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Piano casa ed opposizione confusa

aprile 2, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.

Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.

La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.

Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.

Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?

Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e  che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.

L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile – se non per astio politico ed ideologico – perdita di tempo.

Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di  preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.

Non  si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.

L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.

Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!

Vito Schepisi

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Il Piano Casa tra opportunità e libertà

marzo 26, 2009

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Con la proposta del “Piano Casa” annunciato dal Governo ci sarebbe da porsi dinanzi a due quesiti. E’ vero che le domande si intreccerebbero a loro volta con numerose altre di ordine economico, ambientalista, burocratico ed utilitaristico, ma è anche vero che tutte le questioni relative a scelte ed iniziative che coinvolgono interessi, ambiente, sviluppo, lavoro e persino il gusto estetico, inevitabilmente finiscono per essere centro di dibattito e di scontro. Arrendersi per evitarlo, specialmente in una stagione di crisi recessiva, finirebbe solo per premiare l’immobilismo ed il partito del “no”.

Non si può non riflettere sul susseguirsi degli ostacoli che finora hanno solo frenato il Paese e che hanno ritardato il suo processo di sviluppo, rendendolo più vulnerabile, meno sicuro, a rischio ambiente per carenza di dotazioni tecniche (come si è visto per Napoli), con meno servizi, poco autonomo per la dipendenza verso gli altri paesi (comunitari e non ) e senza infrastrutture di alto profilo tecnologico e di effettiva integrazione del territorio e delle comunità. Un paese senza rapidità nelle risposte è spesso un paese perdente e, cosa ancora più grave in tempi di globalizzazione, diviene un’entità nazionale tagliata dalla domanda e dal mercato.

In fin dei conti si vorrebbe solo che ci fosse meno pregiudizio, ma che restassero tutte le garanzie della democrazia e dei diritti di ciascuno. Il pregiudizio, ed un sistema costituzionale troppo legato all’equilibrio dei poteri, rendono alla fine un servizio contrario alla stessa democrazia che deve essere scelta e non vincolo: deve essere la soluzione, con il potere esercitato dal popolo e non la causa stessa del problema.

Il primo quesito attiene all’opportunità economica di dar impulso al settore edilizio, fermo per mancanza di mercato, per far muovere la domanda e rilanciare l’economia. L’edilizia coinvolge settori diversi, ed anche differenti tra loro, e fa scorrere quel fiume, al momento rinsecchito per mancanza di affluenti, che è la circolazione del danaro. L’edilizia è anche il bene rifugio su cui milioni di italiani sono disposti ad investire ancora i loro risparmi e su cui nutrono ancora la fiducia di non restarne traditi e, soprattutto, di non doversi ritrovare vittime di sofisticati prodotti di ingegneria finanziaria che hanno ridotto o azzerato i loro portafogli.

Il secondo quesito, invece, attiene alle soluzioni della crisi abitativa del Paese, al reale esercizio dei diritti di ciascuno, alle occasione per ridurre il degrado ambientale, al rilancio stesso dell’edilizia popolare, al diritto liberale di poter disporre della proprietà con interventi conservativi, di ristrutturazione e di ampliamento nel rispetto dei vincoli e dell’impatto ambientale, e senza doversi far carico di procedure lunghe, estenuanti, difficili, spesso troppo onerose e quasi sempre avvolte da dubbi di privilegi ed ostacoli, dosati per clientelismo o interesse privato.

La risposta di buon senso ai due quesiti non può che essere positiva. Per il primo, i dati dell’osservatorio della Cgia di Mestre – associazione di artigiani e piccole imprese che fornisce dati riconosciuti attendibili sui fenomeni di natura economica, commerciale ed occupazionale – stimano in 79 miliardi di Euro, in più anni, il volume di affari che deriverebbe da questa iniziativa ed in 745.000 i nuovi posti di lavoro che si creerebbero nel settore edilizio e nell’indotto.

Sarebbe un risultato straordinario che di per se, in termini statistici, annullerebbe gli effetti della crisi per la perdita ipotizzata dei posti di lavoro e per le previsioni della riduzione del Pil. Il fatturato è ipotizzato dalla Cgia di Mestre sulla base di percentuali molto prudenti, sia per il rifacimento delle vecchie costruzioni (appena l’uno per cento), che per l’ampliamento di quelle dove sarebbe possibile l’aumento della cubatura (solo il 10 per cento).

Per il secondo quesito ci sarebbe da chiedersi se il saccheggio del territorio, nel passato, sia attribuibile ai privati che hanno chiesto le licenze edilizie o a coloro che non le hanno mai chieste, contando su sanatorie e condoni? Se sia stato attuato da coloro che chiedono di utilizzare spazi possibili, con l’aumento delle cubature nelle forme compatibili con il decoro architettonico, o da coloro che, non si sa come, ottenevano licenze edilizie in zone di interesse artistico ed ambientale?  

Il Paese e le parti politiche, sociali, professionali ed intellettuali, anziché porsi questi due semplici quesiti, che fanno? Fanno, invece, a gara per porre ostacoli burocratici e ….costituzionali!

Vito Schepisi                             su L’Occidentale