Posts Tagged ‘Di Pietro’

Bersani e la Voce

agosto 28, 2012

Immagine

– BERSANI: Grillo si deve dimettere! 
LA VOCE: ma Grillo non è niente, da cosa si deve dimettere? 
– BERSANI: non è niente? Ma come … è fassissta! 
– LA VOCE: sai con quanti fassissti veri sei andato a braccetto? Soltanto nella foto di Vasto ce ne sono tre. 
– BERSANI: allora è Casini che si deve dimettere! 
– LA VOCE: ma anche Casini non è niente. E’ solo un fantoccio che si presta a compiacere alcuni poteri. 
– BERSANI: si deve dimettere dal niente, allora! Oh cazzo qualcuno si deve dimettere! A Berlusconi non posso più dirlo. Si è già dimesso! 
– LA VOCE: Ma come prima lo carichi e poi lo scarichi? Come un pacco! Si stava trascinando assieme anche Fini! Son tre voti (lui, Bocchino e la Tulliani) ma meglio di niente! 
– BERSANI: ma Vendola mi vuole scaricare. Non lo hai letto? Per colpa di Casini. Nichi è geloso! Se restano fuori, e contro di me, Vendola, Grillo e Di Pietro, sarò io a dovermi dimettere! 
– LA VOCE: ma Di Pietro non è fassissta? 
– BERSANI: non tutti i giorni! I giorni pari sembra un comunista! 
Lo prendo i giorni pari ed i giorni dispari gli dico che deve dimettersi, poi dico a Mario e Giorgio di fissare la data delle elezioni in un giorno pari. 
Sono o non sono un nipotino di Togliatti io? So’ furbo! 
– LA VOCE: … bisbigliando tra se … ma dove li prendono? 
– BERSANI: un attimo vedo la stampa laggiù … ora rilascio alcuni miei pensieri. 
– LA STAMPA: On. Bersani ha dato del fascista a Grillo, si sta levando una polemica che rischia di mandare a gambe levate tutta la sinistra (per pudore, i giornalisti si astengono dal dire … se cade la sinistra noi leccaculi di professione che facciamo?). Persino Di Pietro prova a gettare acqua sul fuoco. Ma che c’azzecca? Che succede? 
– BERSANI: “Toni del genere non vanno mai usati e c’è anche una discriminante: se vuoi seppellirmi vivo vienimelo a dire e vediamo se me lo dici”. 
– LA VOCEcon un bisbiglio … oh santiddio!!! … ma che sta a dì? 
Madonna mia! Questo è più fuori di Vendola! 
– LA STAMPA: Segretario si rende conto che questa sua dichiarazione ha i toni della sfida e che finirà per alimentare le polemiche? 
– BERSANI: “Non dò del fassissta a nessuno, inutile che facciano tutto questo chiasso e questi insulti perchè so benissimo che il partito nazionale fascista non c’è più, che siamo in altri tempi, non c’è bisogno che me lo dicano”. 
– LA VOCE (che nel frattempo si era allontanata): …ma dove c… li prendono?
Son tutti uguali, prima Veltroni, poi sto pettinatore di bambole. 
Son tutti maniaci!
Nel PD i segretari sembrano fatti con lo stampino! 
Vito Schepisi

Annunci

agosto 26, 2009

dipietrotqv2

La gratitudine in politica non esiste. E’ una regola valida da sempre. Una costante che ha una sua ragione di essere. Il consenso del popolo, infatti, a cui la responsabilità dei partiti dovrebbe richiamarsi,  non può garantire benevolenze private e neanche rendite di posizione. Ma in tutti i rapporti, anche politici, dovrebbero coesistere lealtà e rigore ideale, quali pilastri della correttezza umana, quali capisaldi di un modo corretto di proporsi. E sono proprio questa lealtà e questo rigore ideale che sempre più spesso non si ritrovano nelle strategie politiche delle alleanze e nei comportamenti degli uomini e dei partiti.

Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, come mai Di Pietro si è alleato con Veltroni, impegnandosi alle ultime elezioni politiche finanche a costituire un gruppo unico in Parlamento, se Di Pietro ora accusa Veltroni di essere responsabile della caduta di Prodi e del ritorno al Governo di Berlusconi?

Se il leader dell’Idv nutriva riserve sul progetto del Partito Democratico e sulle responsabilità dell’ex Sindaco di Roma per la caduta di Prodi, perché si è alleato con Veltroni ed il PD? E, se non credeva in quel progetto, quale valore aveva la sua alleanza, se non quello di una furbesca ed interessata finzione?

Altro che l’Italia dei valori! Più l’Italia dei vagabondi.

Non è un mistero che il salvagente a Di Pietro, alle politiche, l’abbia fornito proprio Veltroni, e che l’ex magistrato abbia barato al gioco, impegnandosi a sostenere un progetto politico che invece ha poi denunciato e fatto fallire. Veltroni ha ingenuamente fornito persino il lubrificante con cui il “feroce” molisano sta ungendo la corda con la quale intende impiccare l’intero PD.

Ma non si tratta solo di mancanza di gratitudine. Si è ripresentata, invece, la bieca attitudine dell’ex PM a tradire chiunque gli abbia allungato una mano. A nulla vale che la mano in questione, trattandosi di quella di Veltroni, prestigiatore a sua volta delle parole e delle immagini, preso dall’illusione di poter vincere le elezioni, non fosse del tutto disinteressata.

Un uomo fortunato Di Pietro. Trova sempre chi lo fa emergere dalle zolle di terra. Ma ci sono anche molti furbastri che sognano di utilizzare il suo trattore per mietere grano elettorale e riempire i silos, all’occasione trasformati in loft, finendo invece con le palle nei cingoli, o basiti dalla sua travolgente inaffidabilità.

Facendo fallire il progetto di un partito nuovo, affrancato dalla sinistra radicale e riferimento, invece, di un’area di sinistra democratica di tipo europeo, aperto al confronto con la parte moderata e propositiva del Paese, Di Pietro ha fatto fallire l’intero progetto politico del PD. E’ venuta meno la stessa ragione di esistere, come emerge dalla miserevole fase precongressuale. Una mera alleanza elettorale tra post democristiani e post comunisti,  vuota di ideali e di prospettive future. Solo un contenitore di uomini lividi, arroccati a difendere spazi di potere, con un comune rancoroso collante antiberlusconiano.

Affossando il proposito veltroniano di collaborare all’avvio delle riforme condivise, per  trasformare anche quello politico italiano in un sistema di democrazia compiuta, Di Pietro ha mortificato ancora una volta il tentativo –  tutto da verificare per la presenza nel PD di incrostazioni massimaliste – di consolidare nel Paese una normale democrazia liberale.

Una preoccupazione quest’ultima che prende corpo col ripresentarsi della protesta intollerante, montata sui pregiudizi e contro un Governo che mostra invece grande impegno e concretezza, nonostante le grandi difficoltà rappresentate da calamità, strutture obsolete e dalla difficile crisi mondiale dei mercati.

Un “cupio dissolvi” sulla pelle degli Italiani. La chiamata alle armi autunnale di Di Pietro è simile alla retorica fascista prima della marcia su Roma, quando il populismo di sinistra e di destra si andavano a congiungere nella follia di ritenere che fuori dalla mediazione della politica, con i modi sbrigativi e con la complicità di pezzi dei poteri dello Stato, si potessero risolvere le difficoltà tipiche delle grandi trasformazioni sociali. E come allora, quando una parte della burocrazia aristocratica – lo stesso potere delle caste di oggi – aveva pensato che si potesse governare la trasformazione della società con  l’instaurazione di uno Stato autoritario, anche oggi c’è chi pensa di poter impedire la trasformazione del Paese, le riforme per la trasparenza e la liberazione dai soprusi e dai privilegi delle caste, fomentando un clima di intolleranza e di delegittimazione politica.

Vito Schepisi      su     Il Legno Storto

Tanti nemici, tanto onore

aprile 20, 2009

dipietroantonio

Si apprende che l’On. Di Pietro abbia osservato che a Montecitorio non ci sia nessuno che voglia pranzare in sua compagnia. L’ex magistrato ha aperto la campagna elettorale in Puglia traendone buoni auspici per il suo partito. Buoni presentimenti colti dalla difficoltà dei suoi colleghi deputati a relazionarsi con lui. Sostiene che tutti mostrino di temerlo e che sia proprio la crescita delle inimicizie a fargli trarre sentore di grandi successi politici. Sono le stesse conclusioni di Benito Mussolini, quando sosteneva “tanti nemici, tanto onore”, anche se sarebbe prudente non fargli sapere quanto dalla quantità dei suoi nemici Mussolini traesse la misura dei suoi meriti. E’ bene che il leader dell’Idv non si monti ulteriormente la testa. E’ già difficile digerirlo per quello che è, da sembrar sin troppo inquietante pensarlo in ruoli ancor più arroganti ed autoritari. Sarebbe davvero eccessivo!

Il molisano avrebbe più affinità elettive con Hugo Chavez: stessi modi rozzi, stessa violenza espressiva, stessa mancanza di cultura. Non sappiamo, però, per i congiuntivi! La figura di Mussolini, invece, pur discutibile come lo è Di Pietro, anche lui abile nel sollecitare gli istinti più che la ragione, ha avuto un rilievo storico ed un ruolo autorevole nella coscienza del tempo, con personalità decisamente diversa dall’ex poliziotto di Montenero di Bisaccia. Paragonare Di Pietro al dittatore di Predappio è senza dubbio un azzardo storico ed intellettuale a tutto svantaggio del secondo. Mussolini non aveva solo carattere e lucidità politica ma anche maggiori qualità umane ed una cultura ben più solida di Di Pietro. Più raffinato, più carismatico, oratore retorico ma molto efficace. Niente a che fare, insomma, con il molisano cresciuto a manette e trattore.

Saranno altre, però, le motivazione che spingono i Parlamentari a disdegnare la compagnia di Di Pietro. Il personaggio si presta a riflessioni poco lusinghiere sulla sua capacità di mantenere a lungo le amicizie. Tutti i compagni dei percorsi politici seguiti dal leader giustizialista hanno poi avuto parole molto dure nei suoi confronti. I parlamentari degli schieramenti avversari non hanno poi particolari motivi d’amicizia con Di Pietro. Lo immaginano sempre pronto ad utilizzare  qualsiasi confidenza che fosse utile alla sola sua causa, anche se dovesse tradire la riservatezza di coloro che gli hanno mostrato amicizia. Di Pietro è come il suo trattore, passa sopra a tutto e non fa niente per dissipare quest’impressione. Con la sua antenna moralizzatrice e forcaiola è più pericoloso di una microspia collocata per l’intercettazione ambientale. Non deve essere un piacere pranzare con Di Pietro, se si immagina ad una tavola imbandita come ad un luogo ideale per le confidenze, per i pettegolezzi, per le malignità, per le supposizioni e per il chiacchiericcio politico.

Nessuno ha, infatti, conservato a lungo stima per Di Pietro. A suo tempo neanche il capo della Procura di Milano, Borrelli. Tanti sostengono che il personaggio non sia un esempio di lealtà e che sia pronto a rimangiarsi la parola data in qualsiasi momento. Sono note le liti con i compagni di cordate elettorali a cui ha sottratto voti, rifiutandosi poi di dividere i rimborsi elettorali.

Per Di Pietro vale sempre la metafora, famosa ai tempi di mani pulite, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, utilizzata sempre a seconda delle opportunità, tanto che tutto ciò che vale per gli altri non è detto che valga anche per lui o per chi gli sia vicino. Gli unici che gli sono stati vicini, da sempre, sono solo i componenti della sua famiglia ed il tesoriere del suo partito.

Due pesi e due misure per ogni cosa. Un giudizio severo per gli altri, comprensione ed assoluzione per se stesso e per chi gli faccia comodo. Anche le intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto il figlio hanno un peso diverso. Fa acqua anche la sua reiterata asserzione del rispetto della magistratura, se poi ad esserne vittima è un magistrato che scende in corsa alle europee con il suo partito. Quando è stato ministro arrivò ad sospendersi dall’incarico, pur non essendo prevista dalla nostra Costituzione la facoltà di esercitare le funzioni di Ministro  ad intermittenza a seconda degli umori del giorno. Una via di mezzo tra la sguscevole sagoma del protagonista della commedia all’italiana e l’uomo nero che si usava per rabbonire la vivacità dei bambini. Riesce così difficile pensare a Di Pietro meritevole di “tanto onore” per la misura della quantità dei suoi nemici!

Vito Schepisi

Piano casa ed opposizione confusa

aprile 2, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.

Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.

La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.

Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.

Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?

Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e  che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.

L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile – se non per astio politico ed ideologico – perdita di tempo.

Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di  preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.

Non  si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.

L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.

Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!

Vito Schepisi

La metamorfosi a tempo del PD

febbraio 25, 2009

franceschini-pd

Un pacco di pasta, una lattina di birra, una passata di pomodoro, dalla data di confezione a quella di scadenza, hanno un periodo più lungo di vita di quella che avrà Franceschini alla guida del PD. Il deputato ferrarese, con un passato a mezzo servizio tra gli ex Ds e gli ex Ppi, è stato chiamato a sostituire Veltroni a tempo, con scadenza ad ottobre: durerà otto mesi.

Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.

Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.

Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno  pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.

Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.

Lo scopo nell’immediato di Franceschini  sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.

Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli  che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.

Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.

Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.

Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.

Vito Schepisi

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

franceschini

Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Col nuovo Cda Rai avremo ancora Di Pietro sempre in TV?

febbraio 20, 2009

ANTONIO DI PIETRO, BEPPE GRILLO

La commissione interparlamentare di vigilanza Rai, presieduta da Sergio Zavoli, ha varato la nomina dei 7 componenti del Consiglio di Amministrazione Rai di propria competenza. Per completare il CDA ora occorrerà che il Ministero dell’Economia proceda alla nomina del proprio rappresentante e del Presidente.

Dopo un lunghissimo braccio di ferro tra maggioranza ed opposizione ingaggiato sulla interpretazione della prassi consolidata di assegnare la Presidenza della Commissione di Vigilanza Rai alla minoranza, che alcuni hanno interpretato come un diritto vantato dall’opposizione di nominare chiunque, anche se non ritenuto idoneo a presiedere una commissione di garanzia, e dopo le vicende relative alla designazione del senatore Villari, poi fatto decadere, e con la definitiva designazione del Senatore Sergio Zavoli, uomo di grande profilo professionale,  la Commissione ha potuto assolvere al suo ruolo istituzionale di procedere alle nomine nel Cda.

La designazione per la Presidenza della Commissione di Vigilanza del rappresentante dell’idv Leoluca Orlando, non gradita ai più, era venuta meno per l’ostinazione del partito di Di Pietro di considerarla unica e non sostituibile.

Orlando è stato interprete in passato di un giustizialismo, espresso anche in trasmissioni televisive, improntato alla sommarietà del giudizio, ed è stato autore, nelle more della sua  designazione, di dichiarazioni politiche pesanti ed offensive verso Berlusconi. La forma della sua opposizione  all’azione di Governo è stata ritenuta esasperata per aver paragonato il Premier alla ferocia dei dittatori argentini. Il reiterato atteggiamento di intolleranza, pur nella legittimità della diversità delle posizioni, è stato considerato al di fuori dei requisiti della serenità di giudizio, richiesta invece per poter assolvere al ruolo di garante imparziale del pluralismo in un servizio pubblico.

Il ricorso al pregiudizio e la caparbia ostilità alla moderazione ed al rispetto delle prerogative delle forze politiche di maggioranza o di opposizione ha finito col penalizzare l’Idv nell’assetto delle nomine Rai e, come sempre accade, quando la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba.

Di acerbo ed improprio ai valori della democrazia, invece, ci sarebbero solo Di Pietro ed il suo partito, spesso inchiodati dalla realtà in un quadro preoccupante della concezione della democrazia, ovvero della questione morale e del rispetto delle diverse opzioni politiche.

Per Di Pietro con le nomine Rai sarebbe stato “Compiuto un delitto” e rincara la dose affermando che “In questo governo di regime abbiamo assistito all’ennesima spartizione lottizzatoria della Rai”. Ha ragione l’ex PM quando parla di “spartizione lottizzatoria”, ma questo metodo è nella legge che, sebbene spesso modificata, viene confermata da anni. Nessuna legge potrebbe sortire risultati diversi, finché la Rai resterà un Ente di Stato.

Al contrario di Di Pietro, Sergio Zavoli ha espresso invece un giudizio estremamente positivo sul lavoro della Commissione – “Il Parlamento si è riappropriato dei propri diritti e ha dato alla Rai gli strumenti per riprendere in mano l’azienda” – ed ha formalmente ragione!

Sarebbe ora necessario passare, anche nei programmi Rai, a diffondere il pluralismo dell’informazione ed a rimuovere l’uso improprio del servizio pubblico che, invece, appare più volte uno strumento politico di alcuni contro il buon senso e le pluralità delle coscienze.

Hanno stancato gli aspetti folcroristici della politica e lo squallore dei toni, spesso impropri e stucchevoli, che mortificano l’intelligenza del Paese.

La Rai, in quanto servizio pubblico, avrebbe il dovere di rivalutare l’azione di quanti, al contrario, sono impegnati a segnalare che l’alternativa alla politica non è l’antipolitica, ma è il pericolo della dittatura, e Di Pietro ne sarebbe il protagonista più orrido. Il rimedio alla crisi della rappresentatività democratica non sono i pregiudizi e le intolleranze, bensì le riforme, unici e veri strumenti per uscire anche dalla crisi morale.

L’esagerata esposizione mediatica di Di Pietro, e di coloro che l’utilizzano come grimaldello per scardinare il sistema, necessiterebbe di essere riportata, almeno per quantità, nei limiti del giusto equilibrio col diverso sentire del Paese. Questo sarebbe già un buon segnale di servizio pubblico.

Vito Schepisi

Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

febbraio 18, 2009

veltroni_si-dimette

Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.

In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.

La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.

Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.

C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.

Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.

Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.

E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.

Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.

Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla compagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.

Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.

Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?

Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l’inganno, la violenza e l’arroganza.

Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

febbraio 13, 2009

veltroni_scalfaro_ansa_jpg_871977061

Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.

Da che pulpito!

All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.

Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.

E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.

Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza – riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità – si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.

Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.

Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla  modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.

Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito  riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.

Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni  tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.

Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.

Vito Schepisi

Di Pietro ed il Terzo Reich: tutto in una lettera

febbraio 6, 2009

dipietroantonio Di Pietro è alla ricerca di qualcuno che dica che non se ne possa più. Santoro deve avergli insegnato che fare la vittima e spararla sempre più grossa sia appagante in termini di visibilità e di consenso. Non contento di aver già preso sotto tiro il Presidente della Repubblica a Piazza Farnese, ora riprende a sparare bordate contro il Governo e contro la legittimità del Parlamento, ed indirizza una lettera al Presidente Napolitano, dai toni e contenuti da vero diktat, ammonendolo “rispettosamente ma con fermezza” a non rimanere in silenzio ed a intervenire(?) prima che sia troppo tardi.

E’ legittimo rivolgersi al Presidente della Repubblica per segnalare torti o reali sensazioni di pericolo per la democrazia, non dovrebbe essere legittimo, però, procurare allarme sociale o avvelenare i pozzi del legittimo confronto sulle attività del Parlamento. Non è storicamente e moralmente accettabile affermare, come fa Di Pietro, che “quello che sta avvenendo nel Paese, ad opera dell’attuale governo, sembra ricalcare più le orme del partito nazionalsocialista degli anni ’30 che quelle di una democrazia fondata sul diritto”.

Per opinione del partito dell’Italia dei valori(?),  questo avverrebbe per quattro ragioni.

La prima è che la Vigilanza Rai, ora insediata e presieduta da un uomo dell’opposizione di riconosciuta onestà intellettuale, come Sergio Zavoli, si accinge a nominare il CdA Rai, con Presidente di area – per le notizie che si conoscono – dell’opposizione, e con le nomine, come vuole la legge, di consiglieri su indicazione della maggioranza e della opposizione parlamentare. Se Di Pietro e l’Idv resteranno fuori dal Cda Rai, si spieghino con Veltroni, forse hanno sbagliato ad insistere per la Vigilanza su Orlando, ritenuto inidoneo come garante. Fare i furbi non paga!

La seconda questione è relativa alla possibilità, prevista dal disegno di legge Brunetta sulla P.A., che il governo utilizzi la Corte dei Conti per scovare chi amministra male gli enti e che affidi al suo Presidente maggiori poteri di indirizzo, oltre al controllo sugli incarichi extraistituzionali dei giudici contabili. Il disegno di legge, inoltre, prevede modifiche dell’assetto del Consiglio di Presidenza della Corte riducendolo da 13+4 (2 nominati dalla Camera e 2 dal Senato) a 11 componenti.

La terza questione riguarda la modifica dei regolamenti di Camera e Senato, invocati da tempo, anche nella scorsa legislatura, per rendere più tempestiva ed efficace l’attività del Parlamento.

La quarta, invece, riguarda l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche che il Governo vorrebbe ricondurre nell’ambito della compatibilità con i diritti alla privacy ed alla libertà dei cittadini ed al corretto utilizzo dei mezzi di indagine giudiziaria. L’Italia, infatti, è in cima a tutte le classifiche mondiali come violazione della privacy, come numero delle intercettazioni, come spesa sostenuta per la loro gestione, come ricorso per le attività di indagine, come diffusione di notizie riservate o sottoposte a segreto istruttorio, come uso illecito e come alimentatore di squallidi gossip.

Per queste quattro ragioni il Governo italiano, per Di Pietro, sarebbe “come il Terzo Reich”.

Di Pietro è come quel signore che, impotente, accusa la moglie di non avere “sex appeal”. Non è capace di rappresentare una proposta politica al di là dell’accusa, suo leit motiv di origine professionale, e alza il tono della provocazione per chiari fini elettorali. Paragonare il governo al Terzo Reich non è soltanto una fregnaccia polemica, ma è l’indice di un indecoroso metodo nel confronto politico che non è possibile accettare: siamo dinanzi al reiterarsi delle provocazioni.

La replica, seppur doverosa, della politica, della stampa, degli storici, degli studiosi, dei politologi, sottintende una minaccia per tutti d’esser chiamati a rispondere di diffamazione, solo se si è appena coerenti con i propri principi nel definire un po’ di più di rozze, illegittime ed inopportune le accuse provocatorie dell’ex PM e velleitario ed inopportuno l’ordito di utilizzare le Istituzioni, fino alla Presidenza ella Repubblica, per il proprio scopo politico.

Se ci fosse ancora Alberto Sordi la canterebbe  di gusto quel “…te c’hanno mai mandato…”.

Quella della lettera al Presidente Napolitano è solo l’ultima delle trovate che denotano l’imbarbarimento del confronto tra l’opposizione e la rappresentanza legittima del popolo italiano. Sono azioni che fanno emergere anche le responsabilità di una giustizia che troppo spesso si trasforma in casta corporativa e che si fa rappresentare da interpreti del giustizialismo sommario nell’attacco ai partiti, al Parlamento ed  agli Organi Costituzionali dello Stato.

Vito Schepisi