Consulta e Vigilanza Rai sullo stesso piano?

L’iniziativa dei radicali, con i digiuni e gli scioperi della sete di Pannella, come anche quella strumentale di Di Pietro, l’intervento dei Presidenti delle Camere e finanche quello del Presidente della Repubblica, non possono porre sullo stesso piano le questioni del plenum dei componenti della Corte Costituzionale con la nomina del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai.

Sono due cose ben diverse che devono restare anche ben separate.

Dall’aprile del 2007 non è stato possibile alle Camere, riunite in seduta congiunta,  integrare la Consulta con l’elezione del quindicesimo Giudice della Corte Costituzionale. La motivazione conduce ad una sola  responsabilità: l’ostruzionismo della sinistra.

Il Plenum della Corte era venuto meno per le dimissioni del 30 aprile 2007 (18 mesi fa) del Professor Romano Vaccarella. Questi le aveva rassegnate per protesta contro il Governo. Prodi, a suo dire, era rimasto sordo e muto per le pressioni dei suoi ministri sulla Consulta, perché si esprimesse contro l’ammissibilità costituzionale del referendum di iniziativa popolare proposto sulla abrogazione di alcuni articoli della vigente legge elettorale. Leggendo dalla lettera del Professore Vaccarella, le dimissioni, divenute poi irrevocabili, venivano, infatti, proposte «sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali attribuite da organi di stampa ad alcuni Ministri e ad un Sottosegretario offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa, sia con riferimento all’assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni». Una motivazione molto pesante accolta con inspiegabile indifferenza da Prodi.

La nomina del Professor Vaccarella rientrava tra le cinque previste, su quindici, per indicazione  parlamentare. Nel 2002 il Professore era stato eletto in quanto designato dalla Casa delle Libertà Ora PDL. Quella, infatti, della designazione di un terzo dei componenti la Consulta – gli altri due terzi sono nominati per un terzo dal Capo dello Stato e per l’altro terzo dalle tre Magistrature superiori (3 Cassazione ed uno ciascuno Corte dei Conti e Consiglio di Stato) – avviene attraverso l’indicazione delle forze politiche. L’uscita, quindi, di un componente, per prassi, motiva la designazione da parte dello stesso gruppo che già aveva designato l’uscente. Questo metodo, utilizzato anche nel passato, è servito ad evitare la paralisi dell’Organo preposto alla verifica costituzionale di norme e leggi.

Se il metodo vale per tutti, un po’ meno sembra che valga quando la designazione non sia in quota alla sinistra ed in particolare se debba provenire dal partito di Berlusconi.

Il metodo adottato per la formazione della Consulta è brutto, è squilibrato, e può condurre alla creazione di fazioni, ma è quello previsto dall’art. 135 della Costituzione e si deve rispettare così com’è, e si ravvisano come necessari anche i criteri che evitino contrapposizioni paralizzanti.

Da questo braccio di ferro non si riuscirà a venir fuori se non con il riconoscimento al Pdl, nel frattempo diventato anche maggioranza nel Paese, del suo diritto di designare un componente. Una soluzione diversa andrebbe a rompere la consuetudine raggiunta per le designazioni di provenienza parlamentare e sarebbe motivo di ulteriore squilibrio all’interno della stessa Consulta, sia per il dilagante prevalere di un area politica e sia per l’innesto di ulteriori contrapposizioni in futuro.

E’ diversa, invece, la questione della Commissione di Vigilanza Rai, e non solo perché di diversissimo spessore. E’ differente perché in questo caso nessuno sostiene che la designazione non debba essere espressa dall’attuale opposizione, come è prassi consolidata.

Una commissione di garanzia, come quella della Vigilanza Rai, però, necessita che abbia nella sua figura più responsabile, cioè nel Presidente, l’autorevolezza di una scelta improntata al massimo dell’equilibrio e della correttezza. Nessuna squadra accetterebbe che ad arbitrare la partita ci sia una delle espressioni più esagitate della squadra avversaria. Se il candidato deve essere scelto per la garanzia di tutti, non può esserci una parte che dubita che il candidato risponda a questi requisiti.

Leoluca Orlando Cascio ha trascorsi molto intensi e coloriti per essere una garanzia per tutti. In passato ha persino fatto uso della tv pubblica per infangare, senza contraddittorio, onesti servitori dello Stato: in particolare un maresciallo dei CC che per le sue parole si è tolto la vita per il disonore.

Sono precedenti inquietanti, e non si possono ignorare.

Vito Schepisi

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