Di Pietro alza il tiro verso il Quirinale

Non ha fatto in tempo Veltroni a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di Di Pietro che questi subito ha alzato la posta. Il tentativo di Veltroni di correr dietro all’Italia dei Valori ed ai gruppi dell’antipolitica giustizialista e forcaiola può però essere di corto respiro per il PD e per la leadership del suo segretario.

Di Pietro pur di non farsi intrappolare nell’omologia di una opposizione coesa e compatta, in cui il suo ruolo in Parlamento si renderebbe del tutto inutile, trascinerebbe l’ex sindaco di Roma persino nei centri sociali, nelle piazze del v-day e forse fino alla lotta armata e, se il caso, anche tra elmetti e svastiche.

Non sembra uomo che si ponga scrupoli l’ex magistrato ideatore di un sogno giustizialista  negli anni ’90, che è parso piuttosto simile ad un golpe di magistrati.

Il gioco al rialzo può andar bene ad un partito di assalto che non ha niente da perdere perché poco rappresentativo. Può andar bene a Di Pietro che rischia di non raggiungere la soglia elettorale per entrare in parlamento e che ha bisogno della visibilità che gli deriva dal gusto dell’astio e dalla contrapposizione netta. Il gioco al rialzo, invece, non è utile ad un partito che aspira a diventare maggioranza nel Paese e che dovrebbe mostrarsi responsabile e maturo per governarlo.

E’ stato un grosso errore di Veltroni alle ultime elezioni quello di voler mortificare, come ci provava il vecchio pci con il psi, la concorrenza riformista dei socialisti per imbarcare la visceralità antipolitica di Di Pietro. Ora la concorrenza dell’ex magistrato sta trainando il PD su un sentiero impervio e pericoloso. Veltroni avrebbe dovuto saperlo che sulla lealtà politica di Di Pietro non si può fare alcun affidamento.

Di Pietro ha in se la sicumera tipica del tiranno che stabilisce rapidamente le sue mutevoli certezze.

Gli avversari interni del segretario del PD ora lo aspettano al varco, come Mao sulle sponde del fiume nell’attesa dei cadaveri dei suoi nemici.

Nessuno, però, deve pensare che Veltroni sia così sprovveduto. E’ scenico ed illusionista, è l’uomo che prova a muovere le emozioni, è un campione della letterina a Babbo Natale, ma non si deve pensare che sia stupido. Sarebbe necessario tener sempre ben presente che arrivare a sedere sulla sedia di direttore de l’Unità e competere per la segreteria del Pds, quando questo partito era ancora una formazione di ex pci che aveva solo cambiato nome, perché dopo la caduta del muto di Berlino si vergognava del vecchio nome, non è da stupidi ma da uomini con sufficiente arguzia. Ed anche tanto arguti, nella tipica astuzia leninista, da arrivare finanche a rinnegare la sua militanza nel pci.

Non bisogna mai dimenticare che la selezione del vecchio partito della sinistra internazionalista era dura e stringente. Tra le sue maglie non passava niente senza l’attenta analisi sul passato, senza la valutazione nel merito delle capacità per il futuro e, soprattutto, senza consolidate prove sulla certezza della fedeltà politica verso il partito.

Veltroni intende solo riscaldare la piazza per la manifestazione del 25 ottobre prossimo contro il governo e contro Berlusconi e prova a spuntare le armi di Di Pietro per le prossime regionali in Abruzzo. Ma deve stare attento perché non mette in conto né la popolarità del Governo e neanche il disgusto del Paese per questi giochetti.

L’accentuazione della sua opposizione, infatti, sarà solo di breve durata, perché l’autore de “La scoperta dell’alba” sa bene  che con le posizioni piazzaiole non può bucare il consenso del Paese che è una platea, seppur più silenziosa e più pigra, molto più ampia ed incisiva della rumorosa piazza che oggi Walter Veltroni vorrebbe contendere a Di Pietro.

L’attacco al Presidente della Repubblica dell’ex magistrato è non solo gratuito e fuori luogo ma anche mal riposto perché non è il Capo dello Stato che stabilisce le volontà del Parlamento. E’ un attacco che odora di provocazione e di sfida. Sia la scelta di un Giudice della Consulta di indicazione parlamentare, che quella del Presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, attengono a prerogative del Parlamento. Di Pietro sa che è in atto un serrato braccio di ferro sia per l’una che per l’altra questione. Mentre la nomina del Giudice, nella prassi corrente per la ricerca dell’equilibrio, spetta ad un candidato indicato dalla maggioranza, quella del Presidente della Vigilanza, sempre per prassi consolidata, ad un parlamentare dell’opposizione. Mentre per la prima v’è stato un veto alla nomina di Gaetano Pecorella, indicato dalla componente di Berlusconi, per la seconda c’è stato un veto per la nomina di Leoluca Orlando, rappresentante della formazione dipietrista dell’Italia dei Valori. E se viene chiesto un passo indietro per Pecorella, Di Pietro non sembra disposto a fare un passo indietro per Orlando. Cosa centra allora il Presidente della Repubblica in questa questione se non per la volontà di accentuare lo scontro?

Mentre per la Consulta si tratta di una chiusura pretestuosa dal sapore della vendetta contro il leader del Pdl, per l’altra c’è la constatazione che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina alla presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza della Rai di Leoluca Orlando Cascio da Palermo. Questi è già stato alla ribalta  per il suo arcigno giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti.

C’è, infatti, chi ritiene che abbia già mietuto troppe vittime il giustizialismo puntiglioso e sommario di coloro che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poter consentire di far presiedere questa commissione di garanzia da chi ha sostenuto e sostiene queste convinzioni. La verità giuridica avviene sempre alla fine delle fasi di un processo. La colpevolezza si forma infatti con le sentenze e non con le fasi inquisitorie. Il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa, come in più circostanze è accaduto, non è assolutamente infallibile.

Vito Schepisi

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