Niente inciuci per la Rai

Non è il caso di riprovarci ancora.

Tutti i tentativi di ricondurre la Rai ad una diffusione equilibrata dell’informazione e della equità dello spazio da dedicare alla politica ha sempre trovato la prepotenza di coloro che considerano come un giusto equilibrio solo ciò che definiscono “politicamente corretto”.

L’Italia ha sentimenti diversi e storie più articolate da raccontare da quelle dei Santoro e dei Floris. E non si può tollerare ancora che quello della terza rete Rai sia rimasto lo stesso canale lottizzato al pci dei tempi di Bernabei.

Il servizio pubblico ha l’obbligo di essere il fedele megafono dell’Italia intera, e deve anche apparire tale. L’informazione è un servizio, come lo è quello della pubblica sicurezza o della magistratura, che serve a garantire tutti in Italia. Tutti e senza etichette.

Devono prevalere i tre principi fondamentali che normalmente contraddistinguono la correttezza della gestione di un bene pubblico: il primo è l’adeguato controllo della spesa che deve osservare i criteri della prudenza e della economicità, con l’impegno quindi a tagliare tutto ciò che è superfluo; il secondo è quello della correttezza nell’erogazione delle sue prestazioni; il terzo, ancora più essenziale essendo quello della Rai un servizio di diffusione dell’informazione, è quello di assicurare con diligenza ed equilibrio il  pluralismo di pensiero di un Paese democratico.

Tutti i faziosi e sedicenti satiri, pronti a lanciare messaggi di ogni tipo, facciano i loro spettacoli di lotta e malanimo politico nelle strutture private e senza farsi pubblicità gratuita nel servizio pubblico. E se gli artisti sono pagati per cantare, che cantino senza far sermoni di basso profilo. Il libero diritto di esprimersi è valido solo se è davvero un diritto concesso a tutti e, siccome la Rai a tutti non lo può assicurare, ogni privilegio deve essere considerato abusivo ed illegittimo.

Non si può continuare a pretendere che un servizio pagato col canone dei cittadini ed il cui eventuale deficit di bilancio, come accade, è coperto con i soldi dei contribuenti attraverso il già pesante prelievo fiscale, sia o mostri di essere sbilanciato verso una parte politica. Questo sarebbe intollerabile e moralmente deprecabile. Tra i contribuenti e tra coloro che sono obbligati a pagare il canone Rai – che è diventato tassa per il possesso di un apparato radiotelevisivo – ci sono coloro che a Santoro, a Celentano, a Fazio, a Floris ed altri ancora non gradirebbero dare neanche un centesimo. E’ un loro diritto, come quello di un qualsiasi cittadino che chiede che tutti rispettino le leggi e che tutti assumano comportamenti corretti nei rapporti con il prossimo.

Niente inciuci, pertanto, per la Rai, ma nomine di persone di provata capacità ed equilibrio, senza spartizione politica e senza cedere a proposte di nomina di uomini che presentino pericoli di eccessi e di faziosità.

Sappiamo, a tal proposito, che una parte dell’Italia non gradirebbe la nomina di Leoluca Orlando Cascio da Palermo, per la presidenza della commissione interparlamentare di vigilanza. Questi è già noto per il suo giustizialismo e per l’uso sconsiderato dei canali televisivi pubblici nell’infangare la reputazione di persone innocenti.

Ha già mietuto troppe vittime in Italia il giustizialismo puntiglioso e spesso sommario di personaggi che considerano che “il sospetto sia l’anticamera della verità”, per poterci consentire di far presiedere questa commissione da chi ha sostenuto queste convinzioni. La verità giuridica avviene alla fine delle fasi di un processo ed il Pubblico Ministero che insinua il sospetto della colpa non è assolutamente infallibile, come in più circostanze si è avuto modo di verificare.

Alla Commissione di vigilanza si richiede di far prevalere in Rai correttezza, equilibrio e tolleranza, non di esercitare una lotta senza quartiere verso gli avversari politici, come fa l’Idv di Di Pietro, movimento in cui milita Orlando, e che si ostina a rifiutare di riconoscere la legittimità del responso elettorale, benché sia stato chiaro ed inequivocabile ed ottenuto sugli impegni che la maggioranza sta via, via sostenendo.

Per la nuova presidenza del consiglio di amministrazione e per la nomina dei consiglieri si chiede un passo indietro della politica. Gli uomini devono essere scelti nella società civile tra coloro che non hanno etichette e mostrano di far prevalere l’impegno, lo studio, le capacità, i valori, la cultura alle cortigianerie ed alle militanze in gruppi, partiti ed associazioni che direttamente o indirettamente si rifanno al supporto di una politica e/o di un’idea.

E’ meglio un anonimo consigliere dell’accademia della crusca di un decano del giornalismo già avvezzo a navigare per le acque del compromesso ed educato nella logica della “correttezza politica”. Meglio la modestia di un libero ed onesto amministratore anziché la lingua consumata di uno dei tanti professionisti della sviolinata.

Vito Schepisi

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