Il referendum sul grembiulino

La sintesi l’ha tratta l’on. Emma Bonino, già radicale ed ora parcheggiata nel serraglio PD, assieme a intolleranti e populisti, alle lobby dei baroni ed ai difensori delle caste, ai giustizialisti ed agli integralisti. “Ci avete raccontato per 30 anni – ha detto l’ex ministra di Prodi – che i referendum si fanno sulle grandi questioni di principio. Quindi non andavano bene su giustizia ed energia. Ed oggi su cosa lo facciamo sul grembiule?”.

Neanche Berlusconi avrebbe potuto essere più tranchant della Bonino nel demolire prima del nascere il proposito di Veltroni e Di Pietro di un referendum sul decreto Gelmini. Dopo questa uscita dei radicali in congresso a Chianciano Terme – dove Veltroni non ha neanche trovato il tempo di farsi vedere per una visita di cortesia – insistere sul referendum sarebbe davvero disastroso e infantile. Ritrovarsi nuovamente a fianco dei dipietristi, scaricati appena qualche giorno prima, e della sinistra neo comunista con cui, prima delle ultime elezioni, aveva separato i letti per un amore risultato impossibile, è una scelta sgradevole dettata solo dalla confusione e dalla disperazione.

Una mossa precipitosa? Un entusiasmo esagerato per la presunta sensazione di aver trovato qualcosa da dire? Un leader che presumeva di poter governare il Paese e che ora si lascia andare a dichiarazioni senza senso, ad istigare la reazione di un misto di interessi di caste, di pulsioni vetero – sindacali, di baroni incalliti, di fannulloni preoccupati e di pregiudizi ideologici, è inquietante.

Dal rigido richiamo del controllo dei conti, con cui Prodi aveva costretto i suoi ministri e la sua maggioranza a sacrificare le istanze dei lavoratori italiani, ritrovatisi a dover tirare la cinghia, come è possibile ora passare senza vergogna all’avallo degli sprechi e degli abusi?

Quello della sinistra e del PD è un modo spregiudicato di strumentalizzare una facile protesta. E’ una strategia che denota disinteresse per il Paese, oltre che l’inossidabile abitudine della sinistra nel privilegiare gli interessi di parte all’interesse generale.

Veltroni e Di Pietro dovrebbero spiegare come possano avallare, con il loro silenzio, l’esercito di spregiudicati baroni universitari che dilapidano il pubblico denaro estendendo i loro vantaggi dai benefici personali a quelli di parenti, amici ed, in alcuni casi,  a  quelli di compiacenti concubine.

Se si dovesse convenire sull’uso del referendum sulle questioni di principio, tra le due situazioni, quella sul Lodo Alfano, ad esempio, e quella sul decreto convertito in legge della Gelmini, non dovrebbero esserci dubbi nel ritenere il primo più pertinente con la richiesta di abrogazione attraverso il referendum di leggi che violino principi, e non invece una richiesta di consultazione referendaria su dispositivi di legge rientranti nel regolare svolgimento delle attività di governo.

Il Lodo Alfano stabilisce che le funzioni principali dello Stato, espressioni della democrazia rappresentativa, siano messe in grado di lavorare con serenità e senza ingerenze da parte delle funzioni giurisdizionali dello Stato. Su questa norma a garanzia della continuità delle attività dell’esecutivo, salvo la facoltà di riprendere l’attività giudiziaria al termine del mandato popolare, con relativa a sospensione dei termini di prescrizione, sono stati sollevati dubbi di legittimità per presunta lesione dei principi di uguaglianza con gli altri cittadini italiani.

Ma quale principio c’è, invece, dietro un provvedimento legislativo che stabilisca che il percorso formativo primario di un bambino debba avvenire attraverso l’opera di un maestro unico, con l’ausilio per alcune discipline soltanto, come religione e lingua, di altri specifici insegnanti?

Ora se Veltroni si è rifiutato di avallare la richiesta referendaria di Di Pietro per il Lodo Alfano, non dovrebbe spiegare le basi logiche che lo vedono invece richiedente, assieme allo stesso ex PM, di una raccolta di firme per il referendum abrogativo della legge sul maestro unico?

Veltroni dovrebbe anche spiegare ai suoi elettori ed agli iscritti al PD come, dall’impegno per il nuovo corso della sinistra riformista italiana, si è ritrovato a dover abbracciare le semplificazioni acritiche e populiste dell’alfiere del neo-giustizialismo. Il suo PD si ritrova, infatti, a ripercorrere i passi del vecchio ideologismo autoritario-massimalista del secolo scorso. Ma ciò che più inquieta è che su questa strada si ritrova a dover inseguire  un rozzo interprete come Di Pietro, per il quale anche un banale referendum sul grembiule può starci.

Vito Schepisi

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