Legalità e Giustizia

C’è chi si ostina a ritenere che ai primi posti delle questioni da risolvere in Italia non vi  sia quella della giustizia. L’assunto poi è sempre seguito da una serie di considerazioni che finiscono col porre  la questione della legalità come fondamentale principio da cui derivano una serie di provvedimenti da assumere nell’interesse delle popolazioni.

Ci sarebbe così da chiedersi come possa porsi una questione disgiunta dall’altra?

Ma si dovrebbe anche chiedere, a coloro che oggi focalizzano l’attenzione sulla legalità, dove fossero quando, nei due anni di governo Prodi, questa legalità non solo non era considerata degna di eccessiva attenzione, ma la sua mancanza, per ignoranza o calcolo, registrava persino episodi di rilevante gravità.

Grave, infatti, dovrebbe essere considerata l’offesa alla responsabilità ed alla dignità delle persone che, come per il caso Speciale, su nomina del potere esecutivo dello Stato, svolgevano servizi di grande importanza e delicatezza nell’interesse, appunto, del controllo della legalità.

L’interferenza nell’autonomia, nello specifico con protervia, del Ministero del Tesoro, nella persona del Vice Ministro Visco, senza giustificato lecito motivo, non è stato certo un grande esempio di attaccamento alla legalità, soprattutto per il significato che la questione assumeva per essere stata proprio la Guardia di Finanza di Milano, i cui vertici si volevano rimuovere, a porre sotto osservazione giudiziaria la scalata di Unipol alla Bnl ed i rapporti dei leader dei democratici di sinistra Fassino, D’Alema e La Torre con l’allora Presidente di Unipol Consorte, tutti uomini appartenenti alla stessa area politica del Vice Ministro Visco.

E neanche deve essere stata orientata al rispetto della legalità la goffa attività dell’esecutivo di Prodi, prima impegnato nel classico “promoveatur ut amoveatur” del generale Speciale con la proposta di nomina al Consiglio di Stato, e poi con l’attacco in Parlamento, all’onorabilità dello stesso Generale, pronunciato dal Ministro Padoa Schioppa, attacco ritenuto platealmente illogico in quanto in stridente contrasto con l’importante nomina prima proposta.

Ed affermare che le funzioni dello Stato devono trarre la loro legittimazione dai reciproci comportamenti rispettosi ed integerrimi non vuole forse dire che questi rapporti debbano rappresentare esempi di correttezza e legalità?

Lo stesso valga per il caso del consigliere Rai Petroni rimosso, sempre dall’allora Ministro Padoa Schioppa, senza motivo che non fosse altro che quello di avvicendarlo con un uomo politicamente vicino all’allora Presidente Prodi ed, anche in questo caso, in modo controverso ed illegittimo.

I casi Speciale e Petroni, prima di altri, costituirono i più eclatanti di un clima di “illegalità” che allora sono stati ignorati dagli odierni benpensanti della legalità, casi per i quali gli organi di giustizia competenti, Consiglio di Stato e Tar, hanno espresso giudizi di illiceità e disposto provvedimenti di reintegro nelle funzioni, sconfessando così le goffe, arbitrarie ed autoritarie iniziative di quel governo.

C’è da intendersi innanzitutto cosa si voglia intendere con “legalità”, perché non si faccia confusione. Le parole oggi vengono spesso pronunciate più per rendere immagini suggestive che per dar corpo a provvedimenti da adottare. Per alcuni  sembra che legalità voglia dire semplicemente rimuovere il Presidente Berlusconi dall’incarico in cui, in virtù della maggioranza dei seggi conquistati in Parlamento alle ultime elezioni  politiche di appena 4 mesi fa, è stato insediato dal corpo elettorale. Questo, però, sarebbe invece un atto illegale perché solo il Parlamento avrebbe la legittimazione per poterlo fare, con la sfiducia. E non sembra, al momento, che la maggioranza del Parlamento italiano sia orientata a questa soluzione, anche perché l’attività di questo governo pare sia sostenuta saldamente dal consenso degli italiani. 

Battersi per la legalità deve invece essere inteso come un  impegno costante su diversi fronti come, ad esempio: ripristinare la vivibilità delle città oggi rese insicure dal diffondersi della criminalità; prestare attenzione alla salute pubblica (sanità, smaltimento dei rifiuti, ecologia); offrire servizi efficienti ai cittadini;  assistere malati, anziani, ed indigenti;  proteggere la maternità e l’infanzia;  garantire il diritto all’istruzione in modo diffuso e pluralista; prevenire e reprimere tutti i reati.

Ci sarebbe poi da intendersi su alcune altre questioni. E’ importante, infatti, stabilire che come non è lecita l’evasione fiscale, non è neanche lecita l’immigrazione clandestina. Non è giusto sottrarsi alla giustizia, o al giudice naturale, se non nei casi previsti dai codici, ma non deve essere inteso giusto neanche far politica attraverso la giustizia.

Una giustizia politicizzata finisce sempre con essere la negazione stessa della giustizia.

Dovrebbe essere immorale rimuovere i magistrati scomodi, com’è accaduto per De Magistris e la Forleo, solo quando i loro presunti comportamenti scorretti siano indirizzati verso una parte politica, ignorando invece i casi di altri, con atteggiamenti anche più eclatanti, che si distinguono nei loro atti per accanimento politico verso la parte avversa.

Non sono giusti i condoni fiscali ma neanche gli indulti, sebbene sia gli uni che gli altri devono a volte rispondere anche a criteri di opportunità ed a carenze della pubblica amministrazione. Non è onesto far pagare alle classi più bisognose le difficoltà delle imprese, ma neanche sottrarre al contributo fiscale, come tutte le attività produttive e commerciali, le catene di cooperative operanti nei settori più diversi dell’economia del Paese. Soprattutto se i loro ricavi finiscono per finanziare scalate bancarie o campagne elettorali.

La questione Giustizia, inoltre, non è solo questione di legalità ma anche di legittimità. Nessun potere, infatti, può essere esercitato senza adeguato controllo. I costi elevati, ancora, non consentono il dispendio di ingenti energie alla ricerca di argomenti più da gossip che da rilevanza penale. Se oggi tutto è spettacolo non vuol dire che si possa tollerare che anche la giustizia lo sia, e richiedere riservatezza e prudenza non deve essere inteso solo per rispetto della privacy e della dignità dell’uomo, ma soprattutto per una chiara scelta di civiltà.

La giustizia deve essere esercitata realmente in nome del popolo.

Ci sarà, pertanto, un modo di amministrarla tale da rendere la sua attività in empatia con le ansie e le preoccupazioni dei cittadini, magari in simbiosi con la richiesta popolare della prevenzione e repressione dei reati di più rilevante pericolosità sociale!

L’autonomia dei magistrati, inoltre, dovrebbe riguardare più l’esercizio della funzione che la sua libera interpretazione.

La legalità, infine, si può sviluppare e diffondere attraverso una profonda riforma dell’ordinamento giudiziario in cui centrale deve apparire la questione della separazione delle carriere, tra magistratura requirente e magistratura giudicante, soluzione che deve essere considerata alla base del giusto processo.

Non si può, infatti, pretendere legalità dove non si diffonde giustizia.

La magistratura ed i magistrati devono acquisire la cultura di considerare la funzione giurisdizionale come un servizio da rendere alla società ed alla democrazia e non come strumento per la propria scalata sociale e/o per la crescita del potere della “casta” in cui finiscono per arroccarsi.

Vito Schepisi

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