il Paese che non c’è

pro1_v0.jpgLa difesa del Governo e del suo operato, in questa animata crisi di una stagione politica molto confusa, sa di paradossale.
E’un atto quasi dovuto difendere il proprio operato politico, a volte anche a dispetto di ogni evidenza. Non si è mai sentito un capo di governo che abbia detto d’aver governato male, e tanto meno d’averlo fatto a danno e dispetto del popolo. Si ha anche la convinzione che quando la coalizione vincente in una competizione elettorale sia chiamata ad esprimere la realizzazione di un programma di governo abbia per istinto e per opportunità politica la voglia di far bene e di circondarsi della soddisfazione degli elettori e del Paese.
Ed è così che penso di Prodi e del suo esecutivo: c’era in loro una gran voglia di far bene. C’era persino la consapevolezza d’aver descritto un Paese in ginocchio e di poter aver quindi vita facile nel dimostrare la loro capacità di rimetterlo in piedi. La ripresa era già avviata, il Pil incominciava a crescere, la base contributiva si allargava, l’occupazione aumentava e persino l’evasione fiscale, grazie anche ai vituperati condoni, si andava riducendo, facendo emergere redditi che divenivano gettito costante.
C’erano insomma le condizioni ideali per soddisfare la loro smania di dar a vedere che la sinistra aveva rimosso, con Berlusconi, un ostacolo alla crescita ed alla distribuzione della ricchezza del Paese. Potevano dimostrare che le garanzie sociali ed i servizi trovavano attenzione e impegno per offrire finalmente al Paese un livello di vita più dignitoso, alla pari di altri paesi europei. Era persino sufficiente non muoversi, non fare niente in materia economica e finanziaria, per godere di rendita. Ma, come si sa, il diavolo ha sempre le corna: non si smentisce mai!
E’ bastata la loro presenza, così, per complicare le cose. La sinistra in Italia distrugge ogni cosa che maneggia, come un re Mida all’incontrario che trasforma in immondizia, anziché in oro, tutto ciò che tocca. Le parole della campagna elettorale, gli slogan, le contorsioni concettuali sulle leggi ad personam, sul conflitto di interesse, sui guasti del governo Berlusconi non solo diventavano oggetto di furia vendicativa ma un indirizzo di discontinuità col passato nell’azione di governo.
Era come se nel percorso di un’automobile in corsa per assicurare la puntualità in un impegno, si tirasse il freno a mano per bloccare la vettura. Il motto quotidiano diveniva quello di modificare sempre e comunque e di agire, anche contro l’interesse del Paese, pur di dimostrare che quella del governo Berlusconi era stata una parentesi da cancellare nella storia politica italiana.
Mai stupidità politica, invece, si è resa responsabile di tanto masochismo. Dinanzi alla politica punitiva di Prodi e della sinistra, con l’istinto alla vendetta ed della bramosia di rivalsa, si è calpestato di tutto e soprattutto il buonsenso. La scure fiscale e l’introduzione di nuove tasse si è  abbattuta soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, tanto da colpire sensibilmente le buste paga di lavoratori e pensionati. Tutto mentre gli indici di inflazione salivano e soprattutto il costo reale della vita diventava insostenibile per le famiglie.
A volte, ascoltando Prodi e le sue immagini di felicità,  è sembrato di assistere alla rappresentazione in cui Maria Antonietta di Asburgo, moglie di Luigi XVI, re di Francia durante la Rivoluzione Francese, comodamente alloggiata nella sua dipendenza privata nella reggia di Versailles, sembra abbia risposto, a chi la informava che i francesi non avessero il pane, di dar loro brioches.
Prodi ha continuato, come in una cantilena, a parlare della felicità e delle conquiste del suo governo, pur avendo dinanzi un popolo che gridava i suoi problemi e che per mesi ha supplicato di prestare attenzione alle grida di dolore. Ha ignorato persino al significativo segnale elettorale nelle amministrative dello scorso anno. Non ha avuto alcuna pietà per il popolo, come la monarchia francese alla fine del diciottesimo secolo. E’ rimasto del tutto sordo alla diffusa richiesta degli italiani di far fronte alle esigenze di vita.
A distanza di 210 anni circa, pur coi tempi mutati, il ricorso storico del contrasto tra i fasti della monarchia francese e del popolo costretto alla fame, dà l’idea di tanto cinismo. Deve essergli stata fatale la gita a Caserta, nella reggia Vanvitelliana, dove è sembrato Mosè dopo che il Signore gli aveva dettato i 10 comandamenti.
Ascoltare i discorsi di esponenti della maggioranza si ha l’idea di un’Italia diversa. La discrasia tra l’immagine e la realtà fa venire in mente quella barzelletta in cui dovendo vendere la sua casa per comprarne un’altra più confortevole, un appuntato (naturalmente dei carabinieri) si rivolge al suo maresciallo per scrivere l’annuncio da pubblicare sul giornale. La casa in vendita da essere piccola, angusta, fatiscente, invivibile diventa così un’accogliente dimora, ideale per una famiglia, confortevole e spaziosa, tanto che l’appuntato rinuncia a disfarsene dicendo: “maresciallo….e perché devo vendere una casa così?” . Questa maggioranza si è così voluta ritrovare in un’Italia più felice e serena da essersi innamorata della sua immagine, e ora descrive un Paese che purtroppo non c’è.
Prodi ed i suoi uomini ci ricordano il Ministro dell’informazione di Saddam Hussein quando questi con i soldati americani a pochi centinaia di metri da lui, continuava ad insistere nel dire che l’esercito USA era stato respinto fuori da Bagdad e che le forze armate USA stavano subendo ingenti perdite.
Fu soprannominato “il comico”: ora servirebbe un concorso di idee per trovare un soprannome per Prodi!
Vito Schepisi
http://www.loccidentale.it/node/12267
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