Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Bersani e la Voce

agosto 28, 2012

Immagine

– BERSANI: Grillo si deve dimettere! 
LA VOCE: ma Grillo non è niente, da cosa si deve dimettere? 
– BERSANI: non è niente? Ma come … è fassissta! 
– LA VOCE: sai con quanti fassissti veri sei andato a braccetto? Soltanto nella foto di Vasto ce ne sono tre. 
– BERSANI: allora è Casini che si deve dimettere! 
– LA VOCE: ma anche Casini non è niente. E’ solo un fantoccio che si presta a compiacere alcuni poteri. 
– BERSANI: si deve dimettere dal niente, allora! Oh cazzo qualcuno si deve dimettere! A Berlusconi non posso più dirlo. Si è già dimesso! 
– LA VOCE: Ma come prima lo carichi e poi lo scarichi? Come un pacco! Si stava trascinando assieme anche Fini! Son tre voti (lui, Bocchino e la Tulliani) ma meglio di niente! 
– BERSANI: ma Vendola mi vuole scaricare. Non lo hai letto? Per colpa di Casini. Nichi è geloso! Se restano fuori, e contro di me, Vendola, Grillo e Di Pietro, sarò io a dovermi dimettere! 
– LA VOCE: ma Di Pietro non è fassissta? 
– BERSANI: non tutti i giorni! I giorni pari sembra un comunista! 
Lo prendo i giorni pari ed i giorni dispari gli dico che deve dimettersi, poi dico a Mario e Giorgio di fissare la data delle elezioni in un giorno pari. 
Sono o non sono un nipotino di Togliatti io? So’ furbo! 
– LA VOCE: … bisbigliando tra se … ma dove li prendono? 
– BERSANI: un attimo vedo la stampa laggiù … ora rilascio alcuni miei pensieri. 
– LA STAMPA: On. Bersani ha dato del fascista a Grillo, si sta levando una polemica che rischia di mandare a gambe levate tutta la sinistra (per pudore, i giornalisti si astengono dal dire … se cade la sinistra noi leccaculi di professione che facciamo?). Persino Di Pietro prova a gettare acqua sul fuoco. Ma che c’azzecca? Che succede? 
– BERSANI: “Toni del genere non vanno mai usati e c’è anche una discriminante: se vuoi seppellirmi vivo vienimelo a dire e vediamo se me lo dici”. 
– LA VOCEcon un bisbiglio … oh santiddio!!! … ma che sta a dì? 
Madonna mia! Questo è più fuori di Vendola! 
– LA STAMPA: Segretario si rende conto che questa sua dichiarazione ha i toni della sfida e che finirà per alimentare le polemiche? 
– BERSANI: “Non dò del fassissta a nessuno, inutile che facciano tutto questo chiasso e questi insulti perchè so benissimo che il partito nazionale fascista non c’è più, che siamo in altri tempi, non c’è bisogno che me lo dicano”. 
– LA VOCE (che nel frattempo si era allontanata): …ma dove c… li prendono?
Son tutti uguali, prima Veltroni, poi sto pettinatore di bambole. 
Son tutti maniaci!
Nel PD i segretari sembrano fatti con lo stampino! 
Vito Schepisi

Bersani_1

agosto 28, 2012

Bersani_1

L’asse Vendola-Bersani

agosto 2, 2012

Immagine
Se Bersani e Vendola scelgono: 
– di procedere con l’aumento della pressione fiscale e con quello della spesa pubblica, come se in Italia e nel mondo non fosse successo niente, e come se l’Italia non rischi di trovarsi al collasso; – se scelgono di mantenere rigido il mercato del lavoro e di concentrarsi su immigrazione ed omosessuali, come se tutto questo garantisca lavoro e sicurezza agli italiani; – se scelgono la demagogia, la fumosità, e persino di sostenere la spesa per omosessuali e immigrati, invece che per i bisogni delle donne, degli anziani, dei malati, dei bambini, delle famiglie (basterebbe farsi un giro in Puglia per capire);
– se scelgono la follia di ricominciare come prima e peggio di prima, ribaltando i valori del merito, dell’efficienza, dell’economicità, delle compatibilità;
– se scelgono il declino del Paese, seguirli sarebbe una follia.
E’ necessario, invece, lavorare perché si riaffacci l’idea liberale di affrancare gli italiani dall’invadenza della partitocrazia e dell’ipocrisia.
L’Italia ha bisogno di un movimento che ricomponga sulla scena politica le scelte per le riforme, per la rivoluzione liberale contro le caste ed i poteri della burocrazia, per la trasparenza e la semplificazione della Pubblica Amministrazione, per la Legalità e la Giustizia di tutti, per rilanciare gli investimenti e lo sviluppo, per il lavoro e per i giovani, per l’integrazione del suo territorio.
L’Italia ha, infatti, bisogno d’investimenti, di sviluppo e lavoro, non di fumosità e di tasse per finanziare i costi degli abusi, degli sprechi, delle furbizie, dei fannulloni e della partitocrazia.
L’Italia non ha, invece, bisogno di immergersi in un confronto di generi, né di modificare il concetto di famiglia, né di distribuire privilegi economici, né di incoraggiare l’ostentazione di vizi e volgarità, né di diventare una Nazione senza una sua identità e senza una sua cultura e senza il patrimonio delle sue tradizioni millenarie.
L’Italia è si Terra di accoglienza, ma non Terra di conquiste e di mutazioni etnico-politiche della sua origine.
Vito Schepisi

BlogCatalog

ottobre 6, 2009

Political Blogs - BlogCatalog Blog Directory

BlogCatalog

dicembre 26, 2008

Political Blogs - BlogCatalog Blog Directory

Veltroni e le chiacchiere

dicembre 5, 2008

veltroni-e-le-chiacchiereCome nei giorni precedenti alla data del 25 ottobre scorso, quella fissata per la manifestazione del PD al Circo Massimo di Roma, quando tra interviste e dichiarazioni sembrava che dovesse conquistare almeno la Florida da assegnare al suo “alter ego” Obama, anche in questo periodo, in previsione della riunione della direzione PD del prossimo 19 dicembre, Veltroni fa autotraining.

“Adesso basta con le confessioni anonime – afferma Veltroni in un’intervista a Repubblica – basta con i retroscena, basta con i veleni”. Si carica, s’impone ottimismo, mostra i muscoli, si vuole convincere che sia un vincente, che può farcela, che si può fare. E dichiara d’esser disposto al più banale e ritrito dei modi di dire, mutuato dall’ipocrisia dei tanti manager e dei parolai che vogliono far breccia: Veltroni è pronto a “mettersi in gioco se questa si rivelerà la soluzione più condivisa”.

Nell’intervista rilasciata a Repubblica si attribuisce grandi successi politici, fra questi, naturalmente, anche la vittoria di Obama negli USA, oltre che il successo nel lancio della tv satellitare Youdem, rete televisiva del PD, naturalmente, con assonanza “americana”. Si loda per il successo della manifestazione di Roma e per la conferma del candidato in Trentino, spacciata per conquista elettorale ( è stato rieletto l’uscente, ma con calo dei consensi – ndr).

Omette, però, al contrario di Prodi e D’Alema, di citare tra i suoi successi la rimozione della spazzatura di Napoli, dimostrandosi persino più modesto dei suoi due compagni della sinistra. Non ha parlato neanche delle amministrative di Roma, dove era sindaco uscente, perse in malo modo dal centrosinistra e dal suo predecessore Rutelli. “A Veltrò….te possano” è stato il commento più sereno di un uomo di sinistra romano che mi è capitato di ascoltare e che aveva votato Rutelli, ma solo per “fede a sinistra” come ci ha tenuto a precisare.

Il leader del PD nell’intervista non ha fatto, naturalmente, cenno alla scivolata sulla questione Sky ed ha svicolato sui focolai di difficoltà nelle situazioni locali in cui il PD è presente a livello di gestione amministrativa. Realtà locali che interessano l’Italia in modo trasversale dal sud al nord e viceversa, investite da vicende diverse che vanno da quelle giudiziarie emerse ed emergenti, a quelle di crisi per questioni di lotta nella gestione del potere locale, con ampi dissidi interni al PD, ed anche alle tensioni nei rapporti con le altre formazioni politiche della sinistra.

Sembra che sia come se, dinanzi ad un incendio dirompente che sta distruggendo la casa, ci si compiaccia d’aver salvato l’album delle foto di famiglia. Va bene che è un’importante testimonianza dei tempi della vita, ma diviene difficile compiacersi dinanzi alla distruzione di tutto il resto.

Veltroni, però, è fatto così! Per recuperare risorse, può sempre scrivere un libro, magari questa volta, invece dell’alba, sarebbe bene che scoprisse il tramonto, e ricomprarsela la casa, come per quella per la figlia che studia cinema, non nelle università italiane (quelle sono per il popolo e per l’onda anti-Gelmini – ndr), ma tra i grattacieli di Mahanattan dove vivono i vip di New York.

Arturo Parisi del 2008 del PD ha un’idea differente. Commentando l’intervista di Veltroni a Repubblica, infatti, osserva: “quest’anno io me lo ricordo completamente diverso, ma soprattutto non riesco a dimenticare il disastro delle politiche e la sconfitta di Roma, dove lui era il sindaco uscente. Evidentemente dobbiamo ripassarci il calendario insieme”. Bene! Fatelo!

Leggendo l’intervista del leader del PD si scopre che “Berlusconi è impegnato in un attacco contro di noi che non ha precedenti”. I toni sono apocalittici, ma gli italiani hanno avuto l’impressione che sia accaduto l’esatto contrario e che sia stato invece Veltroni, con Di Pietro, per il gusto di mettere in difficoltà Berlusconi, ad agire cinicamente persino contro il Paese.

C’è uno sciopero generale il 12 dicembre prossimo, indetto dalla Cgil da sola, di cui Veltroni non parla, e che è uno sciopero contro l’Italia. Il leader  del PD dovrebbe sapere che la recessione non è altro che la flessione del Prodotto Interno Lordo, e sapere anche che uno sciopero generale incide proprio sul PIL. Tutto il resto “so’ chiacchiere”.

Vito Schepisi

Sono Veltroni … ma anche Berlusconi!

marzo 17, 2008

walter_veltroni_1.jpgC’ è sempre un modo diverso per essere comici. Al contrario di altri paesi, in Italia la comicità si è espressa in tante forme differenti tanto da diventare, il popolo italiano, famoso per i modi anche bizzarri di interpretare la vita.

L’Italia ha saputo imbrigliare con la più amara ironia la drammaticità della cattiva sorte e della malversazione. Ha saputo trarre coraggio anche dalle sventure, inventandosi antidoti e pozioni per meglio esorcizzare il dolore.

I sacrifici, la miseria, le sofferenze, assieme alla meschinità, alla viltà, ai vizi ed alle virtù, tutto nel tempo della storia è stato nello stesso momento esaltato e sdrammatizzato con l’arte dell’ironia e della burla. Gli italiani si sono mostrati capaci di sorridere laddove altri si mostravano seri e compunti, ma anche per converso di piangere e soffrire laddove gli altri si mostravano cinici ed indifferenti.

Tanti attori, tanti interpreti chi con grande talento, altri con un po’meno, come ad esempio Veltroni.

Come non pensare a Benigni? Alla sua La vita è bella  dove ha saputo e voluto raccontare il nazismo e l’orrore, la severità e l’idiozia, i campi di concentramento, l’odio razziale: uno spaccato anche storicamente abbastanza recente della follia dei regimi ideologici. L’ha fatto con l’ironia e la beffa, con la filosofia romantica di un’umanità che sa riscattare in modo provocatorio e fermo il valore umano dell’individuo e la dignità e dell’uomo.

Tra le attitudini ci sono coloro che hanno l’animo ed il gusto interpretativo per evocare sia le giuste emozioni sia la sensibilità delle coscienze. Il pluralismo delle sensazioni è anche un benefico lavaggio nel limpido ruscello del confronto, dove sgorga quell’acqua che elimina le scorie della incomunicabilità e del pregiudizio.

Ci sono anche coloro che invece sembrano goffi e che forzano la loro interpretazione in un crescendo di atteggiamenti che sanno di spicciola furbizia e di consapevole mistificazione, come ad esempio Veltroni, con quei suoi modi da recita, con i suoi onnicomprensivi pensieri, ma anche con la sue mimica suggestiva tra il divertito, il serio, il pensieroso, il preoccupato, l’ascetico.

Ed è meditando su una strana e serrata campagna elettorale che può tornare alla memoria un’opera letteraria così assimilabile con la nostra politica. Una campagna elettorale che interpreta il costume di un Italia dove i feudi, il potere, la sonnacchiosa ed apparentemente distratta gestione, il controllo e le metamorfosi dei pensieri, delle strategie, degli ideali, dei tormenti sociali, resta il filo conduttore di un’idea che sintetizza la trama de Il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedura: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Anche il nuovo ha l’immagine del vecchio. Cadono i muri e le certezze e il mondo si trasforma, la globalizzazione prende il posto delle autarchie, il principio del mercato si sostituisce a quello del dirigismo marxista, ma i personaggi sono sempre gli stessi. Sempre uguali. Sembra persino che conservino le stesse facce, anche quando le generazioni mutano e si avvicendano. Alcuni sono lì da sempre come se fossero uomini immortali, in prima fila a riproporsi, cambiando giacchette e maschere, dopo un lifting politico tra l’incredibile e l’audace. Sempreverdi di una pianta che non dà frutti, né fiori ma solo bacche grigie, amare, indigeste se non velenose

Veltroni è poi colui che sintetizza alla perfezione la massima di Tommasi Di Lampedusa: “attribuire ad altri la propria infelicità è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati”. Circondato dagli stessi uomini contro cui oggi sembra opporsi nei programmi, inoltrandosi verso un percorso politico del tutto diversificato da quello di Prodi e della sua maggioranza, sembra astutamente voler attribuire ad altri le responsabilità della cattiva gestione del governo ancora in carica di Prodi, mentre ne è incontrovertibile continuità per uomini e sostanza politica.

Veltroni, con la finzione di contenuti mutuati alla “rabbia “ della gente, antepone così alla realtà il suo ultimo filtro dei disperati, tanto da sembrare ancora più disperato, come colui che si gioca tutto per restare a galla e per non precipitare verso il giudizio severo del popolo che si vorrebbe ancora una volta mortificare.

Recita da nordista, da imprenditore, da liberista, da fautore delle grandi opere, da repressore della criminalità, da garante dei valori, da promotore della riduzione della pressione fiscale.

Non è che si dimentica d’esser Veltroni? O che finisca per spacciarsi anche per Berlusconi?

Sarebbe davvero un colpo da maestro se nell’impeto della competizione si guardasse allo specchio e si dicesse :  Si può fare! Io sono Veltroni….ma anche Berlusconi!

Vito Schepisi

il Paese che non c’è

gennaio 24, 2008
pro1_v0.jpgLa difesa del Governo e del suo operato, in questa animata crisi di una stagione politica molto confusa, sa di paradossale.
E’un atto quasi dovuto difendere il proprio operato politico, a volte anche a dispetto di ogni evidenza. Non si è mai sentito un capo di governo che abbia detto d’aver governato male, e tanto meno d’averlo fatto a danno e dispetto del popolo. Si ha anche la convinzione che quando la coalizione vincente in una competizione elettorale sia chiamata ad esprimere la realizzazione di un programma di governo abbia per istinto e per opportunità politica la voglia di far bene e di circondarsi della soddisfazione degli elettori e del Paese.
Ed è così che penso di Prodi e del suo esecutivo: c’era in loro una gran voglia di far bene. C’era persino la consapevolezza d’aver descritto un Paese in ginocchio e di poter aver quindi vita facile nel dimostrare la loro capacità di rimetterlo in piedi. La ripresa era già avviata, il Pil incominciava a crescere, la base contributiva si allargava, l’occupazione aumentava e persino l’evasione fiscale, grazie anche ai vituperati condoni, si andava riducendo, facendo emergere redditi che divenivano gettito costante.
C’erano insomma le condizioni ideali per soddisfare la loro smania di dar a vedere che la sinistra aveva rimosso, con Berlusconi, un ostacolo alla crescita ed alla distribuzione della ricchezza del Paese. Potevano dimostrare che le garanzie sociali ed i servizi trovavano attenzione e impegno per offrire finalmente al Paese un livello di vita più dignitoso, alla pari di altri paesi europei. Era persino sufficiente non muoversi, non fare niente in materia economica e finanziaria, per godere di rendita. Ma, come si sa, il diavolo ha sempre le corna: non si smentisce mai!
E’ bastata la loro presenza, così, per complicare le cose. La sinistra in Italia distrugge ogni cosa che maneggia, come un re Mida all’incontrario che trasforma in immondizia, anziché in oro, tutto ciò che tocca. Le parole della campagna elettorale, gli slogan, le contorsioni concettuali sulle leggi ad personam, sul conflitto di interesse, sui guasti del governo Berlusconi non solo diventavano oggetto di furia vendicativa ma un indirizzo di discontinuità col passato nell’azione di governo.
Era come se nel percorso di un’automobile in corsa per assicurare la puntualità in un impegno, si tirasse il freno a mano per bloccare la vettura. Il motto quotidiano diveniva quello di modificare sempre e comunque e di agire, anche contro l’interesse del Paese, pur di dimostrare che quella del governo Berlusconi era stata una parentesi da cancellare nella storia politica italiana.
Mai stupidità politica, invece, si è resa responsabile di tanto masochismo. Dinanzi alla politica punitiva di Prodi e della sinistra, con l’istinto alla vendetta ed della bramosia di rivalsa, si è calpestato di tutto e soprattutto il buonsenso. La scure fiscale e l’introduzione di nuove tasse si è  abbattuta soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, tanto da colpire sensibilmente le buste paga di lavoratori e pensionati. Tutto mentre gli indici di inflazione salivano e soprattutto il costo reale della vita diventava insostenibile per le famiglie.
A volte, ascoltando Prodi e le sue immagini di felicità,  è sembrato di assistere alla rappresentazione in cui Maria Antonietta di Asburgo, moglie di Luigi XVI, re di Francia durante la Rivoluzione Francese, comodamente alloggiata nella sua dipendenza privata nella reggia di Versailles, sembra abbia risposto, a chi la informava che i francesi non avessero il pane, di dar loro brioches.
Prodi ha continuato, come in una cantilena, a parlare della felicità e delle conquiste del suo governo, pur avendo dinanzi un popolo che gridava i suoi problemi e che per mesi ha supplicato di prestare attenzione alle grida di dolore. Ha ignorato persino al significativo segnale elettorale nelle amministrative dello scorso anno. Non ha avuto alcuna pietà per il popolo, come la monarchia francese alla fine del diciottesimo secolo. E’ rimasto del tutto sordo alla diffusa richiesta degli italiani di far fronte alle esigenze di vita.
A distanza di 210 anni circa, pur coi tempi mutati, il ricorso storico del contrasto tra i fasti della monarchia francese e del popolo costretto alla fame, dà l’idea di tanto cinismo. Deve essergli stata fatale la gita a Caserta, nella reggia Vanvitelliana, dove è sembrato Mosè dopo che il Signore gli aveva dettato i 10 comandamenti.
Ascoltare i discorsi di esponenti della maggioranza si ha l’idea di un’Italia diversa. La discrasia tra l’immagine e la realtà fa venire in mente quella barzelletta in cui dovendo vendere la sua casa per comprarne un’altra più confortevole, un appuntato (naturalmente dei carabinieri) si rivolge al suo maresciallo per scrivere l’annuncio da pubblicare sul giornale. La casa in vendita da essere piccola, angusta, fatiscente, invivibile diventa così un’accogliente dimora, ideale per una famiglia, confortevole e spaziosa, tanto che l’appuntato rinuncia a disfarsene dicendo: “maresciallo….e perché devo vendere una casa così?” . Questa maggioranza si è così voluta ritrovare in un’Italia più felice e serena da essersi innamorata della sua immagine, e ora descrive un Paese che purtroppo non c’è.
Prodi ed i suoi uomini ci ricordano il Ministro dell’informazione di Saddam Hussein quando questi con i soldati americani a pochi centinaia di metri da lui, continuava ad insistere nel dire che l’esercito USA era stato respinto fuori da Bagdad e che le forze armate USA stavano subendo ingenti perdite.
Fu soprannominato “il comico”: ora servirebbe un concorso di idee per trovare un soprannome per Prodi!
Vito Schepisi
http://www.loccidentale.it/node/12267

Sinistra Giustizia

gennaio 17, 2008

mastella2.jpg

Il Ministro, o forse l’ex Ministro Mastella deve aver pensato che compiacere i magistrati gli sarebbe tornato utile per ottenere una facilità di percorso nel suo lavoro politico. Oggi tra i reati di voto di scambio, di concussione, di associazione a delinquere, di corruzione, di abuso in atti d’ufficio, per un qualsiasi politico è una giungla piena di insidie.

Il reato, in Italia, anziché essere un incontrovertibile episodio di malversazione è spesso un’interpretazione soggettiva di comportamenti.

Se costituisse una regola ferma, valida in ogni luogo e circostanza, e soprattutto applicabile contro ogni soggetto da  Napoli a Trieste, da Bologna a Palermo, da Bari ad Aosta, ci potrebbe anche stare. Finché si ponessero dei limiti invalicabili fuori dei quali si materializzerebbe il reato, tutti saprebbero che se Mastella o Prodi, o se Berlusconi o D’Alema caldeggiassero, ad esempio, la nomina di un consigliere o di un manager in un consesso pubblico commetterebbero un reato penale. Se fosse così, tutto questo costituirebbe un elemento di chiarezza e di giustizia ove la legge sarebbe, veramente, uguale per tutti.

Sappiamo però che non è proprio così! I confini di questi reati sono molto incerti e finiscono quasi sempre per non reggere in giudizio. Si ha l’impressione che vengano usati più che adottati. Sono imputazioni e notizie di reato rumorosi. Non a caso il più delle volte vengono diffusi in anticipo dagli organi di informazione, come a voler creare un clima di soddisfacente aspettativa nell’opinione pubblica. E spesso servono per distrarre l’attenzione dalle responsabilità politiche di più alto spessore, o per mettere in difficoltà uomini e/o partiti scomodi. Servono, anche, per delegittimare gli avversari politici e rendere meno credibile il loro operato.

C’è stato buon feeling tra Mastella ed i magistrati, finché il ministro si è lasciato dettare, persino nelle virgole, il testo della “controriforma” del sistema giudiziario. La magistratura ha così recuperato il pericolo di perdere parte del suo tracimante potere e di rendersi, alla pari delle altre funzioni pubbliche, necessariamente efficiente e responsabile. Concessi i benefici della riforma, però, a Mastella non è rimasto altro per esercitare pressioni sulla magistratura, e ben presto s’è accorto che la sua è stata fatica sprecata. Se sperava di essersi guadagnato benemerenze, è rimasto deluso.

Un uomo navigato come Mastella avrebbe dovuto prevedere che in ogni circostanza, laddove esista solo l’obbligo di credere, perché sulla ragione prevale il dogma, emerge una visione fondamentalista della propria funzione. Se il potere esercitato dai magistrati resta fuori dai controlli del popolo, e non sottostà ai principi democratici della responsabilità, ma si esaurisce in un confronto di tipo corporativo che di regola si autogiustifica, questo esercizio si trasforma in infallibilità, quasi in certezza.

Ma non siamo in una disputa etica in cui la fede resta un opzione della società civile e costituisce, tra le altre, una libera scelta, per altro assoggettata al principio religioso del libero arbitrio. Siamo, invece, nell’ambito dell’esercizio della limitazione della libertà dei cittadini, in un alveo di condizionamento del futuro di uomini e famiglie. Ci troviamo spesso in uno spazio di pruriginoso e barbaro compiacimento di una parte dell’opinione pubblica che a giorni alterni si presenta con la forca in mano.

Come dimenticare ciò che accadeva all’inizio degli anni ’90, con tangentopoli, quando televisioni, giornali e pubblica opinione osannavano l’uomo dei congiuntivi incerti che alzava la voce e filosofeggiava sui bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni?

Se manca la Giustizia, come certezza di equilibrio e di unanime condivisione, prevale la barbarie ed il dominio delle “caste” in cui i poteri forti si coalizzano a danno delle fasce più deboli. Si secolarizza ciò che avviene in Italia, oramai da decenni, in cui il popolo paga il conto delle insufficienze e delle incapacità della classe politica. Se la Giustizia non è più un principio ma una scelta motivata da esigenze politiche o di casta, si disperdono persino i valori della democrazia e la libertà non costituisce più un inalienabile diritto ma una concessione.

Il leader dell’Udeur ora si può rendere conto di quale corbelleria abbia commesso, o sia stato obbligato a commettere, in quanto partecipe di una maggioranza politica illiberale, quando ha lasciato che l’ANM recuperasse il suo potere condizionante sull’amministrazione della giustizia. Non il senso della giustizia, come sarebbe stato auspicabile, ma la consapevolezza dell’esercizio di un potere, anche politico, persino nella discriminazione degli atti della pubblica amministrazione, a seconda delle opzioni politiche da far prevalere.

Mastella sin dalla costituzione del governo Prodi è divenuto il capro espiatorio della sinistra alternativa, appiattitasi sulla maggioranza di Prodi. Sull’uomo di Ceppaloni si sono puntati i riflettori sin dal momento della sua richiesta di ottenere il Ministero della Giustizia. Il provvedimento sull’indulto, in quanto inviso alle fasce dell’antipolitica, ne ha appesantito ancora di più l’immagine. E quando il fallimento dell’esperienza della sinistra di governo ha avuto bisogno di motivazioni e responsabilità da dare in pasto alla sinistra dell’odio sociale, è apparso Mastella tra i soggetti che maggiormente si addicono al gioco.

Vito Schepisi

Declino e tristezza

dicembre 17, 2007

Anche sulla tristezza a sinistra non c’è accordo. Mentre Napolitano e Prodi si affrettano a smentire il New York Times sul declino ed il grigiore dell’Italia d’oggi, Veltroni commentando le osservazioni del prestigioso quotidiano statunitense, afferma che “non ha scritto cose infondate: il Paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima d’odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento”.

Si potrebbe persino pensare che il Sindaco di Roma sia una persona che ragiona, e senza che si preoccupi di far solo politica, malgrado si conosca abbastanza bene il suo culto per la fiction. Ma è anche legittimo il dubbio che sia effettivamente così, e non che invece, anche questa volta, il cinefilo voglia recitare a soggetto ed interpretare il suo ruolo.

Si diceva di Berlusconi che prima di parlare consultasse i sondaggi, Veltroni in questo sembra il suo clone più puntuale. Ogni sua parola è destinata a provocare un effetto, come in un film in cui la sceneggiatura si adegua alle emozioni che si vogliono richiamare. Veltroni è un animale da ciak, un regista di se stesso. La sua è una storia che è scritta per le sensazioni da divulgare, come una favola, un racconto di buone intenzioni, di pensieri virtuosi, di sentimenti da valorizzare. La sua è una sceneggiatura scritta per tutti. E’ pensata per grandi e bambini, ricchi e poveri, fantasiosi e grigi, capaci ed incapaci, sinceri e furbi, tra buoni propositi e posizioni piuttosto sfumate, con l’espressione del serio tra il drammatico ed il fiducioso, tra l’ultima spiaggia e le distese di fertili praterie.

L’ex comunista Veltroni è alla conquista di un potere da esercitare, di uno spazio politico da conquistare: si preoccupa di dar credibilità complessiva al suo ruolo che stenta e rendersi pienamente autorevole. Coltiva così le sue rinnovate ambizioni.

Anche questa volta, per scrollarsi il peso di un’eredità fastidiosa, arriva l’ennesima conferma che il leader del PD voglia prendere le distanze dal Governo. Prodi ed i suoi ministri restano sempre più isolati su tutto. Anche sulla questione Speciale (il Generale della Gdf rimosso da Padoa Schioppa per coprire l’arroganza di Visco) il PD fa marcia indietro e riconosce gli sbagli, isola Prodi, difeso “senza se e senza ma” solo da una parte della sinistra di Pecoraro Scanio e Diliberto.

L’Italia di Prodi, in verità, ha proprio ragione il NYT, è quanto di meno felice si possa immaginare: è quasi sempre triste e sconsolante e non è un bello spettacolo! L’Italia può vincere il campionato mondiale di calcio, può assistere in tv alla lettura di Benigni della Divina Commedia di Dante, esaltarsi per il genio e l’arte dei suoi figli nei secoli, ma poi vedi Prodi in tv e perdi tutto l’entusiasmo.

C’è sempre un Celentano che ti riporta alla miseria della quotidianità, che ti fa pensare alla stupidità, che ti fa capire che il Paese sta male davvero!

Troppo frettolosa ed interessata è apparsa la prontezza con cui Napolitano, ospite negli USA, ha voluto smentire le impressioni che l’Italia offre di se all’esterno. Troppo frettolosa ed istintiva per poter analizzare i riferimenti generali a cui un osservatore straniero, per essere disinteressato alla quotidianità di un confronto politico che in Italia è spesso incivile, è più attento.

Non si può addebitare al Presidente Napolitano la difesa d’ufficio del Paese. Sarebbe ingeneroso. Non poteva fare altrimenti, specialmente in terra straniera, che difendere il Paese e l’integrità della sua espressione democratica e rappresentativa ai diversi livelli, dal politico all’imprenditoriale. Non poteva esimersi dall’affermare che l’Italia fosse capace di dare risposte sensate alla domanda di fiducia e tranquillità dei suoi cittadini. Sappiamo, però, che la verità è tanto diversa! E pensiamo che il Presidente degli Italiani possa fare qualcosa di più per l’Italia, persino ammonire la politica e sostenere che la fiducia formale che si ottiene in Parlamento non sia sufficiente a nascondere la sfiducia sostanziale nel Paese. C’è un Presidente della Camera che ha persino dichiarato il fallimento di questo Governo!

Il Capo dello Stato non può non comprendere che quando si fa cenno ai limiti del Paese non ci si riferisce alle sue potenzialità e neanche all’intelligenza del saper fare e del realizzare. I limiti sono invece nelle possibilità che si offrono ai cittadini, in relazione ai mezzi ed ai sostegni. Sono nell’effettiva coerenza del suo programma di sviluppo. Gli ostacoli rivengono da un Paese reso obsoleto nelle infrastrutture e nei servizi e che, come la cronaca ogni giorno ci documenta, non funziona nei suoi elementari strumenti della vita civile, come si deve pretendere in una società rivolta al progresso ed alla civiltà.

Le difficoltà del Paese risiedono in un sistema in cui la politica e le funzioni dello stato privilegiano metodi e strumenti da regime poliziesco, oppressivo ed illiberale per affermare presunte ragioni politiche. La beffa, ad esempio, viene nel constatare che a Napoli, con i tanti problemi che ci sono in quella città, s’indaghi su presunte corruzioni del capo dell’opposizione, definite da tutti prive di rilevanza penale, mentre si assiste dall’altra parte ad esercizi di equilibrismo, persino campanilistico, dove spesso l’interesse particolare di gruppi, fazioni e singoli si sovrappone al diritto di tutti.

Questo Governo sembra sempre più impegnato a trovare le ragioni del durare, ed ad attivarsi nella ricucitura di una maggioranza che scivola via, che all’azione coerente di gestione e riforme. E’ senza un programma davvero condiviso e coerente.  Si assiste a pressioni su uomini e gruppi, pur di mantenere una maggioranza. Si fa persino ricorso ad un collante che spesso sa di ricatto.

La politica finanziaria del Governo assomiglia più ad un bazar di merci scambiate che ad una seria ipotesi di sviluppo del Paese. Prevalgono le forme surrettizie di finanziamento a uomini, gruppi o rappresentanti di minoranze, in cambio del voto sulla fiducia. E’ un bazar dove si acquista il consenso politico nel Palazzo, allontanandosi dai bisogni e dagli interessi del Paese.

Vito Schepisi