai lavoratori italiani. Dovrà anche spiegare al Paese come mai in un periodo di crisi occupazionale e di insistenti venti di recessione, in una fase in cui si vorrebbe che il sindacato fosse impegnato a difendere l’occupazione e magari a ricercare le occasioni per nuovi inserimenti nel mondo del lavoro, una forza sociale di estrazione popolare si renda invece responsabile nel chiudere le porte in faccia a migliaia e migliaia di famiglie italiane.

C’è chi sostiene che Alitalia sia nei fatti già fallita e che la nuova compagnia sia stata composta da sedici furboni capeggiati dal “capitano coraggioso” Colaninno con l’idea di assumere a prezzi da realizzo la polpa della Compagnia di bandiera, lasciando alla vecchia società commissariata ciò che è meno commerciale ed i debiti.

Se non fosse che la nuova Alitalia si andava ad assumere l’onere della riassunzione diretta di 12.500 dipendenti, benché rivedendo alcune norme dei vecchi contratti legate alla produttività per potersi garantire un più agevole posizionamento sul mercato, e se non fosse ancora che, oltre alle assunzioni dirette, altre funzioni, valutate in circa 1700 unità di forza lavoro, dovessero essere utilizzate in  attività di sostegno e collaborazione, l’osservazione dei critici potrebbe anche starci. Ma l’obiettivo della CAI è quello di stare sul mercato, per continuare a volare ed a garantire così anche il lavoro al suo personale. La sua operatività assicura anche il lavoro dei servizi di sostegno, riparazione, manutenzione ed anche prenotazione ed informazione dei call center, ad esempio, che è una funzione precaria ma che stabilisce la continuità operativa per l’attività del trasporto aereo.

Non è poi una novità che i beni di una società fallita vengono messi sul mercato a prezzo di realizzo. Le attività ed i mezzi di Alitalia sul mercato in ogni caso non avranno destino diverso da ciò che normalmente accade altrove. Ma è utile anche dire che la cordata capeggiata da Colaninno metteva sul piatto un miliardo di euro che è un capitale di rischio di non poco conto.

I margini del dialogo restano appesi ad un filo e le prospettive di una litigiosità con le parti sociali non incoraggiano altre offerte. Sarà difficile che fuori dal Paese si trovino compagnie che si impegnino a rischiare capitali per proporre un piano di recupero per Alitalia. E’ per questa ragione che l’offerta della CAI non sembra avere alternative e resta l’unica prospettiva valida. Il PD e la CGIL hanno il dovere di rendersene conto anche perché si giocano oggi tutta la loro futura credibilità.

Vito Schepisi

su l’Occidentale

Alitalia: sinistra e sindacato (post) comunista in autogol

settembre 19, 2008

Sono stati in tanti ad aspettarsi che prevalesse il buon senso. Non è stato così! E’ prevalsa l’incoscienza e la difesa degli interessi corporativi. E’ prevalso l’odio ed il calcolo politico. E’ prevalso il cinismo di coloro che sulle spalle dei lavoratori di Alitalia, questa volta, volevano esercitare la vendetta politica per le frustrazioni della loro incapacità di rappresentare politicamente e socialmente il Paese. E’ un’ulteriore conferma di quanto sia lontana la sinistra dall’essere un riferimento per l’Italia delle riforme, dei diritti, della sicurezza e della equità. 

Sulla questione Alitalia si è voluta giocare una partita scorretta sin dal primo momento. E’ apparsa subito chiara l’idea che non fosse in gioco solo il piano industriale o l’interesse dei lavoratori della compagnia di bandiera italiana, ma soprattutto il revanscismo di rottura per poter affermare che Berlusconi non sia riuscito a districare questa matassa. 

L’opposizione non ha risparmiato le sue munizioni. Il fuoco di sbarramento è partito ad alzo zero sul piano “Fenice” sollevando in modo livoroso ogni sorta di dietrologia. L’obiettivo è stato quello di impedire che Berlusconi mettesse nel suo carniere anche questo successo d’immagine.

Un piano industriale ha la sua ragione quando garantisce le parti e tra queste anche e soprattutto coloro che investono danaro. Ritenere che la soluzione per il rilancio di Alitalia potesse essere messianica e che le difficoltà ed i debiti potessero rimettersi spontaneamente non solo è assurdo pensarlo ma è anche un frutto acido della malafede.

Nessuno dei protagonisti di questa sciocchezza, però, nutre il sospetto che questa vicenda possa rappresentare un boomerang per la stessa sinistra. L’incoscienza della rottura stabilisce infatti, qualora ve ne sia ancora il dubbio, l’inaffidabilità e l’immaturità di Veltroni e Bersani, di D’Alema e Di Pietro, di Epifani e della CGIL. 

Vincere una partita sulle spalle dei lavoratori è un autogol che neanche il vecchio pci, attento più alla ragione di partito che a quella del buon senso, avrebbe marcato. 

Le carte sul tavolo questa volta sono state chiare, molto di più che con le ombre di Air France che hanno fatto affermare a politici ignoranti (o in malafede?) un esito di esuberi contenuto in 2.150 unità (gli esuberi calcolati dai sindacati, invece, erano definiti in oltre ottomila: quasi il doppio di quanti emersi dalla trattative con CAI). 

L’opzione con la compagnia di bandiera francese era partita col piede sbagliato sin dal momento della scelta di una trattativa in esclusiva. Non si sa, infatti, perché, avendo avuto un ventaglio di scelte, invece di porle in confronto e concorrenza, come in un’asta, Prodi e Padoa Schioppa scelsero il metodo di affidarsi unicamente ed esclusivamente ad Air France. E’ stato come un calarsi le brache dinanzi al cugino francese. E’ stato come voler dire: noi stiamo qua supini e siamo disponibili; ora facci un’offerta qualsiasi e veniamo a casa tua con te. 

Perché al tempo si è voluto scegliere di trasformare un’opportunità di alleanza in una resa senza condizioni? 

Quella di affidarci ad Air France era una condizione di cessione davvero senza garanzie, quasi a scatola chiusa, e con l’aggravante di favorire in un settore vitale per l’Italia, come è il turismo, l’agguerrita concorrenza della Francia. 

Ed è questa la soluzione che, allora scartata in modo compatto dai sindacati, Veltroni ed il PD, senza vergogna, ancora difendono, prendendo per idioti gli italiani.

Questa volta, invece, s’è trattata di una cordata di imprenditori del nostro Paese. Saranno anche brutti, sporchi e cretini ma i sedici imprenditori mettevano sul tavolo un miliardo di euro di capitale ed un piano industriale che rilanciava Alitalia partendo dall’appeal dei suoi territori e delle sue città d’arte e di cultura. Sei hub (Roma, Milano, Torino, Napoli, Venezia e Catania) contro nessuno in Italia di Air France. 

Gli hub (parola inglese che significa fulcro) sono il cuore del trasporto aereo. Dagli hub partono ed arrivano i voli diretti che poi vengono smistati su altre destinazioni nazionali o europee. Il piano di Air France eliminava per l’Italia queste opportunità concentrando su Parigi e su Nizza i “fulcri” delle rotte che avrebbero servito il traffico aereo italiano: una totale dipendenza dalla Francia, quindi, anche per i transiti turistici. 

E c’è chi ancora chi ha il cattivo gusto di difendere questa scelta!

Con il piano Fenice era previsto un programma di rilancio che avrebbe portato la nuova compagnia a produrre profitti nell’arco di qualche anno. Anche i sospetti di speculazioni e di privilegi erano del tutto fuori luogo. Nessuno comprava sottocosto un’opera d’arte, tutt’altro! Veniva comparata una compagnia di trasporto aereo che al momento perde un milione di Euro al giorno e che è in grave condizioni di carenza di liquidità.

Il sindacato dei lavoratori di sinistra ha sostenuto le tesi di coloro che non volevano rinunciare a nessuno dei privilegi. Sono stati offerti trattamenti salariali, nonostante la crisi, pari a quelli attuali purché si potesse recuperare la produttività industriale attraverso un numero maggiore di ore di lavoro e la riduzione di periodi di ferie, per i piloti in particolare, attualmente pari a 42 giorni lavorativi all’anno. La CGIL si è schierata dalla parte di coloro che hanno voluto difendere i benefit ed i salari più alti.

Cosa dirà ora il sindacato della sinistra ai lavoratori dell’industria che di privilegi ne hanno davvero pochi? Cosa dirà a quelle aziende in crisi di liquidità, e che rischiano di chiudere, con cui tratteranno misure di contenimento della spesa di mano d’opera e tagli a posti di lavoro e salari? Chiederà il fallimento o la difesa del posto di lavoro anche a costo di alcuni sacrifici? 

Con gli autogol spesso si perde la partita!

Vito Schepisi

su l’Occidentale

L’antifascismo tra valori e retorica

settembre 17, 2008

Quasi sempre in Italia quando si parla di fascismo e di resistenza si tende a strumentalizzare. C’è molta retorica e c’è una frangia interessata che su queste questioni ci ha costruito una carriera politica e/o intellettuale. E’ persino vergognoso ricordare come per alcuni, dopo essersi assicurati dell’aria mutata, sia stato facile recuperare la civiltà dei valori, dopo aver sostenuto l’opacità delle coscienze e addirittura farneticato sulle qualità della razza.

Le polemiche oggi sollevate sembra siano sui valori assoluti del pensiero. Si potrebbe liquidare tutto dicendo che l’antifascismo non possa essere pensato come un valore assoluto, perchè vale quanto, nello stesso modo, si possa affermare che il fascismo sia stato o meno il male assoluto. Tutto questo per rispetto alla necessaria prudenza di guardare alla politica come un metodo per stabilire le regole e l’organizzazione di popoli e stati, più che una concezione filosofica che serva a misurare e stabilire le peculiarità dell’animo.

Il pensiero laico supera l’estremismo degli stereotipi (supremo, assoluto, sommo) e la politica deve essere incentrata sulla laicità dei sistemi per consentire di governare e convivere, e per dotarsi di regole condivise nell’interesse del popolo, piuttosto che metafisica delle coscienze per porre questioni ideologiche a confliggere sulla storia passata.

In Italia, però, sembra che quando una parte politica sia in crisi propositiva e non riesca a trovare un nesso logico tra le azioni ed i bisogni, non trovi di meglio da fare che passare a discutere dei massimi sistemi. Si conferisce così alle questioni di speciosa sensibilità ideologica un vitale interesse per il futuro, anche quello, ad esempio, dell’approfondimento sulle scelte per lo sviluppo di Roma capitale, come è anche accaduto.

Per tornare sull’argomento, c’è una certa differenza tra il sostegno ai valori dell’antifascismo e l’inserirsi nella truppa degli antifascisti italiani, nello stesso modo in cui v’è differenza tra i principi universali della democrazia liberale ed il sostenere le tesi di una democrazia popolare. L’antifascismo in Italia è diventata una maschera dietro cui si sono nascoste, e si  nascondono ancora, ipocrisie ed opportunismi, ed a volte violenza e neo fascismo di sostanza.

Non si può certo ignorare che ci sia stata una differenza sostanziale tra gli antifascisti democratici e liberali e gli antifascisti marxisti: i primi lottavano per liberare il Paese dalla dittatura, i secondi per passare dalla dittatura fascista a quella comunista. Una differenza di non poco conto se si guarda a cosa sia poi successo ai paesi dell’est passati nell’orbita della “normalizzazione” staliniana. 

I valori sono una cosa ed i metodi ed i comportamenti sono altro. Se i metodi oppressivi delle dittature fasciste, ovvero quelle totalitarie e comuniste, sono un male da respingere, sono nello stesso modo da respingere coloro che hanno usato e usano la contrapposizione a questo male per introdurne un altro di segno inverso. E’ da respingere, infatti, ogni principio che viene affermato con l’uso degli stessi metodi violenti che si vorrebbero condannare, soprattutto se non è in difesa di alcun atto di reale minaccia.

A cosa vale, infatti, evocare il pericolo fascista in ogni momento e senza ragione se non a consolidare una rendita di posizione per una collocazione non certo marginale nella realtà politica e sociale del Paese?

A cosa vale poi  evocare il pericolo fascista se non a fomentare motivi di contrapposizione e di scontro o creare quelle condizioni, come quelle della favola di Esopo “Al lupo! Al Lupo”, in cui la morale è che il pastore, protagonista della favola dello scrittore greco, nel momento di effettivo pericolo non viene più preso sul serio?

In questa retorica antifascista c’è davvero qualcosa di perverso!

Sono dunque da considerarsi allo stesso modo del peggior fascismo quelle situazioni in cui, senza motivo concreto, per sostenere una contrapposizione ci si possa rendere protagonisti di manifestazioni di intolleranza e di violenza. Per tale ragione è così giusto ritrovarsi tra i valori dell’antifascismo (termine che sarebbe meglio sostituire con “non fascismo” per evitare che dietro il sostantivo “antifascismo” ci si possa confondere e mescolare con comportamenti di ugual tipo. ndr)  senza però fare di questa scelta, naturale per un democratico, un distintivo di appartenenza.

Non servono patacche per essere democratici e liberali, le patacche servono solo a coloro che strumentalizzano questa condizione di asserito antifascismo, ed in Italia ce ne sono tanti.

Chi crede nei valori della libertà e della democrazia non ama che sia un punzone a stabilire l’appartenenza a quei valori che sono già nel proprio patrimonio culturale. Non è utile l’applicazione di marchi di fabbrica e che ci sia qualcuno che arrivi persino a porre discrimine su coloro che non hanno bisogno alcuno nè di riconoscimenti nè di legittimità. Se poi la pretesa proviene da coloro che non mostrano d’aver ancora maturato una cultura pluralista e democratica certa, il rifiuto della strumentalizzazione è ancora più giustificato.

Vito Schepisi

“Sto impunito!”

settembre 16, 2008

Oggi m’è capitato di ascoltare la frase tipica di molti italiani: “cos’ha costui più di me?”. Gli italiani che lavorano per 40 anni con le giornate tutte uguali, d’estate e d’inverno, e che spulciano continuamente il calendario per sognare e programmare qualche giorno di ferie; quelli che spesso su internet o presso le agenzie di viaggio ricercano offerte e fanno i conti per programmare uno stacco con l’alienante quotidianità, si domandano oggi cos’abbia Veltroni di più per avere una vita più facile e agiata, pur non avendo mai esercitato un mestiere.

Già beccato da affittopoli quando, nonostante beneficiasse della confortevole indennità da deputato, occupava una casa dell’ente dei dirigenti pubblici a canone irrisorio, a beffa delle famiglie meno abbienti; poi beccato da svendopoli quando nel 2005, già sindaco di Roma, acquistava, sempre dall’ente dei dirigenti pubblici, un appartamento a ridosso di via Veneto a Roma, di 190 metri quadri, per 373 mila euro, somma con la quale in quell’anno sarebbe stato difficile comprarsi appena 100 mq in periferia della città, ora è ancora al centro della cronaca perché è un padre generoso e premuroso.

E giù con i luoghi comuni del mio occasionale interlocutore: “Chissà come mai le fortune toccano sempre ad alcuni!?”; “è proprio vero che piove sempre sul bagnato!”; “ capita che, se sei onesto, New York, ad esempio, la vedi solo in fotografia nella vita tua!”. Ma poi sono davvero luoghi comuni o è anche saggezza popolare?

Non sono un esercito in Italia coloro che mandano i figli all’estero per motivi di studio e quelli che lo fanno, con qualche più o meno grande sacrificio, è improbabile che lo facciano per far studiare loro cinema. Sono studenti per lo più di discipline scientifiche perché all’estero ci sono laboratori più attrezzati.

Per il cinema e lo spettacolo ci sono, invece, quelli che l’America la trovano in Italia. Ma questa è un’altra storia!

Niente di strano, però, se ci sono i soldi. E se c’è questo talento da incoraggiare è anche bene che sia così.

Veltroni è sempre lo stesso leader del PD che l’altro giorno abbiamo sentito tuonare contro il governo per le difficoltà economiche degli italiani. L’abbiamo sentito in un consesso di giovani riuniti in una quattro giorni di studi per la formazione delle nuove leve del PD, mica “bao-bao micio-micio”, come direbbe Iachetti. Non sappiamo se tra i giovani studiosi ci fosse anche la figlia del capo, anche se supponiamo di no, supponiamo sia già stanca ed annoiata di ascoltare sempre le solite litanie sulla democrazia e l’integrazione del suo papà, e poi i soliti bla, bla su Kennedy, Martin Luther King, Clinton ed Obama, e poi sentire puntualmente riversare sugli altri le responsabilità delle proprie incapacità. A sinistra non c’è mai una connessione diretta tra fatti e parole, tra propositi e realizzazioni: sembra sempre un luogo di mera fantasia.

A proposito dei citati miti americani del nostro cinefilo all’amatriciana: che porti sfiga !?

 I primi due sono vittime di morte violenta; l’altro è caduto in disgrazia per manovre oscure sotto il tavolo ovale del suo studio; e l’ultimo che, dopo la trasferta di Veltroni alla Convention di Denver, rischia di perdere la Casa Bianca verso cui già stava preparando il trasloco. Si sospetta che sia il motivo per cui, malgrado le insistenti pressioni esercitate, la delegazione del PD italiano non sia stata neanche ricevuta da Barack Obama. Anche questa, però, è un’altra storia!

L’abbiamo dunque sentito tuonare sulle difficoltà degli italiani nel far fronte alle necessità delle loro famiglie. Sembrava contrariato e deluso perché milioni di lavoratori, alcuni con decine e decine di anni di lavoro duro sulle spalle, non riuscissero ad offrire in modo dignitoso ai loro congiunti persino il vitto e l’alloggio.

Cosa dovrebbero dire allora questi milioni di lavoratori dinanzi alla notizia che, per studiare cinema a New York, la figlia di Veltroni non s’è limitata a cercare una stanza in affitto, come tutti, ma ha fatto acquistare da papà, leader del PD, un appartamento a Manhattan? Dovrebbero imprecare contro la  razza padrona?

Mi sono sentito dire: “Si a New York, nella City, nel quartiere dei grattacieli, mica bao-bao micio-micio, sa!”. In una strada tranquilla, però, ed un appartamento di appena 60 metri quadri, come viene  precisato. E noi lo precisiamo.

Se avesse mai lavorato Veltroni in vita sua si potrebbe anche comprendere. Magari  acquistava l’immobile con i risparmi di una vita di lavoro e l’acquisto poteva pure costituire un investimento.

Ma il mio interlocutore continua a dire “cos’ha più di me?”.  E’ stata fortuna? Ingegno? Ha vinto al superenalotto? Buoni investimenti?

Quest’ultima potrebbe essere la risposta giusta: un buon investimento nella politica.

Quando era sindaco di Roma prendeva contemporaneamente, oltre alla ricca indennità di primo cittadino, anche poco meno di 6.000 euro al mese di pensione da deputato. Sa – azzardo rivolto al mio interlocutore – mica bau-bau micio-micio!

La replica è stata di dimensione poetica:  sto impunito!”. Altro non è possibile riportare ….c’è il rischio della querela.

Vito Schepisi