10 febbraio 2009 il Giorno del Ricordo: La Storia fatta di silenzi

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita

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Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà

è come esser vili due volte!

Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.
La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”.
Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale? 

“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi

 ed il silenzio dei morti”

Vito Schepisi

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