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agosto 26, 2009

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La gratitudine in politica non esiste. E’ una regola valida da sempre. Una costante che ha una sua ragione di essere. Il consenso del popolo, infatti, a cui la responsabilità dei partiti dovrebbe richiamarsi,  non può garantire benevolenze private e neanche rendite di posizione. Ma in tutti i rapporti, anche politici, dovrebbero coesistere lealtà e rigore ideale, quali pilastri della correttezza umana, quali capisaldi di un modo corretto di proporsi. E sono proprio questa lealtà e questo rigore ideale che sempre più spesso non si ritrovano nelle strategie politiche delle alleanze e nei comportamenti degli uomini e dei partiti.

Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, come mai Di Pietro si è alleato con Veltroni, impegnandosi alle ultime elezioni politiche finanche a costituire un gruppo unico in Parlamento, se Di Pietro ora accusa Veltroni di essere responsabile della caduta di Prodi e del ritorno al Governo di Berlusconi?

Se il leader dell’Idv nutriva riserve sul progetto del Partito Democratico e sulle responsabilità dell’ex Sindaco di Roma per la caduta di Prodi, perché si è alleato con Veltroni ed il PD? E, se non credeva in quel progetto, quale valore aveva la sua alleanza, se non quello di una furbesca ed interessata finzione?

Altro che l’Italia dei valori! Più l’Italia dei vagabondi.

Non è un mistero che il salvagente a Di Pietro, alle politiche, l’abbia fornito proprio Veltroni, e che l’ex magistrato abbia barato al gioco, impegnandosi a sostenere un progetto politico che invece ha poi denunciato e fatto fallire. Veltroni ha ingenuamente fornito persino il lubrificante con cui il “feroce” molisano sta ungendo la corda con la quale intende impiccare l’intero PD.

Ma non si tratta solo di mancanza di gratitudine. Si è ripresentata, invece, la bieca attitudine dell’ex PM a tradire chiunque gli abbia allungato una mano. A nulla vale che la mano in questione, trattandosi di quella di Veltroni, prestigiatore a sua volta delle parole e delle immagini, preso dall’illusione di poter vincere le elezioni, non fosse del tutto disinteressata.

Un uomo fortunato Di Pietro. Trova sempre chi lo fa emergere dalle zolle di terra. Ma ci sono anche molti furbastri che sognano di utilizzare il suo trattore per mietere grano elettorale e riempire i silos, all’occasione trasformati in loft, finendo invece con le palle nei cingoli, o basiti dalla sua travolgente inaffidabilità.

Facendo fallire il progetto di un partito nuovo, affrancato dalla sinistra radicale e riferimento, invece, di un’area di sinistra democratica di tipo europeo, aperto al confronto con la parte moderata e propositiva del Paese, Di Pietro ha fatto fallire l’intero progetto politico del PD. E’ venuta meno la stessa ragione di esistere, come emerge dalla miserevole fase precongressuale. Una mera alleanza elettorale tra post democristiani e post comunisti,  vuota di ideali e di prospettive future. Solo un contenitore di uomini lividi, arroccati a difendere spazi di potere, con un comune rancoroso collante antiberlusconiano.

Affossando il proposito veltroniano di collaborare all’avvio delle riforme condivise, per  trasformare anche quello politico italiano in un sistema di democrazia compiuta, Di Pietro ha mortificato ancora una volta il tentativo –  tutto da verificare per la presenza nel PD di incrostazioni massimaliste – di consolidare nel Paese una normale democrazia liberale.

Una preoccupazione quest’ultima che prende corpo col ripresentarsi della protesta intollerante, montata sui pregiudizi e contro un Governo che mostra invece grande impegno e concretezza, nonostante le grandi difficoltà rappresentate da calamità, strutture obsolete e dalla difficile crisi mondiale dei mercati.

Un “cupio dissolvi” sulla pelle degli Italiani. La chiamata alle armi autunnale di Di Pietro è simile alla retorica fascista prima della marcia su Roma, quando il populismo di sinistra e di destra si andavano a congiungere nella follia di ritenere che fuori dalla mediazione della politica, con i modi sbrigativi e con la complicità di pezzi dei poteri dello Stato, si potessero risolvere le difficoltà tipiche delle grandi trasformazioni sociali. E come allora, quando una parte della burocrazia aristocratica – lo stesso potere delle caste di oggi – aveva pensato che si potesse governare la trasformazione della società con  l’instaurazione di uno Stato autoritario, anche oggi c’è chi pensa di poter impedire la trasformazione del Paese, le riforme per la trasparenza e la liberazione dai soprusi e dai privilegi delle caste, fomentando un clima di intolleranza e di delegittimazione politica.

Vito Schepisi      su     Il Legno Storto

Da Prodi a Veltroni: tre anni di sconfitte per la sinistra

febbraio 18, 2009

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Tutto era cominciato con il malumore in Italia per un governo, il Prodi, che sembrava confliggere con l’Italia intera: aumento delle tasse, aumento dei costi, aumento delle tariffe, aumento di ministri e sottosegretari, aumenti dei costi della politica, aumento della litigiosità interna, aumento dell’arroganza di una maggioranza senza numeri nel Parlamento e nel Paese.

In gestazione c’era il Partito Democratico ispirato da Prodi con l’idea di avere un partito importante, per numeri e per progetto politico, che lo sostenesse.

La sua designazione alle primarie nell’autunno del 2005 era stata una farsa. La candidatura era emersa più per tenere unita la sinistra che per il riconoscimento del suo carisma e del suo spessore politico. Prodi sembrava l’uomo giusto per la necessità di mostrare una coalizione “coesa”, come gli piaceva sostenere. La sua nella realtà era stata una nomina, non una designazione popolare.

Con la creazione del PD, Prodi mirava a creare un partito con la sua leadership in grado di legittimarlo politicamente come soggetto politico capace di conquistare un importante consenso elettorale. Le cose, però, sono andare male per lui. La sua maggioranza era ingovernabile ed il suo metodo indisponente. Per Berlusconi è stato anche troppo facile girargli contro il Paese: Prodi ed i suoi ministri sembravano così sprovveduti da farsi autogol a ripetizione.

C’era un Sindaco a Roma, in procinto di partire per l’Africa non appena concluso il mandato. Si diceva un gran bene di lui. Tagliava nastri a ripetizione e cantava nel coro del politicamente corretto.

Nel Paese la sinistra era in crisi, scossa dall’antipolitica che emergeva con i V.Day di Grillo. Il viaggio di Veltroni nell’Africa della sofferenza veniva così annullato, c’era per lui un’altra missione caritatevole: salvare la sinistra dalla deriva verso cui Prodi la stava trascinando.

Altre primarie, altra farsa ed altra indicazione plebiscitaria. E’sembrato un successo per Veltroni, un po’ meno per le sorti della sinistra al Governo, già in crisi di identità. Si creavano due sinistre: una di Prodi in Parlamento e l’altra di Veltroni nelle piazze del Paese; una di chiusura al confronto con il centrodestra sulle riforme e l’altra che invece si sedeva ai tavoli per discutere.

E’ bastato un colpo di vento, uno spiffero proveniente dalle stanze delle procure italiane, per far cadere Prodi, già costipato, ed il suo sgangherato governo.

Arrivava così il Veltroni delle aperture: mai più antiberlusconismo; dialogo con gli avversari politici; legittimazione di chiunque vinca; è il momento di avere finalmente un paese normale; rispetto per l’avversario; le riforme sono necessarie e c’è il nostro impegno a farle, a prescindere dai risultati elettorali. Tanti proclami di serietà, di buonsenso, quasi di rammarico per il passato indecente fatto di insulti e di prepotenze. Il più gridato tra tutti il proclama della fine delle alleanze con i cespugli e la sfida al centrodestra di fare altrettanto per superare la paralisi della partitocrazia.

Quello che poi è stato è storia recente. Sin dalla compagna elettorale delle politiche del 2008 i toni sono diventati più duri ed al limite dell’oltraggio, l’antiberlusconismo è riemerso come e più di prima. I buoni propositi sono andati a farsi benedire, le immagini suggestive hanno travalicato i fatti, l’ostruzionismo si è sostituito alle proposte ed il pregiudizio al confronto.

Il proclama d’andare da soli si infrangeva immediatamente. Il PD di Veltroni si sceglieva l’alleato più viscerale, si alleava con Di Pietro, il politico più intollerante, quello che è contro ogni riforma, quello che della crociata contro Berlusconi sta facendo l’unica ragione di vita del suo partito dai connotati personali e dalla conduzione familiare.

Il PD è nuovamente in evidente crisi di identità, ma invece di chiedersi cosa voglia il suo zoccolo duro veterostalinista, si è mai chiesto, invece cosa voglia il Paese?

Gli italiani non ne possono più delle barricate e non ne possono più dei proclami e delle dispute ideologiche sulle questioni gravi che affliggono l’orgoglio e la dignità del Paese. Per gli italiani una cosa è la solidarietà verso i diseredati del mondo, altra è la tolleranza agli abusi; una cosa sono il multilateralismo, la multietnicità, il pluralismo culturale ed altra la delinquenza, l’inganno, la violenza e l’arroganza.

Se il PD non cresce nella cultura della democrazia liberale, in cui le scelte le fanno gli elettori e dove i doveri hanno lo stesso peso dei diritti, non ha futuro, anche se cambia il suo segretario.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

Il danaro immaginario del Benchmark sullo Spending Review

febbraio 16, 2009

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Il danaro nasce nell’antichità come unità di scambio nei rapporti tra mercanti. Era fungibile con le merci ed altri beni. Tuttora sono rappresentativi del danaro servizi  ed oggetti di varia natura.

La caratteristica allo stesso tempo sofisticata e rivoluzionaria del danaro ha modificato profondamente la gamma dei valori materiali creando per ciascuno un metro di valutazione: dalla materia prima al prodotto finito, attraverso il lavoro, i consumi, i rischi e gli ammortamenti.

Il sistema, sempre più ai tempi con l’informatica e la velocità delle comunicazioni, ha riservato alle banconote una circolazione reale più contenuta, privilegiando l’utilizzo di mezzi sempre più sofisticati per sostituirle, tanto più per beni non al dettaglio, negli scambi commerciali e nelle transazioni economiche.

La qualità dei beni sostitutivi, però, hanno una sostanza concreta che è alla base della loro fungibilità. Una volta, per lo Stato, le masse circolanti di danaro erano essenzialmente legate alle riserve auree. Ora il riferimento è agli scambi commerciali globali ed al PIL del Paese e della Comunità Europa (la banca emittente, una volta rappresentata dalla Banca d’Italia, è oggi la Banca Europea). Per le transazioni interne di fungibilità ci sono invece merci di ogni tipo, dall’oro ai crediti, a terreni ed agli immobili, quando non ai progetti di realizzazione, ovvero danaro futuro.

Non è mai capitato che il danaro sia reso fungibile dalle astrattezze e dalla fumosità di pensieri degli uomini, neanche se con le idee ‘ in the american dream ‘ e con la casa a Manhattan.

Non è mai capitato che si sia reso spendibile quello che si ricava da calcoli di disperazione e/o dai buoni propositi. E’sempre consigliabile, per chi ha responsabilità di governo, o per chi intende averne, tornare al pallottoliere per far di conto. L’economia, tutto sommato, è una scienza esatta che costringe sempre a far quadrare ogni cosa, per come è e non per come si vorrebbe che fosse.

Il leader dell’opposizione, ha finalmente indicato le proposte alternative del suo governo ombra, dopo esser stato più volte accusato di dire sempre di no, senza fornire proposte alternative se non vuote asserzioni di principio, buone per i comizi, ma non per andare a Bruxelles e presentare i conti del Paese e farseli approvare in quanto compatibili con gli obiettivi programmati, il debito, la capacità produttiva, i parametri di Maastricht, gli obiettivi di riassorbimento della fase depressiva dovuta alla recessione mondiale e gli obiettivi di pareggio del bilancio statale.

Il Piano Veltroni ha dell’incredibile per due ragioni.

La prima è che pur avendo molti ministri ombra rivenienti dai ministeri veri nel governo di Romano Prodi, annuncia un’ipotesi di netta divergenza con quell’indirizzo politico. Taglio delle tasse, cento euro al mese per tutti i redditi al di sotto di 30.000 euro l’anno, oltre alla cassa integrazione anche ai contrattisti a progetto, occupazione femminile, un milione di nuovi posti di lavoro e mille treni in più per i pendolari. Costo? Solo 16 miliardi di spesa complessiva.

E Berlusconi che ne vuole spendere 80 senza offrirci tutto questo patrimonio di virtuosità!

La seconda ragione è che solo la distribuzione di 100 euro al mese per i redditi al di sotto dei 30.000 l’anno, moltiplicato per circa 25 milioni di lavoratori in questa condizione, ci costerebbero già 30 miliardi. Se si aggiungono ancora la cassa integrazione ai precari, il calo delle tasse per tutti, gli investimenti per l’occupazione (sarebbe già tanto mantenerne i livelli!) dove arriviamo?

Un capitolo a parte meriterebbe l’analisi delle risorse da reperire e cioè le fonti di questo danaro da distribuire agli italiani. Per Veltroni ci sono le formule magiche “spending review sulla quale fondare una sistematica operazione di benchmark  e la “green economy” – e per cosa allora la casa a Manhattan? Immaginiamo la faccia di Tremonti nel leggere questi buoni propositi: sarà diventato più rosso del solito dinanzi a queste grosse emozioni!

Danaro immaginario: una vera stamperia nel cervello!

Dinanzi a queste fantasie, tutte da comprendere, se la prima significa un programma di taglio alle spese e la seconda un piano di investimenti nel campo delle diversificazioni delle fonti energetiche, con le conseguenti economie da finanziare con l’aumento delle tasse sulla benzina, siamo alle solite e siamo dinanzi alle contraddizioni di sempre.

Vito Schepisi

In attesa di vedere all’opera Obama, salutiamo George Bush

gennaio 20, 2009

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Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non  rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.

Per ora, nell’attesa  di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.

Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi – D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.

Bisognerebbe prendere atto che un  Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.

E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto”  l’amico direttore Marco Cavallotti.

Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.

Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati  del mondo.

Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?

La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.

Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.

Auguri Mr. Obama!

Vito Schepisi

Pensavano che fosse un valore, invece era un nuovo calesse

dicembre 30, 2008

dipietrocristiano-lascia-idvE’ strano, ma proprio chi si richiama ai valori e che fa della correttezza nei comportamenti degli eletti la ragione principale, e forse unica, della propria identità politica, assume oggi i tratti del più contorto politichese ed agisce da struzzo, come tanti, come sempre, come tutti.

Il poliziotto Di Pietro Cristiano, eletto al Comune di Montenero di Bisaccia ed alla Provincia di Campobasso per l’Idv, poliziotto in aspettativa per motivi politici,  si è dimesso dal partito dove comanda solo ed indisturbato il padre, anche se…“poi, quando tutto sarà chiarito, ne riparleremo”.

Ed il padre è quell’Antonio Di Pietro, ex PM, dimessosi dalla magistratura per ragioni che sono ancora ignote, che dichiara che il gesto del figlio è stato “un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo”.

Sembra un’opera pirandelliana, un classico tocco da commedia degli equivoci.

Signor Di Pietro Jr, ma delle sue dimissioni dal partito di suo padre non ce ne pò fregà de meno!

Lei, per coerenza con quanto sostiene il suo papà, dovrebbe dimettersi dai consigli in cui è stato eletto e dovrebbe ritornare a lavorare come fanno i suoi colleghi poliziotti, e milioni di italiani che non hanno un partito tagliato su misura dal proprio genitore, approfittando dell’onda della notorietà di una stagione giudiziaria densa di ombre e con seri e diffusi dubbi sull’imparzialità giudiziaria, e con forti sospetti di strumentalizzazione politica.

Suo padre, distintosi come fustigatore dei cattivi costumi degli altri, ma restio a dare spiegazioni agli italiani sulle tante ombre della sua carriera di studente, poliziotto, magistrato, politico e leader di partito, è quel signore che, ministro di Prodi, è apparso così raffinato nel definire “magnaccia” il leader dell’opposizione Berlusconi, quando questi aveva chiesto al Direttore di Rai Fiction Agostino Saccà di far fare un provino ad un paio di attricette.

Figuriamoci cosa avrebbe detto di lei, se non fosse stato suo padre e se aderente ad un altro partito!

Si è mai chiesto come si entra a lavorare in Rai? Avrà però certamente chiesto invece a suo padre come si diventa famosi in Italia, dove più che la giustizia valgono le caste ed il “politicamente corretto”! Ci pensi, appuntato Cristiano chieda, nel caso, e ci faccia sapere!

Nel frattempo ci spieghi quanto possa interessare, invece, al Paese il fatto che lei debba passare dai gruppi dell’Idv al gruppo misto, nelle amministrazioni locali dove è presente?

E dato che siamo nel campo delle spiegazioni, ci confermi pure che l’incarico di capogruppo dell’Idv alla Provincia di Campobasso le sia stato affidato per i suoi meriti e per le sue capacità, più che per essere il rampollo di cotanto genitore.

Ci sono molti italiani che ritengono che sarebbe stato più corretto se lei si fosse dimesso da entrambi i consessi elettivi, dove ha raccolto i voti di coloro che hanno ritenuto, seguendo il giustizialismo dell’ex magistrato Di Pietro, di poter moralizzare la vita politica.

Lei, pertanto, non doveva affatto dimettersi dal partito, dove mi sembra sia ben inquadrato, ma dai consigli degli enti in cui è stato eletto. Gliel’ha suggerito suo padre di dimettersi solo dal partito?

Ma se suo padre era interessato a questa nuova sceneggiata, ai danni dell’intelligenza degli italiani, doveva avere il coraggio di espellerla.

Lei, se ci pensa bene, è stato sorpreso a praticare le stesse trame affaristiche che l’Antonio Di Pietro, col suo partito forcaiolo, contesta ogni giorno agli altri protagonisti della politica del Paese.

Che sagoma quel suo papà!

A che vale, invece, come lei ha fatto, dimettersi dal partito, con riserva di rientrarci dopo l’esito (mi auguro positivo per lei) dell’inchiesta sugli appalti di Napoli?

Anche senza rilevanza penale, come afferma suo padre, lei ha mostrato un profilo simile a tutti gli altri, al contrario di ciò che suo padre dice che debba essere per un militante dell’Idv.

L’ha fatto per non rinunciare al vantaggio del suo ruolo di amministratore ed a quello dell’aspettativa per motivi politici dal lavoro certamente più duro di poliziotto?

Ho sentito spesso parlare dell’Idv come del partito di opposizione più fermo contro il malcostume. Ho sempre avuto qualche dubbio che fosse veramente così: ora ho la certezza dell’esatto contrario.

Tutti pensavano che fosse un valore, ma era soltanto un nuovo calesse.

Vito Schepisi

Dichiarazioni destabilizzanti di un magistrato

dicembre 4, 2008

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Ci sarebbe da non crederci. Un PM di Milano rivolge apprezzamenti pesanti contro il Premier in carica, ed il suo predecessore Prodi, per aver posto il segreto di stato su questioni di interesse nazionale che si intrecciavano con le indagine sul rapimento, da parte di agenti dell’intelligence statunitense, dell’egiziano Abu Omar, Imam di Milano, indagato per terrorismo.

“Gli ultimi due presidenti del Consiglio hanno utilizzato in modo strumentale il segreto di Stato per impedire all’autorità giudiziaria l’accertamento della verità” è quanto ha sostenuto il PM Armando Spataro. La dichiarazione  è grave per la forma ed anche per il luogo in cui è stata formulata. E’ avvenuta, infatti, nell’aula del tribunale, durante l’udienza fissata per decidere sull’istanza, presentata dai difensori di un agente dei servizi, di annullamento delle testimonianze sottoposte al segreto, di rinvio del processo a data successiva a quella in cui la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, a suo tempo sollevato da Prodi, ed in subordine di proscioglimento dell’imputato. Il Giudice ha poi deciso di sospendere il processo fino al 18 marzo prossimo, in attesa della pronuncia della Consulta sul conflitto di attribuzione ravvisato.

Per il PM Spataro, sia Prodi che Berlusconi avrebbero fatto “un uso del segreto di Stato che ostacola la giustizia e l’accertamento della verità”, trasformando il conflitto giuridico citato, in gravi accuse sull’esercizio delle funzioni di Capo del Governo. Viene da chiedersi se le garanzie, sempre sbandierate dai magistrati, in difesa della loro dignità e della loro funzione giurisdizionale, trovino, anche per questo caso, nel Consiglio Superiore della Magistratura, l’attenzione richiesta per riportare alla cautela ed al rispetto per le istituzioni e per le funzioni dello Stato gli atti e le parole dei magistrati. Gli atti pubblici assumono valenza di liceità e devono, pertanto, essere valutati per responsabilità  e per prudenza, e ricondotti al rispetto del sistema della democrazia.

Si ha l’impressione, invece, d’essere dinanzi ad un uso improprio della funzione requirente. La giustizia in democrazia regola di norma i comportamenti pubblici e privati, per ricondurli ai principi sanciti dai codici che stabiliscono gli equilibri tra i diritti ed i doveri di tutti.

La funzione giurisdizionale contiene, però, dei limiti che attengono alla sicurezza dello Stato ed alla conseguente tutela del cittadino. Sono limiti posti per scoraggiare l’uso improprio della legge: perché questa, in sostanza, non finisca per tutelare coloro che minano la sicurezza nazionale, limitando così di fatto la difesa di inermi cittadini dinanzi al pericolo del terrorismo. Per il diritto alla sicurezza lo Stato ha il dovere di prevenire le azioni di coloro che col terrore vogliano minare la fiducia nelle istituzioni e destabilizzare il Paese. Per queste funzioni, delicate e particolari, ma fondamentali e necessarie, agiscono i servizi segreti cautelati per l’appunto dal segreto di stato.

Le attività dei servizi sono in relazione a circostanze in cui i rapporti con uomini e paesi non vengono affrontati né in via riservata, tra le diplomazie, e né in rapporti diretti tra i governi dei paesi interessati. Attengono soprattutto alla creazione di una rete informativa sulle questioni di sicurezza nazionale, utili a prevenire attentati, trame ed atti contro uomini e beni nel  nostro Paese.

La segretezza viene resa necessaria dall’interesse nazionale e non dal capriccio o dall’interesse personale di alcuni. Anche i limiti della legalità eventualmente violata nel merito è direttamente proporzionale alla pericolosità dei soggetti coinvolti ed alle circostanze ravvisate.

Il controllo delle finalità dei servizi è lasciato di norma alla responsabilità degli uomini indicati dai governi ed ad un Comitato di controllo che per prassi è presieduto da un rappresentante dell’opposizione per garantire l’uso democratico e non politico degli interventi.

Le notizie di cronaca sulle intercettazioni a Milano di fanatici fondamentalisti che progettavano attentati appartiene, ad esempio, ad un’azione di prevenzione quantomai necessaria e tempestiva. Sarebbe, invece, un bel danno se in nome del protagonismo giudiziario, ora di questo, ora di quel magistrato,  venisse meno la fiducia nell’azione informativa e preventiva della nostra “intelligence”.

Vito Schepisi     su     l’Occidentale

Gli “interventi spot” di Veltroni

novembre 28, 2008

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Dev’essere la parola d’ordine del momento. La usano oramai in tanti ed ovviamente anche Veltroni:  “Domani (oggi per chi scrive – ndr) il governo prenderà delle misure e mi auguro che tengano conto della crisi e non procedano con interventi spot”. Anche in precedenza l’avevamo sentito dire, che l’esecutivo procedeva con “interventi spot”. In verità, abbiamo sentito anche di peggio.

Questa mattina sono così andato sul vocabolario per capire meglio cosa Veltroni volesse dire. La parola viene usata generalmente per due accessi. Uno che esprime un fascio di luce che illumina, tra tanti, un particolare della scena, ed è un termine usato in fotografia e in cinematografia.  Ed ho pensato che Veltroni, diplomato in cinema, si riferisse a questo. Un altro, invece, attiene alla pubblicità e cioè a quelle sequenze di immagini sintetiche che si diffondono per promuovere un prodotto di consumo o esaltare l’efficienza di un mezzo. Ho pensato così alla esperienza comunicativa di Berlusconi ed alla idea di Veltroni che per l’attività del Governo il premier si servisse di effetti illusivi.

Se il Governo usasse gli “interventi spot” per mettere in luce le questioni e poterle affrontare con chiarezza, Veltroni darebbe all’esecutivo un giudizio tutto sommato positivo. A questo punto mi è sorto un altro dubbio: com’è possibile che il leader del PD esprima una valutazione positiva su questa maggioranza a cui non perdona il fatto che l’abbia battuto alle elezioni?

Ma Veltroni – mi sono chiesto subito dopo – l’abbiamo mai sentito esprimere un apprezzamento positivo su iniziative dello schieramento avversario?

Sin dal primo giorno il segretario del PD si è distinto nell’inseguire Di Pietro, in fuga verso un’opposizione pregiudiziale. E tutte le dichiarazioni del leader del PD di rottura con l’ex PM contrastano con il sostegno nei fatti ai toni ed al pregiudizio del leader forcaiolo dell’Idv.

Anche per l’immondizia di Napoli, mentre abbiamo sentito D’Alema e Prodi, assegnarsene il merito, Veltroni non ha mai riconosciuto quelli del Governo e né offerto sostegno e collaborazione, tanto da trovarsi persino in contrasto con il Presidente della Campania Bassolino, che invece al tempo mostrò di apprezzare le iniziative governative.

Veltroni si è solo distinto, ad esempio, nel contestare l’abolizione dell’ICI sulla prima casa, anche in modo scorretto, facendo passare l’idea che era una misura che favoriva i ricchi ed i proprietari di immobili, mentre alleggeriva la pressione fiscale solo su coloro che abitano in case di proprietà, alcune gravate da ipoteche e con rate mensili di mutui da pagare.

Non so se le due iniziative menzionate siano considerati “interventi spot” da Veltroni, o se sia considerata tale anche la tenacia del ministro Brunetta nel voler ridurre gli sprechi della Pubblica Amministrazione, e nel voler smascherare i fannulloni.

Prima del Governo di Prodi tra gli slogan della sinistra ce n’era uno relativo alle tasse in cui si sosteneva che pagandole tutti se ne potevano pagare di meno. Ora che ci penso, è strano che durante l’ultima campagna elettorale questo slogan della sinistra sia sparito: sarà stata la vergogna che si è fatta sentire! Perché, di grazia, ora la sinistra e Veltroni non sostengono il ministro Brunetta dicendo che nel pubblico impiego se lavorassero tutti si lavorerebbe di meno?

Ma se Veltroni quando parla di “interventi spot” si riferisse, invece, agli annunci della maggioranza di provvedimenti su questioni avvertite dall’opinione pubblica a cui non farebbero seguito iniziative risolutive ma solo immagini illusive?

Ogni provvedimento perché sia efficace deve tener conto di due necessità. La prima è quella di recare un vantaggio concreto e la seconda è quella di non modificare un quadro complessivo di equilibrio economico finanziario in modo tale da provocare lesioni all’intero impianto.

Nessun intervento di riparazione, infatti, raggiunge il suo fine se incide sulle fondamenta dell’intero edificio provocandone il crollo.

Sarebbe il caso che anche Veltroni, che è di suo buon cultore di “spot”, sappia che non proprio tutto “si può fare”. Il Paese ha bisogno di serietà. La smettesse, pertanto, di giocare a fare l’Obama, o il fantasioso sognatore, per assumere atteggiamenti più consoni alle difficoltà del momento. 

Vito Schepisi

Riformare la Sinistra

novembre 24, 2008

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Per quanto sia impensabile che possa essere una preoccupazione di chi non è di sinistra, ma è necessario che ci si debba preoccupare di poter avere in Italia una sinistra democratica e riformista. Ogni forza politica di ispirazione liberale ha bisogno di interlocutori coerenti e credibili, per poter instaurare il metodo del pluralismo di pensiero e della democrazia della scelta.

Nelle diverse forme istituzionali in cui si sviluppano i modelli di democrazia compiuta, il confronto politico ha bisogno di contendenti attendibili per evitare il rischio della sclerotizzazione della classe dirigente e la conseguente loro trasformazione in casta di potere.

Si era già detto ai tempi del suo sorgere che il Partito Democratico, nato su un progetto politico più di vertice che di popolo, non avesse la spinta per poter colmare un vuoto avvertito nella sinistra democratica della politica italiana.

Resta viva, infatti, la sensazione che a sinistra non vi siano interlocutori responsabili e soprattutto che da parte dei protagonisti non vi sia una scelta ferma di adesione ai metodi del libero confronto caratteristici di una scelta liberale. La democrazia asserita non si può esaurire nei riti formali delle primarie, organizzate per di più dagli apparati e con la preventiva indicazione del vincitore, come è accaduto prima con Prodi e poi con Veltroni. L’opzione della scelta democratica non si esaurisce neanche con la navigazione a vento, come fa Veltroni, che finisce sempre col disporsi a trovare il suo Eolo in Di Pietro. E se invece di Veltroni, il PD dovesse scegliere il marinaretto più aduso allo spirar dei venti, questi oserebbe persino affermare d’essere in grado di deviarne il corso, per quanta spocchia elitaria e presunzione possiede.

Il Pd lo scorso anno nasceva dall’integrazione dei due corpi della sinistra consumati dalla storia ed esauritisi per gli errori passati.

La sinistra post comunista, trasformata nel nome, era rimasta integra nella sua classe dirigente, anzi si era attrezzata a far emergere, nella nomenclatura, tra i cavalli di razza, le personalità più caratterialmente formatesi nella vecchia idea leninista: quella del regime che si insinua nei meccanismi della democrazia per ridurli alla dipendenza, come una sostanza stupefacente.

La sinistra popolare non marxista ma integralista, centralista  e soprattutto illiberale, invece, aveva aggiunto alla sua contrarietà al sistema della libera impresa, l’onta d’aver perso la centralità della guida della Nazione. I colpi di tangentopoli e le scissioni di quella che era stata la vecchia dc avevano reso più duri i toni della contrapposizione alla svolta neo liberale che, proveniente dall’Europa, si affacciava anche in Italia, introducendo la cultura dello stato minimo e le regole di mercato.

Ai post democristiani di sinistra, in verità, già prima della fusione nel PD venivano meno i principi della tradizione cattolica italiana, sia nella scelta delle alleanze che nella collocazione tra le grandi famiglie europee, disperdendo l’abitudine a quelle ampie sintesi, in cui si riconoscevano tutti i sinonimi ed i contrari della vecchia  “balena bianca” della politica italiana, per ritrovarsi  così uniti nell’ispirazione comune di governare il Paese sotto il simbolo dello Scudo Crociato e dell’identità etica del cattolicesimo.

Il Partito Democratico era stato pensato da un uomo, politicamente apolide, pur se in passato aveva militato a fianco di De Mita e Andreatta nella DC, quando si era fatto nominare ministro con Craxi, e Presidente dell’IRI due volte. Era stato pensato da Prodi per poterne assumere la guida, fuori dai condizionamenti dei DS e della Margherita. L’ambizione dell’uomo era di diventare statista senza averne le qualità per quanto pavido, introverso e per niente carismatico.

Prodi aveva bisogno di una sinistra senza memoria e senza riferimenti, aveva bisogno di una componente parlamentare da poter dirigere e manovrare a suo piacimento, ma è caduto in disgrazia prima di poterla veder nascere.

Voleva una sinistra senz’anima, ed è riuscito ad averla. Il suo posto, però, l’ha preso Veltroni che ha provato a cambiar tragitto, ma ha imboccato un percorso tortuoso che lo porterà solo ad un nuovo fallimento e forse al ritorno al passato con una nuova probabile scissione.

Vito Schepisi

 

Stabiliamo i turni per satira e ironia?

novembre 7, 2008

berlusca322

In America tutto è possibile! Ma non è così in Italia! Nel nostro Paese le parole hanno un significato diverso a seconda di chi le pronuncia.

Anche nella nostra penisola incominciavamo a pensare che tutto fosse possibile e che satira, ironia ed humour fossero diventate il viatico per parlare e sparlare di tutto e di tutti. Da qualche giorno ci siamo invece accorti che non è proprio così.

E’ sufficiente gettare allegoricamente dalla torre Veltroni in TV che scoppia il finimondo. E se poi ci si lascia andare a scherzose battute, anche per sdrammatizzare una tensione che si taglia con il coltello, per il tentativo di Veltroni e della sinistra di impossessarsi di Obama, come se fosse il leader della sinistra mondiale, italiana compresa, ecco che iniziano i fuochi di artificio.

Per fortuna Barack Obama non è affatto il leader della sinistra mondiale; mentre di quella italiana, purtroppo, rimane Veltroni con il suo provincialismo e le sue ipocrisie.

Ricordiamo che per Bush il trattamento della sinistra è stato del tutto diverso. Anche lui ancora Presidente del paese più potente del mondo, lo stesso di Obama, è passato dalla bocca di tutti, Veltroni compreso, collegato ad apprezzamenti pesanti sotto il profilo personale, etico e politico.

C’è ancora chi nella sinistra lo collega ad un disegno complottistico per la tragedia delle torri gemelle a new York. La sua visita a Roma nel giugno del 2007 trovò, tra i componenti del  governo di Prodi, espressioni di spregio e di malumore.

La sinistra “corretta” deve avere la memoria davvero corta se oggi non ricorda che la visita è stata persino sul punto d’essere annullata per una serie di ostacoli, questi davvero poco corretti. Si voleva che Bush avesse un profilo basso e che la visita seguisse solo un protocollo burocratico. L’impressione tra i liberali ed i (veri) democratici italiani è stata di un formalismo della nomenclatura in cui i protocolli dovessero essere rigidamente controllati e gestiti dall’esecutivo, come in un tipico paese del socialismo reale, o un qualsiasi regime dittatoriale sudamericano.

Il nervosismo e le manovre ostruzionistiche del governo di allora e del comando dei servizi di sicurezza per la volontà di Bush di incontrare Berlusconi, e di visitare la comunità di Sant’Egidio, apparvero fuori luogo ed esagerate, tanto che la diplomazia americana ricordò che incontrare il leader dell’opposizione per Bush era una consuetudine a cui non avrebbe rinunciato in Italia. I diplomatici Usa con questa radicata volontà erano persino pronti a limitare la presenza di Bush in Italia alla sola visita al Papa in Vaticano, se l’incontro con il leader dell’opposizione fosse stato ancora ostacolato. Questo incontro fu addirittura definito dallo staff di Prodi come una iniziativa “inopportuna e sgradita”. Per fortuna che, poco più di sei mesi dopo, “inopportuna e sgradita” fu considerata dagli italiani la permanenza di Prodi a Palazzo Chigi.

Ci hanno abituati a queste strozzature della libertà, datate solo poco più di un anno fa, ed ora si scandalizzano per una battuta scherzosa sul nuovo Presidente degli USA?

“Bello, giovane ed abbronzato” è proprio così dissacrante ed offensivo? Pensiamo che Obama abbia ascoltato di peggio nel suo lungo tour elettorale e che le parole di Berlusconi siano, invece, per lui motivo di un’amicizia che nasce sulla scia di un comune sentimento di gioviale libertà e di intendimenti comuni sulle questioni del mondo, tanto da potersi concedere tra loro persino toni scherzosi. Berlusconi non si sarebbe certo espresso nella stessa maniera, ad esempio, verso il venezuelano Chavez, il dittatore sudamericano che voleva comprare Alitalia assieme ad una cordata di piloti e di assistenti di volo sostenuta da Di Pietro.

C’è molto nervosismo nella sinistra, e sono passati solo sei mesi dal risultato elettorale. Ne dovranno passare ancora 4 anni e 6 mesi per poter tentare, come avviene in democrazia, la rivincita del consenso elettorale. Non sappiamo se questo nervosismo sia dovuto all’astinenza dal potere, o alla constatazione di avere così tanto poco da dire. Di certo a sinistra appaiono incapaci di rappresentare concretamente un condivisibile sentimento popolare che vada oltre le questioni strumentali.

Se siamo a questo punto, serietà per serietà, va bene se per satira ed ironia si stabiliscano dei turni? Va bene se nei giorni dispari tocca alla sinistra, mentre per i pari tocca alla destra?

Vito Schepisi

Veltroni non ci sta più con la testa

settembre 29, 2008

 

Sarà per il continuo cambio di fuso orario per i suoi ripetuti viaggi negli USA o per la ricerca di una gloria che invece non lo avvolge.

Sarà per gli insuccessi ricevuti: Obama non s’accorge di lui, poi scopre che l’alba era già stata scoperta e che il pubblico degli Usa lo ignora.

Sarà per l’affronto del rotocalco Newsweek di non dar traccia del leader del PD nell’elenco dei leader contemporanei della sinistra Europea.

Sarà per la brutta figura nella questione Alitalia, dove s’è rivelato impegnato prima a demolire, poi a vendere patacche ed a millantare credito, come un banale ed ignobile truffatore di vecchiette.

Sarà per tutto questo e per altro ancora, ma Veltroni sembra che non ci stia più con la testa.

Si pensava che fosse solo il suo timore nel vedere Antonio Di Pietro che gli prendeva la bacchetta del comando dell’opposizione, si pensava che fosse un po’ la confusione di un Partito Democratico, sorto senza un vero progetto politico, frantumato nella collocazione tra le famiglie politiche europee e disperso nella proposizione di ben delineate scelte programmatiche.

Il PD, per la verità, si mostra alquanto indeciso nel prendere la strada delle tradizioni pluraliste, democratiche e liberali, attratto com’è dalle sirene di una sinistra alternativa che è rimasta orfana di una rappresentanza parlamentare e di una convincente ed univoca leadership politica.

Veltroni è cresciuto nel pci del centralismo democratico e della fastidiosa tolleranza al pluralismo. La sua cultura politica è fatta della prevalenza della ragione di partito persino sulla logica. La sua rigidità formale, quando è in difficoltà, come lo è in questo periodo in cui la popolarità del Presidente del Consiglio Berlusconi è alle stelle, emerge come una reazione spontanea, come lo sgorgare dell’acqua da una fonte, e rivela una personalità estremista, nervosa ed irrazionale. Ed è rigida e veterocomunista la sua formazione quando affronta il suo avversario politico, indicandolo quale il male assoluto. Alla stregua di Di Pietro che dalla sua parte ha la scusante della sua ignoranza politica.

Quello di affermare che l’uva sia acerba, come nelle favole di Fedro ed Esopo, quando non si arriva a coglierla, è tipica di coloro che preferiscono circondare di disprezzo ciò che non sono in grado di realizzare. E’una prerogativa della formazione politica dei partiti etici e/o ingabbiati dalla ideologia, certamente un modo inquietante di interpretare la democrazia, ed è anche un pericolo per la serenità del confronto. Il PD– ha proprio ragione Peppino Caldarola – è un partito a porte chiuse”.

Quelle di Veltroni sono parole irricevibili, fomentano l’odio e allontanano il bisogno di pacificazione e di lealtà che invece gioverebbe al Paese e favorirebbe il recupero della credibilità della politica e delle Istituzioni.

Alla democrazia, infatti, non ci sono alternative. Non si rilancia la politica inseguendo l’antipolitica. Non si scoperchia la pentola di Di Pietro per mostrare l’assoluta mancanza del suo contenuto, rincorrendolo sulla stessa sua strada fatta di intolleranza e di avventura. La democrazia italiana avrà certamente la forza e la dignità per sopravvivere ai rigurgiti reazionari dei Di Pietro ed ora anche dei Veltroni, come ha saputo respingere l’ipocrisia di Prodi e l’impopolarità del suo governo.

”Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi” – ha sostenuto Veltroni nella sua intervista al Corriere della Sera”- “se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin”. Sono parole dure e senza senso. Sono argomentazioni semplicistiche e populiste. Sono persino parole irresponsabili per un leader che ha ambizioni di confrontarsi per la carica di premier in Italia e dovrebbe quindi avere il buonsenso di usare prudenza e riservatezza, oltre al tatto diplomatico, nella valutazione delle politiche interne dei paesi con cui sono in corso da anni rapporti improntati a favorire un difficile dialogo.

Veltroni ha militato in un partito che ha sostenuto l’internazionalismo comunista quando c’erano ben altri personaggi nell’allora Unione Sovietica, come Breznev ad esempio, fautore del principio della sovranità limitata dell’Italia. E’ davvero singolare che ora s’accorga delle difficoltà democratiche, che nessuno nasconde, della Russia di Putin per evocare un rischio Italia. Lui, Veltroni, che sappiamo dov’era quando c’era il reale rischio Breznev per il nostro Paese.

Il segretario del PD dimentica lo squallore della maggioranza del Governo Prodi, quando il Parlamento era esautorato e si procedeva con decreti e voti di fiducia e si effettuavano controlli di tipo poliziesco sui voti dei parlamentari. Certamente non ne ha tenuto conto quando ha paventato – come ha fatto nell’intervista al Corriere – il pericolo di una “democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria“. Forse Veltroni ha anche dimenticato l’occupazione di tutte le cariche istituzionali ed il fiume dilagante di nomine, come anche la creazione, tra consulenze e funzioni, di sempre nuovi centri di esercizio del potere del precedente governo: quel governo Prodi, dove sedevano i maggiorenti del PD, e che sarà ricordato dalla storia come uno dei peggiori del Paese, uno dei più partitocratrici ed invasivi.

Noi siamo qua anche per ricordarglielo.

Vito Schepisi