C’è grande confusione nel PD

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Chi ci capisce qualcosa è bravo. Il PD mostra così tanta intransigenza verso la maggioranza e così tanta confusione al suo interno. Oramai è in corso una lotta senza esclusione di colpi: è un tutto contro tutti, quasi un si salvi chi può.

Sono in tanti a commettere errori, ma è normale che coloro che s’accorgono d’aver sbagliato corrano ai ripari. Il Pd invece persiste nei suoi errori ed il suo diviene un perseverare diabolico.

Quando è sorto, tra i fasti di un Lingotto faraonicamente addobbato per l’occasione, si sostenne che il PD dovesse avere un obiettivo più o meno preciso: capovolgere l’idea nel Paese di una sinistra post comunista per farne emergere una moderata e riformista.

Dopo il discorso del Lingotto, in cui si prefigurarono cambiamenti immediati, con un governo amico a Palazzo Chigi a cui si ponevano istanze nuove per il Paese, sulle scelte, sulle riforme, c’era chi aveva già cominciato a nutrire speranze. Nel discorso di Veltroni si delinearono persino scenari diversi, ed anche l’impegno per scelte omogenee nelle alleanze della sinistra. Aleggiò persino la volontà di rivedere la spinta imposta dalla sinistra radicale al Governo Prodi sui modelli di sviluppo, per non perdere gli appuntamenti importanti con l’esigenza di crescita e con la necessità di offrire soluzioni non demagogiche alle aspirazioni dei giovani, al precariato, all’impresa.

Cosa è rimasto ora di quel PD che aveva diffuso speranze persino a chi non votava a sinistra? Dove sono gli auspici nutriti di poter finalmente intraprendere un percorso politico comune con la sinistra, soprattutto per le grandi scelte attinenti i diritti, i valori, la struttura dello Stato e dei suoi Organi, la disciplina dei suoi servizi? 

In molti avevano effettivamente pensato che fosse arrivato il tempo in cui potesse prevalere il metodo del confronto. Anche i mutevoli scenari politici ed economici nei rapporti internazionali richiedevano, con urgenza, che anche l’Italia recuperasse la sua capacità di procedere per scelte rapide e precise. Sembrava volesse nascere la cultura delle scelte da adottare, in parte con la condivisione, laddove possibile, ed in altra per opzioni prevalenti con il metodo della democrazia.

Perse le elezioni, tutto è invece cambiato nel PD. L’unica strada che poteva percorrere per tener fede al suo impegno questo partito l’ha abbandonata da tempo. Sarebbe stato sufficiente solo tener fede alle promesse elettorali costruendo un’opposizione integra sui principi, forte nella proposta e pragmatica nelle risposte al Paese. Ed invece è stato l’esatto contrario. L’opposizione è apparsa dispersa nei principi, finendo persino per ignorare le sue origini popolari, per proporsi invece elitaria; si è rivelata inesistente nella proposta e capziosa e cavillosa sulle risposte al Paese.

Si è appena concluso a Madrid il congresso del Partito Socialista Europeo a cui il PD non appartiene. A questo gruppo resta invece associato il partito dei DS. Hanno, così, dovuto richiamare Fassino dall’Africa, più magro che mai poverino, ultimo segretario dei DS, formazione estinta, per fargli rappresentare nel PSE una parte del PD, gli ex DS. Una confusione pazzesca. L’emaciato Fassino si è fatto accompagnare da Veltroni per essere aiutato a spiegare ai socialisti europei che così si può fare. L’intervento del leader PD, non dissimile dai suoi soliti, pieni di enfasi e senza sostanza, ha aperto alla famiglia allargata “più larga sarà e meglio sarà per tutti noi”. Poveri noi! Veltroni si è confermato così d’ essere tutto ed il suo perfetto contrario!

Il segretario del PD ha preso la parola da ospite, senza poter firmare il documento con cui il PSE si presenterà alle prossime elezioni europee per non essere sconfessato dal suo partito. Ma su quali basi comuni è stato fondato questo partito democratico se i componenti non hanno un’ispirazione comune a cui far riferimento? Quali impegni potrà prendere con gli elettori?

Quando ci sono di mezzo gli ex comunisti niente è chiaro fino in fondo. Una volta, ad esempio, c’erano gli indipendenti di sinistra che erano eletti nel pci senza essere iscritti al partito e, per disciplina di partito(?), votavano compatti nella stessa maniera dei loro compagni comunisti.

Ci sarebbe da chiedersi per cosa si uniscono se non hanno le idee chiare tra di loro? Fanno come quelle coppie che arrivano al matrimonio avendo già legami diversi: il loro diventa un matrimonio di interesse, ma le contraddizioni sono destinate prima o poi ad emergere.

Come si pensa accadrà nel PD.

Vito Schepisi

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