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Piano casa ed opposizione confusa

aprile 2, 2009

POL: 1° CONGRESSO PDL

C’è una novità nell’accordo tra Governo e Regioni per il rilancio dell’edilizia privata, ma è una novità di cui si poteva anche fare a meno. Saranno i consigli regionali sulla base di un decreto quadro del Governo, da emanare entro una decina di giorni, ad approntare regione per regione, entro e non oltre 90 giorni dall’emissione del decreto stesso, le leggi attuative. Solo in caso di inadempienza nell’adozione del provvedimento legislativo interverrebbe un commissario ad acta nominato dall’esecutivo.

Se ne poteva fare a meno! Si poteva evitare, soprattutto qualora il decreto emanato dal Consiglio dei Ministri fosse già comprensivo delle norme di cautela ambientale, di salvaguardia dei centri storici e delle elementari norme urbanistiche e se, ugualmente in intesa con la Conferenza delle Regioni, avesse potuto superare ogni ostacolo relativo alle competenze in materia.

La volontà del Governo era questa! Nessuna prevaricazione e nessuna volontà di sottrarre competenze: solo la consapevolezza dell’urgenza.

Il decreto che si voleva emettere, già da primo momento, intendeva introdurre tutte le cautele possibili e gli organi di gestione locale del territorio avrebbero dovuto introdurre, come nel caso dell’apposita legge regionale, i regolamenti, i controlli, i limiti e le tutele.

Cosa sarebbe cambiato in sostanza rispetto ad ora?

Ma l’Italia è il Paese del diritto formale! E’ un vero peccato, però, che questo diritto venga meno, e spesso, quando invece è sostanziale, soprattutto se in relazione alle libertà ed alla dignità del cittadino. Non sono opinioni, ma statistiche, quelle che certificano che il cittadino italiano sia vessato per il godimento di ogni suo diritto e  che venga scoraggiato dalle lungaggini e dagli impedimenti burocratici allorquando dia corso ad ogni sua richiesta rivolta alla pubblica amministrazione, locale e nazionale, soprattutto in campo urbanistico.

L’attuale formulazione dell’accordo tra Governo e regioni si traduce soltanto in una evidente e quantomai incomprensibile – se non per astio politico ed ideologico – perdita di tempo.

Le regioni hanno competenza sul territorio per i piani e gli interventi urbanistici? Sacrosanto! Ma cosa avrebbe impedito alle stesse di adottare un testo unico approntato dal Governo, discusso con le regioni, comprensivo di tutele e di divieti? In presenza di  preoccupazione occupazionale e di crisi recessiva, la collaborazione degli italiani con l’Italia, per abbreviare i tempi degli interventi, sarebbe un’azione virtuosa ed un grande esempio di responsabilità.

Non  si può scendere nelle piazze per l’occupazione per poi ritardare di circa 120 giorni un provvedimento che secondo le previsioni più prudenti avrà la capacità di mettere in campo circa 750.000 posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

Sorge il sospetto che gli enti locali mal digeriscano interventi in settori che da sempre, gestiti dalla politica e dalle caste tecnico-burocratiche sottraggano potere ai soliti noti. Un diritto che si ottiene con una semplice formalità si trasforma in un potere perduto. Si può interpretare così la vischiosità degli atteggiamenti posti in ostacolo.

L’opposizione esulta. Franceschini e Di Pietro cantano vittoria, ma riesce difficile capire per cosa. Sono venuti meno gli allarmi per la presunta devastazione del territorio? E sono venuti meno solo perché all’esercizio di un regolamento attuativo con controlli urbanistici ed ambientali, previsti già dalla bozza del governo, si sostituiranno una ventina di leggi regionali? Cosa cambierà se non a ritardare i tempi, il voler continuamente porre ostacoli di indecorosa “gelosia” politica per poi ottenere gli stessi interventi edificatori, invece che in vigore da subito, per bene che vada, solo tra tre mesi? Sembra un film già visto. La spazzatura di Napoli, l’Alitalia, l’astio antisociale della Cgil.

Erano stati diffusi studi sulla quantità di cemento sul territorio nazionale e c’è stato persino chi in televisione, da Fazio, ha sostenuto che l’architettura degradata delle nostre periferie sia la testimonianza del nostro passato e che per tale ragione andrebbe lasciata integra in quanto parte del nostro patrimonio culturale. Ci sarebbe da scommettere che tra un po’ si tornerà a dire che gli autori dello scempio edilizio del passato andrebbero invece arrestati. C’è tanta confusione, come sempre, specialmente a sinistra!

Vito Schepisi

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Veltroni come il mago Otelma

febbraio 2, 2009

WALTER VELTRONI

L’ Italia è distratta dalle numerose questioni che si aprono quotidianamente e che ci fanno discutere per motivi di preoccupazione, efferatezza ed indignazione.

In poco più di un mese l’attenzione degli italiani è stata attratta dalle notizie sulla guerra di Gaza, con l’esaltazione santoriana di Hamas; dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca; dalla Lucia Annunziata che, accusando Santoro d’essere fazioso, si alza dall’arena di “Annozero” e lascia la scena indignata; dal caso del criminale Battisti con l’accusa brasiliana all’Italia d’avere una giustizia persecutoria e d’essere un paese di torturatori; dalla Jervolino che a Napoli ricostituisce, nel ridicolo, e tra l’indignazione di quasi tutta l’Italia, la Giunta del capoluogo partenopeo; dal caso dei seguaci di Lefebvre che negano l’Olocausto; dal dibattito sulla Giustizia e sulle intercettazioni; dal caso Genchi e dai dossier di un esercito di cittadini intercettati in Italia; da Cristiano Di Pietro ascoltato mentre chiedeva favori a Mautone; da Di Pietro, padre, convocato dai magistrati napoletani per spiegare come fosse venuto a sapere, sei mesi prima dall’uscita delle prime notizie, che il telefono di Mautone e del figlio fossero intercettati dai magistrati della Procura di Napoli; dall’isolamento della Cgil sui contratti; dall’accusa di mafiosità sparata a Piazza Farnese, sempre del leader dell’Idv, contro il Presidente della Repubblica; dalla questione immigrati, con la protesta di Lampedusa, e con l’efferatezza di atti di violenza sul territorio nazionale collegati a questioni di degrado e di clandestinità.

Il dibattito politico e lo scontro, a volte pretestuoso, tra maggioranza ed opposizione, su questioni frivole o su argomenti d’interesse, non ha mai lesinato esempi d’impudenza, d’arroganza politica e sindacale e spesso di completo disinteresse per il Paese.

Siamo alla presenza di una crisi recessiva che avrebbe, invece, bisogno di buoni esempi, di pacificazione, di fiducia nelle istituzioni e nel sistema Italia, oltre a virtuose iniziative riformiste.

C’è al contrario un leader del PD, Veltroni, che se esiste e se è ancora il capo di un partito che ha legittimità parlamentare ed importante presenza politica, nei fatti, invece, non esiste già più.

Il leader dell’opposizione, invece di offrire segnali di compattezza democratica e di responsabilità politica, sebbene in contrapposizione al Governo, com’è giusto che sia, ma con attenzione all’imprescindibile confronto tra maggioranza ed opposizione, per poterne essere legittima alternativa, si cimenta nel lanciare segnali di catastrofismo economico e di decadimento morale, quasi che la sinistra si possa tranquillamente tirar fuori da ogni passata responsabilità.

C’è una crisi mondiale dove il Paese mostra persino segnali di minor difficoltà rispetto al resto del mondo. La nostra economia, nonostante tutto, e pur con la flessione nella produzione industriale, sta tenendo ed alla fine del 2009 potrà già uscire dal tunnel senza grossi traumi. Il Paese, pur avendo un rilevante debito pubblico, ha mostrato d’avere una struttura che ha tenuto. Il Governo, inoltre, ha dato vita ad un’azione economica d’intervento sui salari e nelle situazioni d’indigenza, e mostra la dovuta prudenza nel destinare le risorse disponibili e le economie ricavate al rilancio delle attività produttive. Il ministro Tremonti, inoltre, ha lanciato un piano d’investimenti che ha unito il ricorso alle risorse nazionali con l’utilizzo più attento dei fondi europei.

I segnali del PD e di Veltroni sulle questioni innanzi elencate brillano, invece, d’incoerenza, e di confusione. Il nostro “maanchista” continua a sparare bordate di funesti presagi contro tutto e tutti. Per il leader PD, le misure economiche contro la crisi sono asfittiche ed insufficienti; il clima del Paese è intollerante (sarà questo il motivo di tanta violenza contro le donne?); la riforma della Giustizia si fa insieme, ma anche “fatela da soli”; Il federalismo fiscale può essere utile, ma anche pericoloso per il mezzogiorno; le intercettazioni telefoniche sono utili, ma anche invasive, esagerate e pericolose; Di Pietro è un eversore, ma anche un alleato. Il PD è attento al meridione d’Italia, ma anche alle istanze del nord. E’ un vaniloquio politico, il suo, senza prospettive. Senza passione: Veltroni è solo un replicante monotono di se stesso e non perde il vizio d’essere sempre il profeta del tutto e del suo esatto contrario, come con Barack Obama dove sembra Pippo Baudo che dice “l’ho inventato io”. Dopo varie metamorfosi, questo è il periodo in cui eccelle in catastrofismo e profezie di sventura: sembra il mago Otelma!

Vito Schepisi

Ma l’opposizione è costruttiva?

ottobre 21, 2008

Ci sono accuse che vengono mosse verso chi sostiene questa maggioranza. Le accuse si sostanziano pressappoco in queste osservazioni:

– parlate sempre dei limiti democratici dell’opposizione, ma un osservatore obiettivo non deve prendersela con chi fa opposizione ma deve pungolare il Governo;

– parlate sempre di Veltroni e Di Pietro come se fossero loro a fornirci questo schifo di governo;

– avanza nel Paese l’intolleranza verso ogni voce dell’opposizione e voi state a criticare chi lancia segnali di allarme;

– c’è una istigazione al razzismo, viene fatta l’apologia del fascismo e voi continuate con la critica al comunismo che non esiste più.

Capita che ognuna di queste obiezioni possa lasciare perplessi chi si ostina a raccontare la politica con la pretesa di saperne leggere i motivi di fondo.

C’è in verità la prevalenza di un orientamento e di una provenienza culturale in cui le opzioni del pensiero si formano. Ma è normale che sia così! Esiste un nocciolo duro del pensiero che è anche sede di pregiudizio e di convinzioni così radicate da riuscire a mescolare con facilità torto e ragione. Ma non sembra che sia questo il caso! Non si può nascondere che ci sia comunque la presenza di un paletto nella coscienza di ciascuno che stabilisce la misura di ciò che sia tollerabile, separandolo da ciò che invece non si può accettare.

Per un liberale, ad esempio, è accettabile tutto meno ciò che causa la perdita della facoltà di pensare in libertà, nello stesso modo che per un socialista marxista non sia accettabile la teoria del salario come variabile dipendente, al contrario di un liberista, ovvero per un cattolico non sia accettabile una politica che confligga con l’etica cristiana. Sono convinzioni che se radicate in una forma di stabilizzazione culturale sono difficili da superare. Ma non siamo a questo punto!

Il programma presentato dal PD, e accettato dall’Idv di Di Pietro sulle politiche del controllo del territorio, della sicurezza, dello sviluppo economico e del sostegno alle famiglie non si distingueva in modo radicale da quello del Pdl. Anche le questioni del federalismo fiscale, della necessità della riforma costituzionale, degli interventi sulla giustizia hanno trovato spazio per una base di comune intento riformista. E’ vero che c’erano segnali preoccupanti come la mortificazione della sinistra riformista di Boselli, per privilegiare il rozzo antagonismo di Di Pietro, ma come per una rondine non si può dire che sia primavera, per un rumoroso arruffapopoli non si può dire che siano tutti arruffapopoli, che poi è come dire che per un imbecille non si può dire che siano tutti imbecilli.

I fatti però hanno smentito le speranze. La delusione dei democratici moderati è arrivata quando il PD ha preso la strada del pregiudizio verso la maggioranza ed ha cavalcato il giustizialismo di Di Pietro. E’ capitato che con l’intento di promuovere lo stile ed il metodo delle democrazie europee, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, invece di omologare al dialogo ed alla moderazione Di Pietro ed il suo partito personale, siano prevalsi i toni dell’antagonismo e del pregiudizio, tali da far omologare alla rozzezza di Di Pietro i toni del confronto politico del PD.

Si fa, pertanto, un bel dire quando si afferma che negli interventi degli osservatori politici di certi ambienti liberali prevalgano le critiche all’opposizione anziché al governo. Quando accade non è per pregiudizio ma per l’osservazione razionale di ciò che accade.

C’è da osservare che il governo alle parole privilegia i fatti, come è giusto che sia, e che i fatti siano graditi agli elettori e che, invece, sembra piuttosto sbracata, se non incoerente, parolaia e strumentale, l’azione dell’opposizione. È l’esatto contrario di ciò che accadeva con Prodi.

Non si rendono contributi alla chiarezza ed alla funzione costruttiva, propria dell’opposizione, quando si diffondono notizie false o si lanciano allarmi irrazionali nel paese su questioni delicate come l’educazione dei giovani ed il razzismo.

Come poi si può pretendere un’azione di critica e di stimolo al Governo quando c’è un’opposizione che inquieta per i suoi toni e le sue posizioni? Preoccupa persino la cinica indifferenza con cui ora Veltroni, ora Di Pietro ricorrono a metodi ed azioni che nuocciono al Paese.

 

Vito Schepisi 

Veltroni non ci sta più con la testa

settembre 29, 2008

 

Sarà per il continuo cambio di fuso orario per i suoi ripetuti viaggi negli USA o per la ricerca di una gloria che invece non lo avvolge.

Sarà per gli insuccessi ricevuti: Obama non s’accorge di lui, poi scopre che l’alba era già stata scoperta e che il pubblico degli Usa lo ignora.

Sarà per l’affronto del rotocalco Newsweek di non dar traccia del leader del PD nell’elenco dei leader contemporanei della sinistra Europea.

Sarà per la brutta figura nella questione Alitalia, dove s’è rivelato impegnato prima a demolire, poi a vendere patacche ed a millantare credito, come un banale ed ignobile truffatore di vecchiette.

Sarà per tutto questo e per altro ancora, ma Veltroni sembra che non ci stia più con la testa.

Si pensava che fosse solo il suo timore nel vedere Antonio Di Pietro che gli prendeva la bacchetta del comando dell’opposizione, si pensava che fosse un po’ la confusione di un Partito Democratico, sorto senza un vero progetto politico, frantumato nella collocazione tra le famiglie politiche europee e disperso nella proposizione di ben delineate scelte programmatiche.

Il PD, per la verità, si mostra alquanto indeciso nel prendere la strada delle tradizioni pluraliste, democratiche e liberali, attratto com’è dalle sirene di una sinistra alternativa che è rimasta orfana di una rappresentanza parlamentare e di una convincente ed univoca leadership politica.

Veltroni è cresciuto nel pci del centralismo democratico e della fastidiosa tolleranza al pluralismo. La sua cultura politica è fatta della prevalenza della ragione di partito persino sulla logica. La sua rigidità formale, quando è in difficoltà, come lo è in questo periodo in cui la popolarità del Presidente del Consiglio Berlusconi è alle stelle, emerge come una reazione spontanea, come lo sgorgare dell’acqua da una fonte, e rivela una personalità estremista, nervosa ed irrazionale. Ed è rigida e veterocomunista la sua formazione quando affronta il suo avversario politico, indicandolo quale il male assoluto. Alla stregua di Di Pietro che dalla sua parte ha la scusante della sua ignoranza politica.

Quello di affermare che l’uva sia acerba, come nelle favole di Fedro ed Esopo, quando non si arriva a coglierla, è tipica di coloro che preferiscono circondare di disprezzo ciò che non sono in grado di realizzare. E’una prerogativa della formazione politica dei partiti etici e/o ingabbiati dalla ideologia, certamente un modo inquietante di interpretare la democrazia, ed è anche un pericolo per la serenità del confronto. Il PD– ha proprio ragione Peppino Caldarola – è un partito a porte chiuse”.

Quelle di Veltroni sono parole irricevibili, fomentano l’odio e allontanano il bisogno di pacificazione e di lealtà che invece gioverebbe al Paese e favorirebbe il recupero della credibilità della politica e delle Istituzioni.

Alla democrazia, infatti, non ci sono alternative. Non si rilancia la politica inseguendo l’antipolitica. Non si scoperchia la pentola di Di Pietro per mostrare l’assoluta mancanza del suo contenuto, rincorrendolo sulla stessa sua strada fatta di intolleranza e di avventura. La democrazia italiana avrà certamente la forza e la dignità per sopravvivere ai rigurgiti reazionari dei Di Pietro ed ora anche dei Veltroni, come ha saputo respingere l’ipocrisia di Prodi e l’impopolarità del suo governo.

”Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi” – ha sostenuto Veltroni nella sua intervista al Corriere della Sera”- “se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin”. Sono parole dure e senza senso. Sono argomentazioni semplicistiche e populiste. Sono persino parole irresponsabili per un leader che ha ambizioni di confrontarsi per la carica di premier in Italia e dovrebbe quindi avere il buonsenso di usare prudenza e riservatezza, oltre al tatto diplomatico, nella valutazione delle politiche interne dei paesi con cui sono in corso da anni rapporti improntati a favorire un difficile dialogo.

Veltroni ha militato in un partito che ha sostenuto l’internazionalismo comunista quando c’erano ben altri personaggi nell’allora Unione Sovietica, come Breznev ad esempio, fautore del principio della sovranità limitata dell’Italia. E’ davvero singolare che ora s’accorga delle difficoltà democratiche, che nessuno nasconde, della Russia di Putin per evocare un rischio Italia. Lui, Veltroni, che sappiamo dov’era quando c’era il reale rischio Breznev per il nostro Paese.

Il segretario del PD dimentica lo squallore della maggioranza del Governo Prodi, quando il Parlamento era esautorato e si procedeva con decreti e voti di fiducia e si effettuavano controlli di tipo poliziesco sui voti dei parlamentari. Certamente non ne ha tenuto conto quando ha paventato – come ha fatto nell’intervista al Corriere – il pericolo di una “democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria“. Forse Veltroni ha anche dimenticato l’occupazione di tutte le cariche istituzionali ed il fiume dilagante di nomine, come anche la creazione, tra consulenze e funzioni, di sempre nuovi centri di esercizio del potere del precedente governo: quel governo Prodi, dove sedevano i maggiorenti del PD, e che sarà ricordato dalla storia come uno dei peggiori del Paese, uno dei più partitocratrici ed invasivi.

Noi siamo qua anche per ricordarglielo.

Vito Schepisi

E’ la sinistra che “ha rovinato economicamente, politicamente e moralmente l’Italia”

settembre 15, 2008

Ha le idee confuse Walter Veltroni! Cosa centra la lotta per l’integrazione negli Stati Uniti di Martin Luther King negli anni 60 con la situazione italiana?  Cosa centra il pregiudizio etnico di 40 e passa anni fa negli USA contro la popolazione di colore con le preoccupazioni del popolo italiano per un’immigrazione incontrollata, spesso violenta e dedita al malaffare? Non si accorge il leader del PD che c’è un’immigrazione che per gran parte non chiede integrazione, anzi la rifiuta per imporre usi e principi lontani dalla nostra civiltà? Il martire della popolazione di colore americana chiedeva uguaglianza nei valori della democrazia e del pluralismo. E Veltroni invece che chiede? Forse il cedimento alla prepotenza e la libertà di infrangere le leggi?

Veltroni è tanto lontano dal senso comune di una politica di immigrazione, compatibile con la cultura e le tradizioni del Paese, e dal concetto stesso del  multiculturalismo, inteso come tolleranza e comprensione per le diversità, da non accorgersi che la legalità, tanta evocata nei rapporti dei cittadini con la legge e con la pubblica amministrazione, non possa essere solo un’opzione da applicare per denigrare l’avversario politico ma un insieme di comportamenti di tutti che pongano in sicurezza le nostre famiglie e le nostre città.

La legalità è un concetto di base che va applicato sempre ed in ogni circostanza e non come piace a Di Pietro, ad esempio, incline a consentire a se stesso ciò che non consentirebbe ad altri.

Siamo nell’autunno meteorologico ed a Veltroni invece che di meditare sugli errori di questa opposizione pregiudiziale, non viene altro da sostenere se non richiamarsi al pericolo di un “autunno della democrazia e della libertà”. E naturalmente, per l’ex sindaco di Roma, questo pericolo proviene dall’azione della maggioranza che invece sta lavorando per il Paese, al contrario della precedente che sembrava lavorasse contro la sua popolazione.

Sembra un disco rigato quello dell’ex DS, un disco che salta e ripropone sempre il solito brano. Il leader dell’opposizione non riesce ad accorgersi che gli ideali di libertà e di democrazia siano invece il fulcro di una politica che si richiama ai valori del liberalismo della solidarietà e della partecipazione, al contrario di quelle politiche autoritarie e vendicative proprio di quella sinistra che oggi lui rappresenta, e che recentemente è stata rifiutata da un corpo elettorale stanco di subire le contraddizioni delle sue confusioni, stanco di assistere ai suoi riti e stanco di subire i suoi metodi invasivi e punitivi.

E’ stato Arturo Parisi, autorevole esponente del PD a riferire di un Berlusconi capace di sintonizzarsi col popolo ed è stato lo stesso Veltroni a sostenere che la maggioranza dell’Unione abbia spacciato per vittoria nel 2006 ciò che non era stata tale, anche se ha avuto la furbizia di omettere che in seguito a quella finta vittoria la sinistra ha invaso, come un’armata militare di occupazione, ogni spazio del Paese, invadendolo di nomine per gli amici invitati al banchetto della politica degli sprechi.

Ed il Veltroni che sostiene ora che “La destra sta rovinando economicamente, politicamente e moralmente l’Italianon è credibile neanche un poco.

Si chiama faccia tosta ma è anche ipocrisia e disinformazione, oltre ad essere un insieme di malanimo, se si pensa che per colpire l’avversario politico il leader dell’opposizione ed i suoi compagni non si tirano indietro su nulla, neanche sulla consueta abitudine di questa sinistra italiana di perseguire politiche di sfascio e contro l’interesse del Paese, come la spinta contro il recupero della compagnia di bandiera italiana.

Con Veltroni si ha l’impressione d’essere tornati alla politica del “tanto peggio, tanto meglio”, altro che il suo impegno elettorale al dialogo ed alla reciproca legittimazione.

Solo noi – ha detto il leader del PD – possiamo essere l’alternativa nuova di cui il Paese ha bisogno” . Ma che alternativa? Alternativa a se stessi ed alla politica fatta di falsi in bilancio, come ha fatto rilevare la Commissione europea, di aumento della pressione fiscale, di occupazione di poltrone, di sperpero di pubblico denaro per favorire amici e parenti, della spazzatura di Napoli o di atti autoritari e di inaudita illegittimità, come quelli di Visco e la Guardia di Finanza di Milano o quelli della rimozione di un consigliere Rai non gradito da Prodi?

Quale altra parte d’Italia Veltroni e compagni vogliono immergere nel degrado?

No, grazie Veltroni! ma l’Italia preferisce andare avanti, rinnovarsi nella sua immagine, recuperare efficienza e senso del dovere, estirpare il malcostume, rendere impotenti le caste, recuperare la legalità sostanziale fatta di diritti e di libertà, impadronirsi del suo territorio, pretendere efficienza, snellire la burocrazia, rendere efficiente la giustizia, alleggerire la pressione fiscale e ripensare la spesa pubblica per porla al servizio dei cittadini.

La sinistra italiana ha già dato ed i risultati sono parsi  del tutto deludenti.

Vito Schepisi

su l’Occidentale

Dopo il Lodo Alfano, sia consentito al Governo di lavorare

luglio 25, 2008

Con la firma del “Lodo Alfano” il Presidente Napolitano ha reso legge in vigore il provvedimento che tutela le quattro più alte cariche istituzionali ed esecutive dello Stato.

Una firma che sancisce almeno due successi della democrazia rappresentativa:

– l’azione di un Capo dello Stato garante dell’efficacia delle istituzioni e fedele interprete della volontà del Parlamento e dei cittadini;

– la supremazia del potere popolare su quello esercitato dalla magistratura, pur conservando alla funzione giurisdizionale la  prevista autonomia.

Quando si parla di democrazia s’intende, o si dovrebbe intendere, per l’appunto questo. In che modo, infatti, ci si può proclamare democratici ed antifascisti quando le funzioni dello Stato, interpretando male i limiti della propria autonomia, vengono utilizzate per sovvertire la sovranità popolare?

Non vuole essere retorica quella di ribadire che l’autonomia della magistratura debba riferirsi alla capacità di essere indipendente dai diversi poteri, ma anche dalle ideologie o dalle correnti politiche. Un magistrato che abbia nemici politici non è un servitore dello Stato che esercita la sua funzione nell’interesse del popolo, ma un appendice piuttosto disgustosa di partiti e fazioni e per di più extraparlamentare: una terza Camera priva però del suffragio popolare.

Una magistratura siffatta, a giusta ragione, è definita persino eversiva.

Come non ricordare certi episodi e l’uso “violento” delle prerogative inquisitorie del carro armato giudiziario con le sue implicazioni politiche sulle scelte elettorali e sull’opinione pubblica? Di Pietro osannato come un eroe per la sua ferocia! E come può essere ignorata la mortificazione mediatica verso presunti colpevoli, molti successivamente risultati innocenti, spesso vittime di denigratorie campagne di stampa per indagini misteriosamente “sfuggite” al segreto istruttorio?

Nel 1994 è stato persino montato un “ribaltone” elettorale con un “avviso di reato”, misteriosamente “notificato” dal Corriere della Sera al Capo del Governo italiano in carica, mentre era impegnato a Napoli in un vertice internazionale sulla sicurezza. Per quella accusa Berlusconi è risultato innocente. Ed innocente il leader del centrodestra è risultato per tutte le altre accuse per le quali è stato oggetto di “avida” attenzione da parte di una magistratura sempre più visibilmente agguerrita ed intransigente contro di lui.

E’ vero che non manca la solita retorica della sinistra giustizialista sulle  prescrizioni. Circola su tutti i siti di sinistra in internet l’elenco di tutti i processi intentati al Presidente del Consiglio, dove appaiono giudizi estrapolati da contesti più ampi delle sentenze di assoluzione, tali da far apparire comunque la presenza di una colpa, e dove vengono riportate le prescrizioni come se fossero condanne non comminate. C’è un maestro di stralci di atti giudiziari che appaga i sogni giustizialisti di una sinistra senza una precisa strategia e miseramente contigua all’antipolitica che con l’antiberloscunismo ha trovato la sua miniera d’oro.

L’antipolitica, del resto, non è altro che un qualunquismo perfido e cattivo che si affida all’indole forcaiola di quel popolo che affoga le proprie frustrazioni nell’attribuire a qualcosa o qualcuno le responsabilità della propria mediocrità.

L’intervenuta prescrizione, invece che un limite della macchina giudiziaria, è diventata una colpa dell’imputato. Molti ignorano che invece è uno strumento utilizzato da alcuni magistrati, interessati più a lasciar sospeso il giudizio che a dimostrare l’innocenza dell’imputato e la relativa sua assoluzione. Una prescrizione di solito sopraggiunge quando mancano le prove sufficienti per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, o quando i processi vengono trascurati dalla macchina giudiziaria, e quest’ultimo caso non è proprio attribuibile ai processi contro Berlusconi.

Finalmente dunque il “Lodo Alfano” che sottrae alla magistratura militante le armi per battersi contro il capo della maggioranza. Finalmente per porre fine ad una guerra che dura ormai da 14 anni, e cioè da quando il leader di centrodestra ha scippato dalle mani di Occhetto e della sua “macchina da guerra” il governo del Paese.

C’è in Italia un gusto masochista di farsi del male.

Sono state utilizzate le funzioni dello Stato, più che per promuovere la splendida immagine italiana nel mondo, per renderla incerta ed inquietante. Si è permesso persino ad un politico della sinistra belga, attuale presidente del gruppo parlamentare socialista nel Consiglio Europeo, di offendere e villanamente infangare il nostro Paese quando Berlusconi, allora Capo del Governo italiano, s’accingeva ad inaugurare il semestre italiano della Presidenza del Consiglio Europeo.

La sinistra italiana in contiguità con l’ala giustizialista della magistratura e sulla base di una lotta politica protesa unicamente a scalfire l’immagine dell’avversario politico, utilizzando soprattutto le sue vicende giudiziarie, non si è sottratta in alcun momento dall’utilizzare la stampa ed il personale politico di paesi stranieri.

Questo modo di agire ha una sola parola per essere definito: viltà!

La sinistra italiana si comporta come la classe politica dei paesi dell’Est europeo sotto il socialismo “reale”, quando si sopprimeva l’avversario politico attribuendogli pesanti ed impopolari reati, ovvero facendolo passare per folle, o ancora rendendolo vittima di un incidente mortale per eliminarlo fisicamente.

Anche con il decreto sicurezza si è tentato di applicare gli stessi metodi della denigrazione: come se l’Italia, invece di un problema di clandestinità e di inadeguati controlli per i flussi extracomunitari, avesse problemi di xenofobia e di razzismo.

I partner dei paesi europei dove, invece, vigono controlli rigidi e maglie chiuse con severità per frenare l’immigrazione clandestina, ispirati dai soliti (anti)italiani hanno persino intentato una censura alle nuove norme del decreto sicurezza, anche se la nuova legislazione permette di rendere più efficaci i controlli e persino conformi alle direttive della stessa comunità europea.

La lealtà del confronto politico è venuta meno da tempo.

Se qualcuno pensava che la sinistra fosse cambiata, sbagliava previsione.

Sarà per questo che la sinistra in Italia si è sfaldata e continua a sfaldarsi, perdendo credibilità ed elettori, mentre il Paese avrebbe bisogno di una sinistra propositiva e democratica per rendere effettivo il principio della democrazia compiuta e dell’alternanza.

Vito Schepisi

Il PD di Veltroni … ma anche di Prodi

marzo 3, 2008

primarie-2007-i-5-candidati-ap071014023239.jpgSe un assassino volesse riesumare la vittima del suo misfatto per tentare di farlo rivivere, mascherando così il suo delitto, diremmo che il suo è un macabro tentativo di reiterare un crimine già commesso.

E macabro allora deve essere considerato il tentativo di Veltroni di far rivivere una politica e quegli uomini che del delitto perpetrato ai danni del Paese sono impenitenti colpevoli.

L’Italia era il Paese uscito senza troppi danni da un periodo di difficoltà dei mercati. Era stata adottata una politica di rilancio che puntualmente si è resa sobria e proficua già dalla fine del 2005, per poi manifestarsi in pieno nel corso del 2006.

Solo la perfidia politica di Prodi, e la fatuità programmatica della sinistra, potevano ingrippare il motore già avviato per la crescita e per nuovi obiettivi di modernizzazione del Paese.

Gli indicatori dello sviluppo erano già pronti a mettere in moto la nostra economia. Era sufficiente completare il programma di riduzione della pressione fiscale e completare, soprattutto in periodo di ripresa dei mercati, la politica degli investimenti per dare slancio alla crescita ed all’occupazione. Erano sufficienti misure di riduzione del costo del lavoro e di incentivazione al rilancio della piccola e media impresa per riportare l’Italia ad un grado di tollerabilità e sostenibilità economica in tempi di crisi.

Sono arrivate, invece, le tasse e gli aumenti delle aliquote previdenziali proprio alla piccola e media impresa. Era, per ironia della sorte, sufficiente fare tutto il contrario di ciò che ha fatto Prodi per poter affrontare oggi l’aumento dei costi delle materie prime e le difficoltà dei mercati.

Cosa si vorrebbe fare ora? Reiterare il delitto?

In una associazione a delinquere non è colpevole solo chi materialmente si rende responsabile dell’esecuzione materiale del crimine, ma ogni componente della società del malaffare. Non è che cambiando la cupola dell’associazione malavitosa si cambiano le responsabilità dei suoi componenti. Non è quindi cambiando il personaggio politico, che del delitto commesso a danno dei cittadini si è reso colpevole, che si possa oggi aver fiducia della stessa associazione e della sua nuova cupola, e ritenerne utile e virtuosa la futura condotta.

In alcune circostanze la colpa riviene dall’ignoranza o dalla presunzione di fare del bene. Quante volte accade che nel tentativo di mutare una situazione sfavorevole ci si impegni a trovare soluzioni che alla fine si dimostrano peggiori del male? Accade perché la buona fede conduce a considerare utile ciò che si fa e gli errori sono solo frutto o di ignoranza o di casualità.

Non è questo, però, il caso di Veltroni e del PD. Già ai tempi della costituzione del nuovo partito, cioè durante la ricerca dell’individuazione teorica di un percorso comune dei ministri e dei leader dei partiti che componevano per il 70% il governo, Veltroni sosteneva soluzioni differenti rispetto a quelle adottate da Prodi. Era perciò consapevole che la ricetta del Presidente del Consiglio e della maggioranza dell’Unione era sbagliata. Ma questo non gli ha impedito di pensare soltanto a promuovere la sua persona e disinteressarsi dei danni al Paese.

Si è avuta la netta sensazione che la nascita del PD sia stata solo una soluzione improntata a creare discontinuità apparente con Prodi e la vecchia sinistra, in visibile difficoltà di immagine e credibilità. La nuova realtà, o come piace dire, il nuovo soggetto politico è stato poi la somma dei vecchi partiti di provenienza, un tempo persino poli dell’antagonismo sui valori.

L’unione di DS e Margherita è sembrata in funzione di un disegno politico di conservazione del potere, e senza che fossero chiarite le storie, gli ideali, i percorsi storici e le strategie politiche delle due anime che oggi la compongono. Le stesse che nella vecchia prima repubblica avevano spesso monopolizzato i ruoli sia di maggioranza che d’opposizione.

Le tensioni e gli ideali si sono diluiti nell’unico obiettivo della conquista della maggioranza parlamentare, in qualsiasi condizione, e solo per l’esercizio del potere. E’, infatti, difficile oggi identificare una diversa e precisa strategia politica.

Che cosa sia il PD non c’è nessuno oggi capace di dirlo chiaro!

Altro che  il manifesto di Veltroni ”non pensate a quale partito pensate a quale Paese” !   

Ma se non lo sa neanche lui quale Paese vuole, di chi e di che cosa dovremmo fidarci?

Non si leggono affatto tensioni ideali alla base della proposta politica del  PD!

Se Veltroni è conscio che Prodi stava conducendo il Paese al declino, è lecito pensare che non ci sia stata buona fede nel suo comportamento: l’inerzia equivale alla complicità. Ma nel caso invece che non sia  consapevole dei danni di Prodi è ulteriormente poco credibile ed inaffidabile.

E’ tempo di accantonare l’ipocrisia e la furbizia: uniche doti che gli riconosciamo.

E’ la stessa furbizia che si manifesta allorquando mister “si può fare” dichiara di rappresentare il nuovo. Vada per la falsità del concetto, si sa che in campagna elettorale si diffonde un overdose di mera propaganda, ma come fa Veltroni a dichiararsi nuovo quando nei due anni di scellerata gestione del governo non c’è stata occasione che sia valsa per inchiodare Prodi alle sue responsabilità verso il Paese?

Non può dirsi nuovo Veltroni sia per la sua storia che per il riciclaggio dei contenuti che esprime, ma soprattutto per essere il leader di un Partito che ha poi come Presidente lo stesso Prodi.

Vito Schepisi

Sciupone l’emiliano, ovvero: la divisione dei pani del messianico Prodi

febbraio 7, 2008

prodi_11.jpgSe c’è una soddisfazione abbastanza avvertita dagli elettori italiani è quella di pensare che con la caduta della legislatura vengono meno tanti vantaggi concessi al personale della politica. In particolare è un gran piacere pensare che tutti coloro, e sono tanti, che sono stati chiamati ad assumere ruoli di governo, molti dimessisi dal ruolo di parlamentari, non percepiranno più non soltanto l’indennità ministeriale, cosa che è persino ovvia, ma soprattutto l’indennità, parificata a quella dei parlamentari, di ben 140.000 euro lordi l’anno, grazie alla magnanimità di Prodi e della sua maggioranza di centrosinistra.

E’ stato questo, infatti, il regalo che Prodi ha elargito, a spese dei contribuenti, per consentire che i parlamentari, in particolare senatori, chiamati ad assumere funzioni di governo cedessero il passo in Parlamento ai primi dei non eletti, senza che, appunto, perdessero l’indennità parlamentare.

Cosa non abbia fatto “Sciupone l’Emiliano” per mantenersi stretta la poltrona conquistata con un pugno di voti! Cosa non abbia fatto a spese della serietà, della tasca degli italiani e del buonsenso!

Con questo espediente, elaborato dallo staff politico della sinistra arroccata al potere, si volevano ridurre le difficoltà di una maggioranza precaria al Senato, consentendo ai membri del governo di assolvere al loro ruolo, senza preoccuparsi dei numeri ristretti in Parlamento. Un ulteriore regalo annuo di poco meno di 10 milioni di Euro alla politica ed agli uomini del centrosinistra: la meno biblica e più profana moltiplicazione dei pani del “paramessianico” Prodi.

Sono ben 68, infatti, tra ministri, vice ministri e sottosegretari gli uomini di governo non parlamentari che tornano a casa ed alle loro abituali attività. Se ne hanno! Considerata la quantità dei professionisti a tempo pieno della politica. Tanti su un totale complessivo, compreso il Presidente del Consiglio Prodi, di 103 componenti l’intera compagine ministeriale: un esercito! Tanti che hanno contraccambiato con risultati davvero deludenti la spesa sostenuta dall’Italia, con la contribuzione di chi lavora e produce, per il loro mantenimento al Governo.

Ma non sono solo questi i risparmi dei costi della politica che si realizzano con la caduta di questo Governo e la fine della legislatura. Viene meno per 379 parlamentari di prima nomina il diritto al vitalizio. La legislatura con lo scioglimento anticipato delle Camere – prima del tempo utile di 2 anni, sei mesi ed un giorno – non è valida ai fini del vitalizio sia per i citati 379 parlamentari di prima nomina, sia per quelli con più legislature all’attivo. Viene meno per 1.014 parlamentari. E non è una cifra da poco che si risparmia!

In Italia in tanti hanno tifato perché ciò accedesse. In molti hanno ritenuto che questo personale politico parlamentare non meritasse assolutamente il diritto al vitalizio. In molti hanno pensato che se il Governo, com’è stato, fosse effettivamente destinato a cadere, trascinandosi appresso la legislatura, sarebbe stato più opportuno che fosse caduto prima d’aver fatto maturare il vitalizio ai parlamentari. In caso contrario, sarebbe stato ancor più reale e giustificato il sospetto di una politica finalizzata solo al loro tornaconto.

Nel sostenere ciò che è sulla bocca di tutti, come spazio comune di biasimo e di disprezzo, a volte si ha il timore di alimentare il sentimento dell’antipolitica, già corposo e diffuso in Italia, e forse anche per buona ragione. Ma non è questa contrarietà alla furbizia ed ai costi della politica, non è la nausea contro l’utilizzo della democrazia per distribuire i privilegi alle caste, non la rassegnazione nel veder respingere il necessario confronto sulle esigenze quotidiane dei cittadini, non l’atteggiamento, spesso conflittuale, tra i poteri dello stato e le esigenze di rispetto e libertà degli italiani, non le contraddizioni tra le necessità del Paese e le scelte di governo, non è così la voglia di dignità e di correttezza che deve alimentare l’antipolitica. Quest’ultima non è la soluzione al deficit di credibilità che oggi i partiti e la classe politica riscuotono nel Paese.

La spacciata democrazia diretta, quella senza mediazioni, senza verifiche, senza controllo, spesso occasionale, può essere peggiore del male. Le soluzioni suggestive non  sono altro che una forma immaginifica di presumere d’avere la soluzione di ogni problema a portata di mano.

Una politica arrogante ed incapace è comunque sempre da preferire a soluzioni sbrigative. Persino Prodi è meglio del caos e delle soluzioni sommarie invocate dai “guru” dell’antipolitica. Ed anche questa dispendiosa, invadente e sconclusionata maggioranza uscente, per quanto scaturita dal legittimo mandato elettorale, in un sistema di rappresentatività popolare, è preferibile alle forme anarchiche e populiste, spesso anticamere di pericolose dittature.

In Italia non mancano né guitti di piazza, né comunicatori illusionisti che spacciano moralismo a buon prezzo. Non mancano, appollaiati come avvoltoi, giustizialisti e forcaioli di mestiere, pronti a piombare addosso alla preda di turno, purché funzionale all’odio ideologico che desiderano diffondere. Non mancano coloro che indirizzano gli sguardi su visioni prospettiche fuorvianti e faziose con l’intento di rappresentare una società malata dove i cattivi sono sempre da una sola parte. Non manca l’antipolitica militante, che poi antipolitica non è perché alla fine va sempre in soccorso della sinistra più estrema.

Ma non è più il tempo dello spettacolo e della teatralità. Le suggestioni sono solo facili richiami, i più pericolosi, quelli che si devono respingere. Ora è il momento di far pressione perché il confronto elettorale si attui sulle scelte. Bisogna scegliere perché finisca il tempo delle guerre di legittimità, all’ombra delle quali è cresciuta la più inconcludente classe politica della nostra storia repubblicana.

L’odio profuso ed i richiami contro qualcosa alla fine, come abbiamo visto con Prodi, nascondono insidie alla democrazia ed alla legittima scelta degli elettori, nascondono incertezze e confusioni programmatiche, nascondono conflitti politici di maggioranze numeriche poi incapaci di esprimere coerenti azioni di governo.

 

Vito Schepisi

Al Voto per scegliere

gennaio 29, 2008
elezionischedea1.jpgE se invece di soffermarsi sui soliti aspetti negativi della politica, quella fatta di chiacchiere e di polemiche si pensasse a ricondurre l’interesse generale sulle scelte per il Paese? Non è bene che si chiuda la stagione della politica frivola?
Basta con la fiera delle parole vuote e dei pettegolezzi in cui ciascuno guarda in casa dell’altro e rileva motivi di superficialità, disinteresse e insufficiente coerenza. Si dovrebbe operare perché si riconduca finalmente il confronto politico alla semplicità del suo funzionamento, alle economie delle risorse, soprattutto alla  loro razionalizzazione con i dovuti tagli nei settori non funzionali. E’ urgente provvedere ai tagli allo spreco e soprattutto ai tagli all’uso di risorse economiche utilizzate  per soddisfare gli appetiti di casta. Basta anche con il grande fratello che passa tra i fili del telefono e nelle storie private dei singoli. Basta al ricatto come strumento di lotta politica.
Le scelte, finalmente le scelte, tra un’Italia che semplifichi i rapporti con i cittadini, snellendo burocrazia ed oneri, riducendo le tasse ed i privilegi, ed un’altra che arranca tra le contraddizioni e le tasse, sommersa da spese, da oneri, da costi, dalla politica invasiva e vorace. Non si possono tollerare i salari falcidiati dall’aumento costante del costo della vita, ben oltre quello registrato dagli indici di inflazione, ed una casta politica pletorica e diffusa, ben servita, ben pagata, spesso impunita.
Che si voti per le scelte allora! Il confronto politico non consiste nella contabilità dei provvedimenti giudiziari e nella ricerca fisionomica dell’ombrosità dei personaggi, ma nella capacità di presentare progetti di governo e di proporre idee di realizzazione. Con Prodi è questo soprattutto che è mancato
Si parla tanto di trasparenza, ed i media ricordano puntualmente quanto sia difficile per il cittadino comprendere il valore costruttivo di un battibecco, per indulgere ancora a mantenere comportamenti di scontro e di volgari recriminazioni sull’operato degli altri, con i consueti corollari del rinfaccio reciproco di episodi di rilevanza giudiziaria.
Per essere credibili non basta urlare nelle orecchie degli altri e dare del ladro e del farabutto a destra ed a manca,  o mettere alla berlina il personaggio politico ed utilizzare le doti di comico per esser simpatico. Insomma non è facendo il Grillo di turno che si propongono soluzioni per il Paese o che si possa pretendere di riscuoterne la fiducia. Basta con i forcaioli senza idee. I comportamenti delittuosi devono essere sanzionati, e con severità, soprattutto se sono di provenienza politica, ma se diventano fumo per la strumentalizzazione politica finisce, invece, che nessuno paga. I canali d’informazione potrebbero persino essere il valore aggiunto della comprensione e della puntualizzazione sistematica della verità di fatti, esigenze e circostanze, senza lasciarsi coinvolgere nella partigianeria politica. Ma sappiamo che non sempre è così!
Si indulge spesso sui luoghi comuni o sulle parole d’ordine coniate per sintesi di suggestioni non sempre attendibili. C’è molta responsabilità di  quei settori mediatici che per comodità, servilismo e persino protagonismo fanno da cassa di risonanza alle ipotesi più suggestive. Su questo ha persino ragione Fassino quando accusa i giornali di costruire i titoli, di evocare conflitti e furbizie, di ricercare complotti da raccontare ad ogni riproporsi di una pur giusta e corretta dialettica fra i partiti o all’interno degli stessi. Non è sempre vero che dietro l’angolo ci sia sempre qualcosa, come è pur facile verificare nella vita d’ogni giorno quando svoltando l’angolo spesso si osservano le stesse cose che si son viste prima di svoltarlo. La fiction ha preso il largo nell’immaginario collettivo dove ognuno diventa regista del film della propria fantasia.
E’ ora di finirla con le cagnare senza senso e con l’esercizio delle delegittimazioni. Non si può consentire che una parola d’ordine della politica, grazie alla compiacenza dei media, possa diventare la sintesi di un programma politico per chiedere al Paese di schierarsi contro. Deve essere  sufficiente il consenso elettorale perché un governo svolga il suo compito. In caso contrario qualsiasi governo resterebbe al palo dell’immobilismo. Il timore della impopolarità non può, ancora, impedire ai governi di essere spinta di rinnovamento ed intercettore della domanda di democrazia e di evoluzione di leggi e di opportunità.
Cos’è un governo se non l’interprete di una fascia, la più larga possibile, di esigenze popolari? E cos’è un esecutivo se non l’anima amministrativa del Paese che debba saper mediare le richieste delle diverse fasce sociali?
E’ attraverso il rapporto con le forze produttive del Paese che immancabilmente e per motivi diversi, spesso anche conflittuali, si rivolgono allo Stato per ottenere gli strumenti per rendere al meglio i propri servizi e ricavarne i mezzi necessari per vivere, per crescere, per rinnovarsi, per occupare manodopera, che si sviluppa la coscienza democratica delle popolazioni. Attraverso l’opera di equilibrio tra le esigenze delle famiglie, le politiche dell’impresa e le diverse esigenze dello stato che si mette in moto il meccanismo virtuoso che fa muovere le risorse economiche. Il rapporto costruttivo tra politica, famiglia ed impresa fa girare l’economia e contribuisce al rilascio di quelle risorse plurime ed eterogenee con cui lo Stato sviluppa i sistemi delle garanzie, della sicurezza e dei servizi.
Le elezioni oggi sono l’unica via d’uscita dalla crisi delle scelte che ha afflitto l’esecutivo di Prodi. E’ persino ora inutile ricercare le causa di questa crisi. Ma è opportuno ricordare cosa chiedere alla politica per non ripetere gli errori. E’ sulla proposta politica, quindi sui programmi e sulla credibilità dei partiti a portarli a compimento, che si registri, finalmente, la volontà degli elettori italiani.

 

Vito Schepisi

il Paese che non c’è

gennaio 24, 2008
pro1_v0.jpgLa difesa del Governo e del suo operato, in questa animata crisi di una stagione politica molto confusa, sa di paradossale.
E’un atto quasi dovuto difendere il proprio operato politico, a volte anche a dispetto di ogni evidenza. Non si è mai sentito un capo di governo che abbia detto d’aver governato male, e tanto meno d’averlo fatto a danno e dispetto del popolo. Si ha anche la convinzione che quando la coalizione vincente in una competizione elettorale sia chiamata ad esprimere la realizzazione di un programma di governo abbia per istinto e per opportunità politica la voglia di far bene e di circondarsi della soddisfazione degli elettori e del Paese.
Ed è così che penso di Prodi e del suo esecutivo: c’era in loro una gran voglia di far bene. C’era persino la consapevolezza d’aver descritto un Paese in ginocchio e di poter aver quindi vita facile nel dimostrare la loro capacità di rimetterlo in piedi. La ripresa era già avviata, il Pil incominciava a crescere, la base contributiva si allargava, l’occupazione aumentava e persino l’evasione fiscale, grazie anche ai vituperati condoni, si andava riducendo, facendo emergere redditi che divenivano gettito costante.
C’erano insomma le condizioni ideali per soddisfare la loro smania di dar a vedere che la sinistra aveva rimosso, con Berlusconi, un ostacolo alla crescita ed alla distribuzione della ricchezza del Paese. Potevano dimostrare che le garanzie sociali ed i servizi trovavano attenzione e impegno per offrire finalmente al Paese un livello di vita più dignitoso, alla pari di altri paesi europei. Era persino sufficiente non muoversi, non fare niente in materia economica e finanziaria, per godere di rendita. Ma, come si sa, il diavolo ha sempre le corna: non si smentisce mai!
E’ bastata la loro presenza, così, per complicare le cose. La sinistra in Italia distrugge ogni cosa che maneggia, come un re Mida all’incontrario che trasforma in immondizia, anziché in oro, tutto ciò che tocca. Le parole della campagna elettorale, gli slogan, le contorsioni concettuali sulle leggi ad personam, sul conflitto di interesse, sui guasti del governo Berlusconi non solo diventavano oggetto di furia vendicativa ma un indirizzo di discontinuità col passato nell’azione di governo.
Era come se nel percorso di un’automobile in corsa per assicurare la puntualità in un impegno, si tirasse il freno a mano per bloccare la vettura. Il motto quotidiano diveniva quello di modificare sempre e comunque e di agire, anche contro l’interesse del Paese, pur di dimostrare che quella del governo Berlusconi era stata una parentesi da cancellare nella storia politica italiana.
Mai stupidità politica, invece, si è resa responsabile di tanto masochismo. Dinanzi alla politica punitiva di Prodi e della sinistra, con l’istinto alla vendetta ed della bramosia di rivalsa, si è calpestato di tutto e soprattutto il buonsenso. La scure fiscale e l’introduzione di nuove tasse si è  abbattuta soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, tanto da colpire sensibilmente le buste paga di lavoratori e pensionati. Tutto mentre gli indici di inflazione salivano e soprattutto il costo reale della vita diventava insostenibile per le famiglie.
A volte, ascoltando Prodi e le sue immagini di felicità,  è sembrato di assistere alla rappresentazione in cui Maria Antonietta di Asburgo, moglie di Luigi XVI, re di Francia durante la Rivoluzione Francese, comodamente alloggiata nella sua dipendenza privata nella reggia di Versailles, sembra abbia risposto, a chi la informava che i francesi non avessero il pane, di dar loro brioches.
Prodi ha continuato, come in una cantilena, a parlare della felicità e delle conquiste del suo governo, pur avendo dinanzi un popolo che gridava i suoi problemi e che per mesi ha supplicato di prestare attenzione alle grida di dolore. Ha ignorato persino al significativo segnale elettorale nelle amministrative dello scorso anno. Non ha avuto alcuna pietà per il popolo, come la monarchia francese alla fine del diciottesimo secolo. E’ rimasto del tutto sordo alla diffusa richiesta degli italiani di far fronte alle esigenze di vita.
A distanza di 210 anni circa, pur coi tempi mutati, il ricorso storico del contrasto tra i fasti della monarchia francese e del popolo costretto alla fame, dà l’idea di tanto cinismo. Deve essergli stata fatale la gita a Caserta, nella reggia Vanvitelliana, dove è sembrato Mosè dopo che il Signore gli aveva dettato i 10 comandamenti.
Ascoltare i discorsi di esponenti della maggioranza si ha l’idea di un’Italia diversa. La discrasia tra l’immagine e la realtà fa venire in mente quella barzelletta in cui dovendo vendere la sua casa per comprarne un’altra più confortevole, un appuntato (naturalmente dei carabinieri) si rivolge al suo maresciallo per scrivere l’annuncio da pubblicare sul giornale. La casa in vendita da essere piccola, angusta, fatiscente, invivibile diventa così un’accogliente dimora, ideale per una famiglia, confortevole e spaziosa, tanto che l’appuntato rinuncia a disfarsene dicendo: “maresciallo….e perché devo vendere una casa così?” . Questa maggioranza si è così voluta ritrovare in un’Italia più felice e serena da essersi innamorata della sua immagine, e ora descrive un Paese che purtroppo non c’è.
Prodi ed i suoi uomini ci ricordano il Ministro dell’informazione di Saddam Hussein quando questi con i soldati americani a pochi centinaia di metri da lui, continuava ad insistere nel dire che l’esercito USA era stato respinto fuori da Bagdad e che le forze armate USA stavano subendo ingenti perdite.
Fu soprannominato “il comico”: ora servirebbe un concorso di idee per trovare un soprannome per Prodi!
Vito Schepisi
http://www.loccidentale.it/node/12267