Declino e tristezza

Anche sulla tristezza a sinistra non c’è accordo. Mentre Napolitano e Prodi si affrettano a smentire il New York Times sul declino ed il grigiore dell’Italia d’oggi, Veltroni commentando le osservazioni del prestigioso quotidiano statunitense, afferma che “non ha scritto cose infondate: il Paese ha i fondamentali per farcela, ma è il contesto, la farraginosità del sistema politico e istituzionale, il clima d’odio e di contrapposizione che determina lo stato non sereno al quale il quotidiano statunitense ha fatto riferimento”.

Si potrebbe persino pensare che il Sindaco di Roma sia una persona che ragiona, e senza che si preoccupi di far solo politica, malgrado si conosca abbastanza bene il suo culto per la fiction. Ma è anche legittimo il dubbio che sia effettivamente così, e non che invece, anche questa volta, il cinefilo voglia recitare a soggetto ed interpretare il suo ruolo.

Si diceva di Berlusconi che prima di parlare consultasse i sondaggi, Veltroni in questo sembra il suo clone più puntuale. Ogni sua parola è destinata a provocare un effetto, come in un film in cui la sceneggiatura si adegua alle emozioni che si vogliono richiamare. Veltroni è un animale da ciak, un regista di se stesso. La sua è una storia che è scritta per le sensazioni da divulgare, come una favola, un racconto di buone intenzioni, di pensieri virtuosi, di sentimenti da valorizzare. La sua è una sceneggiatura scritta per tutti. E’ pensata per grandi e bambini, ricchi e poveri, fantasiosi e grigi, capaci ed incapaci, sinceri e furbi, tra buoni propositi e posizioni piuttosto sfumate, con l’espressione del serio tra il drammatico ed il fiducioso, tra l’ultima spiaggia e le distese di fertili praterie.

L’ex comunista Veltroni è alla conquista di un potere da esercitare, di uno spazio politico da conquistare: si preoccupa di dar credibilità complessiva al suo ruolo che stenta e rendersi pienamente autorevole. Coltiva così le sue rinnovate ambizioni.

Anche questa volta, per scrollarsi il peso di un’eredità fastidiosa, arriva l’ennesima conferma che il leader del PD voglia prendere le distanze dal Governo. Prodi ed i suoi ministri restano sempre più isolati su tutto. Anche sulla questione Speciale (il Generale della Gdf rimosso da Padoa Schioppa per coprire l’arroganza di Visco) il PD fa marcia indietro e riconosce gli sbagli, isola Prodi, difeso “senza se e senza ma” solo da una parte della sinistra di Pecoraro Scanio e Diliberto.

L’Italia di Prodi, in verità, ha proprio ragione il NYT, è quanto di meno felice si possa immaginare: è quasi sempre triste e sconsolante e non è un bello spettacolo! L’Italia può vincere il campionato mondiale di calcio, può assistere in tv alla lettura di Benigni della Divina Commedia di Dante, esaltarsi per il genio e l’arte dei suoi figli nei secoli, ma poi vedi Prodi in tv e perdi tutto l’entusiasmo.

C’è sempre un Celentano che ti riporta alla miseria della quotidianità, che ti fa pensare alla stupidità, che ti fa capire che il Paese sta male davvero!

Troppo frettolosa ed interessata è apparsa la prontezza con cui Napolitano, ospite negli USA, ha voluto smentire le impressioni che l’Italia offre di se all’esterno. Troppo frettolosa ed istintiva per poter analizzare i riferimenti generali a cui un osservatore straniero, per essere disinteressato alla quotidianità di un confronto politico che in Italia è spesso incivile, è più attento.

Non si può addebitare al Presidente Napolitano la difesa d’ufficio del Paese. Sarebbe ingeneroso. Non poteva fare altrimenti, specialmente in terra straniera, che difendere il Paese e l’integrità della sua espressione democratica e rappresentativa ai diversi livelli, dal politico all’imprenditoriale. Non poteva esimersi dall’affermare che l’Italia fosse capace di dare risposte sensate alla domanda di fiducia e tranquillità dei suoi cittadini. Sappiamo, però, che la verità è tanto diversa! E pensiamo che il Presidente degli Italiani possa fare qualcosa di più per l’Italia, persino ammonire la politica e sostenere che la fiducia formale che si ottiene in Parlamento non sia sufficiente a nascondere la sfiducia sostanziale nel Paese. C’è un Presidente della Camera che ha persino dichiarato il fallimento di questo Governo!

Il Capo dello Stato non può non comprendere che quando si fa cenno ai limiti del Paese non ci si riferisce alle sue potenzialità e neanche all’intelligenza del saper fare e del realizzare. I limiti sono invece nelle possibilità che si offrono ai cittadini, in relazione ai mezzi ed ai sostegni. Sono nell’effettiva coerenza del suo programma di sviluppo. Gli ostacoli rivengono da un Paese reso obsoleto nelle infrastrutture e nei servizi e che, come la cronaca ogni giorno ci documenta, non funziona nei suoi elementari strumenti della vita civile, come si deve pretendere in una società rivolta al progresso ed alla civiltà.

Le difficoltà del Paese risiedono in un sistema in cui la politica e le funzioni dello stato privilegiano metodi e strumenti da regime poliziesco, oppressivo ed illiberale per affermare presunte ragioni politiche. La beffa, ad esempio, viene nel constatare che a Napoli, con i tanti problemi che ci sono in quella città, s’indaghi su presunte corruzioni del capo dell’opposizione, definite da tutti prive di rilevanza penale, mentre si assiste dall’altra parte ad esercizi di equilibrismo, persino campanilistico, dove spesso l’interesse particolare di gruppi, fazioni e singoli si sovrappone al diritto di tutti.

Questo Governo sembra sempre più impegnato a trovare le ragioni del durare, ed ad attivarsi nella ricucitura di una maggioranza che scivola via, che all’azione coerente di gestione e riforme. E’ senza un programma davvero condiviso e coerente.  Si assiste a pressioni su uomini e gruppi, pur di mantenere una maggioranza. Si fa persino ricorso ad un collante che spesso sa di ricatto.

La politica finanziaria del Governo assomiglia più ad un bazar di merci scambiate che ad una seria ipotesi di sviluppo del Paese. Prevalgono le forme surrettizie di finanziamento a uomini, gruppi o rappresentanti di minoranze, in cambio del voto sulla fiducia. E’ un bazar dove si acquista il consenso politico nel Palazzo, allontanandosi dai bisogni e dagli interessi del Paese.

Vito Schepisi

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