Archive for gennaio 2008

Al Voto per scegliere

gennaio 29, 2008
elezionischedea1.jpgE se invece di soffermarsi sui soliti aspetti negativi della politica, quella fatta di chiacchiere e di polemiche si pensasse a ricondurre l’interesse generale sulle scelte per il Paese? Non è bene che si chiuda la stagione della politica frivola?
Basta con la fiera delle parole vuote e dei pettegolezzi in cui ciascuno guarda in casa dell’altro e rileva motivi di superficialità, disinteresse e insufficiente coerenza. Si dovrebbe operare perché si riconduca finalmente il confronto politico alla semplicità del suo funzionamento, alle economie delle risorse, soprattutto alla  loro razionalizzazione con i dovuti tagli nei settori non funzionali. E’ urgente provvedere ai tagli allo spreco e soprattutto ai tagli all’uso di risorse economiche utilizzate  per soddisfare gli appetiti di casta. Basta anche con il grande fratello che passa tra i fili del telefono e nelle storie private dei singoli. Basta al ricatto come strumento di lotta politica.
Le scelte, finalmente le scelte, tra un’Italia che semplifichi i rapporti con i cittadini, snellendo burocrazia ed oneri, riducendo le tasse ed i privilegi, ed un’altra che arranca tra le contraddizioni e le tasse, sommersa da spese, da oneri, da costi, dalla politica invasiva e vorace. Non si possono tollerare i salari falcidiati dall’aumento costante del costo della vita, ben oltre quello registrato dagli indici di inflazione, ed una casta politica pletorica e diffusa, ben servita, ben pagata, spesso impunita.
Che si voti per le scelte allora! Il confronto politico non consiste nella contabilità dei provvedimenti giudiziari e nella ricerca fisionomica dell’ombrosità dei personaggi, ma nella capacità di presentare progetti di governo e di proporre idee di realizzazione. Con Prodi è questo soprattutto che è mancato
Si parla tanto di trasparenza, ed i media ricordano puntualmente quanto sia difficile per il cittadino comprendere il valore costruttivo di un battibecco, per indulgere ancora a mantenere comportamenti di scontro e di volgari recriminazioni sull’operato degli altri, con i consueti corollari del rinfaccio reciproco di episodi di rilevanza giudiziaria.
Per essere credibili non basta urlare nelle orecchie degli altri e dare del ladro e del farabutto a destra ed a manca,  o mettere alla berlina il personaggio politico ed utilizzare le doti di comico per esser simpatico. Insomma non è facendo il Grillo di turno che si propongono soluzioni per il Paese o che si possa pretendere di riscuoterne la fiducia. Basta con i forcaioli senza idee. I comportamenti delittuosi devono essere sanzionati, e con severità, soprattutto se sono di provenienza politica, ma se diventano fumo per la strumentalizzazione politica finisce, invece, che nessuno paga. I canali d’informazione potrebbero persino essere il valore aggiunto della comprensione e della puntualizzazione sistematica della verità di fatti, esigenze e circostanze, senza lasciarsi coinvolgere nella partigianeria politica. Ma sappiamo che non sempre è così!
Si indulge spesso sui luoghi comuni o sulle parole d’ordine coniate per sintesi di suggestioni non sempre attendibili. C’è molta responsabilità di  quei settori mediatici che per comodità, servilismo e persino protagonismo fanno da cassa di risonanza alle ipotesi più suggestive. Su questo ha persino ragione Fassino quando accusa i giornali di costruire i titoli, di evocare conflitti e furbizie, di ricercare complotti da raccontare ad ogni riproporsi di una pur giusta e corretta dialettica fra i partiti o all’interno degli stessi. Non è sempre vero che dietro l’angolo ci sia sempre qualcosa, come è pur facile verificare nella vita d’ogni giorno quando svoltando l’angolo spesso si osservano le stesse cose che si son viste prima di svoltarlo. La fiction ha preso il largo nell’immaginario collettivo dove ognuno diventa regista del film della propria fantasia.
E’ ora di finirla con le cagnare senza senso e con l’esercizio delle delegittimazioni. Non si può consentire che una parola d’ordine della politica, grazie alla compiacenza dei media, possa diventare la sintesi di un programma politico per chiedere al Paese di schierarsi contro. Deve essere  sufficiente il consenso elettorale perché un governo svolga il suo compito. In caso contrario qualsiasi governo resterebbe al palo dell’immobilismo. Il timore della impopolarità non può, ancora, impedire ai governi di essere spinta di rinnovamento ed intercettore della domanda di democrazia e di evoluzione di leggi e di opportunità.
Cos’è un governo se non l’interprete di una fascia, la più larga possibile, di esigenze popolari? E cos’è un esecutivo se non l’anima amministrativa del Paese che debba saper mediare le richieste delle diverse fasce sociali?
E’ attraverso il rapporto con le forze produttive del Paese che immancabilmente e per motivi diversi, spesso anche conflittuali, si rivolgono allo Stato per ottenere gli strumenti per rendere al meglio i propri servizi e ricavarne i mezzi necessari per vivere, per crescere, per rinnovarsi, per occupare manodopera, che si sviluppa la coscienza democratica delle popolazioni. Attraverso l’opera di equilibrio tra le esigenze delle famiglie, le politiche dell’impresa e le diverse esigenze dello stato che si mette in moto il meccanismo virtuoso che fa muovere le risorse economiche. Il rapporto costruttivo tra politica, famiglia ed impresa fa girare l’economia e contribuisce al rilascio di quelle risorse plurime ed eterogenee con cui lo Stato sviluppa i sistemi delle garanzie, della sicurezza e dei servizi.
Le elezioni oggi sono l’unica via d’uscita dalla crisi delle scelte che ha afflitto l’esecutivo di Prodi. E’ persino ora inutile ricercare le causa di questa crisi. Ma è opportuno ricordare cosa chiedere alla politica per non ripetere gli errori. E’ sulla proposta politica, quindi sui programmi e sulla credibilità dei partiti a portarli a compimento, che si registri, finalmente, la volontà degli elettori italiani.

 

Vito Schepisi

il Paese che non c’è

gennaio 24, 2008
pro1_v0.jpgLa difesa del Governo e del suo operato, in questa animata crisi di una stagione politica molto confusa, sa di paradossale.
E’un atto quasi dovuto difendere il proprio operato politico, a volte anche a dispetto di ogni evidenza. Non si è mai sentito un capo di governo che abbia detto d’aver governato male, e tanto meno d’averlo fatto a danno e dispetto del popolo. Si ha anche la convinzione che quando la coalizione vincente in una competizione elettorale sia chiamata ad esprimere la realizzazione di un programma di governo abbia per istinto e per opportunità politica la voglia di far bene e di circondarsi della soddisfazione degli elettori e del Paese.
Ed è così che penso di Prodi e del suo esecutivo: c’era in loro una gran voglia di far bene. C’era persino la consapevolezza d’aver descritto un Paese in ginocchio e di poter aver quindi vita facile nel dimostrare la loro capacità di rimetterlo in piedi. La ripresa era già avviata, il Pil incominciava a crescere, la base contributiva si allargava, l’occupazione aumentava e persino l’evasione fiscale, grazie anche ai vituperati condoni, si andava riducendo, facendo emergere redditi che divenivano gettito costante.
C’erano insomma le condizioni ideali per soddisfare la loro smania di dar a vedere che la sinistra aveva rimosso, con Berlusconi, un ostacolo alla crescita ed alla distribuzione della ricchezza del Paese. Potevano dimostrare che le garanzie sociali ed i servizi trovavano attenzione e impegno per offrire finalmente al Paese un livello di vita più dignitoso, alla pari di altri paesi europei. Era persino sufficiente non muoversi, non fare niente in materia economica e finanziaria, per godere di rendita. Ma, come si sa, il diavolo ha sempre le corna: non si smentisce mai!
E’ bastata la loro presenza, così, per complicare le cose. La sinistra in Italia distrugge ogni cosa che maneggia, come un re Mida all’incontrario che trasforma in immondizia, anziché in oro, tutto ciò che tocca. Le parole della campagna elettorale, gli slogan, le contorsioni concettuali sulle leggi ad personam, sul conflitto di interesse, sui guasti del governo Berlusconi non solo diventavano oggetto di furia vendicativa ma un indirizzo di discontinuità col passato nell’azione di governo.
Era come se nel percorso di un’automobile in corsa per assicurare la puntualità in un impegno, si tirasse il freno a mano per bloccare la vettura. Il motto quotidiano diveniva quello di modificare sempre e comunque e di agire, anche contro l’interesse del Paese, pur di dimostrare che quella del governo Berlusconi era stata una parentesi da cancellare nella storia politica italiana.
Mai stupidità politica, invece, si è resa responsabile di tanto masochismo. Dinanzi alla politica punitiva di Prodi e della sinistra, con l’istinto alla vendetta ed della bramosia di rivalsa, si è calpestato di tutto e soprattutto il buonsenso. La scure fiscale e l’introduzione di nuove tasse si è  abbattuta soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, tanto da colpire sensibilmente le buste paga di lavoratori e pensionati. Tutto mentre gli indici di inflazione salivano e soprattutto il costo reale della vita diventava insostenibile per le famiglie.
A volte, ascoltando Prodi e le sue immagini di felicità,  è sembrato di assistere alla rappresentazione in cui Maria Antonietta di Asburgo, moglie di Luigi XVI, re di Francia durante la Rivoluzione Francese, comodamente alloggiata nella sua dipendenza privata nella reggia di Versailles, sembra abbia risposto, a chi la informava che i francesi non avessero il pane, di dar loro brioches.
Prodi ha continuato, come in una cantilena, a parlare della felicità e delle conquiste del suo governo, pur avendo dinanzi un popolo che gridava i suoi problemi e che per mesi ha supplicato di prestare attenzione alle grida di dolore. Ha ignorato persino al significativo segnale elettorale nelle amministrative dello scorso anno. Non ha avuto alcuna pietà per il popolo, come la monarchia francese alla fine del diciottesimo secolo. E’ rimasto del tutto sordo alla diffusa richiesta degli italiani di far fronte alle esigenze di vita.
A distanza di 210 anni circa, pur coi tempi mutati, il ricorso storico del contrasto tra i fasti della monarchia francese e del popolo costretto alla fame, dà l’idea di tanto cinismo. Deve essergli stata fatale la gita a Caserta, nella reggia Vanvitelliana, dove è sembrato Mosè dopo che il Signore gli aveva dettato i 10 comandamenti.
Ascoltare i discorsi di esponenti della maggioranza si ha l’idea di un’Italia diversa. La discrasia tra l’immagine e la realtà fa venire in mente quella barzelletta in cui dovendo vendere la sua casa per comprarne un’altra più confortevole, un appuntato (naturalmente dei carabinieri) si rivolge al suo maresciallo per scrivere l’annuncio da pubblicare sul giornale. La casa in vendita da essere piccola, angusta, fatiscente, invivibile diventa così un’accogliente dimora, ideale per una famiglia, confortevole e spaziosa, tanto che l’appuntato rinuncia a disfarsene dicendo: “maresciallo….e perché devo vendere una casa così?” . Questa maggioranza si è così voluta ritrovare in un’Italia più felice e serena da essersi innamorata della sua immagine, e ora descrive un Paese che purtroppo non c’è.
Prodi ed i suoi uomini ci ricordano il Ministro dell’informazione di Saddam Hussein quando questi con i soldati americani a pochi centinaia di metri da lui, continuava ad insistere nel dire che l’esercito USA era stato respinto fuori da Bagdad e che le forze armate USA stavano subendo ingenti perdite.
Fu soprannominato “il comico”: ora servirebbe un concorso di idee per trovare un soprannome per Prodi!
Vito Schepisi
http://www.loccidentale.it/node/12267

L’Italia da rifare

gennaio 21, 2008

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Cosa pensano di fare? Cosa pensa la sinistra italiana di ricavare dal clima di rissa che fomenta? La consapevolezza di essere minoranza nel Paese deve averli portati alla follia.

Hanno fallito i loro obiettivi. A loro discolpa solo il dubbio, e neppure generale, che sia più il risultato della loro incapacità che della loro volontà. Danno l’idea d’essere maldestri pachidermi in un labirinto di cristalliere. Distruggono tutto ciò che toccano. Hanno deluso le aspettative che, speranzosi, milioni di italiani avevano loro affidato di rendere “felice” il Paese, come affermava l’imbroglione politico più recidivo della nostra Italia repubblicana..il p deluso le aspettative i più per incapacità che per volontàane.e coinvolga anche e soprattutto la parte politica che nel Pa Si muovono tra le barriere di un furore ideologico e gli ostacoli della loro supponenza d’esser portatori di uguaglianza e giustizia. Travolgono, come fossero inermi birilli, i margini del buon senso, della tolleranza e persino dell’interesse sociale delle fasce più deboli del Paese.

La constatazione di aver prodotto un mostro incomprensibile in cui anche la tradizione italiana di correttezza istituzionale veniva meno; il loro modo piuttosto singolare di creare spazi di sensazioni odiose di regime e di intolleranza, deve averli portati a sragionare.

Mai esistito nel Paese un clima di così odiosa ostinazione nel non prendere atto che persino nel Parlamento, non solo la maggioranza politica, che non è mai esistita, ma ora anche la maggioranza numerica non esista più.

Non si possono ignorare, soprattutto per correttezza democratica, le dichiarazioni esplicite di senatori e componenti parlamentari che hanno denunciato la fine di una stagione politica. Non si può sorvolare sulle dichiarazioni di un Ministro della Giustizia, dimessosi, che ha posto all’attenzione del Parlamento uno stato inquietante di una parte della magistratura Italiana. Se c’è una situazione che la democrazia liberale non può ignorare e soprattutto tollerare è l’esistenza di una giustizia partigiana, specialmente se la questione è stata posta nelle aule parlamentari.

Ora si beccano tra di loro e sguinzagliano i canali della mestazione politica e giudiziaria. Vogliono intorpidire il clima nella speranza che la sfiducia della gente coinvolga, anche e soprattutto, la parte politica che nel Paese è già consolidata maggioranza.

Ecco così muoversi la macchina da guerra di occhettiana memoria. E scatenano tutte le guerre possibili. Se devono perire sommersi dal letame che hanno sparso stabiliscono che lo facciano come Sansone con tutti i filistei.  Prendono corpo contemporaneamente il conflitto di religione, quello giudiziario, la guerriglia dell’antipolitica, la battaglia dell’immondizia, la guerra di tutti contro tutti.

Si scatena lo scontro parlamentare e si tenta con artifizi e sollecitando astensioni, per strumentalizzare persino il regolamento del Senato dove, su un voto di sfiducia  l’astensione torna a favore del no, di mantenere in vita il Governo di Prodi, il più indegno e discusso che ha mortificato il Paese e messo a dura prova la tolleranza e la sopportazione degli italiani.

Vorrebbero continuare a mantenere i loro sederi ben saldi sulla seduta e le loro mani ben strette intorno ai braccioli delle loro traballanti poltrone, avvinti, contorti e diramati come l’edera, pur navigando nella melma di una maleodorante generale immondizia che parte dalla Napoli e dalla Campania della Jervolino, di Pecoraro, Mastella e Bassolino per arrivare sui colli di Roma.

Vogliono continuare a fare mercato di nomine e di abusi. Come la stomachevole nomina alla presidenza dell’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente) del capo di gabinetto del sottoposto a sfiducia Ministro per l’Ambiente in carica. Il braccio destro del ministro che si trova ad assumere nello stesso tempo il ruolo di controllore e controllato. Altro che sospetti e accuse di conflitto di interessi rivolte verso altri!

Ed è proprio il Ministro dell’Ambiente, restio a dimettersi, che è nell’occhio del ciclone per aver ridotto l’Italia ad un cumulo di spazzatura e non solo quella fisica di Napoli e della Campania, ma anche quella delle scorie strutturali di un Paese oramai vecchio ed obsoleto. Un Paese che tarda a rinnovarsi e fornirsi di strutture all’altezza dei tempi e del suo ruolo in Europa. Un paese che manca persino di seri piani energetici sufficienti a garantire sicurezza e continuità alla nostra principale fonte di ricchezza costituita dalle reti produttive e di trasformazione in campo manifatturiero ed industriale.

La vera guerra in corso però è quella alla ragione! C’è un esercito sgangherato che assomiglia tanto al Capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere in cui configgono almeno due diverse pulsioni. Da una parta quella della riservatezza e dell’apparenza di serietà e dall’altra la voglia di essere protagonista. Per un verso il desiderio di spiegare e dar coerenza alle sue iniziative giudiziarie e dall’altra il mostrarsi indignato per la denigrazione personale riscossa dalla parte politica sottoposta alle sue diverse iniziative cautelari.

Un modo oramai classico di dire e poi minacciare di smentire e negare ciò che si è detto. Un esempio di sottocultura del diritto e delle garanzie di riservatezza e di cautela laddove, invece, si richiedono comportamenti che non solo devono essere, ma soprattutto devono apparire d’essere, specchiato esempio di professionalità e di equilibrio e non sgangherate rappresentazioni da commedia dell’arte.

La sinistra Italiana ci restituisce un’Italia allo sfascio, in crisi di valori, tartassata di balzelli fiscali, ridotta alla fame nelle fasce più deboli ed al grigiore di vita nelle fasce intermedie. Un’Italia insicura, tormentata dai dubbi sul futuro e dall’insicurezza del presente, ai margini dell’Europa, indicata nel mondo come cattivo esempio, con servizi da terzo mondo e persino senza più una compagnia aerea di bandiera. Un’Italia dispersa nella sua identità, senza valori di riferimento, involuta nella difesa dei principi dove persino il “laicismo” diventa una gabbia ideologica.

Un’immagine dell’Italia che si spera di cambiare al più presto!

Vito Schepisi

Sinistra Giustizia

gennaio 17, 2008

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Il Ministro, o forse l’ex Ministro Mastella deve aver pensato che compiacere i magistrati gli sarebbe tornato utile per ottenere una facilità di percorso nel suo lavoro politico. Oggi tra i reati di voto di scambio, di concussione, di associazione a delinquere, di corruzione, di abuso in atti d’ufficio, per un qualsiasi politico è una giungla piena di insidie.

Il reato, in Italia, anziché essere un incontrovertibile episodio di malversazione è spesso un’interpretazione soggettiva di comportamenti.

Se costituisse una regola ferma, valida in ogni luogo e circostanza, e soprattutto applicabile contro ogni soggetto da  Napoli a Trieste, da Bologna a Palermo, da Bari ad Aosta, ci potrebbe anche stare. Finché si ponessero dei limiti invalicabili fuori dei quali si materializzerebbe il reato, tutti saprebbero che se Mastella o Prodi, o se Berlusconi o D’Alema caldeggiassero, ad esempio, la nomina di un consigliere o di un manager in un consesso pubblico commetterebbero un reato penale. Se fosse così, tutto questo costituirebbe un elemento di chiarezza e di giustizia ove la legge sarebbe, veramente, uguale per tutti.

Sappiamo però che non è proprio così! I confini di questi reati sono molto incerti e finiscono quasi sempre per non reggere in giudizio. Si ha l’impressione che vengano usati più che adottati. Sono imputazioni e notizie di reato rumorosi. Non a caso il più delle volte vengono diffusi in anticipo dagli organi di informazione, come a voler creare un clima di soddisfacente aspettativa nell’opinione pubblica. E spesso servono per distrarre l’attenzione dalle responsabilità politiche di più alto spessore, o per mettere in difficoltà uomini e/o partiti scomodi. Servono, anche, per delegittimare gli avversari politici e rendere meno credibile il loro operato.

C’è stato buon feeling tra Mastella ed i magistrati, finché il ministro si è lasciato dettare, persino nelle virgole, il testo della “controriforma” del sistema giudiziario. La magistratura ha così recuperato il pericolo di perdere parte del suo tracimante potere e di rendersi, alla pari delle altre funzioni pubbliche, necessariamente efficiente e responsabile. Concessi i benefici della riforma, però, a Mastella non è rimasto altro per esercitare pressioni sulla magistratura, e ben presto s’è accorto che la sua è stata fatica sprecata. Se sperava di essersi guadagnato benemerenze, è rimasto deluso.

Un uomo navigato come Mastella avrebbe dovuto prevedere che in ogni circostanza, laddove esista solo l’obbligo di credere, perché sulla ragione prevale il dogma, emerge una visione fondamentalista della propria funzione. Se il potere esercitato dai magistrati resta fuori dai controlli del popolo, e non sottostà ai principi democratici della responsabilità, ma si esaurisce in un confronto di tipo corporativo che di regola si autogiustifica, questo esercizio si trasforma in infallibilità, quasi in certezza.

Ma non siamo in una disputa etica in cui la fede resta un opzione della società civile e costituisce, tra le altre, una libera scelta, per altro assoggettata al principio religioso del libero arbitrio. Siamo, invece, nell’ambito dell’esercizio della limitazione della libertà dei cittadini, in un alveo di condizionamento del futuro di uomini e famiglie. Ci troviamo spesso in uno spazio di pruriginoso e barbaro compiacimento di una parte dell’opinione pubblica che a giorni alterni si presenta con la forca in mano.

Come dimenticare ciò che accadeva all’inizio degli anni ’90, con tangentopoli, quando televisioni, giornali e pubblica opinione osannavano l’uomo dei congiuntivi incerti che alzava la voce e filosofeggiava sui bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni?

Se manca la Giustizia, come certezza di equilibrio e di unanime condivisione, prevale la barbarie ed il dominio delle “caste” in cui i poteri forti si coalizzano a danno delle fasce più deboli. Si secolarizza ciò che avviene in Italia, oramai da decenni, in cui il popolo paga il conto delle insufficienze e delle incapacità della classe politica. Se la Giustizia non è più un principio ma una scelta motivata da esigenze politiche o di casta, si disperdono persino i valori della democrazia e la libertà non costituisce più un inalienabile diritto ma una concessione.

Il leader dell’Udeur ora si può rendere conto di quale corbelleria abbia commesso, o sia stato obbligato a commettere, in quanto partecipe di una maggioranza politica illiberale, quando ha lasciato che l’ANM recuperasse il suo potere condizionante sull’amministrazione della giustizia. Non il senso della giustizia, come sarebbe stato auspicabile, ma la consapevolezza dell’esercizio di un potere, anche politico, persino nella discriminazione degli atti della pubblica amministrazione, a seconda delle opzioni politiche da far prevalere.

Mastella sin dalla costituzione del governo Prodi è divenuto il capro espiatorio della sinistra alternativa, appiattitasi sulla maggioranza di Prodi. Sull’uomo di Ceppaloni si sono puntati i riflettori sin dal momento della sua richiesta di ottenere il Ministero della Giustizia. Il provvedimento sull’indulto, in quanto inviso alle fasce dell’antipolitica, ne ha appesantito ancora di più l’immagine. E quando il fallimento dell’esperienza della sinistra di governo ha avuto bisogno di motivazioni e responsabilità da dare in pasto alla sinistra dell’odio sociale, è apparso Mastella tra i soggetti che maggiormente si addicono al gioco.

Vito Schepisi

“Libera Chiesa in Libero Stato”

gennaio 15, 2008

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Saranno anche cervelli, ma è certo che i 60 professori della Sapienza di Roma, che hanno innescato l’ingiustificata e ridicola reazione all’invito del rettorato di far svolgere una conversazione del Papa agli studenti di quella Università, pongono preoccupanti limiti ai principi della tolleranza e del rispetto democratico.

In nessuna Università nel mondo, e tanto meno a Roma, può essere posto un limite alla libera espressione delle idee di tutti. Nessuno in democrazia deve poter impedire la pratica o l’esposizione di un pensiero religioso, per quanto possa essere considerato, in un giudizio di parte, parziale o fuorviante, ovvero ideologicamente irrazionale. Penseremmo oppressivo e totalitario uno stato ove ciò accadesse.

Solo pensare che si possa impedire a chi, bene o male, rappresenti un indirizzo ben consolidato del pensiero etico e delle radici popolari di una fede, per giunta largamente maggioritaria nel Paese, dovrebbe scuotere le coscienze libere.

Papa Benedetto XVI è il teologo che per conoscenza e profondità può considerarsi tra gli esponenti di più grosso spessore culturale della religiosità cattolica. Papa Ratzinger è oggi il simbolo più rappresentativo di quella fede religiosa su cui si è andata svolgendo la storia d’Italia dei due millenni passati. La Chiesa, la religiosità, sono espressioni secolari che non hanno tempo e si esprimono attraverso il Pontefice del periodo. Impedire al Papa di parlare equivale a reprimere l’espressione della Chiesa: è un fatto gravissimo paragonabile alla condanna islamica alla circolazione del libero pensiero religioso.

L’Italia è il Paese, forse unico al mondo, che deve necessariamente collegare alla Chiesa Cattolica, ed alla sua evoluzione nelle coscienze degli uomini, lo sviluppo di tutte le sue vicende politiche e geografiche, almeno fino all’unità d’Italia. La nostra è la storia religiosa e civile di un popolo intero che si è incrociata nell’architettura e nell’arte, nelle tradizioni e nella cultura popolare italiana con la genialità ed il gusto dell’ingegnosa espressione civile dell’Italia, diramatasi poi a permeare di cultura e civiltà tutto il mondo occidentale.

E’ questa espressione che 60 scienziati italiani, in nome della “laicità della scienza e della cultura”, e “per rispetto all’Ateneo romano”, vogliono far tacere. Ma quale laicità e quale rispetto possono essere richiamati quando si impedisce la libera espressione di un uomo che per volontà della Chiesa rappresenta miliardi di uomini al mondo?   

La Chiesa cattolica, per credenti e non credenti, è poi la fonte dei principi del Cristianesimo. E’ la dottrina dei valori positivi, validi per tutti laici e religiosi, che hanno trasformato il mondo e plasmato le coscienze degli uomini ai principi della bontà, dell’amore e della fratellanza.

C’è da preoccuparsi sul serio! Quando non possono essere ritenuti semplici ignoranti coloro che si distinguono in azioni di intolleranza e di pervicace e testarda convinzione d’esser comunque nel giusto, anche quando si usano parole e metodi repressivi, vuol dire che si sta instaurando un pericoloso clima di violenza e di odio.

I 60 professori della Sapienza, sebbene esigua minoranza nell’Ateneo romano, rappresentano la punta dell’iceberg di un clima già avvertito nell’aria e che vorrebbe impedire alla Chiesa di svolgere la sua funzione di sempre in difesa della famiglia, della vita e della morigeratezza dei costumi. In che cosa dovrebbe consistere, infatti, l’azione delle autorità religiose se non nella difesa della moralità e dei principi etici? In cosa, se non nella predica e nella diffusione dei principi della Chiesa? Come si osa pensare di impedire la libertà della Chiesa nel nostro libero Stato? Come, così, non ricordare Cavour per ribadire che negli stati liberali la chiesa deve essere libera?

La questione dell’aborto, recentemente tornato alla ribalta dopo la risoluzione dell’Onu sulla moratoria per la pena di morte, e grazie alla sfida-provocazione di Giuliano Ferrara, e la questione del riconoscimento delle unioni omosessuali, che vede la Chiesa schierata decisamente contro l’ equiparazione alle famiglie tradizionali, hanno contribuito significativamente a creare i presupposti del clima di intolleranza.

E’ un classico della sinistra italiana trascinare nell’odio e nella tracotante avversione tutto ciò che si discosta in modo sensibile dagli schemi ideologici in cui tendono a radicarsi.

Si può anche essere atei, o anticlericali, ma la stupidità e l’arroganza non può essere consentita agli educatori. E voler impedire che il Papa parli nel tempio della cultura e del pluralismo etico e culturale, quale è o dovrebbe essere un Ateneo, è nello stesso tempo impresa stupida ed arrogante.

Dinanzi a casi simili si ha l’idea del clima torbido, tipico dei regimi, in cui categorie di persone (militari, intellettuali, politici o burocrati) si assumono per autoreferenza il compito di scegliere per gli altri. Dinanzi a casi simili si capisce per cosa un uomo libero debba esser chiamato a lottare. 

Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/node/11822

Il caos elettorale

gennaio 5, 2008

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È bastata una nuova proposta di Franceschini sulla riforma della legge elettorale per ripiombare nel caos dei veti incrociati. Ma questi non è il vice di Veltroni nel PD? I due non si potevano parlare prima? E gli incontri di Veltroni con i leader del centrodestra che significato avevano? Si ha il sospetto che a sinistra il caos regni sovrano.

Prima della nascita del PD c’erano tante voci in disputa di visibilità e di tatticismi, ma dopo la nascita del PD niente sembra cambiato. Veltroni era uscito allo scoperto e si era fatto sentire per la riforma delle legge elettorale. Aveva portato la questione al centro dell’attenzione politica  e la sua proposta aveva anche assunto i connotati di una vera e coerente volontà, condivisa dal maggior partito dell’opposizione, di risolvere le criticità relative alla frammentazione dei partiti ed all’immobilismo dei veti e delle pressioni. Sembra, però, che l’illusione sia svanita e che il tutto sia durato veramente poco.

Veltroni è sempre lo stesso: più scena che sostanza. Anche il decreto sulla sicurezza, caparbiamente voluto dal Sindaco di Roma dopo l’uccisione a Roma di una donna ad opera di un immigrato rumeno, è stato prima svuotato, poi modificato e snaturato con l’assurda norma illiberale, limitativa del diritto di opinione sulla avversione alla omosessualità. Votato al Senato per il rotto della cuffia, con un voto di scarto e la presenza massiccia e determinante dei senatori a vita, è stato poi alla fine ritirato alla Camera per errori nel testo della sciagurata norma contro l’omofobia. Cancellato dopo il tentativo di un ulteriore pastrocchio, abbandonato dopo che il Presidente della Repubblica aveva fatto sapere che non si sarebbe prestato al gioco.

Ci chiediamo a questo punto Veltroni che cosa ci sta a fare? Se non riesce ad essere sintesi del Partito democratico, qual è il suo ruolo? Se Veltroni deve essere la faccia nuova di Prodi, ormai inviso agli italiani, è meglio che rimanga a fare il sindaco di Roma e poi scaduto il suo mandato, come si era impegnato a fare, se ne vada in Africa ad occuparsi dei problemi di quel continente. Danni da quelle parti ne può fare pochi, hanno troppo poco da perdere in Africa! E poi più che qualche fotografia ed un libro di buoni propositi cosa ci aspettiamo che faccia?

Non si può pensare che oggi si proponga una cosa con la riserva mentale di modificarla domani. Se Veltroni, come sembra, ha in mente il modello francese, proposto dal suo vice Franceschini, dopo che lui aveva parlato d’altro, perché non l’ha detto? Perché non si è battuto, anche forte del suo ruolo di leader del maggior partito della sinistra per condurre il confronto sull’opzione francese? Qual è il gioco dei leader del PD? E sembra sia questo il momento di giocare?

D’Alema, dopo i guai che sta passando la Forleo, ora si sente più libero. Esce persino rafforzato. Chi altri, infatti, oserà sfidarlo dopo l’esempio dato nel saper scuotere la pigrizia del CSM nell’intervenire a  rimuovere magistrati fuori dalle righe? Grazie a Repubblica ed alla Procura di Napoli, è pure calato il sipario e l’indignazione sulle sue chiacchierate telefoniche con Consorte. E dopo la delusione per essersi disperso nel sogno dell’ex Presidente di Unipol, che gli è costato il dover cedere il passo alla elezione (o nomina?) di Veltroni alla guida del PD, riemerge nella lotta a sinistra per occupare spazi di potere, influenzare le scelte ed indebolire il ruolo politico dei competitori. E’ proprio strano che ora D’Alema sostenga il modello tedesco, in precedenza osteggiato, e si spinga a respingere quello francese di cui una volta era convinto sostenitore. L’ambizione ed il potere sono forze che sospingono. Sono come tornadi che devastano e mescolano nell’aria ogni cosa nel raggio della loro azione.

In tutto questo chi manca è sempre Prodi. L’unico che per il suo ruolo poteva porre un punto fermo sulla questione. Quando la lotta si fa dura, l’uomo vero si mostra in tutto il suo coraggio. Dinanzi al pericolo, invece, è il codardo che si defila. Sulla questione elettorale la voce assente è solo quella del Presidente del Consiglio che, come al solito, per mancanza di coraggio politico, si defila.

Quella di un sistema elettorale efficace, non è una questione che riguarda solo il Parlamento, come afferma il capo del Governo, ma la continuità e la coerenza programmatica del Paese. E già che a questi piacerebbe solo un Parlamento che gli votasse la fiducia! E quale altro Parlamento continuerebbe a sostenerlo, se non uno in cui si componga una maggioranza di partiti tanto diversi, ma uniti dalla consapevolezza che l’unione della loro diversità è la stessa che li mantiene al potere e che il loro leader sia conformabile, a seconda dei gusti e delle circostanze?

Il 16 gennaio è ormai vicino, ed è la data in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum elettorale. Come fare così a non ricordare le dimissione del Giudice Vaccarella motivate dalla protesta per le pressioni politiche sulla Consulta?

Si apre un ciclo terribile per il governo e la maggioranza di sinistra, anche perché dietro le iniziative di alcuni aleggia il sospetto che si nasconda il reale scopo di ciascuno. C’è il sospetto che a sinistra ci siano componenti strategiche diverse e che Prodi sposi solo quella di restare seduto sulla poltrona del Presidente del Consiglio.

Il Paese, nel frattempo, resta a guardare: e non è un bello spettacolo!

Vito Schepisi

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