Posts Tagged ‘Israele’

“NON IN MIO NOME”

luglio 28, 2009

Serventi Longhi

Le federazione mondiale della stampa ha espulso dall’associazione la federazione israeliana. L’espulsione è avvenuta per una questione di quote associative, ma nelle more di una trattativa in cui Israele ne lamentava l’esosità, rispetto alle quote pagate da altri paesi dell’area mediorientale.

Sembra che l’accordo, a detta dei rappresentanti israeliani, fosse stato già raggiunto, ma che sia comunque prevalso il sentimento antisionista dei diversi rappresentanti della federazione. Ciò che è incomprensibile (e ci sgomenta) è che alla fronda anti-israeliana abbia aderito anche la federazione italiana rappresentata da Paolo Serventi Longhi.

Per iniziativa di “NON IN MIO NOME”, un gruppo su FB composto da giornalisti italiani, tra cui Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, per citarne i primi in elenco, e circa 1500 firme di blogger, lettori, cittadini comuni, (le firme sono ora diventate quasi 2000) è stata inviata una lettera alla FNSI in questi termini:

All’attenzione di:  Franco Siddi , Segretario della Fnsi  e Roberto Natale, Presidente della Fnsi

Egregio Segretario, egregio Presidente,

dopo lo scandaloso e vergognoso voto con il quale i membri dell’esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti hanno espulso i colleghi israeliani, senza ascoltarne le ragioni, vi chiediamo:

a) Il voto del rappresentante italiano, Paolo Serventi Longhi, è stato concordato con la segreteria e/o con la giunta della Fnsi?

b) Dopo la polemica vicenda delle quote (sollevata dai colleghi israeliani in seguito alla costante esclusione da momenti importanti della Federazione internazionale, come l’aver tenuto all’oscuro i giornalisti israeliani di una missione investigativa sugli eventi di Gaza. E che in ben due occasioni, a Vienna e a Bruxelles, i giornalisti israeliani sono stati esclusi dagli incontri sul Medio Oriente), pensate anche voi, come Serventi Longhi, che l’unica soluzione fosse quella burocratica, invece che avviare finalmente un chiarimento politico al vertice della Fig?

c) E’ utile per noi italiani far parte di questo organismo non democratico che costa alla Fnsi – quindi alla tasche di tutti gli iscritti – circa 100 mila euro l’anno?

d) Sono stati mai esaminati dalla Fig e dai suoi vertici gli omicidi di colleghi in Iran, in Cecenia, e in altre parti del mondo?

e) E’ mai stata presa una posizione ufficiale su questi tragici avvenimenti?

f) La Federazione internazionale è mai intervenuta sui giornalisti di quelle tv arabe che reclamano “la morte di tutti gli ebrei”?

A nome di oltre 1.500 aderenti (giornalisti e lettori) vi chiediamo di prendere pubblicamente le distanze da una decisione vergognosa e inaccettabile dalla società civile. E di promuovere, contemporaneamente, un’indagine sull’intera attività della Federazione internazionale, con una commissione di cui faccia parte qualcuno degli amministratori di questo gruppo, sospendendo , nel frattempo, la partecipazione della FNSI alle attività della Federazione Internazionale.

Vogliamo saperne di più, poiché funziona anche con i nostri soldi.

Sergio Stimolo, Onofrio Pirrotta, Pierluigi Battista, Silvana Mazzocchi, Cinzia Romano, Mariagrazia Molinari, Gianni de Felice, Paola D’Amico, Nicola Vaglia, Enzo Biassoni, Paola Bottero, Luigi Monfredi , Antonio Satta, Maria Laura Rodotà, Stefania Podda, Marida Lombardo Pijola, Daniele Repetto, Dimitri Buffa, Emanuele Fiorilli, Antonella Donati, Paola Tavella, Anna Maria Guadagno, Monica Ricci Sargentini, Maria Teresa Meli, Giovanni Fasanella, Mirella Serri, Stefano Menichini, Marina Valensise, Gloria Tomassini, Franca Fossati, Mariella Regoli, Claudio Pagliara , Daniele Renzoni, Daniele Moro (seguono altre 1.500 firme)

ROMA 22 luglio 2009

La risposta della FNSI è arrivata 4 giorni dopo sul sito dell’associazione

http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10100 

In un primo momento la diversità dei caratteri grafici, quasi illeggibili quelli della lettera di protesta, fa comprendere il fastidio della risposta (arrivata dopo che la casella e.mail della FNSI era stata invasa dai messaggi dei lettori indignati). Solo il giorno dopo,  inondata dalle proteste e dal ridicolo, la Fnsi ha adeguato i caratteri grafici. In precedenza la lettera del gruppo “NON IN MIO NOME” era prima apparsa, priva di commenti, sul sito FNSI e poi scomparsa, per ricomparire nuovamente nel pomeriggio di domenica 26, accompagnata dalla risposta con caratteri in grassetto del Presidente della FNSI, Roberto Natale.

Ora, parlare della fiera del nulla, rispetto alle questioni poste dai richiedenti di “NON IN MIO NOME” può sembrare un eufemismo. L’impressione che se ne trae è che si tratti di ben altro. E ciò che se ne ricava è una vergogna che non ci fa onore.

La seguente semplice riflessione ci porterebbe a conclusioni di estrema gravità. Se –  come afferma il Presidente della FNSI Roberto Natale – “L’uscita di Israele, naturalmente, non può essere ridotta a burocratica lettura dei libri contabili”, due sono le cose: o c’è ben altro (antisemitismo della FNSI?) o c’è  incoerenza. La prima ipotesi sarebbe gravissima, ma la seconda … altrettanto!

Per quale delle due ragioni, dunque, Serventi Longhi ha votato per l’esclusione della federazione israeliana? Ed a nome di chi?

Vito Schepisi

Durban II: istruzioni per l’uso

marzo 6, 2009

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I regimi dispotici usano la propaganda per accreditare la loro legittimità e per screditare i loro avversari. E’ un metodo usato da sempre, anche da quando le comunicazioni di massa non esistevano. La storia ci racconta di stragi di presunti cospiratori, di condanne a morte di traditori per attività sovversive, e di condanne per eresia e stregoneria: in realtà, motivazioni per la soppressione del dissenso verso i prepotenti.

Nei tempi delle comunicazioni di massa vige, in più, un metodo, anch’esso d’uso frequente per i prepotenti, che è quello di ripetere tante volte una cosa non vera per far breccia sulla gente distratta e farla passare per “verità”.

Succede anche per la politica: è sufficiente aprire qualche giornale che ne fa largo uso.

E’ ciò che accade dappertutto sulla Terra, anche con la complicità di organismi internazionali. Le Nazioni Unite, ad esempio, riuniscono le rappresentanze di tutti i paesi del mondo. Nelle conferenze dove non esiste un diverso metodo rappresentativo, o l’esercizio del diritto di veto da parte della maggiori potenze mondiali, per approvare un documento vale la maggioranza degli stati, anche se di ridotte entità, anche se privi di legittimità democratica, anche se sanguinari e dispotici.

Per far approvare a maggioranza degli stati aderenti documenti di condanna, ad esempio, per razzismo contro Israele, ed assolvere paesi dove l’integralismo più assoluto esclude da ogni diritto e reprime  chiunque appartenga anche ad un’etnia diversa, o laddove sia sufficiente il capriccio o il fastidio di pochi per stroncare vite umane o reprimere una protesta, è sufficiente indire una Conferenza internazionale contro il razzismo, dove i piccoli paesi contano quanto i grandi, e porsi l’obiettivo della condanna di un popolo già oggetto di un odio diffuso.

Nell’aprile prossimo, dal 20 al 24, a Ginevra si svolgerà la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, organizzata dall’Onu. Il comitato preparatorio è composto dai rappresentanti di Iran, Camerun, Sudafrica, Senegal, India, Indonesia, Pakistan, Argentina, Brasile, Cile, Armenia, Croazia, Estonia, Russia, Belgio, Grecia, Norvegia e Turchia. Il Comitato è presieduto da Libia mentre la vice presidenza è dell’Iran, di Cuba e del Pakistan. L’incarico di stilare ed illustrare il rapporto affidato a Cuba.

La conferenza di Ginevra è chiamata “Durban II” perché fa seguito alla prima tenuta nella omonima città sudafricana dal 31 agosto all’8 settembre del 2001.

Nella precedente conferenza del 2001 a Durban fu approvato un documento di condanna contro Israele. Le delegazioni di Stati Uniti ed Israele si ritirarono nel corso dei lavori e quelle di Canada ed Australia approntarono documenti di condanna per un metodo che fu giudicato “ipocrita”. Più che una conferenza contro il razzismo dette l’idea di un processo intentato contro lo Stato di Israele ed i suoi alleati, soprattutto gli USA. Un documento che destò un enorme clamore, non ancora sopito, per le diffuse polemiche suscitate.

Da quel momento si accentuò il clima di odio per lo Stato ebraico e per i suoi sentimenti religiosi. Il testo approvato, con forti tinte antisemite, dette luogo al riaccendersi di tensioni antiamericane ed antisioniste. I discorsi di Arafat, di Castro e di Mugabe ebbero una cassa di risonanza mondiale ed eccitarono, nei paesi islamici, con la complicità sia dei governanti che della autorità religiose, un furore antiebraico ed antiamericano che vide le città arabe percorse da cortei e manifestazioni che inneggiavano a Bin Laden.

Poi ci fu l’11 settembre con la strage alle Twin Tower di New York e le 3.000 vittime civili.

La prossima conferenza si annuncia ancora più caratterizzata della prima per la condanna di Israele e dei paesi che lo sostengono: per questa ragione il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha comunicato il ritiro dell’Italia dalla Conferenza “Durban II” di Ginevra.

Nel documento finale, in elaborazione, Israele verrebbe accusata di adottare nei territori palestinesi una politica “in violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l’umanità e una forma contemporanea di apartheid”. Nella bozza del documento, ispirato soprattutto da Iran e Siria, si esprimerebbe “profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato”. Lo Stato israeliano verrebbe accusato, inoltre, di “tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori” e di rappresentare: “una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza”.

E’ troppo!

Vito Schepisi

In attesa di vedere all’opera Obama, salutiamo George Bush

gennaio 20, 2009

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Ci sono circostanze in cui ciò che appare è solo un’immagine virtuale e ciò che poi si materializza può essere solo un fantoccio di carta che si infiamma al primo fuoco, per poi disperdersi immediatamente non  rilasciando né luce e né calore. Speriamo che non sia questa l’immagine successiva all’evento del giorno in cui il nuovo Presidente degli States si insedia alla Casa Bianca ed assume il ruolo di Leader della potenza economico-politico-militare più potente del mondo.

Per ora, nell’attesa  di vederlo impegnato sulle questioni calde della Terra, salutiamo l’uscente Gorge Bush, un amico del nostro Paese.

Molti italiani l’hanno apprezzato per la sua sensibilità e per la sua fermezza e ci piace ricordare, a tal proposito, quella mostrata nel 2007 a Roma nel respingere i tentativi della diplomazia Prodi – D’Alema di assegnare a questa sua visita un basso profilo. Piace ricordarlo soprattutto per la sua indifferibile volontà, nonostante la visibile irritazione di Prodi, d’incontrare l’amico Silvio Berlusconi, minacciando altrimenti di disdettare la visita.

Bisognerebbe prendere atto che un  Presidente degli Stati Uniti, fosse solo per la sterile logica statistica, non può essere esente dal commettere errori. E’ l’uomo più potente del mondo con i suoi amici ed i suoi nemici, con le sue simpatie ed antipatie, con i suoi programmi ed i suoi sogni, ma anche con i suoi grandi elettori, le sue lobbies, le sue contraddizioni, le sue debolezze.

E Bush Jr. di errori ne ha commessi tanti, ma non più di altri. Ha ridato, però, un’identità agli USA dopo l’11 settembre, con l’orgoglio maturato nella consapevolezza d’essere l’epicentro dell’odio di quel fondamentalismo odioso che vede nel paese americano la terra del “diavolo” e la centrale dei valori occidentali da cui emerge la cultura dell’uguaglianza e della libertà, o dei diritti fondamentali, come sostiene su “il legno storto”  l’amico direttore Marco Cavallotti.

Esce di scena un grande Presidente, nonostante l’odio ideologico neo-comunista di quanti mettono persino in discussione la tragedia delle Twin Towers a New York e parteggiano per Hamas o Hezbollah e sostengono, come l’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, il diritto alla tecnologia atomica dell’Iran di Ahdaminejad.

Un grande Presidente che nelle difficoltà dei mercati, in quello del sistema economico americano, scosso dalla globalizzazione senza regole, nell’altalena del prezzo del greggio, tra le banche che deflagravano nella bolla della speculazione finanziaria, in piena crisi recessiva mondiale, ha saputo mantenere ferma la rotta, ricercando e trovando le misure più opportune per ridare nuovo impulso all’economia americana, e con esso coraggio e fiducia ai mercati  del mondo.

Bush ha attraversato la storia in uno dei periodi più difficili per l’America e per l’intero modello occidentale. La guerra al terrorismo ha riacceso la tensione mondiale. Ma chi può dire oggi che, senza una presa d’atto coraggiosa dell’ardire spietato contro i sentimenti d’umanità propri della civiltà occidentale, le questioni del mondo avrebbero avuto un percorso di maggior sicurezza?

La storia, ma soprattutto gli eventi futuri potranno dare risposte più concrete ai dubbi ed alle preoccupazione di oggi. Resta, però, la convinzione che non si vince niente, neanche la pace, nell’inerzia e nella passiva rassegnazione ai soprusi. E’ come nelle strade delle nostre città in cui non hanno affatto ragione coloro che gridano di più o che occupano gli spazi che simboleggiano le nostre radici e le nostre tradizioni popolari. La tolleranza non può prescindere dalla dignità e dalla fermezza nel non consentire che siano offesi i sentimenti popolari, perché questi sono i valori del nostro comune sentire e le ragioni che uniscono la nostra comunità nazionale.

Arriva Obama, ma chi si aspetta che le questioni si risolvano, come se il nuovo presidente avesse la sua ricetta magica, incorre in più di un errore. Anche l’affermato approccio diverso ai problemi non è di per se una soluzione, ma soltanto un modo diverso di affrontarli. La questione economica e la recessione sono una realtà oggi e lo saranno per l’immediato futuro. La questione mediorientale registra solo una tregua di Israele, si pensa proprio in omaggio ad Obama, nella lotta tutta sua “singolare” contro il terrorismo palestinese che si intreccia con quello fondamentalista islamico, mentre l’Iran continua ancora a lavorare per realizzare la sua bomba atomica.

Auguri Mr. Obama!

Vito Schepisi

Hamas: se non te ne vai, ti meno!

gennaio 19, 2009

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Può sembrare comico ma l’impressione che se ne ricava è quella del bulletto che attende che il suo contendente giri l’angolo per gridare sottovoce: “se non te ne vai, ti meno”. Anche se ha molto poco di allegro la faccenda a cui la si collega.

E’ così che nella Striscia di Gaza la tregua unilaterale proclamata da Israele viene fatta passare per il ritiro delle truppe della Stella di Davide e per la vittoria di Hamas.

Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza in un discorso televisivo ai palestinesi di Gaza rivendica la vittoria del suo movimento: “Dio ci ha dato una grande vittoria, non solo per una fazione, o un partito o un movimento ma per il nostro intero popolo. Abbiamo fermato l’aggressione e il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi”.

I miliziani palestinesi ci provano anche a dettare le loro condizioni, dando sette giorni di tempo alle truppe israeliane per ritirarsi completamente dai territori di Gaza. E’ lo spirito del “se non te ne vai ti meno!”, ma solo dopo che il contendente, meno gradasso, valutando per raggiunti gli obiettivi politici e militari, fa invertire  la marcia dei suoi blindati!

E’ bene ricordare che l’azione armata di Tel Aviv nella Striscia è nata per la rottura unilaterale della già instabile tregua da parte di Hamas e per lo stillicidio continuo dei lanci dei razzi Qassam diretti contro le città e le popolazioni civili nei territori del sud dello Stato ebraico. L’intervento militare aveva due fini  dichiarati: quello della distruzione dei varchi, a Sud della Striscia di Gaza, da cui passavano, nonostante la tregua negoziata dall’Egitto con Hamas nel giugno del 2008, le armi ed i razzi usati dai guerriglieri, e quello di impedire il loro lancio verso il territorio israeliano.

Un altro obiettivo, non dichiarato, ma implicito, era quello di indebolire in quei territori il potere di Hamas.

Alla situazione attuale non è dato sapere se gli obiettivi di Israele siano stati tutti completamente centrati. Sembra di no! Almeno non quello di impedire del tutto il lancio degli ordigni verso Israele, che è un risultato difficile da raggiungere appieno: i razzi, infatti, partono dal mezzo degli insediamenti urbani, tra la popolazione civile, tra le donne ed i bambini di cui i guerriglieri si fanno scudo. E’certa, però, ed è triste, quella cruda realtà delle molte vittime innocenti e si può pensare  che l’obiettivo di Hamas, di impietosire il mondo con il sangue di donne e bambini, sia stato, invece, sufficientemente raggiunto.

Sui risultati politici è invece difficile far previsioni. Se la guerra, infatti, rafforza l’odio verso il nemico, nel nostro caso dei palestinesi verso Israele, è anche vero che la popolazione attribuisce ad Hamas la responsabilità delle molte vittime civili e che, ai sentimenti di vendetta, sa alternare anche la voglia di moderazione e di pace.

I guerriglieri di Hamas rendono proprio l’idea dei bulletti di cui si diceva prima e, mentre le forze armate dello Stato ebraico volgono ora in ritirata, sospinte anche dalla pressione internazionale preoccupata ed impietosita per le vittime innocenti, loro cantano vittoria, invece di avvertire le loro responsabilità e di piangere le loro vittime.  

La gente del mondo ha, però, il dovere di sapere, malgrado i Santoro e l’indecenza dei pseudo-pacifisti, sedicenti schierati dalla parte dei deboli per nascondere le turbe di un’ideologia anti-occidentale, che in questa contesa i bulletti di Hamas, per mal compreso eroismo, più che la loro vita hanno messo a rischio quella di migliaia di civili, dietro i quali si sono vilmente nascosti.

Nessuno, con onestà, può non vedere chi voglia davvero la pace e chi invece soffia sul fuoco.

E’indecente, almeno quanto l’arroganza di coloro che sostengono dal servizio pubblico le ragioni del terrorismo, trasformare la codardia degli uomini di Hamas nell’indignazione che investe la civiltà occidentale mentre osserva inorridita l’ingiusto sacrificio di donne e bambini.

I criminali, e questa è la riprova, adottano sempre la stessa cinica strategia: usare i civili come scudi umani per ricatto o per impietosire il mondo. I miliziani di Hamas, come quelli del 2006 di Hezbollah nel Libano, in questa infamia ci ricordano i metodi di Saddam Hussein e di Milosevic, ritenuti già responsabili di crimini contro l’umanità.

Vito Schepisi

Israele: una reazione eccessiva?

gennaio 8, 2009

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Una guerra è orribile sempre e comunque. L’opzione armata dovrebbe essere l’ultima, in un ventaglio molto articolato di azioni diplomatiche e di ricorsi agli organismi internazionali, per la difesa dei diritti dei popoli e per reagire ai soprusi ed agli atti ostili. Ma la guerra è l’azione indifferibile per costringere chi è sordo, prepotente e aggressivo a rinunciare alle ostilità ed alle reiterate azioni di terrore tra le popolazioni civili. La guerra diventa persino indispensabile contro la viltà ed il fanatismo.

Il pacifismo unilaterale prepara solo una guerra da perdere. Non esiste poi una proporzione in guerra. E’ cinico, ma una guerra si combatte per vincerla da tutte le parti in causa.

Ciò che accade da anni in Israele sa di incredibile. Israele è nei suoi territori per decisione degli organismi internazionali che hanno stabilito che la “Terra promessa” del popolo ebraico fosse in quei territori, una volta in gran parte desertici, assegnati nel 1947 con la risoluzione n. 181.

La modifica dei confini è successivamente avvenuta in conseguenza del consolidamento delle azioni di difesa di Israele, attaccata più volte dagli stati arabi confinanti. Questi confini sono stati ripristinati laddove con i Paesi confinanti si sono siglati trattati di pace e di reciproco riconoscimento, come è capitato con Giordania ed Egitto, ad esempio.

La stampa internazionale e la sensibilità dei governi mondiali si risveglia solo quando Israele, unico paese democratico nell’area mediorientale, decide che sia ora di rispondere alle azioni di provocazione e di terrorismo che partono dai territori rilasciati, come la Striscia di Gaza, o confinanti, come il Libano.

Israele ha chiesto ad Hamas di fermare il lancio di razzi che partono dalla Striscia di Gaza e sono diretti nelle città di confine israeliano (Sderot), indiscriminatamente lanciati sulle popolazioni civili, senza obiettivi militari o altri obiettivi tattici se non quelli di provocare terrore tra le popolazioni inermi. Il gruppo terroristico di Hamas (quello che D’Alema vorrebbe riconoscere come interlocutore politico) ha continuato ad armarsi nella Striscia di Gaza e si è reso responsabile della rottura di una tregua negoziata dall’Egitto e che, sebbene molto tenue, durava da almeno sei mesi.

Questo stillicidio di razzi sul territorio israeliano, partito dall’iniziativa esclusiva di Hamas, non può che avere un fine ed un collegamento inquietante perché, per essere irrazionale, e controproducente per la popolazione palestinese di Gaza, non può non avere finalità diverse.

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, infatti, riceve l’appoggio non solo verbale di Hezbollah, come ha lui stesso dichiarato: “Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah) ha chiesto ai libanesi di sostenere il popolo palestinese a Gaza per porre fine all’assedio”. Lo si constata con l’aggiornamento delle notizie del lancio di missili dal sud del Libano sulle città israeliane. Il conflitto si allarga, com’era nelle intenzioni degli attaccanti. Le seguenti, infatti, sono parole di chi scrive, pubblicate due giorni fa in un commento:

“Una provocazione politica, forse mirata ad aprire il fronte di Siria ed Iran in Libano, per mezzo di Hezbollah. Ciò che l’opinione pubblica occidentale stenta a capire è che ad Hamas, ad Hezbollah non fa impressione il numero dei morti e le vittime civili, come non fanno impressione all’Iran di Adhaminejad, a loro interessa imbrigliare Israele…magari con l’invio a Gaza di altre forze di interposizione dell’ONU che consentano ai terroristi di fare ciò che vogliono, come nel sud del Libano, magari protetti proprio dai militari dell’ONU, di cui persino si servono. Il fine è l’atomica iraniana che appena pronta avrà un motivo politico, patriottico, morale ed etico (per il fondamentalismo islamico) per essere sganciata su Tel Aviv”.

Accade così che chi afferma che l’azione di difesa israeliana sia una reazione eccessiva – come abbiamo sentito dall’ex ministro degli esteri D’Alema anche in occasione dell’attacco di Hezbollah nel sud del Libano di due anni fa, mentre d’eccessivo c’è solo la malafede di chi vorrebbe ascrivere alle responsabilità d’Israele questo nuovo focolaio di conflitto – si prepara vilmente a poter giustificare la distruzione dello Stato d’Israele.

E’ orribile solo a pensarlo, ma c’è chi si sta preparando a dire che “se la sono voluta”!

Vito Schepisi

Il ritorno della guerra fredda

agosto 28, 2008

E’ saggio chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi. Sembra un aforisma tratto dagli “Analecta” di Confucio più che una riflessione sulle preoccupazioni per l’evolversi delle politiche dell’oggi sulla Terra.

Gli scenari sono tutti di grande preoccupazione. L’Europa, epicentro dello sviluppo culturale e delle fucine del pensiero sulle trasformazioni sociali, si dissolve nella sua vecchia capacità politica di dirimere, con la sola  persuasione della sua influenza intellettuale, l’esplosione delle controversie della Terra. Sembra abbia disperso la latente pressione sui moti del  pensiero che in periodo di guerra fredda aveva diffuso tra le genti del pianeta.

Una volta le marce per la pace, contro le aggressioni militari, per la solidarietà verso i più deboli, pur dividendo all’interno le popolazioni d’Europa, esercitavano un invito, spesso prudentemente raccolto, alla moderazione. Oggi le manifestazioni di protesta, quando si realizzano, assumono le sembianze delle kermesse folcroristiche e sono evidenti strumenti di manipolazione politica.

Dopo il 21 settembre del 2001 il mondo è davvero cambiato!

Sembra che quella data sia il segnale d’inizio di un capovolgimento di fronte e che ad un “modello di sviluppo”, per gli equilibri geo-politici della Terra, voglia irrequietamente sostituirsi un altro.

In questo nuovo scenario non è la rivoluzione naturale delle cose che gioca la sua parte, quale ineluttabile impulso a modificare le coscienze e le abitudini dei popoli e delle aree della terra, ma è la restaurazione delle espressioni più integrate che fa riemergere le forme involute del legame dei popoli alle radici delle loro tradizioni più singolari.

E’ una sorta di radicalizzazione sulle nostalgie dell’imperialismo o dell’integralismo che, a seconda dei luoghi e della storia che li contestualizza, riemerge impetuosa per imporre nelle diverse realtà la supremazia economico-militare, o l’affermazione di fondamentali principi etici traslati dai secoli delle dispute teologiche.

Anche l’Organismo internazionale preposto a regolare i rapporti tra i popoli ed  a far rispettare i trattati, e prevenire i rischi dei conflitti, non ha più il potere di esercitare un ruolo di moderazione e di autorevolezza nel dirimere l’acuirsi di focolai forse mai sopiti.. Non ha più la “moral suasion” di un tempo e neanche l’autorevolezza per imporre le sue risoluzioni.

All’ONU spesso manca persino la capacità d’essere davvero un organismo imparziale e finisce così per non poter più rappresentare un freno ai soprusi ed una opportunità per il ripristino della convivenza civile tra gli stati. Le sue risoluzioni sono puntualmente ignorate e capita sempre più spesso che lo stato delle cose sostituisca gli accordi faticosamente raggiunti tra le parti.

La sovranità nazionale dei paesi più deboli viene violata senza remore ed il diritto internazionale diventa carta straccia dinanzi alla minaccia delle armi e della forza, tanto che la prepotenza, sebbene ritenuta a parole ingiustificabile e controproducente, diviene uno strumento risolutivo e di vantaggio per l’interesse di un paese sull’altro.

L’intervento della Russia in Georgia è un esempio. La questione dell’Ossezia del sud è stato solo un pretesto per esercitare una vera aggressione dal doppio significato: politica di annessione e monito agli altri paesi dell’area perché si sottomettano agli interessi della Russia.

E’ bastato un pretesto alla Russia. E’ bastata un’azione maldestra della Georgia: una reazione alle provocazioni dei movimenti separatisti osseti per trovarsi i russi alle porte di Tiblisi. Ed il tutto fa pensare ad un progetto militare già ampiamente previsto e studiato.

Anche in Medio Oriente le alternative sembrano senza sbocchi. Ci sono realtà come il Libano dove la Siria ed l’Iran esercitano a loro piacimento la loro “sovranità militare” attraverso il “Partito di Dio” l’Hezbollah, armato e indottrinato ad un unico fine che è quello della guerra ad Israele. E sarebbe solo l’inizio della guerra santa invocata dal profeta.

Nello specifico le forze dell’ONU nel sud del Libano al confine con Israele sono rappresentate dai contingenti italiani per una missione di “peacekeeping”, missione appena prolungata fino al 31 agosto del 2009, ma che ignora sia la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1701 dell’11 agosto 2006 che imporrebbe il divieto di “vendita e fornitura di armi e materiale connesso al Libano” (Si registrano continue violazioni per la fornitura di materiale bellico proveniente dall’Iran attraverso la Siria e diretto alle milizie Hezbollah presso il confine con Israele) e sia la risoluzione 1559 del 2 settembre 2004 che imporrebbe il disarmo delle milizie Hezbollah.

Resta così solo da stabilire la data della prossima aggressione di Hezbollah ad Israele.

A tal proposito c’è chi la prevede comunque in concomitanza con la conclusione del piano atomico dell’Iran.

Ma anche il piano iraniano di completamento del programma di tecnologia per la produzione di ordigni atomici continua, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU ed ogni tipo di ritorsione commerciale e la tensione dei rapporti diplomatici con buona parte dei paesi del mondo. E non è certo misteriosa la motivazione dell’ostinazione dell’Iran a voler produrre ordigni atomici, avendo già Ahmadinejad dichiarato di voler sperimentare il funzionamento degli ordigni sul territorio di Israele. E questo tanto per iniziare! La guerra santa per chi ha letto qualcosa sul fondamentalismo islamico prevede l’uccisione di tutti gli infedeli.

Come dimenticare Oriana Fallaci e le sue parole sferzanti contro la mollezza dell’occidente, sui suoi governi pavidi, sull’orgoglio, sulla fermezza, sul coraggio, sulla speranza e sulla rabbia?

Saggio è chi si preoccupa del domani e non chi si adagia sulle incertezze di oggi!

 

Vito Schepisi

Una politica estera disgustosa

marzo 14, 2008

dalema12_1.jpgLa politica si fa con i fatti ed i provvedimenti. Si fa anche con le relazioni con gli altri stati e con la partecipazione agli organismi internazionali che stabiliscono le regole della convivenza civile. Ci sono diritti e doveri per tutti. Mentre i diritti, però, vengono  giustamente reclamati, ci sono popoli che sono inclini a non rispettare i doveri.

Ci sono realtà in cui gruppi militari e politici agiscono attraverso autonome gestioni, anche in azioni di guerra e di terrorismo e disattendono le comuni regole di civiltà. Ci sono stati in cui le formazioni terroristiche non sono ufficialmente riconosciute ma tollerate nell’indifferenza persino delle comunità internazionali. Non è un mistero infatti che ci siano paesi che di fatto tollerano, fomentano e persino finanziano il terrorismo.

Il diritto internazionale e la funzione dei consessi internazionali stabiliscono regole e comportamenti attraverso trattati e risoluzioni che in modo equidistante, quanto meno nei propositi, anche se spesso ingiusto ed accomodante, servono a gettare acqua sul fuoco nelle zone ad alta intensità di conflitto. Tra le principali regole ci sono quelle relative al ripudio del terrorismo ed alla sua incontrovertibile delegittimazione come forma di soluzione dei conflitti tra Stati.

L’Italia ha sempre rispettato i trattati, ha sempre fatte sue le risoluzioni, ha sempre agito per la pace. L’ha sempre fatto nella convinzione che la convivenza pacifica non possa essere solo una scelta di campo tra i contendenti, ma soprattutto un modo di riconoscere i diritti ed i doveri di tutti.

Nella storia d’Italia del dopoguerra per la posizione strategica del Paese, per essere sede di una delle correnti religiose più radicate del mondo, nonché per la consapevolezza di un profondo sentire del Paese nelle tradizioni, nella cultura, nella civiltà, nella storia del Cristianesimo, i governi sono stati indotti ad assumere posizioni di estrema prudenza. La cautela e la diplomazia, però, non hanno mai impedito di deflettere dai fondamentali principi di civiltà.  Tra questi quello che la pace si ottiene con il dialogo e la buona volontà di ciascuno, senza pregiudizi, o steccati e senza finzioni, rispettando le ragioni di tutti: soprattutto di coloro che sono colpiti da atti di barbarie e di violenza.

Non si può parlare di pace e far finta di non vedere quando nelle città, tra la popolazione, nelle scuole, tra donne e bambini, negli autobus che portano a scuola e lavoro centinaia di persone, nei supermercati, nelle discoteche, per la strada, orridamente e senza alcun senso di umanità si sterminano persone inermi.

Non si può trattare con chi nelle stesse ore in cui ci si siede intorno ai tavoli delle trattative prepara attentati e lancia razzi ed ordigni tra la popolazione civile.

Ebbene da due anni in Italia la politica estera, soprattutto per il medioriente, ma anche in occasione di alcune votazioni all’ONU, come ad esempio per l’elezione di membri dell’assemblea permanente, con Prodi e con il Ministro degli Esteri D’Alema, è stata condotta in maniera diversa e distante sia dai partner europei che dalla tradizionale collocazione e prudenza italiana.

Ed è per questa ragione, pertanto, che la dichiarazione dell’ambasciatore d’Israele in Italia rilasciata ieri all’ANSA deve far riflettere, soprattutto in campagna elettorale perché l’ignominia abbia fine:

Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas – ha detto l’ambasciatore d’Israele in Italia, Gideon Meir all’Ansa – in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona. Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest’organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest’organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene – ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi all’apprezzamento espresso dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, per le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano – La pace – ha proseguito Meir – si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell’uno accanto all’altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. E’ un peccato – ha chiosato il diplomatico israeliano – che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c’è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini”.

Le politiche di pace si fanno assumendo fermezza verso coloro che disattendono la convivenza civile e non passeggiando a Beirut con dirigenti di hezbollah o sostenendo la politica guerrafondaia della Siria e asserendo il diritto dell’Iran di fornirsi della tecnologia nucleare, soprattutto quando questo Paese non fa mistero del suo uso… sul territorio israeliano.

E’ una ragione di più per auspicare la rimozione di questo governo ed il ritorno ad una maggioranza democratica e liberale che ci liberi dalle scorie e dai retaggi del veterocomunismo antiisraeliano ed antiamericano.

Vito Schepisi