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Un Governo che governi ed un Parlamento che controlli

marzo 30, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

Un congresso di partito si consuma, per tradizione, tra auto-celebrazioni, richiami emotivi ed indicazioni di gestione e di programmi. Per un partito di governo coincidono, per logica, con le iniziative legislative e con la rotta da tenere sugli obiettivi da raggiungere. Si consuma anche nella lotta interna alla ricerca di spazi di comando e di ruoli di visibilità nella gestione: aspetto in cui emerge spesso la degenerazione partitocratrica e la natura mestierante del personale della politica. Nel Pdl è venuto meno questo risvolto discutibile che passa anche per pluralismo e democrazia interna. Si è scelto di affidare gli incarichi a tavolino, per garantire a tutte le componenti spazio ed adeguata visibilità. E’ un metodo che è stato adottato anche con la costituzione del PD. Tutte le componenti sono state rappresentate equamente nell’intento della convergenza e dell’unità organizzativa. Ed in un Congresso costitutivo di fusione tra più partiti non poteva che essere così.

Chi si aspettava qualcosa di diverso alla Fiera di Roma, per il metodo, non è affatto in buona fede. Le proposte si possono criticare, si può discutere su ciò che è stato detto o fatto, ma sostenere che sia stato un congresso auto-celebrativo, scontato, privo di pathos e di grandi ispirazioni è solo pretestuoso e serve solo a confermare il reiterato pregiudizio della sinistra in Italia. Il Congresso del PD di Veltroni era stato salutato, infatti, con diversa attenzione dall’opposizione, soprattutto per l’inizio di una diversa stagione del confronto politico. E’ quasi palpabile la cultura profondamente diversa per il rispetto e per la tolleranza con la sinistra italiana.

Il Pdl è nato nella tradizione comune di tutti i soggetti politici, con un discorso di apertura di Berlusconi sul chi siamo, da dove veniamo e per cosa ci siamo trovati. Si è poi animato un dibattito dai toni differenti sulle iniziative, si sono sottolineate aperture sui temi più affini ai personaggi che via, via si sono succeduti sul palco. Sono stati affrontati tutti, o quasi, gli argomenti dell’attualità politica. Le differenti espressioni, pur se composte, com’è nella natura di una forza di centralità liberale, democratica ed interclassista di tradizione europea, si sono mostrate articolate in spinte verso tutte le sensibilità democratiche. Il partito del Popolo della Libertà ha mostrato d’essere la sintesi di una vasta fascia popolare con attenzioni differenti, ma con consistenti valori comuni.

Il bipolarismo è un valore che sta prendendo strada nella volontà del Paese. L’aspetto più peculiare è nel far sviluppare, finalmente, un vero confronto democratico tra le due grandi forze di estrazione popolare. Questo processo passa attraverso la capacità di far sintesi all’interno. Le forze politiche contendenti devono, per una democrazia compiuta, poter rappresentare una base riconoscibile di valori condivisi. I contenuti dell’azione e delle proposte politiche devono essere il risultato di un dibattito interno in cui, se è il caso, ognuno debba rinunciare a qualcosa o debba adeguarsi a cogliere il giusto equilibrio, tra le scelte, che non mortifichi le aspettative degli altri: questo è tra i principi del liberalismo ideale e politico.

Il Congresso si è concluso con un discorso per obiettivi, con l’indicazione di un’attività propulsiva verso le riforme e la modifica dell’organizzazione dello Stato. È stato ribadito l’impegno, per responsabilità di governo, a supportare tutte le possibili misure per fronteggiare la crisi: sostenere l’economia, difendere l’occupazione e promuovere lo sviluppo, senza lasciar indietro nessuno.

L’iniziativa per la riforma dello Stato e della seconda parte della Costituzione non sono un capriccio di Berlusconi: fanno parte di una reiterata iniziativa parlamentare. Sono passati 26 anni dall’istituzione della bicamerale del 1983, presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vanificata con la caduta della legislatura. Ci ha provato D’Alema, con quella del 1997, naufragata nella furbizia di voler cautelare la casta dei magistrati. Anche la Riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento nel 2005, dopo l’insediamento di Prodi nel 2006 e gli appelli apocalittici di un ex Presidente della Repubblica (con altro da dover spiegare agli italiani) – si parlò di divisione dell’Italia – è stata respinta dal referendum del 2006. Tra il 2007 ed il 2008 c’è stata la bozza Violante, quella che Veltroni voleva discutere in alternativa allo svolgimento delle elezioni politiche. Ora Franceschini sostiene che ci sia da pensare alla crisi economica! La Riforma è invece inderogabile perché non c’è un Berlusconi che vuole maggiori poteri per se, ma è l’Italia che deve dotarsi di strumenti più rapidi per uscire dall’immobilismo “per un Governo che governi ed un Parlamento che controlli”.

Vito Schepisi

L’avversario del PD non è Berlusconi, ma il Paese

febbraio 23, 2009

franceschini

Ma a Franceschini non ha detto niente Veltroni? Non ha spiegato i veri motivi per i quali è andato via, lasciando tutto il centrosinistra con il cerino acceso in mano? Ha fatto credere anche al suo vice che abbia mollato perché si è sentito incompreso dai suoi compagni, infastidito dalle tante vicende interne, indebolito dalla questione morale e dai tanti no ricevuti? Vuol far credere d’aver abbandonato la barca soltanto sull’onda della delusione per la pesante sconfitta in Sardegna, dove il PD è stato distanziato di ben 18,5 punti percentuali dal PDL?

Dal persistere di Franceschini sulla stessa linea, temiamo che sia stato così e che Veltroni abbia detto anche al suo successore le solite cose che va dicendo in giro. Pensiamo che abbia detto che i motivi vanno ricercati nei presunti disvalori di Berlusconi, i cui pericoli non è riuscito a far comprendere agli elettori (naturalmente ignoranti!). E si sarà riferito alla sua delusione per le continue delegittimazioni all’interno del PD, per iniziativa ora di D’Alema, ora di Cacciari e poi di Soru, di Chiamparino, di Parisi e di Bersani. Avrà detto solo ciò che vuol far credere a tutti, con la sua retorica e l’irritazione per il fuoco amico. La verità, però, è un’altra ancora!

Veltroni ha mollato tutto ed è scappato via perché si è accorto che da quando ha assunto la leadership del PD il suo avversario non è stato Berlusconi ed il centrodestra, ma il popolo italiano. Veltroni deve aver compreso, finalmente, che lottare contro il buonsenso finisce col danneggiare l’immagine di chi ci si cimenta.

Veltroni ha portato il PD a battersi contro il Paese. L’ex segretario del PD ha perso più di Soru in Sardegna, anche se ha cercato di nasconderlo con le dimissioni. La perdita del PD è stata una vera disfatta, la distanza dal Pdl è stata pari al doppio di quella subita del Presidente uscente. La sconfitta maggiore è stata quindi quella di tutto il progetto PD.

In Sardegna ha perso l’illusione di poter fronteggiare il centrodestra senza avere un programma di governo, senza proporre obiettivi realizzabili e senza fornire risposte di governabilità alle emergenze che si presentano non solo nell’isola, ma nell’intero Paese.

Se ad un partito di natura popolare vengono meno le motivazioni, la sconfitta è inevitabile.

Un partito con sensibilità plurali finisce con lo sfaldarsi se non riesce a cavalcare le istanze popolari; finisce col ridursi alla somma dei rancori, degli odi e delle intolleranze, se non riesce ad interpretare la concretezza dell’elettorato maturo, quello sordo ai richiami ideologici, pragmatico e poco incline alle fumosità retoriche, ma interessato alle questioni della sua vita quotidiana ed alle prospettive future, e che chiede principalmente efficienza, lavoro e sicurezza.

Cos’è un partito se non un insieme di idee che si reggono sulle gambe di quegli uomini che progettano e si impegnano ad affrontare il futuro delle comunità nazionali? E cosa sono quegli uomini di partito che non comprendono i timori, le ansie, le speranze e le emozioni del Paese?

L’intervento all’assemblea PD a Roma, ed ancor più quello a Ferrara, è stato in perfetta continuità con la linea del suo predecessore: il neo segretario si riduce soltanto a ricalcare le orme di Veltroni.

A che serve il cambiamento su una linea perdente? Agli italiani non interessa il tasso dell’antiberlusconismo del segretario del PD: è una misura non indispensabile per la guida del Paese! Ci vuole bene altro! Non serve un PD che da correre dietro a Di Pietro, con Franceschini sembra addirittura volergli camminare a fianco, mano nella mano.

All’elettore interessa, invece, sapere se siederà al tavolo delle riforme, se la Costituzione, che va difesa nei suoi principi democratici, verrà modificata per rafforzare la governabilità e per rendere trasparenti i poteri dello Stato e se sarà adeguata ai tempi delle decisioni veloci. Il clamore di atti, nel versante della giustizia, che stridono contro il buon senso, fa chiedere se la riforma dell’Ordinamento Giudiziario vedrà ancora il PD appiattito sulla reazione scomposta di Di Pietro.

Gli elettori si chiedono se il Partito Democratico saprà dotarsi di una proposta politica complessiva che prescinda dal no pregiudiziale o se continuerà a criminalizzare il Paese che concede la sua fiducia al centrodestra di Berlusconi. L’Italia ha bisogno di una opposizione democratica e di uscire dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Il PD deve così fare la sua scelta se stare con la democrazia. o a rimorchio del reazionario Di Pietro.

Vito Schepisi

 

 

Scalfaro arroccato con enfasi sui principi astratti

febbraio 13, 2009

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Tutti si rivolgono contro tutti con “rispetto” e “pacatezza”. Prima Veltroni, poi Di Pietro ed ora Scalfaro: “Ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio con rispetto e con pacatezza: non ci faccia vivere giornate con timori che riguardano la nostra Patria, la sua libertà e la sua democrazia”.

Da che pulpito!

All’esimio ex Presidente della Repubblica, giudicato da molti il peggiore della Storia d’Italia, democristiano di lungo corso sin dalla Costituente, storicamente considerato come uomo della destra DC, chiediamo anche noi con “rispetto” e “pacatezza” conto di quei cento milioni mensili che da Ministro dell’Interno del Governo Craxi percepiva dal SISDE, i servizi segreti italiani dell’epoca. Chiediamo al senatore Oscar Luigi Scalfaro, sempre con il dovuto “rispetto” e con la dovuta “pacatezza”, di dar conto e documentazione del suo utilizzo e se possibile di spiegarci a che titolo li ha percepiti.

Per essere credibili, quando si richiamano altri ai grandi sentimenti patriottici e si sollecita la difesa della libertà e della democrazia, richiamando i principi costitutivi che rappresentano l’unità nazionale ed il rispetto dei ruoli istituzionali, è necessario esser stati sempre virtuosi. E’ più difficile farlo quando si sono lasciate zone d’ombra dove il sospetto inevitabilmente si annida. E’ stato proprio un politico, sodale con la manifestazione in Piazza SS Apostoli a Roma, che ha teorizzato in passato che il sospetto sia l’anticamera della colpa.

E’ apparsa solo una manifestazione pretestuosa quella che ha visto uno sparuto gruppo del Partito Democratico manifestare contro il presunto attacco di Berlusconi alla Costituzione, ed è stata sgradevole la presenza di chi non avrebbe niente da insegnare a nessuno.

Pretestuosa perché, invece di dar conto di proposte o di motivato dissenso alla linea delle riforme della maggioranza – riforme richieste un anno fa dallo stesso Veltroni, quando le contrapponeva alle elezioni anticipate, ritenendole allora persino indispensabili per poter offrire al Paese stabilità e governabilità – si è preferito solo dar conto di un chiassoso dissenso con la linea del Governo sulla recente questione del decreto che avrebbe consentito di salvare la vita di Eluana Englaro.

Appare così in tutta la sua impropria ed intrecciata doppiezza la retorica del cattolico Scalfaro contro un Governo ed un Presidente del Consiglio che intendeva salvare una vita e che a tal fine teneva a sottolineare che nessuna interpretazione della Carta Costituzionale potesse aver maggior valore della vita di un essere umano.

Per le riforme, anche della seconda parte della Costituzione, c’è una bozza Violante della scorsa legislatura che ha trovato ampi consensi nella nuova maggioranza e che può essere un punto di partenza importante per metter mano alla  modifica di quei punti che necessitano di aggiornamenti.

Dalla manifestazione del PD, invece, nessun segnale di dialogo e di confronto. Nessuna proposta concreta. La difesa dei principi di libertà e di democrazia si attua invece con le riforme. Queste sono gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della società, la governabilità e la tempestività degli interventi di chi, in virtù del consenso elettorale, ha responsabilità di governo. Lo spirito  riformatore dovrebbe spingere a rivedere la Giustizia per rispettare i diritti di tutti e per garantire il suo esercizio effettivo e puntuale. Quello di Scalfaro e Veltroni è sembrato, invece, uno schieramento conservatore arroccato con enfasi sui principi astratti.

Non si è ascoltata alcuna riflessione che abbia preso atto che la velocità delle comunicazioni e dei flussi delle economie mondiali, in tempi di globalizzazione, impongono al sistema delle decisioni  tempi di assoluta brevità. E’ sembrata piuttosto la solita kermesse di coloro che alzano la voce perché non hanno nulla di serio da dire. È mancata persino la presa d’atto che la Costituzione sia sorta in un momento difficile per il Paese e che ha una struttura adeguata a quel momento caratterizzato da forti tensioni.

Sarà per questa incapacità di avere buon senso e per la mancanza di presa del PD, di Scalfaro e della opposizione tutta, come difensori dei valori di libertà e di democrazia che a Piazza SS Apostoli è stata stimata una presenza inferiore a mille persone.

Vito Schepisi

Riformare la Sinistra

novembre 24, 2008

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Per quanto sia impensabile che possa essere una preoccupazione di chi non è di sinistra, ma è necessario che ci si debba preoccupare di poter avere in Italia una sinistra democratica e riformista. Ogni forza politica di ispirazione liberale ha bisogno di interlocutori coerenti e credibili, per poter instaurare il metodo del pluralismo di pensiero e della democrazia della scelta.

Nelle diverse forme istituzionali in cui si sviluppano i modelli di democrazia compiuta, il confronto politico ha bisogno di contendenti attendibili per evitare il rischio della sclerotizzazione della classe dirigente e la conseguente loro trasformazione in casta di potere.

Si era già detto ai tempi del suo sorgere che il Partito Democratico, nato su un progetto politico più di vertice che di popolo, non avesse la spinta per poter colmare un vuoto avvertito nella sinistra democratica della politica italiana.

Resta viva, infatti, la sensazione che a sinistra non vi siano interlocutori responsabili e soprattutto che da parte dei protagonisti non vi sia una scelta ferma di adesione ai metodi del libero confronto caratteristici di una scelta liberale. La democrazia asserita non si può esaurire nei riti formali delle primarie, organizzate per di più dagli apparati e con la preventiva indicazione del vincitore, come è accaduto prima con Prodi e poi con Veltroni. L’opzione della scelta democratica non si esaurisce neanche con la navigazione a vento, come fa Veltroni, che finisce sempre col disporsi a trovare il suo Eolo in Di Pietro. E se invece di Veltroni, il PD dovesse scegliere il marinaretto più aduso allo spirar dei venti, questi oserebbe persino affermare d’essere in grado di deviarne il corso, per quanta spocchia elitaria e presunzione possiede.

Il Pd lo scorso anno nasceva dall’integrazione dei due corpi della sinistra consumati dalla storia ed esauritisi per gli errori passati.

La sinistra post comunista, trasformata nel nome, era rimasta integra nella sua classe dirigente, anzi si era attrezzata a far emergere, nella nomenclatura, tra i cavalli di razza, le personalità più caratterialmente formatesi nella vecchia idea leninista: quella del regime che si insinua nei meccanismi della democrazia per ridurli alla dipendenza, come una sostanza stupefacente.

La sinistra popolare non marxista ma integralista, centralista  e soprattutto illiberale, invece, aveva aggiunto alla sua contrarietà al sistema della libera impresa, l’onta d’aver perso la centralità della guida della Nazione. I colpi di tangentopoli e le scissioni di quella che era stata la vecchia dc avevano reso più duri i toni della contrapposizione alla svolta neo liberale che, proveniente dall’Europa, si affacciava anche in Italia, introducendo la cultura dello stato minimo e le regole di mercato.

Ai post democristiani di sinistra, in verità, già prima della fusione nel PD venivano meno i principi della tradizione cattolica italiana, sia nella scelta delle alleanze che nella collocazione tra le grandi famiglie europee, disperdendo l’abitudine a quelle ampie sintesi, in cui si riconoscevano tutti i sinonimi ed i contrari della vecchia  “balena bianca” della politica italiana, per ritrovarsi  così uniti nell’ispirazione comune di governare il Paese sotto il simbolo dello Scudo Crociato e dell’identità etica del cattolicesimo.

Il Partito Democratico era stato pensato da un uomo, politicamente apolide, pur se in passato aveva militato a fianco di De Mita e Andreatta nella DC, quando si era fatto nominare ministro con Craxi, e Presidente dell’IRI due volte. Era stato pensato da Prodi per poterne assumere la guida, fuori dai condizionamenti dei DS e della Margherita. L’ambizione dell’uomo era di diventare statista senza averne le qualità per quanto pavido, introverso e per niente carismatico.

Prodi aveva bisogno di una sinistra senza memoria e senza riferimenti, aveva bisogno di una componente parlamentare da poter dirigere e manovrare a suo piacimento, ma è caduto in disgrazia prima di poterla veder nascere.

Voleva una sinistra senz’anima, ed è riuscito ad averla. Il suo posto, però, l’ha preso Veltroni che ha provato a cambiar tragitto, ma ha imboccato un percorso tortuoso che lo porterà solo ad un nuovo fallimento e forse al ritorno al passato con una nuova probabile scissione.

Vito Schepisi

 

Cacciari: Veltroni è “ridicolo” e “inadeguato”

ottobre 8, 2008

Se Veltroni sperava di sgonfiare la bolla Di Pietro non c’è riuscito. Osservando i sondaggi, pubblicati da Affari Italiani il 7 ottobre, il tentativo di corrergli dietro ha sortito ben tre effetti opposti a quelli che il segretario del PD voleva ottenere: ha ridotto nelle intenzioni di voto degli italiani il consenso verso il PD, sceso al 28% dell’elettorato; ha favorito notevolmente la crescita dell’Italia dei Valori di Di Pietro, che ha raggiunto l’8%; ha incrementato il consenso al Pdl che si conferma stabilmente come primo partito italiano, raggiungendo il 41% delle intenzioni di voto.

Se poi la Lega resta stabile al 9%, il Movimento delle Autonomie di Lombardo, anch’esso stabile sull’1% e la destra di Storace mantiene il suo 2%, è la sinistra nel suo insieme che perde voti a favore del centrodestra.

Tra il Pdl e il PD ci sono ora due interi partiti di differenza: l’Idv + l’Udc che insieme fanno 13 di percentuale. Il solo partito di Berlusconi supera tutta insieme l’intera sinistra (quella che somma a Veltroni, Di Pietro, e la sinistra arcobaleno, attestatasi sul 4%).

Un autunno da dimenticare per il PD. In così breve tempo sta inanellando un’onda lunga di sonore sconfitte. Per sgonfiare un’azione politica inconsistente, quanto una bolla di sapone, per lo spessore molto contenuto di Di Pietro, Veltroni ha perso il fiato e non regge alla distanza.

Ha più di una ragione, quindi, il Sindaco di Venezia, Cacciari,  a definire il segretario PD “ridicolo” e “inadeguato”. Ridicolo perché sforna il solito piatto dell’emergenza democratica. Se “Berlusconi è un’anomalia del sistema democratico”, come sostiene Veltroni, Cacciari osserva: “Ma se è dal 1994 che è in politica! E’ una cattiva battuta, una cosa che fa ridere“.

Il leader del PD è inadeguato perché alle iniziative della maggioranza, ritenute dallo stesso Cacciari semplici “spot”, non riesce a contrapporre niente e, soprattutto, blocca il confronto sulle riforme per cui il Paese corre il rischio di perdere ancora una legislatura. “Il governo sta facendo spot e l’opposizione manifestazioni. Chi ha più torto? Non lo so. Ma – conclude il sindaco di Venezia   nessuno dei due è adeguato al problema e alla crisi che stiamo attraversando”. 

Alla politica prima dell’Ulivo, poi dell’Unione, costruita sulla delegittimazione di Berlusconi e dei suoi alleati (l’ultimo Governo di Prodi pervicacemente, invece di cavalcare la ripresa della congiuntura internazionale, disponeva prevalentemente controriforme che annullassero i provvedimenti del governo precedente), l’elettorato moderato e popolare ha risposto premiando il Pdl. Ha così legittimato la maggioranza che si è formata sui valori della moderazione e del riformismo. Anche se molti elettori hanno creduto alla svolta di Veltroni ed hanno sperato che anche in Italia prevalesse la normalità nel confronto politico, a prevalere nel PD è stato lo zoccolo duro dei post comunisti. C’è una consistente fascia di elettorato di sinistra che esaurisce il suo messaggio politico con la sola idea dell’eliminazione dell’odiato Berlusconi. 

Perché Veltroni corre dietro allo zoccolo duro e rinuncia alla sfida al Pdl sul centro e sul riformismo? L’unica risposta è che sia confuso. Ma Di Pietro si sgonfia con la buona politica e non inseguendolo con la trebbiatrice.

Cacciari è certamente tra coloro che speravano “che potesse essere la volta buona per una certa intesa per fare riforme serie, condivise e bipartisan”. Ma se le parole di Cacciari possono starci in un confronto teso, ma legittimo, con la maggioranza; se sono osservazioni critiche e costruttive, come dovrebbero essere nel linguaggio di una  opposizione democratica, le sue osservazioni devono, invece, essere considerate dei veri macigni scagliati contro il leader del suo partito.

Si ha l’impressione che all’interno del PD si va formando una fronda di aperta rottura con il segretario. Se il PD trovasse al suo interno una classe dirigente di estrazione democratica, liberale e riformista, si potrebbe anche sperare di rendere anche il nostro un Paese normale.

Vito Schepisi            su l’Occidentale

 

Il Feroce Saladino

ottobre 7, 2008

E’ uno strano partito quello Democratico. E’ stato voluto da Prodi e sembra che ora il Professore ne sia già fuori. La tessera numero uno di De Benedetti non è stata mai consegnata ed ora il finanziere e coeditore del gruppo Repubblica-L’Espresso mostra di non gradirla più. Il responsabile politico del Partito parla, ma c’è chi lo precede per dire cose diverse o lo smentisce prefigurando scenari e strategie differenti. Il Partito è frantumato in tanti di quei gruppi che è persino difficile contarli.

Rivendica scelte coraggiose Veltroni: “abbiamo fatto – sostiene – un’operazione di grande europeizzazione della vita politica italiana“, ma ha il vizio di inciampare sugli esiti. Il coraggio, infatti, richiede la coerenza che è mancata quando ha scaricato Boselli per imbarcare Di Pietro e che non mantiene quando non chiede, anzi non pretende il tavolo delle riforme.

Se Veltroni non riesce a dare respiro europeo al suo partito non potrà mai contribuire a darlo alla politica italiana! Persino il rotocalco Newsweek qualche settimana fa lo ha ignorato nel far l’elenco dei leader contemporanei della sinistra Europea.

E’ uno strano partito. Sembra un partito omertoso. Alla ripresa dell’attività politica dopo l’estate, per parlare di strategie per l’autunno, nessuno ha preso la parola per tratteggiare i differenti punti di vista, tranne Parisi che ha definito il PD un “partito schizofrenico e depresso”.

Il nuovo partito della sinistra italiana sembra, così, più un luogo di chiacchiericcio e di pettegolezzi che una forza politica che si prefigge obiettivi ambiziosi. Si ha l’impressione che la fusione tra ispirazioni e tradizioni diverse consigli a tutti di tenere a freno la bocca, anche se non riesce a smorzare delusioni e preoccupazioni. E c’è chi già pensa a scissioni.

Non ha fatto in tempo D’Alema, alla conferenza dei giovani di Confindustria a Capri, ad esprimere apprezzamenti a Tremonti ed al Capo del Governo sulla cautela e prudenza nella gestione della crisi finanziaria mondiale che altri, come Bersani e lo stesso Veltroni contestano, invece, al Governo la sottovalutazione della crisi ed il pericolo di un fenomeno più pericoloso della crisi del ’29.

L’impressione è che la guerra sia totale e che le battaglie vengano affrontate senza esclusione di colpi anche se investono questioni delicate, come si è visto per Alitalia, o se finiscono col soffiare sul fuoco della crisi finanziaria che è, e deve restare, invece, al di fuori del confronto politico.

La Legislatura è ancora lunga ed alla fine emergerà solo la capacità di adeguare il Paese alle mutazioni sempre più veloci di una società globale. L’invidia ed il risentimento possono poco se confrontate con la strategia delle riforme e con le rivoluzioni sociali; ed a nulla valgono le accuse di autoritarismo se il Governo va avanti per la sua strada sostenuto dal consenso degli italiani.

D’Alema, ad esempio, sembra abbia compreso che col 25 ottobre non si esaurisce l’attività del PD, al contrario di Veltroni, che dovrebbe essere un po’ più smaliziato del Di Pietro che prova ad inseguire. Pensiamo che non sia a torto che si accredita capacità intellettuali più raffinate.

Un furore quello del ’buonista” del vecchio pci che appare sproporzionato, se alimentato solo dalla manifestazione del 25 ottobre. E’vero che la politica è fatta per gran parte di episodi ma è anche vero che alla politica non possano mancare obiettivi ed indicazioni di più largo respiro. Un grande partito non può limitarsi a vivere alla giornata e preoccuparsi solo degli effetti speciali, perché ci sono anche quelli normali. Le emozioni che una formazione politica fa emergere finiscono con essere la sostanza di una credibilità più duratura. Le ragioni dei riferimenti ideali sono le fondamenta su cui un partito d’origine popolare deve costruire il nocciolo duro del suo consenso.

Anche i sillogismi verbali richiedono allo stesso tempo dell’effetto immediato la logica della loro interpretazione futura. Il fatto che in piazza scendano solo quelli più inclini alle parole d’ordine ed ai messaggi forti non può far esimere il segretario di un partito responsabile dal riflettere sulla preclusione nei futuri rapporti e sull’opportunità o meno di condurre lo scontro verso un punto di non facile ritorno. Nessuno gradisce sedersi a discutere intorno ad un tavolo dove uno dei presenti usa  arringare la folla contro gli altri partecipanti.

C’è già Di Pietro, dentro e fuori del Parlamento, ad occupare lo spazio dell’intolleranza e della opposizione pregiudiziale, e Veltroni deve saperlo che Di Pietro come “Il Feroce Saladino” è più credibile di lui. 

 Vito Schepisi

Alla fiera dell’Est del PD

settembre 8, 2008

 

Siamo quasi alle comiche. Arturo Parisi che riconosce i meriti di Berlusconi offende il PD: per Veltroni è, infatti, “offensivo ed irresponsabile”. La Festa del Partito Democratico si trasforma nella fiera dell’est dove per due soldi Veltroni un topolino comprò.

Se l’ideatore dell’Ulivo, amico di Prodi, avesse detto che le soluzioni politiche proposte da Berlusconi sono risultate efficaci, al contrario di quanto va sostenendo il PD, o se di questo avesse criticato la sterile e strumentale opposizione, sarebbe diventato il Giordano Bruno del ventunesimo secolo e condannato al rogo per eresia dall’inquisitore Walter Veltroni.

E’ blasfemo ed eretico per il segretario PD chi possa pensare che la maggioranza che sostiene il Presidente del Consiglio sia animata da strategie di sviluppo e che l’azione del governo s’interseca con la domanda che emerge dal Paese, al contrario della confusione isterica che anima invece l’opposizione.

Parisi, però, al contrario dell’esegeta dell’antipolitica Di Pietro (che fa politica ed ha un partito personale), non contesta a Veltroni arrendevolezza o convergenze programmatiche nei confronti del Cavaliere. L’ex ministro della difesa del governo Prodi assume solo posizioni critiche sulla validità della strategia veltroniana che fa apparire Berlusconi un vincente ed, al contrario, il segretario del PD un perdente. Parisi contesta a Veltroni l’abbandono della strategia dell’Unione che univa tutta la sinistra, ritenendo forse utile, per poter prevalere, l’utilizzo dell’unico collante capace a tenerli insieme che è l’antiberlusconismo. Una posizione pazzesca e sterile, inutile al fine di riformare e rilanciare il Paese ma legittima nella dialettica democratica.

Finora le posizioni critiche ed il confronto sulle strategie all’interno di un movimento politico erano considerate un segnale di vitalità, un valore aggiunto per la capacità di alimentare il dibattito interno. Il confronto delle idee e delle proposte, infatti, ha sempre una valenza di partecipazione e democrazia. Ma questo PD con Veltroni dove conduce?

E’ la Fiera dell’est dove alla fine resta di certo solo che Veltroni per due soldi un topolino comprò.

Sarebbero da considerare criticità, invece, tutte quelle azioni che mirano a scavare buche sotto i piedi del segretario per questioni di poltrone e/o di leadership, più che le posizioni di aperto dissenso sulla gestione e sulla strategia del Partito Democratico, che invece favoriscono la crescita culturale e la maturazione di un partito. A Parisi non viene riconosciuta neanche la lealtà di essere critico  apertamente e senza sotterfugi, come si conviene nella sincerità dell’impegno politico. Viene liquidato con scherno “il partito è molto più avanti dei suoi rappresentanti”. Ma di questo, in verità, nessuno se n’era mai accorto!

Da Firenze ci si aspettava una indicazione ed un orientamento più preciso. La Festa del Partito Democratico, dopo le elezioni di aprile, e dopo un periodo di confusione e disorientamento dovuto alla difficoltà di assestarsi in un ruolo di opposizione serio e riconoscibile, era attesa come un momento di riflessione e di chiarezza. Doveva essere l’occasione per un nuovo passo avanti che stabilisse il rilancio del metodo della legittimazione reciproca. Doveva marcare la definizione di un nuovo comportamento, simile a quello delle grandi forze democratiche europee. E’ vero che non era un congresso e non poteva, pertanto, offrire nuove indicazioni di linea politica, ma dall’assise non è emerso nessun segnale di recupero per l’immagine di una sinistra moderna e riformista.

Non ci sono state definizioni né sulle strategie di un eventuale dialogo con la maggioranza sulle regole dello Stato e neanche indicazioni sulle riforme ritenute necessarie. Un partito riformista che è orientato alla conservazione su temi di grande rilievo sociale come ad esempio, la giustizia, la scuola, la sicurezza, la pubblica amministrazione, la qualità della vita nelle città, il decentramento federalista, fallisce nel suo ruolo e tradisce la sua missione.

Cos’è mai così un partito riformista che non propone riforme? Cosa un partito che sulle riforme crea ostacoli e politiche disfattiste, inseguendo magari Di Pietro e le sue strumentalizzazioni?

Sembra solo un Veltroni degli anatemi quello che è apparso a Firenze. Un uomo preoccupato per la sua poltrona. Più un Veltroni del non si può fare. Eppure è appena tornato da Denver negli Usa, dalla Convention del suo profeta Obama, dal suo “yes, we can”!

In verità, si ha la strana impressione che tra i democratici Usa s’incominci a temere la iella Veltroni!

Accusa Di Pietro di averlo tradito e prende le distanze dall’alleanza con l’ex magistrato. Gli sta scomoda l’Idv che gli ruba la scena catalizzando l’attenzione di coloro che si contorcono le budella dell’antiberlusconismo. Gli fa ombra il condottiero dell’assalto all’arma bianca contro il governo e la maggioranza. Il leader PD soffre la concorrenza del nuovo signor no a prescindere. Questo finisce con essere un brutto sintomo di debolezza: un leader di un grande partito non può, infatti, temere la concorrenza di un uomo senza precisa fisionomia: un po’ fascista un po’ barricadiero e per giunta incapace di esprimersi.

Anche l’osservazione sugli errori di Prodi per aver spacciato nel 2006 per vittoria quella che invece non è stata tale, appare oggi strumentale. L’accusa all’Unione di aver respinto le proposte di convergenza con l’opposizione, per aprire una stagione di dialogo, non regge se il PD di Veltroni, adesso, non riesce a cogliere il valore di un serrato confronto sulla necessità di modernizzare lo Stato. Se non si avverte la necessità di intervenire laddove sacche di privilegi e di sprechi sottraggono le risorse per migliorare i servizi e per favorire il rilancio di iniziative utili all’ ammodernamento del Paese, si è fuori dalla sintonia con il popolo. Se si è indifferenti e si ostacolano le realizzazioni delle grandi opere che, oltre a segnare il tempo evolutivo della storia, favoriscono l’occupazione e lo sviluppo economico del Paese, non si è progressisti e riformisti bensì biechi conservatori.

Continua solo a mietere uno scarso raccolto il Veltroni dello stucchevole “ma anche”, come quando afferma che è pronto al dialogo con la sinistra alternativa, ma anche all’attenzione verso l’Udc di Casini con cui creerà “con intelligenza le condizioni di prossimità, a livello locale e nazionale”. E nel frattempo continua a rivendicare il successo alle ultime elezioni politiche per aver riscosso il 34% dei consensi.

Qualcuno gli spieghi che per vincere occorre avvicinarsi al 50%!

Alla fiera dell’est per due soldi Veltroni un topolino comprò.

Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/la+festa+del+pd+%C3%A8+finita+senza+che+veltroni+abbia+potuto+lasciar+traccia.0057452