Archive for ottobre 2008

La sinistra italiana resta quella delle suggestioni

ottobre 31, 2008

Anche la scuola come le altre questioni sollevate con tanto clamore svanirà dalla cronaca come una bolla di sapone. Questo governo ha appena 5 mesi di vita e si è già trovato dinanzi a più di un venditore di cilindri colorati con dentro acqua e sapone per bolle che si diffondono nell’aria, si alzano, cercando di prendere il largo, e poi scoppiano per la loro materiale inconsistenza.

Le bolle di sapone durano lo spazio di un momento, anche se in quel momento fanno la gioia dei bambini. Le balle della sinistra durano altrettanto, e non si può dire che nel loro spazio di vita facciano la gioia di qualcuno.

Prevale la spinta alle suggestioni, più che la sostanza conta la rappresentazione delle cose. Non a caso il PD si è fornito di un leader diplomato in fiction.

L’Italia per il divertimento della sinistra ha pagato prezzi altissimi, persino in vite umane, oltre a danni materiali. I risultati, però, lasciano tutti molto perplessi. Lo Stato, infatti, non solo ha servizi  da terzo mondo, ma precipita anno per anno nelle classifiche in tutti i settori, scuola compresa.

Si è visto che per la sinistra non servono i confronti, non sono mai abbastanza i fondi stanziati, non è utile l’analisi economica delle compatibilità, non sono sufficienti gli spazi di controllo e la gestione della società attraverso i sindacati ed i patronati, e non sono mai congrui i fondi impiegati per la solidarietà e gli interventi per l’assistenza. Non bastano i trattamenti sociali e previdenziali al di sopra della media europea, e non basta neanche un numero di dipendenti in ogni settore pubblico in misura superiore agli altri paesi, c’è sempre qualcosa di più da imporre. Manca, però, e purtroppo, la percezione dell’efficienza commisurata a ciò che è ritenuto appena sufficiente.

Si ha l’impressione che il motivo sia rimasto quello di poter strumentalizzare l’irritazione dell’utenza. Si crea il disservizio per poter contestare al Governo di non essere capace di fornire risposte adeguate. Sarà per questo che la sinistra italiana, al contrario di quella europea, e dell’immagine che si ha della sinistra riformatrice, sembra essere più una forza conservatrice, persino con punte marcate di atteggiamenti reazionari.

L’inefficienza ed il bisogno creano una domanda non soddisfatta, soprattutto per le fasce più deboli che non possono permettersi di ricorrere a strutture private più costose. Questo vale per la sanità, i trasporti, la scuola e persino per la sicurezza e la previdenza. Non a caso a sinistra, tra i leader, si fa largo uso delle strutture private per i bisogni personali e per quelli delle proprie famiglie.

La sinistra italiana si è sviluppata in Italia nella serrata concorrenza, con le altre espressioni popolari, sulla ricerca del consenso attraverso i sistemi corruttivi – clientelari.

Dagli anni sessanta in poi c’è stato un braccio di ferro poco politico e molto populista. Mentre la destra e le espressioni liberali venivano marginalizzate,  si rafforzavano le espressioni corporative in cui si insediavano caste organizzate a piramide. La gestione del potere comprimeva persino le libertà formali che non trovavano spazi di diffusione. Chi si chiamava fuori era indicato come appartenente alla destra fascista, anche se invece era democratico e liberale.

Il sistema politico-clientelare, soprattutto nel mezzogiorno, si è retto sull’organizzazione politica dei bisogni della gente. Il voto di scambio consisteva nell’offrire i diritti come se fossero concessioni elargite. I partiti di massa avevano le loro cinghie di trasmissioni nei sindacati, nei patronati, nelle associazioni di categoria. Questi organismi si trasformavano in centri di reclutamento e di orientamento politico, non fondato però sul consenso e sulle convinzioni sociali degli elettori, ma sulla capacità di sfornare lettere di raccomandazioni, di distribuire posti di lavoro, di nominare Cavalieri della Repubblica, di istruire pratiche per la pensione, di esercitare la difesa sindacale sui posti di lavoro, di sollecitare il trasferimento vicino casa dei giovani di leva.

Per molti versi il Paese è ancora strutturato su queste logiche. Le giovani energie dovrebbero impegnarsi a respingere una realtà di caste e di privilegi, invece che battersi contro il nuovo e l’efficienza. A che servono ad esempio 5.000 facoltà universitarie con tanto di personale, mentre mancano i fondi per la ricerca, se non all’esercizio del potere delle caste?

Per la scuola e l’università c’è un lungo elenco di abusi e di sprechi, come lo è uno spreco anche il modulo delle tre maestre per le scuole primarie.

Vito Schepisi       su l’Occidentale

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La sinistra soffia sul fuoco della protesta esagerata

ottobre 29, 2008

 

 

Tutto come previsto! Sulla scuola la sinistra ha mostrato il suo vero volto. Svanisce così  l’immagine del riformismo, della ragionevolezza e della moderazione: il PD, malgrado i successivi passaggi di denominazione, utilizzati per mescolare le acque, resta per i contenuti ed i metodi, che ne ricordano lo stile inconfondibile, l’erede storico del vecchio partito comunista italiano .

Prevale in questa sinistra post comunista l’istinto alla doppiezza ed alla ipocrisia che ne ha sempre tratteggiato la storia. Il mesto ritorno al passato, che poi è il riflesso della formazione di sempre, lo si è capito già dal tipo di opposizione che il PD ha adottato in Parlamento contro il governo Berlusconi . Nella circostanza del decreto sulla scuola ne ha dato solo la conferma, con i toni duri adottati, con il ricorso alla piazza e con l’escalation di una protesta esagerata, anche per la portata piuttosto contenuta dello stesso provvedimento legislativo.

Una protesta mossa da un decreto convertito oggi in  legge dal Senato che prevede come forma più marcata di novità, in modo graduale a partire dalle prime classi dal  prossimo anno, il maestro unico nelle scuole elementari. E’ davvero troppo poco rispetto alla reazione sortita. E’ un irrazionale soffiare sul fuoco finalizzato solo a creare disordini e violenze, come è stato e si paventa che sarà. E’ il ritorno alla logica di partito che prevale sulla ragione.

Su questo provvedimento si è detto di tutto. Sono stati armati i cannoni della disinformazione caricati a balle grandi quanto una casa. Si è fatto del vero terrorismo psicologico paventando il licenziamento di oltre 100.000 tra insegnanti, bidelli e personale della scuola, l’eliminazione del tempo pieno, il taglio degli insegnanti di sostegno, l’aumento delle ore di lavoro per i docenti e le difficoltà per le famiglie per la riduzione delle ore scolastiche degli alunni.

Si è detto anche che l’intenzione del Governo sia quella di affossare la scuola pubblica per privilegiare quella privata. Un cumulo di spudorate bugie che servono solo a nascondere la portata positiva del decreto come, ad esempio, il ritorno alla responsabilizzazione nella formazione degli alunni, il taglio di sprechi e privilegi, il reperimento delle somme da impiegare per l’edilizia scolastica e per le strutture tecnico-formative, il recupero delle risorse da destinare alla qualità ed al merito. L’opposizione, inoltre, ha del tutto ignorato l’introduzione di una norma che prevede la conservazione per 5 anni dei testi scolastici, e di un’altra che prevede, sin dalle elementari, l’insegnamento della Costituzione Italiana.

In sintesi il decreto, oltre al metodo didattico per le elementari con un riferimento prevalente di un maestro unico, che comunque sarà affiancato del maestro di religione e di inglese, prevede ancora il ritorno all’assegnazione dei voti con  il sistema decimale ed il voto in condotta valido per la valutazione finale degli studenti. Ed è tutto qui il succo del famigerato decreto sulla scuola del Ministro Gelmini appena convertito in legge dal Parlamento!

Nessuno nella maggioranza ha mai preteso di definirla una riforma della scuola, perché è solo un provvedimento di rimodulazione delle risorse per ridurre gli sprechi, per razionalizzare la distribuzione del personale e per aumentare l’offerta formativa.

Ha persino esagerato la Gelmini nel dire  la scuola cambia. Si torna alla scuola della serietà”, perché, per la portata ridotta di questo provvedimento, la serietà e di là da venire. C’è un corpo docente che non è all’altezza e c’è, da parte degli insegnanti di ogni livello, una predisposizione politica alla strumentalizzazione dei ragazzi che, per serietà, andrebbe rimossa.

Una scuola seria la si potrà ottenere quando la reazione conservatrice di una sinistra senza riferimenti e senza valori lascerà il posto ad una diversa sinistra, veramente democratica e riformatrice, con la quale potrà essere possibile confrontarsi per ricondurre la scuola a luogo di confronto e di cultura plurale. La si potrà, inoltre, avere quando, dall’odierna centralità della funzione docente, si potrà trasferire l’attenzione alla centralità dell’utente della scuola e dell’università.

Come per ogni settore pubblico e privato, l’efficienza si commisura alla capacità di soddisfare l’utenza e nel caso della scuola nella capacità didattica di trasferire conoscenza e formazione. La scuola italiana, però, ha gli stessi limiti del pubblico impiego a cui, malgrado la spesa ed il numero degli occupati, non corrisponde un servizio di qualità.

Vito Schepisi

 

Ma l’opposizione è costruttiva?

ottobre 21, 2008

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:

– parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;

– parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;

– avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;

– c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.

Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.

C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.

Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!

Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.

I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.

Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.

C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.

Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.

Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.

 

Vito Schepisi 

Il Paese dei provinciali e dei complessati

ottobre 20, 2008

Se in Europa si parla dell’Italia, nel nostro Paese c’è sempre un megafono pronto ad ampliare e strumentalizzare ciò che si dice. Se in Europa si eleva un appunto al governo italiano, il megafono diventa uno stereo assordante e la voglia di sceneggiare preoccupazione, sdegno ed incredulità raggiunge toni da melodramma. Accade anche se l’Italia, esercita il diritto di far valere le sue ragioni nell’interesse del Paese e si preoccupa del contenimento della spesa.

Lascia interdetti il ripetersi di una sceneggiata che serve più a ledere l’immagine italiana che a concedere attenzione e serietà all’opposizione. C’è un provincialismo becero che emerge puntualmente, come un modo di sentirsi figli di un dio minore. E’ presente nell’Italia politica un diffuso complesso di inferiorità nei confronti degli altri paesi europei, come se gli altri fossero tutti più belli, più bravi e più buoni. Per fortuna che l’Italia dei cittadini, invece, di questo complesso non soffre. C’è l’intelligenza del fare che impone la sua presenza con le opere e l’ingegno di cui è capace, anche in conflitto con chi vorrebbe invece imporre un ruolo secondario alla Nazione.

Per l’Italia dei complessati non si potrebbe mai dire niente in Europa, se non rimetterci alle idee degli altri, e mai sarebbe possibile far prevalere le opinioni o suggerire le proposte italiane.

Contraddire la Francia, la Germania, l’Inghilterra e persino la Spagna e la Grecia si trasforma sempre in colpa grave e fa muovere un insieme di accuse che vanno dal presunto sentimento antieuropeo, all’isolamento dell’Italia o alla più generica accusa di brutta figura. Questa è la sinistra italiana, se non fa ancora di peggio organizzando imboscate o gazzarre antinazionali.

Si ha l’impressione, a volte, che sia preallestita un’orchestra già pronta a partire. Le prese di posizione del nostro governo servono a far partire il concerto, ci si preoccupa solo dell’effetto annuncio della notizia, naturalmente segnalando le apparenze negative, mentre nessuno sembra disposto ad approfondirne i contenuti. Nessuno ha voglia di valutare l’opportunità e la qualità della proposta. A malapena si verifica che la notizia sia vera. E poi via e parte la banda.

Tutti parlano perché la stampa ne amplifichi la portata. Le notizie hanno l’effetto di colpire l’immaginazione della gente. Chi più, o chi meno, fra gli operatori dell’informazione ci mette qualcosa di proprio per ottenere l’effetto che si prefigge. Il mestiere e la correttezza professionale intervengono solo perché la notizia sia almeno vera ed il margine dell’agire si deve così limitare solo alle sensazioni  che si vogliono trasmettere.

Il mestiere è difficile ed i confini dell’etica e della correttezza sono spesso impercettibili e lo sconfino dal principio della deontologia è sempre in agguato, anche per coloro che si prefiggono di fornire sempre con correttezza la notizia prima del messaggio da diffondere.

Fa naturalmente bene la stampa a diffondere tutte le notizie, anche quelle che agiscono contro gli interessi nazionali, o che diffondono comportamenti censurabili del governo del Paese. E si deve sostenere che sia anche un buon metodo quello di far seguire alle notizie gli approfondimenti ed i messaggi delle opinioni e delle scelte diverse rispetto a quelle rispettivamente proposte o adottate. La democrazia si regge, infatti sul pluralismo delle opinioni. Quello dell’informazione è un potere, ed esercitare questo potere non è solo un diritto ma anche un preciso dovere. E’ un potere che muove le opinioni, informa su vizi e virtù, stabilisce scelte, esalta uomini ed idee e stabilisce anche le sfortune degli uni e delle altre. Nell’era della velocità delle conoscenze, non può che essere così: l’informazione è il veicolo che anticipa il destino; è il giudice che irrora le sentenze della storia; è la scure del boia o l’aureola del paradiso.

E così la posizione dell’Italia sulla questione della difesa dell’ambiente ha avuto l’effetto della amplificazione della notizia, ha fatto partire le polemiche tra maggioranza ed opposizione, ma non ha trovato gli approfondimenti che servano a sostenerne o meno la portata, e solo pochi organi di informazione hanno tratto la dimensione delle obiezioni italiane. Tutto il resto solo per la polemica e per piangerci addosso. Ed è così che anche in questa circostanza è emerso il consueto provincialismo, è apparso l’atavico complesso d’inferiorità e si è manifestata la tafazziana predisposizione dell’opposizione di sinistra nel volersi far del male.

Vito Schepisi

La scuola in Italia non funziona

ottobre 15, 2008

Non c’è niente di più facile che strumentalizzare gli studenti quando li si invita a far “sega” a scuola. Le difficoltà che sono state incontrate da ogni ministro della pubblica istruzione in Italia – di ogni colore politico – per attuare una riforma organica e seria della scuola, sono consistite sempre nella facilità con cui si riesce a strumentalizzare i giovani e spingerli verso la protesta.

Se la reazione alle modifiche richieste coinvolgono anche gli insegnanti e se i sindacati mobilitano gli iscritti e diffondono bollettini di guerra, strumentalizzando ora un passo, ora l’altro dei provvedimenti,  inserendo persino ipotesi strumentali che non esistono, diviene ancora più facile.

Negli studenti si scatena la sindrome di Stoccolma quando si trovano a supportare le proteste dei docenti: sono portati persino a solidarizzare con il “nemico”. Per lo studente, infatti, il docente è sempre, scherzosamente o meno, la controparte.

Anche l’azione degli insegnanti molto spesso giova a facilitare il progressivo sfilacciarsi della funzione didattica e formativa della scuola. C’è nei docenti uno spirito conservatore che non agevola il coraggio di riprendere le redini dell’autorevolezza. E’ uno spirito di corpo che li spinge più a sottostare ad un ruolo di presenza passiva, che ad imporre comportamenti adeguati e dignitosi.

Non c’è proprio bisogno di leggere i dati dell’OCSE per capire che in Italia la scuola non funziona! E’, persino, ridicolo leggere che il Ministro Gelmini, e coloro che sostengono la necessità della riforma della pubblica istruzione partendo dal ripristino di strumenti di valutazione tradizionali e seri, siano accusati di sottrarsi al confronto con il personale della scuola. L’attuale pubblico servizio educativo è quello che si arrocca dietro la conservazione di strumenti e metodi già ritenuti di cinica ed irresponsabile insensibilità.

La scuola di oggi ha la presunzione dell’autoreferenza e quella spocchia che deriva dallo status di insegnanti. Sono difetti che disperdono la sensazione della realtà, rendono endemiche le carenze del corpo docente e controproducenti le loro prestazioni.

La gestione per certi versi burocratica e per altri sindacale della scuola italiana è il perfetto contrario della funzione educativa. Nelle scuole tutto è finalizzato, ad esempio, a trarre profitto  dalle attività e tutto senza il coinvolgimento, se non secondario, relativo e piuttosto indifferente, dei soggetti principali della istituzione scolastica. Si sposta così la centralità dagli studenti al personale. La funzione didattica si trasforma in “postificio” dove conta più il numero degli occupati che, appunto, le finalità dell’istituzione. Sarebbe necessario invece riqualificare la spesa e la qualità dell’istruzione, tenendo conto sia della finalità didattica che della qualificazione del personale, con un dignitoso trattamento economico ed un sistema premiante in funzione di comprovate capacità.

Da qualche anno si è scatenata la corsa ai progetti che consente a chi li appronta ed a chi partecipa benefici economici, spesso anche esagerati, nella completa assenza della partecipazione degli studenti, cioè in assenza dei veri protagonisti della scuola. Non sono, infatti, i maestri, i professori, il personale, le forze del futuro che il sistema dell’insegnamento si prefigge di promuovere, ma sono invece quei giovani a cui si presta attenzione oggi solo  per strumentalizzarli. Nella scuola, come nel pubblico impiego, il personale (mi scuso per la generalizzazione – ndr) si prefigge due soli risultati: maggior guadagno e minor impegno.

Si vuole un esempio? Dopo il provvedimento del Ministro Brunetta sulle assenze per malattie nel pubblico impiego, c’è stata la corsa ad informarsi su cosa si perde se ci si assenta per malattia e su come si possono  evitare le decurtazioni. La preoccupazione degli impiegati del pubblico impiego è stata quella di trovare, se possibile, il modo per aggirare l’ostacolo. Nelle scuole le segreterie sono state assalite dai docenti che si informavano. E non ci sarebbe da meravigliarsi  se si arrivasse ad ascoltare il disappunto degli studenti per le minori assenze dei loro docenti.

Si parla di tagli. Ma come si possono nascondere le difficoltà economiche del Paese? I tagli sono necessari perché senza la riduzione della spesa non si può contenere la pressione fiscale e non si possono adottare provvedimenti di sostegno alle famiglie, al lavoro ed alle fasce più disagiate. Un’azione di governo responsabile ha così il dovere di tagliare gli sprechi, anche nella scuola.

Vito Schepisi

Quanto durerà questo Partito Democratico?

ottobre 14, 2008

Leggendo l’articolo di Peppino Caldarola sul Giornale di questa mattina, ho risolto un enigma che mi ponevo da tempo. Se il Pd in definitiva abbia offerto alla politica italiana qualcosa di nuovo. La risposta è stata negativa. Anche la presunta unificazione, in un partito, delle due componenti interessate all’incontro tra marxismo e cattolicesimo, caro al sentimento di ineluttabilità di Aldo Moro, e che ha coinvolto i post comunisti ed i post confessionali cattolici italiani, sa tanto di antico.

E’ emerso il vecchio compromesso storico, inseguito da anni in piena prima repubblica e bloccato solo con la tragica scomparsa dello Statista cattolico. Lo stesso che è stato pensato allora per sbancare il tavolo della democrazia e mettere fuori gioco sia il socialismo riformista che il liberalismo pragmatico dello Stato necessario. Il nuovo partito è simile all’equilibrio sostanziale tra la maggioranza a centralità democristiana e l’opposizione a centralità marxista del vecchio consociativismo.

La particolarità si rispecchia soltanto nella riflessione che, con il venir meno del centralismo democratico dell’esperienza marxista, il nuovo partito è stato influenzato maggiormente dall’aspetto tattico della vecchia Dc, dove e quando non si risparmiavano munizioni nella lotta intestina, per compattarsi subito dopo in presenza della divisione degli spazi di potere.

La presenza all’interno di anime teoricamente così differenti, da sembrare persino del tutto inconciliabili impone, oggi come imponeva allora, il metodo dell’immobilismo nell’attività propositiva del partito e la chiusura culturale alle riforme ed alle novità in genere. Contava allora, come conta ora, più ciò che si lasciava intendere di ciò che si faceva. La politica delle parole, cara a Veltroni, anziché la politica dei fatti.

Il PD è un puzzle dove le tessere si scompongono su ogni questione, per ricomporsi solo al sopraggiungere della necessità dell’unità strumentale per conquistare il proprio spazio di interdizione. La forza di ciascuno consiste solo nella sua capacità di poter impedire. E’ un campo di battaglia dove la tensione si avverte a naso. Veltroni acquista consenso solo se riesce a dividere. La sua forza è in definitiva solo quella sua debolezza che lo mantiene in vita. “Sulla carta – sostiene Caldarola – più il Pd si divide in ex Ds ed ex Popolari, con altre correnti di contorno, più il segretario può sentirsi in sella. A meno di un patto doroteo fra diessini e popolari che lo butti per aria, la nuova divisione nel Pd lascia un po’ di tempo da vivere, politicamente, a Veltroni”.

Tutti sono di passaggio, a parte che nel cammino della vita, anche nell’impegno politico, ma per Veltroni i suoi passaggi sono caratterizzati soltanto da rappresentazioni  prive di contenuto. E’ come se in un teatro il sipario si aprisse dinanzi ad una scenografia maestosa per sfarzo e luci, ma senza che il protagonista abbia poi mostrato di saper ben occupare la scena. Una comparsa. Solo una semplice comparsa! Quanto fugace si vedrà: per ora ha solo compiuto un anno.

Anche il governo ombra del PD è piuttosto un governo in ombra. E’ sterile, inutile ed inconsistente; è privo della fisionomia rigorosa che, invece, la serietà del momento richiederebbe.

Il Pd si è spaccato persino sulla manifestazione del 25 ottobre, su cui invece Veltroni ha puntato giocandosi anche le carte del dialogo e del confronto con la maggioranza. La manifestazione avrà successo solo se riuscirà a mobilitare l’antiberlusconismo militante, Di Pietro, girotondini e sinistra alternativa compresi. Saranno, però, sempre coloro che non  hanno votato e non voteranno Pd a decretare il successo o meno dell’iniziativa. Il collante sarà sempre il solito, ma perdente, prodotto.

Per raccattare questa gente, Veltroni ha chiesto sostegno alla base ed al sindacato della Cgil e si è mostrato disposto ad ogni genere di linguaggio, anche il più aspro. Da Alitalia ai contratti nell’industria il leader Pd è andato via, via  alla ricerca dei toni esasperati per accreditarsi credibile, rincorrendo Di Pietro ed i centri sociali e facendo ricorso ad ogni doppiezza e strumentalizzazione. Sono tornate le polemiche su fascismo ed antifascismo, sono emerse le accuse di puntinismo; si è arrivati a strumentalizzare gli immigrati e lanciare accuse di razzismo. Veltroni ha speculato persino sull’ultima crisi finanziaria.

Quanto durerà questo Partito Democratico? Questa si che è una bella domanda!

 

Vito Schepisi  su l’Occidentale

 

 

Di Pietro, il torturatore dolce

ottobre 13, 2008

Gli argomenti che usa Di Pietro per motivare la sua opposizione in Parlamento e nelle piazze non sono dissimili da quelli che vengono usati per i consigli per gli acquisti. Il suo fustino, infatti, lo spaccia come migliore di quello che offre la concorrenza.

Se la politica, però, è generalmente ritenuta arrogante e impunita, non sembra che quella dell’ex magistrato sia da meno. Le vicende in cui i suoi ex compagni di storie politiche lo coinvolgono mostrano un usuale comportamento dell’attività politica usata come mezzo. Il suo protagonismo risulta persino più professionale ed attento nell’assicurarsi i vantaggi economici e le opportunità che gli strumenti della democrazia offrono al partitismo ed alle attività delle forze rappresentative della volontà popolare.

Il suo bucato è dunque solo unilateralmente ritenuto più bianco di quello della maggioranza ed è senza un vero confronto alla luce del sole. Non può esserci, infatti, democrazia del confronto quando ci si limita a criminalizzare l’espressione politica votata dalla maggioranza degli elettori. Quando, come fa Di Pietro, non si riconosce la legittimità di una proposta politica, ci si esime persino dal dovere di attivare un’opposizione costruttiva o di confrontarsi sulla base di un diverso programma. L’opposizione dell’Idv non è per niente costruttiva, anche perché è priva di un visibile programma diverso: l’opposizione di Di Pietro è, infatti, solo pregiudiziale.

Il trebbiatore molisano era al governo fino a pochi mesi fa e non sembra che abbia agito per rendere più pulita la vita politica italiana. Più che una continua e poco dignitosa litigiosità con Mastella, reo d’avergli precluso la strada al ministero della giustizia a cui ardentemente aspirava, di tracce della sua presenza non se ne ricordano e tanto meno si rammenta l’efficacia della sua azione.

Sappiamo che ogni pacchetto pubblicitario viene predisposto per colpire la fantasia dei consumatori. I consigli per gli acquisti sortiscono così l’effetto dell’illusione: i denti più bianchi, lo sguardo ammaliante, il corpo più snello, il profumo più giovane. Si cerca di solito con la pubblicità di offrire un’immagine di efficienza e di qualità immediata. Sappiamo però che non sempre ciò che si propone corrisponde alla sostanza, e non sempre ha un miglior effetto pratico.

Di Pietro è così da tempo. E’così sin da quando faceva il PM e da quando misteriosamente ha riposto in soffitta la toga per vestire panni diversi. Ha avuto sempre un atteggiamento molto opportunistico nel percorrere trasversalmente la scena, come il famoso fustino della pubblicità.

Lo si ricorda in televisione a respingere una legge improntata alla civiltà giuridica e tesa a limitare  l’uso del rigore carcerario come mezzo di tortura “dolce”. Nel delirio della sua sensazione di onnipotenza aveva persino immaginato un golpe giudiziario con riferimento planetario in cui le toghe, quasi ispirate da una sommità giustizialista e ritenute supreme regolatrici degli egoismi terreni, potessero deporre i governi degli uomini, in quanto banali espressioni della democrazia, per uniformarsi ai supremi codici  dell’ordinamento giudiziario.

Quando qualcuno gli ha fatto rilevare che con gli stessi codici poteva dover rispondere del suo operato come magistrato e come uomo, ha invece dovuto necessariamente rimettere i piedi per terra.

Ha dato di sé prove diverse di attenzione alla vita sociale ma univoche nella direzione di porsi dinanzi al suo competitore, anziché come leale avversario ed efficiente interlocutore politico, per svolgere una funzione di stimolo e di controllo, come, invece, un feroce ed aggressivo molosso, esaltato nei toni e violento nei propositi. Si ha l’impressione che tutti coloro che osino passare dinanzi alla sua strada e che gli contendano la scena siano meritevoli almeno di 20 fustigate alla schiena, a guisa del rigore della legge coranica.

Ma se il Corano ha una sua dottrina di fondo che richiama i musulmani fedeli ad uniformarsi, il dipietrismo in fondo, invece, non ha niente. Il dipietrismo è solo odiosa visceralità e violenza allo stato potenziale, come quella in cui si distingueva Di Pietro come magistrato quando alzava la voce coi deboli ed usava, con minacce e torture psicologiche, gli indagati come megafoni dell’inquisizione.

Se il capo dell’Idv definisce il Governo Berlusconi una “dittatura dolce” chi ci impedisce allora di poter definire Di Pietro come un torturatore dolce.

 

Vito Schepisi

La follia finanziaria

ottobre 10, 2008

Sulla volatilità della borsa non sono mai stati sollevati dubbi. Il mercato della azioni è sempre stato considerato un gioco d’azzardo. Passa per una linea d’investimento ma è soprattutto una forma di rischio per i capitali. In borsa non ci sono mai tutti vincitori o tutti perdenti. Se c’è chi guadagna c’è sempre chi perde, ovvero chi trasferisce la sua possibilità di guadagno o di perdita a seconda dell’andamento successivo delle azioni negoziate. Ma un tempo, se non diretto verso società decotte per altre ragioni quali le difficoltà industriali, la contrazione della domanda o la cattiva conduzione aziendale, l’investimento in borsa nel medio e lungo periodo era considerato il più remunerativo.

Fino alla prima metà degli anni ’90 si sviluppava nell’andamento dei titoli azionari un trend ciclico: era luogo comune il consiglio di comprare in presenza di mercati depressi e vendere quando i mercati registravano record di rialzo. Questo principio da manuale del piccolo azionista, sapientemente impiegato, serviva a creare equilibrio tra domanda ed offerta e rendere stabili le quotazioni. Acquistare, infatti, in presenza dei mercati in discesa blocca le perdite, e vendere quando il valore delle azioni sale, invece, impedisce che i rialzi siano al di sopra dell’effettiva qualità e valore delle società quotate.

Ma è un metodo che vale ancora? Rispondere positivamente sarebbe azzardato perché la borsa da qualche anno, invece di rispecchiare la solidità patrimoniale delle aziende, si muove di più sulla capacità di far girare i titoli azionari. La valutazione del rischio si forma in modo preponderante sulla capacità del titolo d’essere richiesto sul mercato. E’ capitato che società con enormi fatturati, con buone strutture industriali, con costosi macchinari e con migliaia di operai fossero meno capitalizzate di altre prive di strutture, con fatturati modesti e con poche centinaia di dipendenti, e solo perché coinvolte in un giro di manovre finanziarie che facevano lievitare il valore delle azioni.

Verso la fine degli anni novanta le società quotate in borsa sorgevano come i funghi nelle stagioni umide, e c’era la ressa nelle banche per acquistarne le azioni. Si registrava quasi sempre una richiesta più larga dell’offerta e puntualmente l’emissione andava al riparto. Nel primo giorno di quotazione in borsa e nei giorni successivi si sviluppava un’irrazionale corsa all’acquisto che faceva salire il valore delle azioni in modo esponenziale. Tutto avveniva in modo così irresponsabile da consentire di far arricchire pochi ed impoverirne tanti. Sul mercato, infatti, arrivavano vere e proprie scatole vuote che venivano riempite di luccicante denaro a spese di sprovveduti risparmiatori. La beffa è che costoro, sognando di interpretare nel complesso mondo della finanza la parte degli astuti speculatori, perdevano invece i risparmi accumulati in anni di lavoro.

Sul tavolo verde della fortuna, la roulette l’azionavano i furbi “capitani d’impresa” e gli “eroi” della finanza. Le società di gestione dei fondi comuni di investimento si inserivano nei mercati spostando enormi quantità di denaro da una società all’altra, facendone così lievitare il prezzo per poi spostarne piccoli pezzi alla volta sul mercato e speculando sul plus valore che si andava creando, ovvero erano le stesse società che immettevano sul mercato grosse quantità di titoli azionari facendo scendere le quotazioni per ricomprare gli stessi titoli a prezzi più bassi. Ogni strumento finanziario, a danno dei semplici risparmiatori, è stato ampiamente utilizzato con l’esito di rendere la borsa non più una proficua fonte di finanziamento per l’impresa, ma un serbatoio di speculazioni che per alcuni industriali-finanzieri si andava a sostituire ai profitti aziendali.

Verso la fine degli anni 90, i capitalisti italiani erano diventati quasi tutti finanzieri ed invece di investire nelle imprese di famiglia, ereditate da nonni e genitori, per rinnovarle e rilanciarle, investivano in attività finanziarie. La finanza, come dice a ragione il ministro Tremonti, non produce ricchezza ma si limita solo a trasferirla. I subprime, i derivati, le obbligazioni subordinate, le scommesse sul rialzo o sul ribasso dei titoli azionari, sono stati gli ulteriori strumenti della follia finanziaria degli anni a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio su cui sono scivolati milioni di ingenui risparmiatori.

Dopo la crisi industriale del 1929 c’era così da aspettarsela la crisi finanziaria del 2008

 Vito Schepisi            su l’Occidentale

 

Cacciari: Veltroni è “ridicolo” e “inadeguato”

ottobre 8, 2008

Se Veltroni sperava di sgonfiare la bolla Di Pietro non c’è riuscito. Osservando i sondaggi, pubblicati da Affari Italiani il 7 ottobre, il tentativo di corrergli dietro ha sortito ben tre effetti opposti a quelli che il segretario del PD voleva ottenere: ha ridotto nelle intenzioni di voto degli italiani il consenso verso il PD, sceso al 28% dell’elettorato; ha favorito notevolmente la crescita dell’Italia dei Valori di Di Pietro, che ha raggiunto l’8%; ha incrementato il consenso al Pdl che si conferma stabilmente come primo partito italiano, raggiungendo il 41% delle intenzioni di voto.

Se poi la Lega resta stabile al 9%, il Movimento delle Autonomie di Lombardo, anch’esso stabile sull’1% e la destra di Storace mantiene il suo 2%, è la sinistra nel suo insieme che perde voti a favore del centrodestra.

Tra il Pdl e il PD ci sono ora due interi partiti di differenza: l’Idv + l’Udc che insieme fanno 13 di percentuale. Il solo partito di Berlusconi supera tutta insieme l’intera sinistra (quella che somma a Veltroni, Di Pietro, e la sinistra arcobaleno, attestatasi sul 4%).

Un autunno da dimenticare per il PD. In così breve tempo sta inanellando un’onda lunga di sonore sconfitte. Per sgonfiare un’azione politica inconsistente, quanto una bolla di sapone, per lo spessore molto contenuto di Di Pietro, Veltroni ha perso il fiato e non regge alla distanza.

Ha più di una ragione, quindi, il Sindaco di Venezia, Cacciari,  a definire il segretario PD “ridicolo” e “inadeguato”. Ridicolo perché sforna il solito piatto dell’emergenza democratica. Se “Berlusconi è un’anomalia del sistema democratico”, come sostiene Veltroni, Cacciari osserva: “Ma se è dal 1994 che è in politica! E’ una cattiva battuta, una cosa che fa ridere“.

Il leader del PD è inadeguato perché alle iniziative della maggioranza, ritenute dallo stesso Cacciari semplici “spot”, non riesce a contrapporre niente e, soprattutto, blocca il confronto sulle riforme per cui il Paese corre il rischio di perdere ancora una legislatura. “Il governo sta facendo spot e l’opposizione manifestazioni. Chi ha più torto? Non lo so. Ma – conclude il sindaco di Venezia   nessuno dei due è adeguato al problema e alla crisi che stiamo attraversando”. 

Alla politica prima dell’Ulivo, poi dell’Unione, costruita sulla delegittimazione di Berlusconi e dei suoi alleati (l’ultimo Governo di Prodi pervicacemente, invece di cavalcare la ripresa della congiuntura internazionale, disponeva prevalentemente controriforme che annullassero i provvedimenti del governo precedente), l’elettorato moderato e popolare ha risposto premiando il Pdl. Ha così legittimato la maggioranza che si è formata sui valori della moderazione e del riformismo. Anche se molti elettori hanno creduto alla svolta di Veltroni ed hanno sperato che anche in Italia prevalesse la normalità nel confronto politico, a prevalere nel PD è stato lo zoccolo duro dei post comunisti. C’è una consistente fascia di elettorato di sinistra che esaurisce il suo messaggio politico con la sola idea dell’eliminazione dell’odiato Berlusconi. 

Perché Veltroni corre dietro allo zoccolo duro e rinuncia alla sfida al Pdl sul centro e sul riformismo? L’unica risposta è che sia confuso. Ma Di Pietro si sgonfia con la buona politica e non inseguendolo con la trebbiatrice.

Cacciari è certamente tra coloro che speravano “che potesse essere la volta buona per una certa intesa per fare riforme serie, condivise e bipartisan”. Ma se le parole di Cacciari possono starci in un confronto teso, ma legittimo, con la maggioranza; se sono osservazioni critiche e costruttive, come dovrebbero essere nel linguaggio di una  opposizione democratica, le sue osservazioni devono, invece, essere considerate dei veri macigni scagliati contro il leader del suo partito.

Si ha l’impressione che all’interno del PD si va formando una fronda di aperta rottura con il segretario. Se il PD trovasse al suo interno una classe dirigente di estrazione democratica, liberale e riformista, si potrebbe anche sperare di rendere anche il nostro un Paese normale.

Vito Schepisi            su l’Occidentale

 

Il Feroce Saladino

ottobre 7, 2008

E’ uno strano partito quello Democratico. E’ stato voluto da Prodi e sembra che ora il Professore ne sia già fuori. La tessera numero uno di De Benedetti non è stata mai consegnata ed ora il finanziere e coeditore del gruppo Repubblica-L’Espresso mostra di non gradirla più. Il responsabile politico del Partito parla, ma c’è chi lo precede per dire cose diverse o lo smentisce prefigurando scenari e strategie differenti. Il Partito è frantumato in tanti di quei gruppi che è persino difficile contarli.

Rivendica scelte coraggiose Veltroni: “abbiamo fatto – sostiene – un’operazione di grande europeizzazione della vita politica italiana“, ma ha il vizio di inciampare sugli esiti. Il coraggio, infatti, richiede la coerenza che è mancata quando ha scaricato Boselli per imbarcare Di Pietro e che non mantiene quando non chiede, anzi non pretende il tavolo delle riforme.

Se Veltroni non riesce a dare respiro europeo al suo partito non potrà mai contribuire a darlo alla politica italiana! Persino il rotocalco Newsweek qualche settimana fa lo ha ignorato nel far l’elenco dei leader contemporanei della sinistra Europea.

E’ uno strano partito. Sembra un partito omertoso. Alla ripresa dell’attività politica dopo l’estate, per parlare di strategie per l’autunno, nessuno ha preso la parola per tratteggiare i differenti punti di vista, tranne Parisi che ha definito il PD un “partito schizofrenico e depresso”.

Il nuovo partito della sinistra italiana sembra, così, più un luogo di chiacchiericcio e di pettegolezzi che una forza politica che si prefigge obiettivi ambiziosi. Si ha l’impressione che la fusione tra ispirazioni e tradizioni diverse consigli a tutti di tenere a freno la bocca, anche se non riesce a smorzare delusioni e preoccupazioni. E c’è chi già pensa a scissioni.

Non ha fatto in tempo D’Alema, alla conferenza dei giovani di Confindustria a Capri, ad esprimere apprezzamenti a Tremonti ed al Capo del Governo sulla cautela e prudenza nella gestione della crisi finanziaria mondiale che altri, come Bersani e lo stesso Veltroni contestano, invece, al Governo la sottovalutazione della crisi ed il pericolo di un fenomeno più pericoloso della crisi del ’29.

L’impressione è che la guerra sia totale e che le battaglie vengano affrontate senza esclusione di colpi anche se investono questioni delicate, come si è visto per Alitalia, o se finiscono col soffiare sul fuoco della crisi finanziaria che è, e deve restare, invece, al di fuori del confronto politico.

La Legislatura è ancora lunga ed alla fine emergerà solo la capacità di adeguare il Paese alle mutazioni sempre più veloci di una società globale. L’invidia ed il risentimento possono poco se confrontate con la strategia delle riforme e con le rivoluzioni sociali; ed a nulla valgono le accuse di autoritarismo se il Governo va avanti per la sua strada sostenuto dal consenso degli italiani.

D’Alema, ad esempio, sembra abbia compreso che col 25 ottobre non si esaurisce l’attività del PD, al contrario di Veltroni, che dovrebbe essere un po’ più smaliziato del Di Pietro che prova ad inseguire. Pensiamo che non sia a torto che si accredita capacità intellettuali più raffinate.

Un furore quello del ’buonista” del vecchio pci che appare sproporzionato, se alimentato solo dalla manifestazione del 25 ottobre. E’vero che la politica è fatta per gran parte di episodi ma è anche vero che alla politica non possano mancare obiettivi ed indicazioni di più largo respiro. Un grande partito non può limitarsi a vivere alla giornata e preoccuparsi solo degli effetti speciali, perché ci sono anche quelli normali. Le emozioni che una formazione politica fa emergere finiscono con essere la sostanza di una credibilità più duratura. Le ragioni dei riferimenti ideali sono le fondamenta su cui un partito d’origine popolare deve costruire il nocciolo duro del suo consenso.

Anche i sillogismi verbali richiedono allo stesso tempo dell’effetto immediato la logica della loro interpretazione futura. Il fatto che in piazza scendano solo quelli più inclini alle parole d’ordine ed ai messaggi forti non può far esimere il segretario di un partito responsabile dal riflettere sulla preclusione nei futuri rapporti e sull’opportunità o meno di condurre lo scontro verso un punto di non facile ritorno. Nessuno gradisce sedersi a discutere intorno ad un tavolo dove uno dei presenti usa  arringare la folla contro gli altri partecipanti.

C’è già Di Pietro, dentro e fuori del Parlamento, ad occupare lo spazio dell’intolleranza e della opposizione pregiudiziale, e Veltroni deve saperlo che Di Pietro come “Il Feroce Saladino” è più credibile di lui. 

 Vito Schepisi