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Piano casa ed opposizione confusa

aprile 2, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.

Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.

La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.

Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.

Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?

Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e  che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.

L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile – se non per astio politico ed ideologico – perdita di tempo.

Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di  preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.

Non  si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.

L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.

Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!

Vito Schepisi

Cosa ha detto il Capo dello Stato a Veltroni

novembre 19, 2008

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Non so cosa possa aver detto il Presidente della Repubblica a Veltroni ed alla delegazione del PD in pellegrinaggio al Quirinale. Si sa grosso modo cosa sia andato a dire Veltroni, almeno nell’ufficialità dei comunicati e nella interpretazione dello spirito della missione da svolgere.

Veltroni sostiene che ci sia una maggioranza che mortifichi l’opposizione, escludendola dalle decisioni, e che provi costantemente a delegittimarla. Il leader del PD gli avrà ribadito la sua tesi che vi sia il Capo del Governo, cioè Berlusconi, che si rivolge in modo offensivo nei confronti del leader dell’opposizione, mancandogli persino di rispetto.

Anche l’episodio della Commissione di Vigilanza ed i voti dei componenti del Pdl su Villari saranno stati presi ad esempio per giustificare i presunti atteggiamenti prevaricatori della maggioranza. Sarà stato rispolverato il ritornello, caro soprattutto a Di Pietro, che la maggioranza voglia scegliere anche i candidati dell’opposizione nelle commissioni di garanzia. L’ex sindaco della Capitale deve avergli anche detto che il PD stava facendo pressioni su Di Pietro per un suo passo indietro, magari presentando una rosa di nomi di componenti dell’Idv nella commissione, per poter così superare l’ostacolo dell’ostinazione del Pdl a non voler votare Orlando, considerato inadeguato per un ruolo di garanzia.

Chissà se il presidente si sia soffermato sulla indisponibilità di Di Pietro a fare un passo indietro? Se l’avesse fatto avrebbe scoperto che l’altro componente della Commissione di Vigilanza in quota Idv era il senatore Francesco “Pancho” Pardi, certamente impresentabile più che Orlando, ex dirigente di Potere Operaio, lanciatore di molotov ai tempi della sua vita universitaria e già fautore della lotta armata ai tempi della sua militanza in P.O.: “Noi pensiamo che la caratterizzazione della figura generale dell’organizzazione oggi, compagni, sia l’organizzazione armata”.

Com’era possibile che Di Pietro potesse fare un passo indietro presentando una rosa di nomi del suo gruppo se l’unica alternativa era il “Pancho”? Non aveva una rosa l’ex PM, ma una pianta di ortiche!

Penso che il Presidente, dopo un primo momento di accoglienza con un piglio un po’ paternalista, ma con lo stile irreprensibile, quasi anglosassone, di benevola comprensione per un team di “sfigati” per scelta, abbia dovuto per necessità cacciare le unghie per segnalare ai convenuti che con i loro comportamenti aggiungevano solo un errore ad un altro.

Il vecchio militante “migliorista” del pci deve aver spiegato quanto fosse tutto da rivedere il loro modo di rappresentare l’alternativa a questa maggioranza. Deve aver ricordato che per poter “comandare” dovevano prima vincere le elezioni e che, all’uopo, era necessario ottenere i voti. Walter caro – deve aver detto Napolitano –  il clima è cambiato, così si è soliti fare in democrazia.  

Non può essere sfuggito al Presidente che c’è oggi un’opposizione pregiudiziale e rancorosa, isterica e priva di proposte,  poco costruttiva, un po’ demagogica, catastrofista e pesantemente offensiva, soprattutto nel suo continuo evocare disegni e volontà autoritarie altrui.

Il Capo dello Stato deve aver ricordato ai convenuti che il Paese ha votato una maggioranza che ora ha il diritto di realizzare il suo programma, senza che si debba assistere alle stucchevoli sceneggiate di Veltroni e compagni, e senza l’istigazione a cavalcare la piazza con  proteste irrazionali.

A Veltroni deve essersi persino bloccato il respiro quando il Presidente deve avergli anche detto che c’è un clima di scontro che non approva, e che sono i comportamenti dell’opposizione che motivano quegli atteggiamenti della maggioranza che la delegazione del PD ora denunciava.

Il Presidente della Repubblica deve aver ricordato ai vertici del PD che il  momento è difficile, che prende corpo il pericolo della recessione in un contesto di crisi mondiale dei paesi produttori e che, in casi come questi, le forze politiche di maggioranza e di opposizione devono trovare convergenze su provvedimenti che aiutino a superare senza eccessivi danni le difficoltà.

Il Presidente Napolitano avrà detto loro che le Istituzioni ed i partiti rappresentati in Parlamento hanno il dovere di tranquillizzare gli italiani perchè dalla crisi si esce solo se c’è comprensione, consapevolezza e rigore, avvertendo che è necessario un clima positivo in Parlamento, fra le organizzazioni sociali, sui media e tra le realtà produttive del Paese.

Vito Schepisi

L’opposizione cavalca anche la recessione

novembre 18, 2008

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 In una azienda, se ci sono criticità, il personale si adopera a comprenderne la portata ed ad offrire il suo contributo per superare senza eccessivi danni la temporanea congiuntura. C’è di norma la collaborazione di tutti e non è importante stabilire se l’impegno sia per sostenere la propria occupazione o per sostenere l’azienda.  Anche i rappresentanti dei lavoratori hanno il dovere di tranquillizzare le maestranze e di mediare con l’azienda i provvedimenti ritenuti utili per ridurre eventuali difficoltà produttive, ovvero spiegare ai lavoratori eventuali contrazioni di mercato o ancora la presenza di spirali di aumenti dei costi che frenano l’economicità dell’impresa.

Sarebbe stupido pensare che sindacati e lavoratori si possano disinteressare e costringere l’azienda ad adottare provvedimenti socialmente preoccupanti come, ad esempio, in presenza di difficoltà nel pagare sia i fornitori che i salari ai dipendenti, far ricorso ai licenziamenti o più ancora  fallire.

La gestione di un paese è per molti aspetti simile a quella di una grossa impresa. I prodotti aziendali sono grosso modo i servizi che eroga ai suoi cittadini. In cambio della fornitura dei servizi lo Stato acquisisce una contribuzione in misura progressiva e proporzionale ed una imposta sui consumi. La raccolta delle risorse è definita con la locuzione di  prelievo fiscale. Normalmente lo Stato utilizza le entrate fiscali come cassa per la spesa corrente e impegna le risorse economiche, poste nel bilancio preventivo con la legge finanziaria, per gli investimenti. Sulla base delle ipotesi di entrata, lo Stato stabilisce le sue attività, dà corso ai suoi investimenti e contrae anche debiti, facendo ricorso all’immissione sul mercato di prodotti finanziari che vengono acquistati dai risparmiatori italiani ed esteri.

In tutti i paesi civili del mondo, con l’economia in difficoltà per ragioni attinenti ai venti di crisi che soffiano sulle economie di tutti i paesi produttori, la politica e le parti sociali si stringono attorno agli interessi nazionali e ciascuno per la propria parte si rende disponibile a non far mancare collaborazione e responsabilità. Un paese destabilizzato, senza una politica economica supportata da strategie di contenimento della spesa corrente, ad esempio, per gli effetti negativi della recessione, andrebbe incontro a difficoltà ancora più pesanti come, ad esempio, la contrazione del potere d’acquisto dei salari e l’aumento del “prelievo fiscale”.

In Italia, gravata da un debito pubblico eccessivo, basterebbe anche uno scivolone in Parlamento sulla spesa e sui conti per creare enormi difficoltà. In tempi di recessione, infatti, tra le preoccupazioni c’è anche quella di stabilizzare il costo del debito finanziario. Questo costo è valutato, periodo per periodo, dalle società di rating attraverso indici di affidabilità da assegnare all’impresa paese. In un stato responsabile, pertanto, tutti sarebbero seriamente consapevoli che il deprezzamento del Paese renderebbe più acuta la crisi perché inciderebbe sul costo del debito. Tutti dovrebbero essere consapevoli che il maggior costo andrebbe a ridurre le risorse correnti e che, quindi, per finanziare la spesa, si dovrebbe far ricorso alla maggiore pressione fiscale e/o all’espansione del debito, tenendo però conto dei vincoli europei, come Maastricht, ad esempio.

Perché in tutti i paesi c’è consapevolezza e responsabilità, ed in Italia questo non accade?

Nel nostro Paese mentre la recessione preoccupa, oltre che il Governo, le famiglie, le aziende, ed i risparmiatori, sembra che invece lasci indifferente l’opposizione e quella fetta di sindacato che in questa opposizione si rispecchia.

Indire scioperi generali e contestare le riforme del Governo, anche per il taglio alla spesa, sembra la strada più irresponsabile che si possa seguire. Ad iniziare dal rischio di lasciare a terra la nuova Alitalia, solo per far dispetto a Berlusconi, nel riprovevole gioco del duo Epifani-Veltroni, per poi passare a tutta una serie di tensioni che vengono innescate nel mondo della scuola e dell’università, come nel pubblico impiego, a volte su questioni del tutto inesistenti o sulla base di provvedimenti di riqualificazione della spesa da cui non si può derogare, se si vuole offrire al Paese un quadro di efficienza e di lotta agli sprechi ed agli abusi, l’opposizione appare poco seria ed irresponsabile.

Mentre, negli USA, Obama e McCain si incontrano per concordare politiche di collaborazione per superare le difficoltà della recessione in atto, in Italia, invece, da aprile Veltroni continua la sua campagna elettorale fatta di piazzate e di pesanti accuse al Governo ed ai suoi rappresentanti.

Vito Schepisi    su l’Occidentale

 

L’opposizione extraparlamentare della Cgil

novembre 13, 2008

MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI

 

La Cgil prima esce sbattendo la porta e poi si lamenta perché l’accesso al tavolo della discussione è consentito a chi ritiene che la trasparenza, il dialogo e le buone maniere siano più utili al Paese che non il pregiudizio e la faziosità.

E’ una cattiva abitudine in uso in Italia quella di interessarsi di lavoro, contratti, diritti e garanzie guardando alla propria carriera politica ed alle convenienze partitiche dei gruppi politici a cui si è legati.

Quando il Costituente ha pensato alla funzione del sindacato è stato per dotare i lavoratori di strumenti organizzativi di lotta che garantissero la difesa della loro dignità e la negoziazione di un’equa retribuzione, funzione legittima in uno stato democratico; non ha certo inteso pensare ai sindacati quali strumenti di supporto alla lotta politica. Per quest’ultima ha sancito la libertà di costituire i partiti e tutta una serie di libertà e garanzie per lo svolgimento delle attività relative al consenso democratico ed alle elaborazioni delle soluzioni di gestione dello Stato.

E’ troppo importante, in un Paese libero, la funzione autonoma del sindacato per immaginarlo interessato ai processi politici, e partitici. Non è pensabile infatti che il sindacato, in democrazia, faccia mancare del tutto la propria azione con i governi amici ed accentui invece la propria contrapposizione con i governi ritenuti politicamente nemici. Ed è ancora più difficile da comprendere se la differenza tra gli atteggiamenti adottati è inversamente proporzionale agli interessi dei lavoratori ed alle difficoltà delle fasce più deboli del Paese.

Abbiamo assistito, con il precedente governo, ad un sindacato complice e silente, in particolare quando, caricando di tasse le retribuzioni ed i consumi, ha ottenuto che fosse drasticamente ridotto il potere di acquisto dei salari e quando, intervenendo sulla previdenza, ha consentito che fossero favoriti quei lavoratori già più garantiti rispetto ai più giovani.

Ora se le altre sigle sindacali revocano lo sciopero generale, indetto per domani, per protestare contro la riforma della suola del Ministro Gelmini, non si può pensare che sia la sola Cgil di Epifani a presumere che la disponibilità a discutere del Ministro non sia sufficiente a ricercare le soluzioni per provvedimenti di riforma nell’ambito dell’università e della ricerca. Provvedimenti che, è bene  chiarirlo, dovrebbero essere tali da riscuotere un vasto consenso, non solo delle parti in causa ma anche e soprattutto del Paese. Lo Stato democratico, fa sempre bene ribadirlo, dovrebbe respingere il corporativismo delle categorie e privilegiare l’insieme. Non c’è solo Alitalia a dar prova di immaturità sindacale e di egoismo corporativo.

La cultura dei diritti dell’insieme dei lavoratori è inviolabile, come sono sacrosante le prerogative dell’istruzione e della ricerca per le necessità dell’umanità e per lo sviluppo scientifico e culturale del Paese. Detto questo, però, i sindacati e l’opposizione dovrebbero anche spiegare in che modo ritengono di poter ridurre gli abusi, promuovere il merito e tagliare gli sprechi. Non si possono consentire a taluni agi eccessivi e carriere fulminee, specialmente laddove la centralità non sia la diffusione della conoscenza, ma il proprio tornaconto. L’Italia non si può permettere i costi dei numerosi rivoli di spesa inutili. Sono note le situazioni persino ridicole, per corsi e discipline senza senso concreto, e soprattutto senza l’effettiva partecipazione degli studenti. Esistono, inoltre, casi di nepotismo che andrebbero contrastati ed eliminati.

Quello indetto per domani, oramai dalla sola Cgil, è uno sciopero inutile e dannoso. L’impressione è che serva sola a rafforzare la protesta dell’opposizione nelle piazze, servendosi anche degli studenti a cui sono state raccontate cumuli di menzogne e falsità. L’azione dell’opposizione, allargata al sindacato, sta diventando tanto più scellerata perché favorisce la strumentalizzazione dei giovani da parte di gruppi violenti, mai sopiti, che emergono sempre nel reiterare la lotta al confronto civile ed al sistema democratico. Alla viltà di strumentalizzare i giovani, anche a discapito della loro integrità fisica, si unisce anche la stupidità di non capire che se si interrompe il percorso della democrazia e del reciproco rispetto diventa difficile riprenderlo anche quando un domani, che si spera lontano, la sinistra dovesse rappresentare la maggioranza del Paese.

Vito Schepisi     su l’Occidentale

 

Ma l’opposizione è costruttiva?

ottobre 21, 2008

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:

– parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;

– parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;

– avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;

– c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.

Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.

C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.

Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!

Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.

I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.

Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.

C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.

Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.

Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.

 

Vito Schepisi 

Di Pietro, il torturatore dolce

ottobre 13, 2008

Gli argomenti che usa Di Pietro per motivare la sua opposizione in Parlamento e nelle piazze non sono dissimili da quelli che vengono usati per i consigli per gli acquisti. Il suo fustino, infatti, lo spaccia come migliore di quello che offre la concorrenza.

Se la politica, però, è generalmente ritenuta arrogante e impunita, non sembra che quella dell’ex magistrato sia da meno. Le vicende in cui i suoi ex compagni di storie politiche lo coinvolgono mostrano un usuale comportamento dell’attività politica usata come mezzo. Il suo protagonismo risulta persino più professionale ed attento nell’assicurarsi i vantaggi economici e le opportunità che gli strumenti della democrazia offrono al partitismo ed alle attività delle forze rappresentative della volontà popolare.

Il suo bucato è dunque solo unilateralmente ritenuto più bianco di quello della maggioranza ed è senza un vero confronto alla luce del sole. Non può esserci, infatti, democrazia del confronto quando ci si limita a criminalizzare l’espressione politica votata dalla maggioranza degli elettori. Quando, come fa Di Pietro, non si riconosce la legittimità di una proposta politica, ci si esime persino dal dovere di attivare un’opposizione costruttiva o di confrontarsi sulla base di un diverso programma. L’opposizione dell’Idv non è per niente costruttiva, anche perché è priva di un visibile programma diverso: l’opposizione di Di Pietro è, infatti, solo pregiudiziale.

Il trebbiatore molisano era al governo fino a pochi mesi fa e non sembra che abbia agito per rendere più pulita la vita politica italiana. Più che una continua e poco dignitosa litigiosità con Mastella, reo d’avergli precluso la strada al ministero della giustizia a cui ardentemente aspirava, di tracce della sua presenza non se ne ricordano e tanto meno si rammenta l’efficacia della sua azione.

Sappiamo che ogni pacchetto pubblicitario viene predisposto per colpire la fantasia dei consumatori. I consigli per gli acquisti sortiscono così l’effetto dell’illusione: i denti più bianchi, lo sguardo ammaliante, il corpo più snello, il profumo più giovane. Si cerca di solito con la pubblicità di offrire un’immagine di efficienza e di qualità immediata. Sappiamo però che non sempre ciò che si propone corrisponde alla sostanza, e non sempre ha un miglior effetto pratico.

Di Pietro è così da tempo. E’così sin da quando faceva il PM e da quando misteriosamente ha riposto in soffitta la toga per vestire panni diversi. Ha avuto sempre un atteggiamento molto opportunistico nel percorrere trasversalmente la scena, come il famoso fustino della pubblicità.

Lo si ricorda in televisione a respingere una legge improntata alla civiltà giuridica e tesa a limitare  l’uso del rigore carcerario come mezzo di tortura “dolce”. Nel delirio della sua sensazione di onnipotenza aveva persino immaginato un golpe giudiziario con riferimento planetario in cui le toghe, quasi ispirate da una sommità giustizialista e ritenute supreme regolatrici degli egoismi terreni, potessero deporre i governi degli uomini, in quanto banali espressioni della democrazia, per uniformarsi ai supremi codici  dell’ordinamento giudiziario.

Quando qualcuno gli ha fatto rilevare che con gli stessi codici poteva dover rispondere del suo operato come magistrato e come uomo, ha invece dovuto necessariamente rimettere i piedi per terra.

Ha dato di sé prove diverse di attenzione alla vita sociale ma univoche nella direzione di porsi dinanzi al suo competitore, anziché come leale avversario ed efficiente interlocutore politico, per svolgere una funzione di stimolo e di controllo, come, invece, un feroce ed aggressivo molosso, esaltato nei toni e violento nei propositi. Si ha l’impressione che tutti coloro che osino passare dinanzi alla sua strada e che gli contendano la scena siano meritevoli almeno di 20 fustigate alla schiena, a guisa del rigore della legge coranica.

Ma se il Corano ha una sua dottrina di fondo che richiama i musulmani fedeli ad uniformarsi, il dipietrismo in fondo, invece, non ha niente. Il dipietrismo è solo odiosa visceralità e violenza allo stato potenziale, come quella in cui si distingueva Di Pietro come magistrato quando alzava la voce coi deboli ed usava, con minacce e torture psicologiche, gli indagati come megafoni dell’inquisizione.

Se il capo dell’Idv definisce il Governo Berlusconi una “dittatura dolce” chi ci impedisce allora di poter definire Di Pietro come un torturatore dolce.

 

Vito Schepisi

C’è nel Paese una opposzione democratica?

settembre 26, 2008

Ci sono due modi per far politica e non è importante se si sia al governo o all’opposizione. Uno dei modi è fare come fa Di Pietro in modo pregiudiziale, strumentale e sguaiato.

Un’opposizione allarmistica da ultima spiaggia, in cui si catalizza l’odio di provenienza diversa. Una scelta di lotta politica intollerante, populista e sommaria. Un modo pericoloso che  può farci ritrovare, prima o poi, con le piazze in tumulto e con bande di esaltati che si cimentano a lanciare biglie di ferro e bottiglie molotov, se non di peggio ancora. E’ il modo, appunto, scelto da Di Pietro che, in mancanza di altre capacità per far valere le ragioni di un pensiero, e del tutto carente nella elaborazione di precise scelte programmatiche, si limita a far da collettore della ferocia giustizialista e forcaiola.

L’Altro modo è quello di accettare la democrazia e le sue regole.

Non ci sono altre alternative nell’ interpretare i modi e le azioni della lotta politica. Se non è, infatti, confronto, è molto semplicisticamente scontro.

Quello che ora interessa sapere non è da quale delle due parti stia l’ex magistrato di mani pulite ed il suo partito che ha voluto con molta presunzione chiamare “Italia dei Valori”. Da che parte stia Di Pietro si è capito abbastanza bene. Interessa sapere da che parte invece stia Veltroni ed il PD.

Se si dovesse forzare l’interpretazione su ciò che ha saputo fare in 4 mesi di opposizione dovremmo collocarlo più o meno dalla parte di coloro che non sanno accettare i principi della democrazia e le sue regole. Più o meno dalle stesse parti di Di Pietro.

Il Partito Democratico col suo leader ha la stessa fisionomia figurativa della repubblica democratica tedesca ai tempi del muro, dove di democratico c’era solo l’aggettivo nel nome.

Dalla questione Alitalia in poi le cose non possono ancora restare nell’equivoco. E’, infatti, doveroso sapere se gli interessi della Nazione, e nel caso in questione di ben 20.000 famiglie italiane, vengano prima o dopo gli interessi di Veltroni e del PD. Questi, al pari del suo antagonista interno di sempre, D’Alema, si spertica solo nel darsi merito di cose di cui invece dovrebbe fare ammenda. D’Alema è arrivato addirittura ad attribuire al governo Prodi, di cui era ministro, il merito della soluzione dell’immondizia di Napoli, Veltroni di far volare Alitalia, benché non sia sfuggito a nessuno il suo tentativo di far fallire l’impresa pur di far dispetto al Governo.

L’intervento di Epifani nella trattativa è stato goffo, impacciato ed indisponente. E’ apparso del tutto chiaro che aveva l’imprimatur di un Partito Democratico che soffiava sul fuoco della rottura. E solo dinanzi alla sensazione che il gioco fosse stato smascherato e che gli italiani avessero acquisito il sospetto del malanimo dei due, sia l’uno che l’altro, Veltroni ed Epifani, hanno dovuto cambiare il loro atteggiamento, ed ancora una volta servendosi di mistificazione e goffa furbizia.

Si va incontro a tempi difficili per l’economia. Si teme una stagione di sacrifici per tutti. C’è la debolezza delle aziende per la crisi della domanda. Si paventano possibili contrazioni nel mercato del lavoro. In questa ottica sarebbe auspicabile un’ampia convergenza sulle scelte e sugli interventi da operare. Nei tempi difficili i paesi civili e democratici fanno così!

L’Italia è di tutti gli italiani a prescindere dalle maggioranze e dalle opposizioni che si alternano, ed è giusto che dinanzi alle situazioni di emergenza ci sia il massimo della consapevolezza e della lealtà da parte di tutti.

Ma ciò che si è visto per Alitalia preoccupa, sa di parossistico, di taffaziano, di cattiveria oltre che di molta stupidità.

Il leader del PD era a New York tra gli appartamenti di Manhattan ed una libreria nella stessa zona a presentare “La scoperta dell’alba”, il suo libro tra l’autobiografico ed il romanzo. “Sogno ad occhi aperti – ha sostenuto il lombrico di Forattini come dovrebbe fare ogni carica pubblica. Il mio lavoro è interpretare le aspirazioni dei cittadini che rappresento“. Accipicchia! A Roma, da sindaco, ha lasciato degrado e poco meno di 10 miliardi di debiti. Se queste sono le aspirazioni dei cittadini!

Era a New York e tra un brindisi e l’altro inviava i suoi strali contro il governo per la questione Alitalia. Tanto che quando tutto sembrava definito, nella notte di domenica 14 settembre, con gli accordi sul piano di tutte le sigle sindacali, Cgil compresa, doveva intervenire direttamente Epifani per far saltare il banco e rimettere tutto in discussione e poter far dire a Veltroni che per Alitalia c’era stata una gestione dilettantesca del Presidente del Consiglio.

Non contento l’uomo del “ma anche”, appena rimesso piede in Italia, si scagliava contro il Governo per la strage di camorra nel casertano e per la sospetta partecipazione di un detenuto agli arresti domiciliari, chiedendosi come sia possibile che un detenuto per camorra possa ottenere i domiciliari. Ancora una volta, come per il caso delle violenze dei tifosi napoletani di qualche settimana fa, attribuisce al governo responsabilità per decisioni di competenza della magistratura.

Dulcis in fundo, la letterina buonista al Signor Presidente del Consiglio che è stata ribattezzata “la scoperta dell’acqua fresca” e la sua trionfale dichiarazione di aver sbloccato la trattativa tra Cai e Cgil. Tutto merito suo! Che faccia!

Sembra un automa replicante Veltroni e diventa persino patetico, come ci è sembrato ieri da Vespa a “Porta a Porta”.

Diviene un’esigenza, quindi, sapere se nel Paese ci sia un’opposizione democratica o solo un gruppo di uomini rancorosi e vendicativi pronti all’imboscata anche a danno del Paese.

Già al tempo del precedente governo Berlusconi l’aria di intolleranza si avvertiva a fiuto. Ma allora il Parlamento era più variegato. C’era una sinistra dura e pura ed orgogliosa della sua intolleranza, e tra le due coalizioni in confronto non c’era mai stata una dichiarazione di riconoscimento reciproco di legittimità. A quei tempi, dalle file più oltranziste si arrivava persino a teorizzare la sospensione della democrazia per abbattere Berlusconi considerato il male assoluto.

Ma ora che cosa è cambiato? Dove sono andati a finire gli inviti al dialogo ed al confronto? Dove sono finiti il rispetto della democrazia a la legittimazione dell’avversario? Dove i buoni propositi di Veltroni di voler favorire il dialogo sulle regole comuni? Dove le prediche sulla necessità di guardare all’avversario politico non più come ad un  nemico ma come ad un competitore? Dove le belle parole nel considerare chi sostiene l’altra parte non più come un pericolo per le istituzioni e per la libertà ma solo come un portatore legittimo di idee diverse?

Stiamo tornando ad un modo in cui solo affermare di essere moderati può rappresentare un pericolo, come negli anni di piombo, come ai tempi in cui le BR ed altri gruppi della criminalità politica spargevano sangue per il Paese. E questo modo, per molti di coloro che ancora oggi siedono in Parlamento tra le fila del PD, non è mai stato condannato come concezione criminale del confronto politico, ma solo come una sinistra che sbagliava.

Ma questa sinistra non ha già commesso molti sbagli in questo Paese?

Vito Schepisi

su l’Occidentale

Legalità e Giustizia

agosto 22, 2008

C’è chi si ostina a ritenere che ai primi posti delle questioni da risolvere in Italia non vi  sia quella della giustizia. L’assunto poi è sempre seguito da una serie di considerazioni che finiscono col porre  la questione della legalità come fondamentale principio da cui derivano una serie di provvedimenti da assumere nell’interesse delle popolazioni.

Ci sarebbe così da chiedersi come possa porsi una questione disgiunta dall’altra?

Ma si dovrebbe anche chiedere, a coloro che oggi focalizzano l’attenzione sulla legalità, dove fossero quando, nei due anni di governo Prodi, questa legalità non solo non era considerata degna di eccessiva attenzione, ma la sua mancanza, per ignoranza o calcolo, registrava persino episodi di rilevante gravità.

Grave, infatti, dovrebbe essere considerata l’offesa alla responsabilità ed alla dignità delle persone che, come per il caso Speciale, su nomina del potere esecutivo dello Stato, svolgevano servizi di grande importanza e delicatezza nell’interesse, appunto, del controllo della legalità.

L’interferenza nell’autonomia, nello specifico con protervia, del Ministero del Tesoro, nella persona del Vice Ministro Visco, senza giustificato lecito motivo, non è stato certo un grande esempio di attaccamento alla legalità, soprattutto per il significato che la questione assumeva per essere stata proprio la Guardia di Finanza di Milano, i cui vertici si volevano rimuovere, a porre sotto osservazione giudiziaria la scalata di Unipol alla Bnl ed i rapporti dei leader dei democratici di sinistra Fassino, D’Alema e La Torre con l’allora Presidente di Unipol Consorte, tutti uomini appartenenti alla stessa area politica del Vice Ministro Visco.

E neanche deve essere stata orientata al rispetto della legalità la goffa attività dell’esecutivo di Prodi, prima impegnato nel classico “promoveatur ut amoveatur” del generale Speciale con la proposta di nomina al Consiglio di Stato, e poi con l’attacco in Parlamento, all’onorabilità dello stesso Generale, pronunciato dal Ministro Padoa Schioppa, attacco ritenuto platealmente illogico in quanto in stridente contrasto con l’importante nomina prima proposta.

Ed affermare che le funzioni dello Stato devono trarre la loro legittimazione dai reciproci comportamenti rispettosi ed integerrimi non vuole forse dire che questi rapporti debbano rappresentare esempi di correttezza e legalità?

Lo stesso valga per il caso del consigliere Rai Petroni rimosso, sempre dall’allora Ministro Padoa Schioppa, senza motivo che non fosse altro che quello di avvicendarlo con un uomo politicamente vicino all’allora Presidente Prodi ed, anche in questo caso, in modo controverso ed illegittimo.

I casi Speciale e Petroni, prima di altri, costituirono i più eclatanti di un clima di “illegalità” che allora sono stati ignorati dagli odierni benpensanti della legalità, casi per i quali gli organi di giustizia competenti, Consiglio di Stato e Tar, hanno espresso giudizi di illiceità e disposto provvedimenti di reintegro nelle funzioni, sconfessando così le goffe, arbitrarie ed autoritarie iniziative di quel governo.

C’è da intendersi innanzitutto cosa si voglia intendere con “legalità”, perché non si faccia confusione. Le parole oggi vengono spesso pronunciate più per rendere immagini suggestive che per dar corpo a provvedimenti da adottare. Per alcuni  sembra che legalità voglia dire semplicemente rimuovere il Presidente Berlusconi dall’incarico in cui, in virtù della maggioranza dei seggi conquistati in Parlamento alle ultime elezioni  politiche di appena 4 mesi fa, è stato insediato dal corpo elettorale. Questo, però, sarebbe invece un atto illegale perché solo il Parlamento avrebbe la legittimazione per poterlo fare, con la sfiducia. E non sembra, al momento, che la maggioranza del Parlamento italiano sia orientata a questa soluzione, anche perché l’attività di questo governo pare sia sostenuta saldamente dal consenso degli italiani. 

Battersi per la legalità deve invece essere inteso come un  impegno costante su diversi fronti come, ad esempio: ripristinare la vivibilità delle città oggi rese insicure dal diffondersi della criminalità; prestare attenzione alla salute pubblica (sanità, smaltimento dei rifiuti, ecologia); offrire servizi efficienti ai cittadini;  assistere malati, anziani, ed indigenti;  proteggere la maternità e l’infanzia;  garantire il diritto all’istruzione in modo diffuso e pluralista; prevenire e reprimere tutti i reati.

Ci sarebbe poi da intendersi su alcune altre questioni. E’ importante, infatti, stabilire che come non è lecita l’evasione fiscale, non è neanche lecita l’immigrazione clandestina. Non è giusto sottrarsi alla giustizia, o al giudice naturale, se non nei casi previsti dai codici, ma non deve essere inteso giusto neanche far politica attraverso la giustizia.

Una giustizia politicizzata finisce sempre con essere la negazione stessa della giustizia.

Dovrebbe essere immorale rimuovere i magistrati scomodi, com’è accaduto per De Magistris e la Forleo, solo quando i loro presunti comportamenti scorretti siano indirizzati verso una parte politica, ignorando invece i casi di altri, con atteggiamenti anche più eclatanti, che si distinguono nei loro atti per accanimento politico verso la parte avversa.

Non sono giusti i condoni fiscali ma neanche gli indulti, sebbene sia gli uni che gli altri devono a volte rispondere anche a criteri di opportunità ed a carenze della pubblica amministrazione. Non è onesto far pagare alle classi più bisognose le difficoltà delle imprese, ma neanche sottrarre al contributo fiscale, come tutte le attività produttive e commerciali, le catene di cooperative operanti nei settori più diversi dell’economia del Paese. Soprattutto se i loro ricavi finiscono per finanziare scalate bancarie o campagne elettorali.

La questione Giustizia, inoltre, non è solo questione di legalità ma anche di legittimità. Nessun potere, infatti, può essere esercitato senza adeguato controllo. I costi elevati, ancora, non consentono il dispendio di ingenti energie alla ricerca di argomenti più da gossip che da rilevanza penale. Se oggi tutto è spettacolo non vuol dire che si possa tollerare che anche la giustizia lo sia, e richiedere riservatezza e prudenza non deve essere inteso solo per rispetto della privacy e della dignità dell’uomo, ma soprattutto per una chiara scelta di civiltà.

La giustizia deve essere esercitata realmente in nome del popolo.

Ci sarà, pertanto, un modo di amministrarla tale da rendere la sua attività in empatia con le ansie e le preoccupazioni dei cittadini, magari in simbiosi con la richiesta popolare della prevenzione e repressione dei reati di più rilevante pericolosità sociale!

L’autonomia dei magistrati, inoltre, dovrebbe riguardare più l’esercizio della funzione che la sua libera interpretazione.

La legalità, infine, si può sviluppare e diffondere attraverso una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario in cui centrale deve apparire la questione della separazione delle carriere, tra magistratura requirente e magistratura giudicante, soluzione che deve essere considerata alla base del giusto processo.

Non si può, infatti, pretendere legalità dove non si diffonde giustizia.

La magistratura ed i magistrati devono acquisire la cultura di considerare la funzione giurisdizionale come un servizio da rendere alla società ed alla democrazia e non come strumento per la propria scalata sociale e/o per la crescita del potere della “casta” in cui finiscono per arroccarsi.

Vito Schepisi

Il PD schizofrenico e depresso

agosto 20, 2008

E’ serrato il dibattito nel PD sulla fisionomia del Partito, sulla collocazione nelle grandi famiglie della democrazia europea, sulle scelte strategiche dell’opposizione e sugli uomini. 

In un anno sono successe tante cose ed il quadro si è modificato completamente. Resta però uguale la grande confusione della scorsa estate, quando non esisteva ancora il PD e le componenti maggioritarie dell’Unione si apprestavano a fondare il nuovo soggetto politico. Si ebbe allora l’impressione che sorgesse, non per un comune sentire e per l’individuazione di una matrice politica in cui riconoscersi, ma solo per l’ambizione di creare un grande partito unico della sinistra e, per interessati calcoli elettorali, il primo partito italiano per consistenza numerica.

Per questa ragione il PD è parso più come una somma di influenze correntizie che come un grande partito riformista. Più uno strumento elettorale compromissorio tra cattolici di sinistra e post comunisti che una svolta matura di matrice liberale e progressista.

L’operazione che si voleva che emergesse dalla base per un nuovo modo d’essere sinistra moderna e democratica, sul solco dell’omonimo Partito Democratico degli Stati Uniti, naufragava di fatto nel più tipico dei verticismi. Si misuravano col bilancino ruoli e poltrone e si creava un apparente investitura democratica intorno alla figura del leader indicato dai vertici, Walter Veltroni.  Con l’espediente delle primarie, con Prodi oramai fuori gioco e con assoluta mancanza di diverse alternative possibili, Veltroni veniva “nominato” segretario del PD. Persino Bersani era stato invitato a non presentare la sua candidatura. Una democrazia apparente. Le primarie si celebravano così, come una mera formalità, per mancanza di credibili candidature contrapposte.

Non è in questo modo che si forma un leader politico. Anche un brocco prevale in una competizione con i cavalli da traino. In questo modo si finisce invece col bruciare i potenziali leader politici, facendo perdere loro la necessaria autorevolezza.

Per la seconda volta, dopo l’investitura di Prodi, la sinistra aveva ripercorso la stessa strada di far calare dall’alto il leader designato dai potentati politici con lo scopo di vincolarlo alle macchine dei partiti e delle lobbies di riferimento.

Come allora, quando grande assente era la politica, mentre si diffondeva la crisi della sinistra riformista con la sua incapacità di elaborare proposte per affrontare le difficoltà del Paese, anche oggi grande assente a sinistra è sempre la politica.

C’è una manifesta incapacità di svolgere opposizione propositiva. La sinistra italiana non riesce ad uscire dall’abitudine al no pregiudiziale e rivela la sua incapacità di trovare spazi di confronto e di dialogo sulle iniziative del Governo e del Parlamento. Sembra che ci sia una barriera ideologica eretta per mancanza di cultura pluralista. In larghi strati della sinistra si manifesta una sorta di complesso di inferiorità verso coloro che sposano le soluzioni sbrigative ed autoritarie. Quasi una sindrome Di Pietro.

Sono due le cose che in questa realtà preoccupano:

la prima fa riferimento alla mancanza di una opposizione in grado di essere credibile come alternativa – cosa che deve essere considerata  essenziale per una democrazia liberale compiuta;

la seconda attiene, invece, al dialogo sulle riforme dello Stato e della Costituzione.

E’ diventata, infatti, indifferibile l’esigenze di procedere alla scrittura delle nuove regole che sanciscano i principi della democrazia, della sovranità popolare, dell’esercizio e del controllo dei poteri. E’ improcrastinabile l’esigenza di adeguare la Costituzione Italiana sia ai mutati scenari proposti da una democrazia parlamentare consolidata, che alla necessaria velocità dei percorsi decisionali nell’era del “tempo reale” e della “globalizzazione” che coinvolge  informazione, produzione, mercati e fenomeni economico-sociali in genere.

“Il tempo del “ma anche” è scaduto” – afferma Arturo Parisi – unico che nel PD non mostra ritrosia nella critica a Veltroni. Ma non è solo questione del “ma anche”  perché mancano persino i concetti da accomunare, manca del tutto una linea politica ed uno spazio su cui muovere i passi della proposta politica alternativa. E senza una proposta politica, cioè senza un indirizzo verso cui dirigersi si cammina a vuoto e si sprecano inutilmente energie.

E’ il caso della campagna della raccolta di cinque milioni di firme per “salvare l’Italia”. Un’iniziativa contestata da diverse personalità del PD e che non ha senso perché l’opposizione, che è parsa pregiudiziale,  alle iniziative di questo governo è intesa invece dagli italiani, come indicano i sondaggi di diversa provenienza, come una incomposta reazione tesa ad impedire che l’identità e l’autorevolezza del Paese vengano recuperate. Quasi il volere un’immagine irrimediabilmente compromessa della Nazione. C’è una immaturità democratica ed una mancanza di spirito nazionale che spinge a compromettere gli interessi dell’Italia pur di far prevalere un giudizio negativo sulle azioni di governo.

Salvare l’Italia! Ma salvarla da cosa? Gli italiani nella scorsa primavera hanno votato per la coalizione di centrodestra per salvare il Paese dal declino in cui Prodi lo stava conducendo.

I “ma anche” di Veltroni non sono stati ritenuti credibili dalla maggioranza degli elettori. E non è stata ritenuta credibile una sinistra riformista che, con i suoi ministri e sottosegretari e con i suoi leaders, non si era mostrata capace di varare riforme ma, al contrario, era parsa impegnata solo ad ostacolarne il percorso. Non è stato ritenuto credibile questo PD che ripresentava i volti arcigni ed intolleranti di biechi conservatori appartenenti ad una casta impegnata nella gestione dei poteri che in Italia si annida imperturbabile da decenni e che svilisce l’operosità ed il coraggio di lavoratori ed imprese.

Invece di raccogliere le firme per “salvare l’Italia” il PD potrebbe impegnarsi a capire le ragioni della sua sconfitta

Ha ragione Arturo Parisi quando afferma che “il PD da schizofrenico sta diventando depresso”!

Vito Schepisi

http://www.loccidentale.it/articolo/al+pd+la+raccolta+di+firme+serve+per+salvare+se+stesso%2C+non+l%27italia.0056372