Il PD riposiziona il trattino tra centro e sinistra

 

La campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento è ormai alle spalle, e la prossima sui temi della scelta politico-programmatica degli elettori è lontana nel tempo a venire. Il PD abbandona così il percorso, mutuato dalla tradizione europea, di una sinistra moderata che contende la centralità della strategia politica ai gruppi popolari, e riscopre il trattino che separa il centro dalla sinistra.

L’apparentemente insignificante trattino, come è ormai diventata abitudine, viene riscoperto solo per distinguere le istanze del centro da quelle della sinistra. Viene interposto, nella semplificazione del  concetto di “centrosinistra” da quello di “centro-sinistra”, per separare le tipiche spinte dei moderati verso lo sviluppo con una sguardo alla solidarietà, dalle scelte più estremiste, tipiche invece della sinistra, frutto di una cultura della lotta sociale avulsa dal contesto economico-produttivo. Ovvero le due collocazioni insieme ma separate da un trattino, per porre un distinguo tra la predisposizione al confronto ed al dialogo con le diverse istanze della società civile, propria dei centristi, e quella invece di una formazione acquisita tra i principi del conflitto tra classi ed abituata alla vecchia contrapposizione ideologica verso il mondo della produzione, propria, invece, quest’ultima, della tradizione dei movimenti di sinistra.

In Italia, però, nei fatti, il trattino significa sempre che il centro viene abbandonato per  dar sfogo alla rituale aggressione contro il competitore politico ed alla sua ormai consueta criminalizzazione. L’esperienza nazionale ci porta a ritenere che i toni ed i contenuti della sinistra, ex o post marxista, siano così impregnati di carattere ideologico e di metodo assolutista da riuscire a sopraffare i toni più pacati e civili, tipici del centro. La prepotenza della sinistra, perciò, prevale quasi sempre.

E’ la ragione per cui si finisce col mettere la mordacchia alla moderazione per far prevalere i toni più esagitati dello scontro.

Con l’apparizione del trattino, riemergeranno le bandiere rosse nelle piazze. Si prepara così, infatti, la manifestazione di Veltroni del 25 ottobre prossimo: l’antiberlusconi-day come è stata soprannominata.  Già si è riproposta la solita retorica inconcludente dell’antifascismo di maniera. E si rinfocolerà pure quella forma oggettiva di simil-fascismo che si sostanzia nell’intolleranza e nell’odio verso il competitore politico. Ci si dovrà ora riabituare a sentir ripercorrere la storia di ieri e quella di oggi dell’avversario, e se fosse possibile anche quella di domani, naturalmente per trarne motivi di criminalizzazione e discriminazione, come con gli archivi del Kgb con le ventate del revisionismo in Urss per dar corso alla repressione. Riemergerà, poi, quella spocchia elitaria che farà considerare di inferior peso i voti raccolta dai partiti avversari che vincono le elezioni. E si tornerà di conseguenza ad accusare gli elettori di stupidità e di ignoranza. Naturalmente quando non voteranno per loro! Si riproporrà la favola, davvero stucchevole e stantia, oltre che falsa e maligna, del controllo dei media e del conflitto di interessi di Berlusconi. Ritorneranno insomma i sintomi di quel “delirium tremens” della sinistra che, purtroppo per il Paese, si conosce già da tempo.

Il mito della sinistra e la sua consueta retorica sono ormai degli “evergreen”. Non tramontano mai! E non manca il furbo di turno che spaccia il riciclo di uomini e parole d’ordine per il nuovo, come quel capo di lana lavato con quel detersivo che fa sembrare sempre tutto come se fosse nuovo. Come Walter Veltroni che è un capo, anche se non di lana, ma anche un vecchio e ben conosciuto politicante di professione che si spaccia, invece, anch’esso per nuovo.

A sinistra ha cominciato Di Pietro con la sua corte di incalliti calunniatori, pronto ad occupare quello spazio apparentemente lasciato vuoto, ed ora, subito, dopo neanche sei mesi dal suo impegno alla moderazione ed al confronto, all’ex magistrato, come si pensava, si unisce Veltroni.

E’ un atteggiamento tipico del post comunismo che non riesce a liberarsi della tara della sua provenienza.

E’ ormai uno stereotipo per la sinistra indossare in campagna elettorale il mantello dell’agnello per spogliarsi dagli orpelli del buonismo e dell’immagine della affidabilità democratica sin dal primo richiamo della foresta. Il post comunismo non è meno falso ed ingannevole della sua vecchia espressione più tradizionale ed ortodossa. Alla sinistra post comunista, ad esempio, è rimasta la stessa pretesa di quella di una volta di non tollerare un nemico a sinistra.

Ha così ragione di esultare l’idv di Di Pietro che rivendica il merito d’aver tracciato la nuova linea del PD. Ha ragione di esultare per aver costretto Veltroni a seguirlo sulla strada dello scontro: “finalmente- ha dichirato il dipietrista Donati – la pensa come noi”.

Bella soddisfazione per il nostro cultore della fction! Questa volta la trama del film l’ha scritta un altro per lui.

Vito Schepisi

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