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Piano casa ed opposizione confusa

aprile 2, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.

Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.

La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.

Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.

Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?

Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e  che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.

L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile – se non per astio politico ed ideologico – perdita di tempo.

Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di  preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.

Non  si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.

L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.

Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!

Vito Schepisi

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Epifani e Di Pietro: cos’hanno in comune?

gennaio 23, 2009

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Non me ne voglia Epifani. Ha i modi, lo spessore culturale, un’educazione diversa, ma il suo compito tra i sindacati, nella Cgil, è lo stesso di quello che il leader dell’Idv Antonio Di Pietro assume nell’ambito della lotta politica.

Epifani per i suoi pregiudizi è come il magistrato spogliato Di Pietro.

C’è in Italia un’opposizione imbalsamata dal leader dell’Idv che sembra aver per missione quella di impedire il dialogo, la civiltà del confronto, le riforme.

Di Pietro gestisce un partito che, per sottrarre al PD i consensi della componente più intollerante e caciara, in modo pregiudiziale, si rifiuta di affrontare il confronto sulle diverse questioni della politica, riducendo tutto il suo impegno all’assunto di rappresentare e promuovere la legalità. Come tutti i demagoghi fa leva sulla protesta, lo scontento, l’invidia e la rabbia per infiammare gli animi, come gli abbiamo visto fare a Fiumicino per la questione Alitalia. La sua immagine è quella della farsa di una marcia su Roma in lessico molisano.

Di Pietro, coi dubbi e le contraddizioni delle tante domande senza risposta a cui è sottoposto, è in continua ricerca di visibilità; è tignosamente impegnato a sottrarre spazio politico al PD. Attrezzatosi con le compagnie giuste per acquisire consenso nell’aria del qualunquismo reazionario e forcaiolo, si è assunto il ruolo di impedire le riforme e di conservare un’Italia obsoleta, incapace di esprimersi con rapidità, intrecciata tra poteri, caste e privilegi: insomma, un’Italia che indigni!

Epifani, nel sindacato, alla pari di Di Pietro, reitera i suoi no ad ogni iniziativa che possa rigenerare il rapporto responsabile delle organizzazioni sociali con i lavoratori e l’impresa, con il Paese e la produttività, con lo sviluppo e l’efficienza.

C’è nell’azione del leader della Cgil un visibile impedimento alla creazione di una contiguità virtuosa tra il merito, l’efficienza, la produttività e la crescita professionale del mondo del lavoro. C’è una barriera culturale di vetero marxismo o di anarchico menefreghismo che non si smuove e non si evolve, anche se le nuove frontiere del mercato rivoluzionano l’economia e se i venti della crisi recessiva pongono con serietà l’esigenza di riflessioni profonde.

C’è stata, infatti, questa riflessione nel sindacato e nelle associazioni di categoria. C’è stata convergenza sui principi della responsabilità, del merito e della valorizzazione della produttività. C’è stata, e senza che la cosa sia apparsa come uno scandalo, la preoccupazione del sindacato per la collocazione dell’azienda sul mercato, per la sua sorte e per tutte quelle questioni che sono state oggetto di dotte teorizzazioni  (qualità – sicurezza – occupazione), anche nei convegni sindacali, ma che stentavano a diventare parte di un comune sentire e di una responsabile gestione aziendale.

Si è sfilata ancora una volta la Cgil di Epifani, sospinta sulle posizioni più estreme della FIOM, sin da quando il governo del Paese è passato dalle politiche del massacro dei lavoratori di Prodi, alle aperture sui diritti relazionati ai doveri dell’attuale governo.

E’ stata una giornata storica per le relazioni sindacali, quella del 22 gennaio 2009, che avrà la stessa valenza degli accordi per lo statuto dei lavoratori del 1970 (legge n. 300) e degli accordi sulla scala mobile del 1992.

L’accordo è su di un modello contrattuale valido per tutte le categorie pubbliche e private. Modificherà l’attuale rapporto conflittuale, nella stipula dei contratti, con un approccio condiviso alla contrattazione di primo livello, per poi, con il secondo livello di contrattazione, favorire la produttività e la valorizzazione decentrata dei salari. Alle dinamiche salariali verranno applicati non più i criteri dell’inflazione programmata ma quella degli indici revisionali dei prezzi ed inoltre sarà introdotta la possibilità di correttori salariali rivenienti da incentivi e da sgravi.

“Lavoro e salario – ha dichiarato il leader della Uil Angeletti – riacquistano la loro dignità”. Una vera rivoluzione, frutto di impegno delle parti sociali e del governo, con un’ampia adesione delle parti, ma con l’ostacolo della Cgil che sulle conquiste del mondo del lavoro continua a far sentire tutta la sua assenza.

Epifani somiglia sempre più a Di Pietro, disinteressato al Paese, per inseguire solo il suo odio.

Vito Schepisi

Veltroni e le chiacchiere

dicembre 5, 2008

veltroni-e-le-chiacchiereCome nei giorni precedenti alla data del 25 ottobre scorso, quella fissata per la manifestazione del PD al Circo Massimo di Roma, quando tra interviste e dichiarazioni sembrava che dovesse conquistare almeno la Florida da assegnare al suo “alter ego” Obama, anche in questo periodo, in previsione della riunione della direzione PD del prossimo 19 dicembre, Veltroni fa autotraining.

“Adesso basta con le confessioni anonime – afferma Veltroni in un’intervista a Repubblica – basta con i retroscena, basta con i veleni”. Si carica, s’impone ottimismo, mostra i muscoli, si vuole convincere che sia un vincente, che può farcela, che si può fare. E dichiara d’esser disposto al più banale e ritrito dei modi di dire, mutuato dall’ipocrisia dei tanti manager e dei parolai che vogliono far breccia: Veltroni è pronto a “mettersi in gioco se questa si rivelerà la soluzione più condivisa”.

Nell’intervista rilasciata a Repubblica si attribuisce grandi successi politici, fra questi, naturalmente, anche la vittoria di Obama negli USA, oltre che il successo nel lancio della tv satellitare Youdem, rete televisiva del PD, naturalmente, con assonanza “americana”. Si loda per il successo della manifestazione di Roma e per la conferma del candidato in Trentino, spacciata per conquista elettorale ( è stato rieletto l’uscente, ma con calo dei consensi – ndr).

Omette, però, al contrario di Prodi e D’Alema, di citare tra i suoi successi la rimozione della spazzatura di Napoli, dimostrandosi persino più modesto dei suoi due compagni della sinistra. Non ha parlato neanche delle amministrative di Roma, dove era sindaco uscente, perse in malo modo dal centrosinistra e dal suo predecessore Rutelli. “A Veltrò….te possano” è stato il commento più sereno di un uomo di sinistra romano che mi è capitato di ascoltare e che aveva votato Rutelli, ma solo per “fede a sinistra” come ci ha tenuto a precisare.

Il leader del PD nell’intervista non ha fatto, naturalmente, cenno alla scivolata sulla questione Sky ed ha svicolato sui focolai di difficoltà nelle situazioni locali in cui il PD è presente a livello di gestione amministrativa. Realtà locali che interessano l’Italia in modo trasversale dal sud al nord e viceversa, investite da vicende diverse che vanno da quelle giudiziarie emerse ed emergenti, a quelle di crisi per questioni di lotta nella gestione del potere locale, con ampi dissidi interni al PD, ed anche alle tensioni nei rapporti con le altre formazioni politiche della sinistra.

Sembra che sia come se, dinanzi ad un incendio dirompente che sta distruggendo la casa, ci si compiaccia d’aver salvato l’album delle foto di famiglia. Va bene che è un’importante testimonianza dei tempi della vita, ma diviene difficile compiacersi dinanzi alla distruzione di tutto il resto.

Veltroni, però, è fatto così! Per recuperare risorse, può sempre scrivere un libro, magari questa volta, invece dell’alba, sarebbe bene che scoprisse il tramonto, e ricomprarsela la casa, come per quella per la figlia che studia cinema, non nelle università italiane (quelle sono per il popolo e per l’onda anti-Gelmini – ndr), ma tra i grattacieli di Mahanattan dove vivono i vip di New York.

Arturo Parisi del 2008 del PD ha un’idea differente. Commentando l’intervista di Veltroni a Repubblica, infatti, osserva: “quest’anno io me lo ricordo completamente diverso, ma soprattutto non riesco a dimenticare il disastro delle politiche e la sconfitta di Roma, dove lui era il sindaco uscente. Evidentemente dobbiamo ripassarci il calendario insieme”. Bene! Fatelo!

Leggendo l’intervista del leader del PD si scopre che “Berlusconi è impegnato in un attacco contro di noi che non ha precedenti”. I toni sono apocalittici, ma gli italiani hanno avuto l’impressione che sia accaduto l’esatto contrario e che sia stato invece Veltroni, con Di Pietro, per il gusto di mettere in difficoltà Berlusconi, ad agire cinicamente persino contro il Paese.

C’è uno sciopero generale il 12 dicembre prossimo, indetto dalla Cgil da sola, di cui Veltroni non parla, e che è uno sciopero contro l’Italia. Il leader  del PD dovrebbe sapere che la recessione non è altro che la flessione del Prodotto Interno Lordo, e sapere anche che uno sciopero generale incide proprio sul PIL. Tutto il resto “so’ chiacchiere”.

Vito Schepisi

Epifani sciopera contro l’Italia

novembre 26, 2008

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Se ci fosse l’avvisaglia di una possibile alluvione che possa inondare vasti territori del Paese e qualcuno decidesse di aprire le dighe per allagare i campi ed i piccoli insediamenti rurali, tutti penserebbero che si sia in presenza dell’azione di un folle.

Se in Italia il Pil è in recessione e si fatica a mantenere il ritmo della produzione, perché i costi rischiano di superare i ricavi, ed i sindacati decidessero lo sciopero generale, tutti i cittadini dotati di buon senso penserebbero che sia una decisione  sbagliata, presa in un momento sbagliato.

Se fosse ancora uno sciopero generale programmato in largo anticipo, in modo pregiudiziale ed al buio, con la motivazione della difesa dei lavoratori in difficoltà nel far fronte alle esigenze delle famiglie per via dei bassi salari, con l’aggiunta della preoccupazione per la contrazione dell’offerta di lavoro per il precariato ed anche, perché in questo caso ci sta, generalmente e per definizione, contro la politica del Governo, penseremmo di stare in un Paese di pazzi.

Per fortuna non è proprio così! Il sindacato, quello di ispirazione democratica, avverte le difficoltà, e nei momenti importanti non manca all’appuntamento con i lavoratori per difendere i loro diritti e per sostenere i salari e l’occupazione.

“In nessun Paese industrializzato – sostiene Bonanni leader della Cisl – il sindacato risponde alla crisi con una protesta di questo tipo, senza pensare alle ripercussioni. Nessuno si sognerebbe di fare uno sciopero generale, figuriamoci se l’iniziativa è di un solo sindacato”.

Per ogni regola, però, c’è l’eccezione ed è il caso della Cgil, il sindacato di sinistra, quello con forti presenze comuniste, con la base cosiddetta dura e pura, schierata contro il sistema, in particolare se a governarlo è l’odiato centrodestra, votato dagli italiani e guidato da Silvio Berlusconi..

Una diversa impostazione quella della Cgil di oggi, quella di Epifani, da quella  del “piano del lavoro” di  Giuseppe Di Vittorio tra la fine del 1949 e l’inizio del 1950, quando il sindacalista di Cerignola si preoccupava del contributo delle forze sociali all’avvio di grandi opere infrastrutturali, con l’obiettivo di favorire l’espansione del Paese attraverso la spinta sui consumi e sulle opportunità occupazionali.

La Cgil oggi appare sempre più un sindacato senza ideali e senza coscienza sociale, come si è visto per il caso Alitalia, incapace di far da traino, con l’equilibrio e la moderazione che occorre nei momenti difficili, per la difesa dei valori universali del mondo del lavoro, minati come si è visto dall’egoismo corporativo di incoscienti minoranze e di categorie privilegiate. Nessun paragone è possibile con Di Vittorio, leader della Cgil nei momenti difficili del dopoguerra, quando l’interesse degli italiani , anche con il sostegno del sindacato di sinistra, era quello di ricostruire il Paese.

Le misure europee orientate a sospendere per due anni la rigidità dei parametri richiesti dagli accordi di Maastricht, per iniziativa congiunta di Sarkozy-Merkel, per sostenere misure eccezionali di stimolo ai consumi attraverso interventi di riduzione fiscale, trova per l’Italia l’ostacolo del debito pubblico che andrebbe, invece, ridotto. Il debito agisce in modo perverso: alimenta, infatti, il fabbisogno corrente per gli interessi da corrispondere sull’esposizione complessiva. La sospensione dei parametri, per favorire la spesa, non potrebbe così essere così inteso come un provvedimento strutturale sulla pressione fiscale.

E le indicazioni di Epifani che si riflettono in alcune proposte del PD, come quella di Bersani per la  riduzione della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori (Bersani è lo stesso che faceva il ministro di Prodi quando la pressione fiscale è stata inopinatamente aumentata per finanziare la crescita “strutturale” della spesa) non possono essere adottate in presenza di riduzione del fatturato e dell’occupazione che agiranno di proprio nella riduzione del gettito fiscale, creando già prevedibili difficoltà nel finanziare la spesa.

Nessuno a sinistra e nei sindacati che parli, invece, di tagli alla spesa pubblica, se non per quella dei costi della politica, sempre valida per i demagoghi, ma che da sola non serve per reperire fondi significativi per il fabbisogno; e nessuno che parli di riqualificazione della spesa, come quella di spostare fondi dal costo del personale a quello delle infrastrutture nella scuola, ad esempio.

Ecco Epifani! Faccia il suo sciopero il 12 dicembre: e sarà uno sciopero contro l’Italia.

Vito Schepisi

L’opposizione extraparlamentare della Cgil

novembre 13, 2008

MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI

 

La Cgil prima esce sbattendo la porta e poi si lamenta perché l’accesso al tavolo della discussione è consentito a chi ritiene che la trasparenza, il dialogo e le buone maniere siano più utili al Paese che non il pregiudizio e la faziosità.

E’ una cattiva abitudine in uso in Italia quella di interessarsi di lavoro, contratti, diritti e garanzie guardando alla propria carriera politica ed alle convenienze partitiche dei gruppi politici a cui si è legati.

Quando il Costituente ha pensato alla funzione del sindacato è stato per dotare i lavoratori di strumenti organizzativi di lotta che garantissero la difesa della loro dignità e la negoziazione di un’equa retribuzione, funzione legittima in uno stato democratico; non ha certo inteso pensare ai sindacati quali strumenti di supporto alla lotta politica. Per quest’ultima ha sancito la libertà di costituire i partiti e tutta una serie di libertà e garanzie per lo svolgimento delle attività relative al consenso democratico ed alle elaborazioni delle soluzioni di gestione dello Stato.

E’ troppo importante, in un Paese libero, la funzione autonoma del sindacato per immaginarlo interessato ai processi politici, e partitici. Non è pensabile infatti che il sindacato, in democrazia, faccia mancare del tutto la propria azione con i governi amici ed accentui invece la propria contrapposizione con i governi ritenuti politicamente nemici. Ed è ancora più difficile da comprendere se la differenza tra gli atteggiamenti adottati è inversamente proporzionale agli interessi dei lavoratori ed alle difficoltà delle fasce più deboli del Paese.

Abbiamo assistito, con il precedente governo, ad un sindacato complice e silente, in particolare quando, caricando di tasse le retribuzioni ed i consumi, ha ottenuto che fosse drasticamente ridotto il potere di acquisto dei salari e quando, intervenendo sulla previdenza, ha consentito che fossero favoriti quei lavoratori già più garantiti rispetto ai più giovani.

Ora se le altre sigle sindacali revocano lo sciopero generale, indetto per domani, per protestare contro la riforma della suola del Ministro Gelmini, non si può pensare che sia la sola Cgil di Epifani a presumere che la disponibilità a discutere del Ministro non sia sufficiente a ricercare le soluzioni per provvedimenti di riforma nell’ambito dell’università e della ricerca. Provvedimenti che, è bene  chiarirlo, dovrebbero essere tali da riscuotere un vasto consenso, non solo delle parti in causa ma anche e soprattutto del Paese. Lo Stato democratico, fa sempre bene ribadirlo, dovrebbe respingere il corporativismo delle categorie e privilegiare l’insieme. Non c’è solo Alitalia a dar prova di immaturità sindacale e di egoismo corporativo.

La cultura dei diritti dell’insieme dei lavoratori è inviolabile, come sono sacrosante le prerogative dell’istruzione e della ricerca per le necessità dell’umanità e per lo sviluppo scientifico e culturale del Paese. Detto questo, però, i sindacati e l’opposizione dovrebbero anche spiegare in che modo ritengono di poter ridurre gli abusi, promuovere il merito e tagliare gli sprechi. Non si possono consentire a taluni agi eccessivi e carriere fulminee, specialmente laddove la centralità non sia la diffusione della conoscenza, ma il proprio tornaconto. L’Italia non si può permettere i costi dei numerosi rivoli di spesa inutili. Sono note le situazioni persino ridicole, per corsi e discipline senza senso concreto, e soprattutto senza l’effettiva partecipazione degli studenti. Esistono, inoltre, casi di nepotismo che andrebbero contrastati ed eliminati.

Quello indetto per domani, oramai dalla sola Cgil, è uno sciopero inutile e dannoso. L’impressione è che serva sola a rafforzare la protesta dell’opposizione nelle piazze, servendosi anche degli studenti a cui sono state raccontate cumuli di menzogne e falsità. L’azione dell’opposizione, allargata al sindacato, sta diventando tanto più scellerata perché favorisce la strumentalizzazione dei giovani da parte di gruppi violenti, mai sopiti, che emergono sempre nel reiterare la lotta al confronto civile ed al sistema democratico. Alla viltà di strumentalizzare i giovani, anche a discapito della loro integrità fisica, si unisce anche la stupidità di non capire che se si interrompe il percorso della democrazia e del reciproco rispetto diventa difficile riprenderlo anche quando un domani, che si spera lontano, la sinistra dovesse rappresentare la maggioranza del Paese.

Vito Schepisi     su l’Occidentale

 

Quanto durerà questo Partito Democratico?

ottobre 14, 2008

Leggendo l’articolo di Peppino Caldarola sul Giornale di questa mattina, ho risolto un enigma che mi ponevo da tempo. Se il Pd in definitiva abbia offerto alla politica italiana qualcosa di nuovo. La risposta è stata negativa. Anche la presunta unificazione, in un partito, delle due componenti interessate all’incontro tra marxismo e cattolicesimo, caro al sentimento di ineluttabilità di Aldo Moro, e che ha coinvolto i post comunisti ed i post confessionali cattolici italiani, sa tanto di antico.

E’ emerso il vecchio compromesso storico, inseguito da anni in piena prima repubblica e bloccato solo con la tragica scomparsa dello Statista cattolico. Lo stesso che è stato pensato allora per sbancare il tavolo della democrazia e mettere fuori gioco sia il socialismo riformista che il liberalismo pragmatico dello Stato necessario. Il nuovo partito è simile all’equilibrio sostanziale tra la maggioranza a centralità democristiana e l’opposizione a centralità marxista del vecchio consociativismo.

La particolarità si rispecchia soltanto nella riflessione che, con il venir meno del centralismo democratico dell’esperienza marxista, il nuovo partito è stato influenzato maggiormente dall’aspetto tattico della vecchia Dc, dove e quando non si risparmiavano munizioni nella lotta intestina, per compattarsi subito dopo in presenza della divisione degli spazi di potere.

La presenza all’interno di anime teoricamente così differenti, da sembrare persino del tutto inconciliabili impone, oggi come imponeva allora, il metodo dell’immobilismo nell’attività propositiva del partito e la chiusura culturale alle riforme ed alle novità in genere. Contava allora, come conta ora, più ciò che si lasciava intendere di ciò che si faceva. La politica delle parole, cara a Veltroni, anziché la politica dei fatti.

Il PD è un puzzle dove le tessere si scompongono su ogni questione, per ricomporsi solo al sopraggiungere della necessità dell’unità strumentale per conquistare il proprio spazio di interdizione. La forza di ciascuno consiste solo nella sua capacità di poter impedire. E’ un campo di battaglia dove la tensione si avverte a naso. Veltroni acquista consenso solo se riesce a dividere. La sua forza è in definitiva solo quella sua debolezza che lo mantiene in vita. “Sulla carta – sostiene Caldarola – più il Pd si divide in ex Ds ed ex Popolari, con altre correnti di contorno, più il segretario può sentirsi in sella. A meno di un patto doroteo fra diessini e popolari che lo butti per aria, la nuova divisione nel Pd lascia un po’ di tempo da vivere, politicamente, a Veltroni”.

Tutti sono di passaggio, a parte che nel cammino della vita, anche nell’impegno politico, ma per Veltroni i suoi passaggi sono caratterizzati soltanto da rappresentazioni  prive di contenuto. E’ come se in un teatro il sipario si aprisse dinanzi ad una scenografia maestosa per sfarzo e luci, ma senza che il protagonista abbia poi mostrato di saper ben occupare la scena. Una comparsa. Solo una semplice comparsa! Quanto fugace si vedrà: per ora ha solo compiuto un anno.

Anche il governo ombra del PD è piuttosto un governo in ombra. E’ sterile, inutile ed inconsistente; è privo della fisionomia rigorosa che, invece, la serietà del momento richiederebbe.

Il Pd si è spaccato persino sulla manifestazione del 25 ottobre, su cui invece Veltroni ha puntato giocandosi anche le carte del dialogo e del confronto con la maggioranza. La manifestazione avrà successo solo se riuscirà a mobilitare l’antiberlusconismo militante, Di Pietro, girotondini e sinistra alternativa compresi. Saranno, però, sempre coloro che non  hanno votato e non voteranno Pd a decretare il successo o meno dell’iniziativa. Il collante sarà sempre il solito, ma perdente, prodotto.

Per raccattare questa gente, Veltroni ha chiesto sostegno alla base ed al sindacato della Cgil e si è mostrato disposto ad ogni genere di linguaggio, anche il più aspro. Da Alitalia ai contratti nell’industria il leader Pd è andato via, via  alla ricerca dei toni esasperati per accreditarsi credibile, rincorrendo Di Pietro ed i centri sociali e facendo ricorso ad ogni doppiezza e strumentalizzazione. Sono tornate le polemiche su fascismo ed antifascismo, sono emerse le accuse di puntinismo; si è arrivati a strumentalizzare gli immigrati e lanciare accuse di razzismo. Veltroni ha speculato persino sull’ultima crisi finanziaria.

Quanto durerà questo Partito Democratico? Questa si che è una bella domanda!

 

Vito Schepisi  su l’Occidentale

 

 

La politica dl tanto peggio tanto meglio

ottobre 3, 2008

A corto di argomenti seri e di proposte su ciò che è utile al Paese, l’opposizione non trova di meglio che rilanciare il vecchio metodo del tanto peggio, tanto meglio. Il leader dell’opposizione moderata – che poi tanto moderata non appare –  recupera i toni dello scontro, contraddicendo i propositi con cui alle elezioni ha cannibalizzato la sinistra alternativa.

L’idea è che siano prevalsi più i toni da opposizione al sistema, che la serenità dell’opposizione nel merito dei provvedimenti. Non emerge affatto lo spirito di una opposizione costruttiva, come avviene nelle democrazie più evolute. Sembra più una gara di fuochi d’artificio incrociata con Di Pietro per chi la spara più in alto.

Gli italiani dinanzi alla cagnara di questa inconcludente opposizione avvertono la sensazione di vivere in un Paese diverso da quello in cui consumano le abitudini della loro quotidianità.

Tra accostamenti senza senso a uomini del passato, tra sindacati che rischiano di mettere in mezzo alla strada migliaia di lavoratori, tra accuse di putinismo, fascismo, autoritarismo ed evocazione del regime argentino, in Italia sembra di vivere tra colpi di fucili sparati dai tetti e tra le autovetture riempite di tritolo.

La verità è che la gente ha davvero paura, ma non di questo governo che si possa trasformare in regime autoritario, ma ha paura di uscire di casa. L’attenzione dell’opposizione è rivolta più ai casi in cui la stupidità dei singoli possa far emergere sospetti di razzismo, che ai soprusi ed alle violenze a danno dei cittadini italiani da parte di una popolazione clandestina che riempie le piazze delle nostre città e che si rivela spesso coinvolta in attività criminose.

Le carceri italiane sono piene di extracomunitari ed il numero è davvero preoccupante se si pensa che in valore assoluto sfiora il 35% della popolazione carceraria.

Il sindacato italiano si è nuovamente spaccato. Dopo la questione Alitalia e la strana faccenda di Epifani e Veltroni, con cui si è sfiorato il dramma per migliaia di famiglie, la spaccatura ora emerge nel confronto tra la Confindustria e la stessa Cgil di Epifani, impegnato solo ad accentuare i motivi dello scontro.

Immaginare che ci sia una regia contro il governo, per partito preso, e che questa regia sia portata avanti con cinica indifferenza contro gli interessi dei lavoratori e quelli del Paese, non può definirsi come una maligna dietrologia politica, perché è la risultante chiara di un ragionamento semplice.

L’Italia ha passato due anni in cui il sindacato si è appiattito silente su un governo, quello di Prodi, che sembrava governasse contro gli italiani. La scure fiscale sia diretta che indiretta, per gli effetti dell’aumento dei costi, ha massacrato il potere d’acquisto dei lavoratori. La mancanza di investimenti, il blocco delle politiche di innovazione e delle grandi opere, unite allo sperpero delle risorse per provvedimenti di spesa, come lo scalino anziché lo scalone previdenziale, ad esempio, hanno depresso lo sviluppo e reso ancora più incerto il mondo del precariato.

Ora tra le difficoltà di una congiuntura finanziaria internazionale; pur in presenza di un lavoro costante del Governo sui diversi fronti della accorata domanda sociale di sicurezza; dinanzi ai successi registrati e persino al tributo di sangue pagato; nonostante gli sforzi del Governo nell’agire per qualificare la produttività ed isolare coloro che sfruttano il lavoro degli altri; malgrado il ripristino del decoro di una città come Napoli, il successo del rilancio di Alitalia, la volontà di riportare su percorsi di qualità e di efficienza la scuola, la giustizia, i servizi del Paese; con un governo che si attiva su tutti i fronti per recuperare serietà ed efficienza, la Cgil pensa a colorare di pregiudiziale politica antigovernativa la sua attività sindacale.

Anche questa volta interviene Veltroni a proporsi come facilitatore. Il proposito di rendersi protagonista, dopo aver ispirato il boicottaggio, come è sucesso per Alitalia, il leader del PD ora lo ripropone per l’ipotesi di rottura tra Confindustria e Cgil. Il terreno dello scontro è sull’inflazione programmata per il recupero del potere d’acquisto dei salari.  Confindustra accusa la Cgil di voler ripristinare la scala mobile di cui ancora si ricordano i danni al Paese fino alla sua abolizione col Governo Amato nel luglio del 1992.

Vito Schepisi

 

Veltroni ora si spaccia per il salvatore di Alitalia

settembre 25, 2008

Se si manda all’ospedale qualcuno e poi gli si fornisce un medicinale qualsiasi per curarlo, fosse anche un’aspirina, si può tranquillamente vantare il merito d’aver concorso a curare l’infermo.

Non è una delle tante sentenze della cassazione che fanno discutere.  Sembra invece essere la logica di Mr. Dabliù Veltroni. Anche se si è rischiato di far crepare il malato per l’effetto delle bastonate ricevute a solo titolo di rancore e di ripicca.

Torna dagli USA il nostro eroico salvatore. Torna da un paese dove un’azione del genere gli avrebbe alienato a vita la fiducia degli elettori. Ma in Italia, si sa, è diverso. La stampa invece di lapidarlo con i giudizi taglienti, spesso riservati ad altri protagonisti per molto e molto meno, invece di chiedergli di provare vergogna è comprensiva, timida, persino l’asseconda.

Cosa è cambiato da quando Epifani, contraddicendo un impegno di qualche giorno avanti ed una lettera di appena un’ora prima inviata al Presidente della cordata CAI, Roberto Colaninno, si è rifiutato di firmare l’accordo per il salvataggio di Alitalia?

Niente! Assolutamente niente! 

Anche l’ingresso di partner stranieri in condizioni di minoranza tra i partecipanti al capitale sociale era previsto dal piano CAI. La ricerca della partecipazione non può essere intesa come una novità ma solo come un pretesto su cui Veltroni e Epifani poggiano la leva della loro mutata decisione.

Nelle questioni societarie le condizioni si creano e non si impongono.

Air France e Lufthansa sono state finora alla finestra perché non c’erano le condizioni. E le condizioni non c’erano per via di un sindacato poco collaborativo (per usare un eufemismo) ed incontenibile. Da più parti si era detto esplicitamente che la questione di Alitalia era condizionata dalla presenza di un fronte sindacale con cui era impossibile trattare.

Non è cambiato assolutamente nulla perché anche ora la compagnia francese e quella tedesca, e forse anche l’inglese British Airways, valuteranno l’ingresso nel capitale sociale di Alitalia, sempre assieme alla Compagnia Aerea Italiana (CAI), solo dopo aver constatato il ritorno alla ragione delle 9 sigle sindacali presenti tra i lavoratori di Alitalia e soprattutto dopo aver giudicato compatibili i contenuti dei contratti di lavoro.

Alla crisi di Alitalia hanno contribuito molte concause. Cattiva amministrazione, troppa politicizzazione nelle decisioni, clientelismo e sprechi fanno parte delle responsabilità, ma sono tutte cause che si uniscono alla principale dovuta ad un numero di personale superiore al necessario ed a trattamenti economici superiori alle possibilità aziendali.

E’ emblematica nella cronaca di questi giorni la protesta di una precaria che lamentava un trattamento economico di 2.500 Euro al mese. In Italia c’è una parte dell’opinione pubblica che è ancora più “incazzata” dei dipendenti della compagnia aerea che rischiano di perdere il posto di lavoro. Si è avuta la netta impressione che l’abitudine al privilegio ed a condizioni economiche di assoluto valore positivo abbiano contribuito ad esaltare le pretese dei dipendenti di Alitalia.

Non si può fare, però, di tutt’erba un fascio. Ci sono, infatti, situazioni più modeste che vanno senza dubbio cautelate, ma non si può negare che ci siano situazioni di egoismo e di corporativismo del tutto ingiustificato.

Non si può negare che su queste posizioni il sindacato di sinistra (Cgil) ed il PD abbiano fatto leva per mettere in difficoltà il salvataggio della compagnia di bandiera e solo per fare un dispetto a Berlusconi. E’ nella realtà della peggiore logica del pensiero ingabbiato dall’ideologia, com’è stato già in passato per il comunismo in Italia e nell’est europeo, basti ricordare la doppiezza di Togliatti, quello di far leva su tutto, anche alleandosi con la peggiore plebaglia, pur di raggiungere lo scopo e far prevalere la ragione di partito.

La trattativa si è riaperta per la Cgil per la disponibilità di CAI  a discutere sulla abolizione della norma sui tre giorni di malattia e sulla possibilità di qualche giorno in più di riposo. Anche questo ha il sapore di un clamoroso pretesto, come lo è l’affermazione generica sull’impegno ad assumere nel tempo i precari.

Veltroni da parte sua è ora arrivato persino a rivendicare il merito della possibile conclusione della questione Alitalia. “Certo – ha sostenuto il leader PD durante la riunione del suo governo ombra – la reazione di Berlusconi verso di noi è incomprensibile e indica una bellicosità che è sintomo di nervosismo per la situazione ma noi continuiamo a lavorare“. Il commento del Ministro Sacconi è però la sintesi di un sentimento diverso che è molto diffuso: “Il tentativo di Veltroni di appropriarsi del positivo risultato che si va profilando è quantomeno penoso e, peraltro, coerente con una concezione tutta mediatica e, quindi, virtuale, dell’attività politica. Quello che conta ora è comunque garantire, nell’interesse del Paese, il futuro di Alitalia. Poi ciascuno saprà giudicare meriti e demeriti“.

L’interesse è di chiudere questa questione che è durata anche troppo tempo e sta causando danni al Paese ed alla stessa Alitalia. Non potranno però mancare nel futuro riflessioni attente sul metodo e sulla difficoltà di legittimare i comportamenti di questa opposizione, richiamando il Paese ad assumerne coscienza e prenderne, altresì, le dovute distanze.

Vito Schepisi

L’Italia delle follie

settembre 23, 2008

E’ un Paese da cambiare l’Italia. Troppi riti che sono durati troppo tempo e che sono diventati troppo stantii. C’è un troppo in tutto che finisce per paralizzare, ingannare e sopprimere sia le risorse che le iniziative, benché ispirate a realizzare qualcosa di più di ciò che esiste, benché siano un valore aggiunto per le opportunità di tutti.

Ci sono organismi che pensati per cautelare i cittadini, si ritorcono contro i più deboli come micidiali boomerang. Le organizzazioni sociali, non meno di quelle politiche, si impegnano in continui confronti di forza, spesso più per la ricerca di nicchie di potere da occupare che per soluzioni condivise dai cittadini e dai lavoratori. E partoriscono soluzioni a volte ben lontane dalle istanze reali delle parti interessate.

Si sviluppa così un continuo braccio di ferro in cui viene stritolato l’interesse comune e la responsabilità dei soggetti. E’ un tiro alla fune  dove si finisce solo col paralizzare e distruggere ciò che c’è senza, al contrario, fornire un servizio alla collettività, senza mai la condivisione di un vantaggio da rendere a tutti.

Sembra un Paese alle prese di una guerra civile dove le bombe a grappolo della ferocia irrazionale mietono vittime innocenti tra coloro che non hanno i mezzi per farsi valere. Milioni di italiani finiscono così per subire passivamente la prepotenza di uomini e di organizzazioni che, senza legittimazione giuridica, si sono inseriti con la forza del ricatto nei centri delle decisioni e del controllo delle aziende, degli enti e nelle Istituzioni.

Nei cieli finirà che non voleranno gli aerei con la bandiera tricolore, ma in compenso si vuole che nell’aria il suono dei tam tam dei messaggi di odio e di rancore non si fermino mai. L’intolleranza trova sempre nuova linfa fatta da avventurieri e da azioni politiche più da guerra civile che da libero e democratico confronto.

Il “cupio dissolvi”anima persino gli uomini nuovi che si affacciano alla politica, come Di Pietro ad esempio. Questi dall’alto della sua nota sapienza si è rivelato pronto a soffiare sul fuoco della protesta tra coloro che hanno applaudito al fallimento di una trattativa ed a quello forse definitivo di un’azienda. Non è possibile che l’ex magistrato possa ignorare che Alitalia ha dato – e non si sa fino a quando darà ancora – lavoro a ventimila persone e sostegno ad altrettante famiglie.

Tutto questo è davvero penoso!

Prevale un odio ed un gusto revanscista che riesce a sollevare con incredibile cinismo solo un monumento celebrativo alla  stupidità ed all’intolleranza.

Ora ha persino le sembianze del vezzo quell’abuso che si è protratto per troppo tempo a danno di coloro che quotidianamente si impegnano a sostenere le ragioni del convivere nel lavoro e nel sacrificio e che ancora si sentono orgogliosi di essere italiani.

Il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità, ed alla razionale concezione di un doveroso comportamento di lealtà verso il prossimo, viene oggi inteso come un messaggio negativo da parte di coloro che hanno sempre inteso garantire il salario più che il lavoro e che oggi, cedendo alla demagogia più di basso profilo, non sono neanche più capaci di adoperarsi per garantire i posti di lavoro e che tra contraddizioni ed incomprensioni tattiche rifiutano l’adesione a soluzioni che erano già condivise. Tutto questo è emerso chiaro, ed in tutto il suo perverso cinismo, dalla lettera di Epifani a Colaninno e contraddetta solo pochi minuti dopo.

C’è chi come il Professor Pietro Ichino, parlamentare del PD, sostiene che le garanzie democratiche siano troppo sbilanciate e così sul Corriere di domenica 21 settembre, a proposito della questione Alitalia, ha scritto: “Quelli che hanno applaudito fanno conto sull’ intervento di una Cassa integrazione guadagni o su di un trattamento di disoccupazione speciale erogato proprio per consentire loro di attendere con calma il nuovo lavoro”. Una riflessione per la quale il parlamentare del PD ha dovuto porsi  la domanda sulla esistenza di una logica per questo atteggiamento dei lavoratori di Alitalia. La risposta che si è data è stata molto esplicita: “No, per nulla. – scrive, infatti, Ichino – Perché in nessun Paese serio si erogano trattamenti di disoccupazione o integrazione salariale, neppure per pochi mesi, a chi rifiuta l’offerta di un rapporto di lavoro regolare, confacente alla sua professionalità, come certamente era l’offerta di Cai”.

I contribuenti italiani non possono continuare a sobbarcarsi gli oneri di azioni sindacali che, contrarie a soluzioni di maggiore produttività e/o di rinunce, spesso solo ai privilegi, costringono al fallimento le imprese.

C’è tutto un sistema di vincoli sindacali e di sentenze dei tribunali del lavoro, per lo più favorevoli alla parte considerata più debole, cioè ai sindacati ed ai lavoratori, che invece di costituire una garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro si trasforma in un cappio per le aziende costrette a fallire ed a chiudere definitivamente i battenti.

Come sta accadendo per Alitalia.

Vito Schepisi

La retromarcia di Epifani

settembre 22, 2008

Non so se sia il caso di affermare che le difficoltà di Alitalia non siano state ben spiegate o che sia stata la Cgil a non aver ben capito la situazione. Fatto sta che il sindacato della sinistra si sta assumendo la responsabilità di far fallire l’accordo con la CAI e bloccare il conseguente rilancio della compagnia di bandiera italiana.

Non si sa, al momento, se il  tentativo della CGIL, da cui anche il PD ha preso timidamente le distanze, di ingranare la retromarcia sortirà un esito diverso.

In particolare la Cgil fa solo sapere di voler riaprire una trattativa che, invece, dovrebbe essere già stata conclusa da un pezzo. E’ una retromarcia mascherata. A questo punto sembra voglia richiedere la concessione di un qualcosa, anche solo uno zero virgola qualcosa in più, all’accordo già accettato dagli altri per poter fare il bel gesto e magari anche cantare vittoria.

Il dado è tratto, però! Il sindacato politicizzato ha già mostrato tutti i suoi limiti. L’opinione pubblica si chiede a cosa valga insistere nel voler sostenere chi cerca di mantenere privilegi non sostenibili? A meno che non si voglia mettere in discussione tutto il piano “Fenice” e non si abbia in serbo qualcosa di più di una sola sensazione – a questo punto dovrebbe essere addirittura una certezza – di una proposta alternativa più interessante per il Paese, per la Compagnia e per i suoi lavoratori.

Una responsabilità molto pesante per quel sindacato che è stato accusato in più occasioni di essere la cinghia di trasmissione prima del pci e poi delle formazioni politiche in cui i vecchi comunisti si sono via, via trasformati.

Per i modi in cui  le trattative si sono svolte e per il coinvolgimento delle parti politiche, nei cui risvolti gli esiti si andavano ad inserire, l’attenzione si ferma sulle contraddizioni del sindacato rosso. Ha insospettito il suo atteggiamento altalenante. E’ una responsabilità che rischia di restare come un macigno sulla porta di ingresso della sede in Corso Italia a Roma.

Diventerà, infatti, storia l’azione del più grosso sindacato dei lavoratori che ostacola il futuro di 20 mila lavoratori per intolleranza politica contro il premier, vincitore delle elezioni, e con la sola inconsistente motivazione di voler garantire l’adesione più ampia dei dipendenti di Alitalia!

In sostanza, per dirla in soldoni, la Cgil ne manderebbe a casa 20 mila per odio verso Berlusconi e la sua maggioranza, spacciando questo suo atteggiamento con l’impegno a garantire ai piloti un contratto in esclusiva di tipo corporativo, con il mantenimento delle quaranta ore di lavoro al mese dei piloti – mentre gli operai lavorano le stesse ore, ma nelle fabbriche, in una settimana -, con la difesa di stipendi da 80.000 euro in su, oltre benefit e privilegi da star.

Quello assunto è un comportamento che prima o poi la Cgil dovrà spiegare ai lavoratori italiani. Dovrà anche spiegare al Paese come mai in un periodo di crisi occupazionale e di insistenti venti di recessione, in una fase in cui si vorrebbe che il sindacato fosse impegnato a difendere l’occupazione e magari a ricercare le occasioni per nuovi inserimenti nel mondo del lavoro, una forza sociale di estrazione popolare si renda invece responsabile nel chiudere le porte in faccia a migliaia e migliaia di famiglie italiane.

C’è chi sostiene che Alitalia sia nei fatti già fallita e che la nuova compagnia sia stata composta da sedici furboni capeggiati dal “capitano coraggioso” Colaninno con l’idea di assumere a prezzi da realizzo la polpa della Compagnia di bandiera, lasciando alla vecchia società commissariata ciò che è meno commerciale ed i debiti.

Se non fosse che la nuova Alitalia si andava ad assumere l’onere della riassunzione diretta di 12.500 dipendenti, benché rivedendo alcune norme dei vecchi contratti legate alla produttività per potersi garantire un più agevole posizionamento sul mercato, e se non fosse ancora che, oltre alle assunzioni dirette, altre funzioni, valutate in circa 1700 unità di forza lavoro, dovessero essere utilizzate in  attività di sostegno e collaborazione, l’osservazione dei critici potrebbe anche starci. Ma l’obiettivo della CAI è quello di stare sul mercato, per continuare a volare ed a garantire così anche il lavoro al suo personale. La sua operatività assicura anche il lavoro dei servizi di sostegno, riparazione, manutenzione ed anche prenotazione ed informazione dei call center, ad esempio, che è una funzione precaria ma che stabilisce la continuità operativa per l’attività del trasporto aereo.

Non è poi una novità che i beni di una società fallita vengono messi sul mercato a prezzo di realizzo. Le attività ed i mezzi di Alitalia sul mercato in ogni caso non avranno destino diverso da ciò che normalmente accade altrove. Ma è utile anche dire che la cordata capeggiata da Colaninno metteva sul piatto un miliardo di euro che è un capitale di rischio di non poco conto.

I margini del dialogo restano appesi ad un filo e le prospettive di una litigiosità con le parti sociali non incoraggiano altre offerte. Sarà difficile che fuori dal Paese si trovino compagnie che si impegnino a rischiare capitali per proporre un piano di recupero per Alitalia. E’ per questa ragione che l’offerta della CAI non sembra avere alternative e resta l’unica prospettiva valida. Il PD e la CGIL hanno il dovere di rendersene conto anche perché si giocano oggi tutta la loro futura credibilità.

Vito Schepisi

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