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Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

marzo 30, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.

Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.

Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.

Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.

Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.

L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia – è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.

Vito Schepisi

L’Italia libera ritrova una grande forza popolare

marzo 27, 2009

pdl-congresso-fondativo

Nasce un nuovo partito, ma questa volta ne fa fuori almeno due. E questa è già una buona notizia. I tempi della semplificazione politica e parlamentare in Italia, però, sono ancora lunghi. Liberarsi da tanti individualismi e dai partiti/strumenti di megalomanie personali è ancora di là da venire, ma si spera che la chiarezza delle posizioni possa offrire il necessario contributo all’azione del corpo elettorale. Ci sono in Italia più formazioni politiche che idee, più protagonisti che strategie di sviluppo, più antagonisti che materia del contendere, più chiacchiere che sostanza per dirla nel gergo popolare.

Nel nostro Paese accade che i nuovi soggetti politici si formano quando ci sono personalismi da far prevalere, si formano quasi sempre sostenendo di voler dire qualcosa di nuovo o con scissioni per riaffermare alcuni principi ideali ritenuti abbandonati dai vertici. Non sempre, però, gli elettori riescono a comprendere le differenze. Le nuove aggregazioni e le scissioni, invece di creare più spazi di scelta e di raggiungere fette più ampie di elettorato, finiscono al contrario per scoraggiare l’espressione del voto. Si crea più confusione e si sviluppa persino una maggiore irritazione da parte di tanti cittadini che nella moltiplicazione dei partiti vedono rispecchiarsi il prevalere del malcostume politico o ancor di più gli effetti della degenerazione del sistema democratico.

Questa volta, con la nascita ufficiale del nuovo partito del Popolo delle Libertà, c’è l’idea che si stia consolidando un partito di ispirazione popolare per aggregare pensieri ed ispirazioni diverse, ma con il sostegno di un filo conduttore formato sui principi complessivi della libertà e della democrazia. Il Pdl prende corpo in un’area politica che immerge le sue radici nei valori della civiltà occidentale e nelle tradizioni popolari della nostra gente. La famiglia, il campanile, il rispetto, la solidarietà, le libertà, l’orgoglio ed il senso di appartenenza, si sostanziano nella richiesta di regole proprie di uno stato di diritto che siano rispettate da tutti, senza eccezioni. Il Pdl sembra il partito predisposto a cogliere tutte le istanze di sicurezza e di efficienza degli italiani per farne motivo di soluzione politica. Nasce per trasformare in altrettante risposte legislative le richieste di vivibilità urbana di tutti i cittadini, italiani e non italiani, della comunità europea ed extracomunitari, purché rigorosamente regolari, e si predispone  per farlo con gli strumenti della democrazia, senza abusi e prevaricazioni, con la tolleranza propria di un paese civile, ma anche con quella determinazione e con quella responsabilità che manca ormai da molto tempo. 

C’è un’Italia libera, orgogliosa della sua unità nazionale, che non si riconosce solo nei principi della resistenza e dell’antifascismo, ma anche in quelli della liberazione da tutte le tirannie. Il secolo scorso ha  portato via gli orrori delle ideologie nazionaliste e massimaliste e tutti quei moti di pensiero marxista che proponevano la lotta di classe e la formazione del centralismo politico dello Stato che, in nome dell’uguaglianza, aveva come obiettivo quello di cancellare la centralità dell’individuo e la sua libertà economica. La nuova Italia che vuole emergere è senza complessi di inferiorità e si vuole affermare con umanità, ma anche con dignità, fermezza e coraggio.

Nasce da oggi un’Italia protagonista nel proprio Paese, come nell’Europa e nel mondo.

L’allineamento nel “pensiero unico” ed il silenzio del “politicamente corretto” avevano smorzato le coscienze di tanti. L’egemonia culturale imposta aveva sacrificato l’emergere della cultura plurale, forse meno teorica, meno sociologica ed idealista, ma certamente più pragmatica. Il bene, infatti, si costruisce coi fatti, con il lavoro e l’impegno, e non con le teorie sociali. L’integrazione si ottiene con la collaborazione e l’umiltà e non con l’arroganza. Le riforme si attuano col confronto e le rinunce ai privilegi e non con il pregiudizio e la guerriglia urbana.

C’è finalmente l’espressione di un’Italia libera e pluralista che condanna tutte le tirannie e tutte le ideologie quali strumenti di mortificazione della libertà e della dignità dell’uomo. Ed è un’Italia che è maggioritaria nel Paese. C’è un partito, nuovo nella sua coesione, che si ispira alle libertà e che nasce sui principi della laicità, ma nel rispetto delle coscienze di tutti e che si contrappone alle visioni integraliste e fondamentaliste per affermare la supremazia della società civile.

L’Italia si ritrova, finalmente, con una grande forza popolare di ispirazione democratica e liberale.

Vito Schepisi

La metamorfosi a tempo del PD

febbraio 25, 2009

franceschini-pd

Un pacco di pasta, una lattina di birra, una passata di pomodoro, dalla data di confezione a quella di scadenza, hanno un periodo più lungo di vita di quella che avrà Franceschini alla guida del PD. Il deputato ferrarese, con un passato a mezzo servizio tra gli ex Ds e gli ex Ppi, è stato chiamato a sostituire Veltroni a tempo, con scadenza ad ottobre: durerà otto mesi.

Un segretario con scadenza, come un oggetto di consumo da supermercato, come un alimento da consumare entro un tempo stabilito perché non ci sia pericolo che possa nuocere.

Il suo mandato è quello di tamponare Di Pietro e di bloccare l’emorragia dei consensi di chi predilige i toni duri ed i metodi pregiudiziali: quelli tipici dell’ex magistrato. Il suo mandato è di spostarsi a sinistra, ma senza spaventare eccessivamente l’area moderata, grazie alla sua capacità d’essere ambiguo, di spostarsi a sinistra solo accrescendo il tasso di conflittualità col Governo.

Il PD considera perduta al momento la fase della ricerca del consenso moderato. È stata presa in considerazione l’indisponibilità di Casini, quanto meno nell’immediato, e prima delle elezioni europee ed amministrative di fine primavera, nel farsi coinvolgere in avventure a tempo, senza che un Congresso del Partito Democratico stabilisca di già una precisa strategia di alleanze privilegiate con l’Udc. C’è inoltre la possibilità che nelle prossime fasi, con la posizione rigida di Rutelli sulla legge sul testamento biologico, o subito dopo le europee, il PD si possa scomporre e che qualcuno  pensi di potersi giocare la carta di un’aggregazione al centro, a metà strada tra PDL e PD.

Quello di un partito nel mezzo è il sogno non tanto segreto di Follini e Casini a cui non sembrerebbe vero di veder svanire il bipolarismo e di potersi ritagliare una nuova edizione della politica del doppio forno, come quella della prima repubblica quando era il PSI, tra la DC ed il PCI, a condizionare le scelte politiche.

Lo scopo nell’immediato di Franceschini  sembra, invece, quello di recuperare il consenso di quei militanti che guardano la politica come una partita di calcio tra la sinistra e Berlusconi. In questo confronto non conta giocare un buon calcio, ma vincere con ogni mezzo. Fuori della metafora, per il PD non conterà un’opposizione efficace e costruttiva, ma costi quel che costi, sarà importante recar danni all’avversario, anche col rischio di recar danni al Paese.

Un’ampia fascia di elettori PD è costituita dalla vecchia guardia dura e pura del vecchio Pci. I post comunisti sono quelli  che vorrebbero che i vertici del partito entrino a gamba tesa contro l’avversario politico, con un arbitro quanto meno distratto, se non a completo servizio, appunto come piacerebbe a Di Pietro.

Il PD è convinto d’esser destinato a perdere le prossime elezioni europee ed amministrative del 7 giugno, ma ha bisogno di risultare perdente mentre vira a sinistra. Il PD, per poter rimescolare le carte e dar soddisfazione allo zoccolo duro, ha bisogno di non mortificare i militanti periferici. Ha bisogno di dar soddisfazione agli iscritti che sulle parete delle sezioni hanno ancora i simboli della falce e martello. Sono quelli che vogliono la guerra “dura e senza paura” come gridavano nelle piazze e nelle manifestazioni. Lo zoccolo duro è pur sempre la base del loro futuro.

Sarà dopo più facile, al congresso, dinanzi ad una linea perdente, convincere i militanti che sia necessario provare a spodestare Berlusconi dal centro e convincerli della necessità di dover conquistare quello spazio per vincere la sfida politica per il governo.

Veltroni leggeva Charles Dickens e Oscar Wilde, Franceschini va dritto su Kafka, sulla metamorfosi, tra l’ambiguità ed il disagio, per trovare una dritta.

Vito Schepisi

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

franceschini

Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Libertà politica o libertà dalla politica?

febbraio 4, 2009

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La proposta di riforma della legge elettorale per le elezioni europee è passata in uno dei due rami del Parlamento, alla Camera, e con il successivo passaggio al Senato diventerà legge in vigore. E’ passata alla Camera con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione dei deputati radicali eletti nel PD e di quelli del Movimento per le Autonomie (Lombardo) eletti nel PDL, oltre che di pochi singoli parlamentari. Tre astenuti, 22 contrari e 517 voti favorevoli: un risultato netto che non si vedeva da tempo in Parlamento su una legge. Sarà ora difficile far marcia indietro al Senato, non essendoci in sostanza opposizione sul provvedimento. Neanche l’Idv di Di Pietro ha votato contro.

E’ bene chiarire che è stata una prova di prepotenza dei due schieramenti maggiori – il PD ed il PDL – finora invece in dura competizione nelle aule parlamentari su tutto.

Non può sfuggire, per convinzione diffusa, che un Parlamento diverso, composto da più gruppi, per l’esercizio arcinoto dei piccoli ricatti e dei veti incrociati, avrebbe incontrato più di una difficoltà per far passare una qualsiasi legge che penalizzasse la rappresentanza politica dei gruppi minori.

Anche lo sbarramento del 4%, unica novità di rilievo della legge, sembra più frutto di un compromesso che l’esito di una scelta strategica di portata bipolare. Nel PD con D’Alema c’è stata fino all’ultimo anche la tentazione di distinguersi ed abbassare lo sbarramento al 3%, ma è sembrata più una questione di immagine che un’effettiva volontà, per essere stata la soglia del 4% già frutto di una serrata e difficile mediazione.

L’incontro tra le richieste di maggioranza ed opposizione e la formulazione della legge varata alla Camera appare così più una fotografia del Parlamento attuale, che un orientamento dettato dall’esigenza della semplificazione della politica. Più un accordo elettorale per far fuori le galassie dei personalismi e per riempire il carniere degli eletti dei gruppi più grossi, che la costituzione di un tavolo aperto sulle questioni della governabilità del Paese. Più un espediente partorito dal calcolo, che l’avvio di un confronto sulle riforme, per iniziare a discutere sulle scelte di una democrazia  pluralista che privilegi le opzioni della governabilità.

E’ apparso un calcolo elettorale in cui il Pdl ha approfittato dell’interesse del PD a frenare le tentazioni centrifughe, nonostante che Veltroni si sforzi a dire che sia stata “una convenienza di evoluzione del sistema politico più che di calcolo elettorale”.

Ma agli italiani, agli elettori queste cose interessano meno. I fautori del bipolarismo ritengono la soglia del 4% assai bassa, mentre i militanti dei piccoli partiti la ritengono troppo alta, e ritengono che nel complesso sia una legge che limita il pluralismo e la democrazia. Mastella diventa persino solenne e parla di offesa alla libertà e al pluralismo che sono componenti essenziali della democrazia“.

Ma nel Paese è bene che si ponga al più presto la questione che si dipana dal dubbio se si debba privilegiare la libertà politica o la libertà dalla politica. L’aria di protesta che trae linfa dalla questione morale e che fa sorgere o gonfiare movimenti che si propongono di “giustiziare” i colpevoli, anche attraverso processi sommari nelle piazze o nelle arene televisive dove agiscono “reucci” e “censori” che si auto-proclamano difensori delle virtù popolari, appartiene al partito della libertà politica o a quello della libertà dalla politica?

Siamo a questo punto perché il Paese si avvolge intorno ai personalismi, alle guerre tra bande, anziché iniziare un percorso di scelte per la governabilità nell’interesse di tutti. Siamo a questo punto perché lo spazio della protesta civile è stata appaltata da uomini senza storia e senza tradizioni e che nulla hanno a che fare con la civiltà e le conquiste democratiche dell’Italia.

L’ideale sarebbe avere il coraggio di promuovere le vere ed indifferibili riforme, da quella elettorale a quella costituzionale, perché ci sia libertà “di” e libertà “da”, togliendo per un momento, per come è (male) inteso oggi in Italia, il sostantivo “politica”. Nelle democrazie compiute ci sono maggioranze ed opposizioni legittimamente costituite che si rispettano e si alternano al governo e senza i Mastella, di Di Pietro, i Casini, la stessa Lega ed altri che, ai lati, o nell’area di mezzo, sono portatori di furbizie e di particolarismi, nonché manovrati da caste corporative ed egoismi locali.

Vito Schepisi

 

 

Sciacalli e diversità antropologica

dicembre 18, 2008

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I venti giudiziari, come da tempo annunciato, hanno ripreso a soffiare e la questione morale è tornata prepotentemente ad affacciarsi sulla scena politica nazionale.

La corrente del Golfo è arrivata e con l’aria che tira scoperchia i cassonetti, e non solo quelli dei rifiuti inermi. L’acqua che non è venuta giù – si sostiene in un detto popolare – sta ancora tra le nuvole, in cielo. Ed è così perchè, fuori dalla metafora, nessuno possa vantare di esserne rimasto fuori solo perché la sua responsabilità è stata tenuta nascosta. Ciò che si è tenuto nascosto non poteva, infatti, impedire che la malversazione politica, radicata nel sistema, prima o poi finisse invece per emergere.

A chi può oggi sfuggire il ricordo del richiamo di Bettino Craxi in Parlamento, il 29 aprile del 1993, quando chiese se ci fosse qualcuno in quell’Aula estraneo al sistema del finanziamento illecito alla politica? “Basta con l’ipocrisia!” – disse tra l’altro il leader del PSI  nel sostenere che tutti i partiti ricorrevano alle tangenti per finanziare l’attività politica, anche quelli “che qui dentro fanno i moralisti”. Nessuna voce si alzò quel giorno nell’Aula della Camera per profferire l’estraneità o la sorpresa per essere rimasto all’oscuro del sistema delle tangenti.

Questa volta, però, la pioggia che era nel cielo, tra le nuvole, ha riempito di acqua sporca di fango gli invasi dei territori del Partito Democratico, tra cui gli eredi diretti di quel partito della sinistra, il Pds di Occhetto, trasformatosi fino al PD di Veltroni, che aveva cavalcato tangentopoli e che ne aveva incassato i vantaggi per essersi ritrovato dopo il fallimento del comunismo, invece di scomparire assieme all’ignominia del sostegno ad una ideologia. ed alla sua azione nel mondo che per ferocia si era rivelata paragonabile al nazismo, a competere, invece, per il governo del Paese.

E quanto dirompente e inimmaginabile sarebbero state le manifestazioni di indignazione e le vesti stracciate dinanzi ai simulacri della democrazia e della pubblica moralità se nelle acque fangose e tra i rifiuti attivi si fossero ritrovati i sostenitori di Berlusconi invece che di Veltroni?

Per essere però sciacalli ci vuole, questa volta si, una diversità antropologica!

Il moralismo sentenzioso e la cultura della diversità etica ripetutamente sostenuta, nella circostanza hanno invece lasciato spazio a dichiarazioni inerenti le difficoltà organizzative nell’insediamento di una classe  dirigente da rinnovare ed alle difficoltà nel gestire il ricambio con le nuove generazioni.

Tutte chiacchiere di circostanza che poi finiscono solo per confermare la regola che ci fa ritenere che in Italia ci sia qualcosa che non funziona nella trasparenza e nei controlli dei centri delle decisioni a tutti i livelli, dalle realtà periferiche a quelle centrali.

La verità strutturale è che nel PD, molto più che nel Pdl, la politica come professione sia più radicata e difficile da gestire. C’è una casta che si mette di traverso e rende impossibile il ricambio.

La verità politica è che l’Italia è gravata da una burocrazia elefantiaca che occulta e disperde il diritto e che consente al sotterfugio ed all’illegalità di annidarsi.

Non esiste invece la diversità.

Sarebbe ridicolo solo pensarlo: se ci fosse sarebbe preoccupante e bisognerebbe impegnarsi per la ricerca di una vera ragione antropologica. Non è un’idea di società, piuttosto che un’altra, che facilita l’uso improprio ed illegittimo di un potere acquisito attraverso un incarico elettivo. E non esiste neanche il problema del sistema di aggiornamento, controllo e gestione della forma partito, perché spesso è più l’occasione che fa l’uomo ladro.

Il rimedio sarebbe solo quello di intervenire nel ridurre al minimo le occasioni. Intervenire, ad esempio, attraverso un programma rivoluzionario di riforme. Servono interventi nella pubblica amministrazione per lo snellimento dell’apparato burocratico, servono una serie di riforme tra cui quelle sul federalismo fiscale e sulla modifica di alcune norme inserite nella seconda parte della Costituzione per ridisegnare l’Ordinamento della Repubblica, anche alla luce dei tanti conflitti tra i poteri esercitati dagli ordinamenti dello Stato.

Un Paese è come un grande edificio che ha bisogno periodicamente di restauri e lavori di consolidamento. Per l’edificio Italia c’è una lobby conservatrice a sinistra che blocca tutto e non consente restauri e lavori di consolidamento, se non l’opera di imbianchini di turno che passano la vernice solo per nascondere le crepe, le infiltrazioni e lo sporco, lasciando sempre tutto com’è.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

Cosa ha detto il Capo dello Stato a Veltroni

novembre 19, 2008

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Non so cosa possa aver detto il Presidente della Repubblica a Veltroni ed alla delegazione del PD in pellegrinaggio al Quirinale. Si sa grosso modo cosa sia andato a dire Veltroni, almeno nell’ufficialità dei comunicati e nella interpretazione dello spirito della missione da svolgere.

Veltroni sostiene che ci sia una maggioranza che mortifichi l’opposizione, escludendola dalle decisioni, e che provi costantemente a delegittimarla. Il leader del PD gli avrà ribadito la sua tesi che vi sia il Capo del Governo, cioè Berlusconi, che si rivolge in modo offensivo nei confronti del leader dell’opposizione, mancandogli persino di rispetto.

Anche l’episodio della Commissione di Vigilanza ed i voti dei componenti del Pdl su Villari saranno stati presi ad esempio per giustificare i presunti atteggiamenti prevaricatori della maggioranza. Sarà stato rispolverato il ritornello, caro soprattutto a Di Pietro, che la maggioranza voglia scegliere anche i candidati dell’opposizione nelle commissioni di garanzia. L’ex sindaco della Capitale deve avergli anche detto che il PD stava facendo pressioni su Di Pietro per un suo passo indietro, magari presentando una rosa di nomi di componenti dell’Idv nella commissione, per poter così superare l’ostacolo dell’ostinazione del Pdl a non voler votare Orlando, considerato inadeguato per un ruolo di garanzia.

Chissà se il presidente si sia soffermato sulla indisponibilità di Di Pietro a fare un passo indietro? Se l’avesse fatto avrebbe scoperto che l’altro componente della Commissione di Vigilanza in quota Idv era il senatore Francesco “Pancho” Pardi, certamente impresentabile più che Orlando, ex dirigente di Potere Operaio, lanciatore di molotov ai tempi della sua vita universitaria e già fautore della lotta armata ai tempi della sua militanza in P.O.: “Noi pensiamo che la caratterizzazione della figura generale dell’organizzazione oggi, compagni, sia l’organizzazione armata”.

Com’era possibile che Di Pietro potesse fare un passo indietro presentando una rosa di nomi del suo gruppo se l’unica alternativa era il “Pancho”? Non aveva una rosa l’ex PM, ma una pianta di ortiche!

Penso che il Presidente, dopo un primo momento di accoglienza con un piglio un po’ paternalista, ma con lo stile irreprensibile, quasi anglosassone, di benevola comprensione per un team di “sfigati” per scelta, abbia dovuto per necessità cacciare le unghie per segnalare ai convenuti che con i loro comportamenti aggiungevano solo un errore ad un altro.

Il vecchio militante “migliorista” del pci deve aver spiegato quanto fosse tutto da rivedere il loro modo di rappresentare l’alternativa a questa maggioranza. Deve aver ricordato che per poter “comandare” dovevano prima vincere le elezioni e che, all’uopo, era necessario ottenere i voti. Walter caro – deve aver detto Napolitano –  il clima è cambiato, così si è soliti fare in democrazia.  

Non può essere sfuggito al Presidente che c’è oggi un’opposizione pregiudiziale e rancorosa, isterica e priva di proposte,  poco costruttiva, un po’ demagogica, catastrofista e pesantemente offensiva, soprattutto nel suo continuo evocare disegni e volontà autoritarie altrui.

Il Capo dello Stato deve aver ricordato ai convenuti che il Paese ha votato una maggioranza che ora ha il diritto di realizzare il suo programma, senza che si debba assistere alle stucchevoli sceneggiate di Veltroni e compagni, e senza l’istigazione a cavalcare la piazza con  proteste irrazionali.

A Veltroni deve essersi persino bloccato il respiro quando il Presidente deve avergli anche detto che c’è un clima di scontro che non approva, e che sono i comportamenti dell’opposizione che motivano quegli atteggiamenti della maggioranza che la delegazione del PD ora denunciava.

Il Presidente della Repubblica deve aver ricordato ai vertici del PD che il  momento è difficile, che prende corpo il pericolo della recessione in un contesto di crisi mondiale dei paesi produttori e che, in casi come questi, le forze politiche di maggioranza e di opposizione devono trovare convergenze su provvedimenti che aiutino a superare senza eccessivi danni le difficoltà.

Il Presidente Napolitano avrà detto loro che le Istituzioni ed i partiti rappresentati in Parlamento hanno il dovere di tranquillizzare gli italiani perchè dalla crisi si esce solo se c’è comprensione, consapevolezza e rigore, avvertendo che è necessario un clima positivo in Parlamento, fra le organizzazioni sociali, sui media e tra le realtà produttive del Paese.

Vito Schepisi

Ma l’opposizione è costruttiva?

ottobre 21, 2008

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:

– parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;

– parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;

– avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;

– c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.

Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.

C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.

Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!

Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.

I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.

Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.

C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.

Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.

Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.

 

Vito Schepisi 

Cacciari: Veltroni è “ridicolo” e “inadeguato”

ottobre 8, 2008

Se Veltroni sperava di sgonfiare la bolla Di Pietro non c’è riuscito. Osservando i sondaggi, pubblicati da Affari Italiani il 7 ottobre, il tentativo di corrergli dietro ha sortito ben tre effetti opposti a quelli che il segretario del PD voleva ottenere: ha ridotto nelle intenzioni di voto degli italiani il consenso verso il PD, sceso al 28% dell’elettorato; ha favorito notevolmente la crescita dell’Italia dei Valori di Di Pietro, che ha raggiunto l’8%; ha incrementato il consenso al Pdl che si conferma stabilmente come primo partito italiano, raggiungendo il 41% delle intenzioni di voto.

Se poi la Lega resta stabile al 9%, il Movimento delle Autonomie di Lombardo, anch’esso stabile sull’1% e la destra di Storace mantiene il suo 2%, è la sinistra nel suo insieme che perde voti a favore del centrodestra.

Tra il Pdl e il PD ci sono ora due interi partiti di differenza: l’Idv + l’Udc che insieme fanno 13 di percentuale. Il solo partito di Berlusconi supera tutta insieme l’intera sinistra (quella che somma a Veltroni, Di Pietro, e la sinistra arcobaleno, attestatasi sul 4%).

Un autunno da dimenticare per il PD. In così breve tempo sta inanellando un’onda lunga di sonore sconfitte. Per sgonfiare un’azione politica inconsistente, quanto una bolla di sapone, per lo spessore molto contenuto di Di Pietro, Veltroni ha perso il fiato e non regge alla distanza.

Ha più di una ragione, quindi, il Sindaco di Venezia, Cacciari,  a definire il segretario PD “ridicolo” e “inadeguato”. Ridicolo perché sforna il solito piatto dell’emergenza democratica. Se “Berlusconi è un’anomalia del sistema democratico”, come sostiene Veltroni, Cacciari osserva: “Ma se è dal 1994 che è in politica! E’ una cattiva battuta, una cosa che fa ridere“.

Il leader del PD è inadeguato perché alle iniziative della maggioranza, ritenute dallo stesso Cacciari semplici “spot”, non riesce a contrapporre niente e, soprattutto, blocca il confronto sulle riforme per cui il Paese corre il rischio di perdere ancora una legislatura. “Il governo sta facendo spot e l’opposizione manifestazioni. Chi ha più torto? Non lo so. Ma – conclude il sindaco di Venezia   nessuno dei due è adeguato al problema e alla crisi che stiamo attraversando”. 

Alla politica prima dell’Ulivo, poi dell’Unione, costruita sulla delegittimazione di Berlusconi e dei suoi alleati (l’ultimo Governo di Prodi pervicacemente, invece di cavalcare la ripresa della congiuntura internazionale, disponeva prevalentemente controriforme che annullassero i provvedimenti del governo precedente), l’elettorato moderato e popolare ha risposto premiando il Pdl. Ha così legittimato la maggioranza che si è formata sui valori della moderazione e del riformismo. Anche se molti elettori hanno creduto alla svolta di Veltroni ed hanno sperato che anche in Italia prevalesse la normalità nel confronto politico, a prevalere nel PD è stato lo zoccolo duro dei post comunisti. C’è una consistente fascia di elettorato di sinistra che esaurisce il suo messaggio politico con la sola idea dell’eliminazione dell’odiato Berlusconi. 

Perché Veltroni corre dietro allo zoccolo duro e rinuncia alla sfida al Pdl sul centro e sul riformismo? L’unica risposta è che sia confuso. Ma Di Pietro si sgonfia con la buona politica e non inseguendolo con la trebbiatrice.

Cacciari è certamente tra coloro che speravano “che potesse essere la volta buona per una certa intesa per fare riforme serie, condivise e bipartisan”. Ma se le parole di Cacciari possono starci in un confronto teso, ma legittimo, con la maggioranza; se sono osservazioni critiche e costruttive, come dovrebbero essere nel linguaggio di una  opposizione democratica, le sue osservazioni devono, invece, essere considerate dei veri macigni scagliati contro il leader del suo partito.

Si ha l’impressione che all’interno del PD si va formando una fronda di aperta rottura con il segretario. Se il PD trovasse al suo interno una classe dirigente di estrazione democratica, liberale e riformista, si potrebbe anche sperare di rendere anche il nostro un Paese normale.

Vito Schepisi            su l’Occidentale

 

Consulta e Vigilanza Rai sullo stesso piano?

ottobre 6, 2008

L’iniziativa dei radicali, con i digiuni e gli scioperi della sete di Pannella, come anche quella strumentale di Di Pietro, l’intervento dei Presidenti delle Camere e finanche quello del Presidente della Repubblica, non possono porre sullo stesso piano le questioni del plenum dei componenti della Corte Costituzionale con la nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.

Sono due cose ben diverse che devono restare anche ben separate.

Dall’aprile del 2007 non è stato possibile alle Camere, riunite in seduta congiunta,  integrare la Consulta con l’elezione del quindicesimo Giudice della Corte Costituzionale. La motivazione conduce ad una sola  responsabilità: l’ostruzionismo della sinistra.

Il Plenum della Corte era venuto meno per le dimissioni del 30 aprile 2007 (18 mesi fa) del Professor Romano Vaccarella. Questi le aveva rassegnate per protesta contro il Governo. Prodi, a suo dire, era rimasto sordo e muto per le pressioni dei suoi ministri sulla Consulta, perché si esprimesse contro l’ammissibilità costituzionale del referendum di iniziativa popolare proposto sulla abrogazione di alcuni articoli della vigente legge elettorale. Leggendo dalla lettera del Professore Vaccarella, le dimissioni, divenute poi irrevocabili, venivano, infatti, proposte «sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali attribuite da organi di stampa ad alcuni Ministri e ad un Sottosegretario offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa, sia con riferimento all’assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni». Una motivazione molto pesante accolta con inspiegabile indifferenza da Prodi.

La nomina del Professor Vaccarella rientrava tra le cinque previste, su quindici, per indicazione  parlamentare. Nel 2002 il Professore era stato eletto in quanto designato dalla Casa delle Libertà Ora PDL. Quella, infatti, della designazione di un terzo dei componenti la Consulta – gli altri due terzi sono nominati per un terzo dal Capo dello Stato e per l’altro terzo dalle tre Magistrature superiori (3 Cassazione ed uno ciascuno Corte dei Conti e Consiglio di Stato) – avviene attraverso l’indicazione delle forze politiche. L’uscita, quindi, di un componente, per prassi, motiva la designazione da parte dello stesso gruppo che già aveva designato l’uscente. Questo metodo, utilizzato anche nel passato, è servito ad evitare la paralisi dell’Organo preposto alla verifica costituzionale di norme e leggi.

Se il metodo vale per tutti, un po’ meno sembra che valga quando la designazione non sia in quota alla sinistra ed in particolare se debba provenire dal partito di Berlusconi.

Il metodo adottato per la formazione della Consulta è brutto, è squilibrato, e può condurre alla creazione di fazioni, ma è quello previsto dall’art. 135 della Costituzione e si deve rispettare così com’è, e si ravvisano come necessari anche i criteri che evitino contrapposizioni paralizzanti.

Da questo braccio di ferro non si riuscirà a venir fuori se non con il riconoscimento al Pdl, nel frattempo diventato anche maggioranza nel Paese, del suo diritto di designare un componente. Una soluzione diversa andrebbe a rompere la consuetudine raggiunta per le designazioni di provenienza parlamentare e sarebbe motivo di ulteriore squilibrio all’interno della stessa Consulta, sia per il dilagante prevalere di un area politica e sia per l’innesto di ulteriori contrapposizioni in futuro.

E’ diversa, invece, la questione della Commissione di Vigilanza Rai, e non solo perché di diversissimo spessore. E’ differente perché in questo caso nessuno sostiene che la designazione non debba essere espressa dall’attuale opposizione, come è prassi consolidata.

Una commissione di garanzia, come quella della Vigilanza Rai, però, necessita che abbia nella sua figura più responsabile, cioè nel Presidente, l’autorevolezza di una scelta improntata al massimo dell’equilibrio e della correttezza. Nessuna squadra accetterebbe che ad arbitrare la partita ci sia una delle espressioni più esagitate della squadra avversaria. Se il candidato deve essere scelto per la garanzia di tutti, non può esserci una parte che dubita che il candidato risponda a questi requisiti.

Leoluca Orlando Cascio ha trascorsi molto intensi e coloriti per essere una garanzia per tutti. In passato ha persino fatto uso della tv pubblica per infangare, senza contraddittorio, onesti servitori dello Stato: in particolare un maresciallo dei CC che per le sue parole si è tolto la vita per il disonore.

Sono precedenti inquietanti, e non si possono ignorare.

Vito Schepisi