Sono Veltroni … ma anche Berlusconi!

Marzo 17, 2008 by vitoschepisi

walter_veltroni_1.jpgC’ è sempre un modo diverso per essere comici. Al contrario di altri paesi, in Italia la comicità si è espressa in tante forme diverse tanto da diventare, il popolo italiano, famoso per i modi anche bizzarri di interpretare la vita.

L’Italia ha saputo imbrigliare con la più amara ironia la drammaticità della cattiva sorte e della malversazione: ha saputo trarre coraggio anche dalle sventure, inventandosi antidoti e pozioni per meglio esorcizzare il dolore.

I sacrifici, la miseria, le sofferenze, assieme alla meschinità, alla viltà, ai vizi ed alle virtù, tutto nel tempo della storia è stato nello stesso momento esaltato e sdrammatizzato con l’arte dell’ironia e della burla. Gli italiani si sono mostrati capaci di sorridere laddove altri si mostravano seri e compunti, ma anche per converso di piangere e soffrire laddove gli altri si mostravano cinici ed indifferenti.

Tanti attori, tanti interpreti chi con grande talento, altri con un po’meno, come ad esempio Veltroni.

Come non pensare a Benigni? Alla sua La vita è bella  dove ha saputo e voluto raccontare il nazismo e l’orrore, la severità e l’idiozia, i campi di concentramento, l’odio razziale, uno spaccato anche storicamente abbastanza recente della follia dei regimi ideologici. L’ha fatto con l’ironia e la beffa, con la filosofia romantica di un’umanità che sa riscattare in modo provocatorio e fermo il valore umano dell’individuo e la dignità e dell’uomo.

Tra le attitudini ci sono coloro che hanno l’animo ed il gusto interpretativo per evocare sia le giuste emozioni che la sensibilità delle coscienze. Il pluralismo delle sensazioni è anche un benefico lavaggio nel limpido ruscello del confronto, dove sgorga quell’acqua che elimina le scorie della incomunicabilità e del pregiudizio.

Ci sono anche coloro che invece sembrano goffi e che forzano la loro interpretazione in un crescendo di atteggiamenti che sanno di spicciola furbizia e di consapevole mistificazione, come ad esempio Veltroni, con quei suoi modi da recita, con i suoi onnicomprensivi pensieri, ma anche con la sue mimica suggestiva tra il divertito, il serio, il pensieroso, il preoccupato, l’ascetico.

Ed è meditando su una strana e serrata campagna elettorale che può tornare alla memoria un’opera letteraria così assimilabile con la nostra politica. Una campagna elettorale che interpreta il costume di un Italia dove i feudi, il potere, la sonnacchiosa ed apparentemente distratta gestione, il controllo e le metamorfosi dei pensieri, delle strategie, degli ideali, dei tormenti sociali, resta il filo conduttore di un’idea che sintetizza la trama de Il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedura: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Anche il nuovo ha l’immagine del vecchio. Cadono i muri e le certezze e il mondo si trasforma, la globalizzazione prende il posto delle autarchie, il principio del mercato si sostituisce a quello del dirigismo marxista, ma i personaggi sono sempre gli stessi. Sempre uguali. Sembra persino che conservino le stesse facce, anche quando le generazioni mutano e si avvicendano. Alcuni sono lì da sempre come se fossero uomini immortali, in prima fila a riproporsi, cambiando giacchette e maschere, dopo un lifting politico tra l’incredibile e l’audace. Sempreverdi di una pianta che non dà frutti, né fiori ma solo bacche grigie, amare, indigeste se non velenose

Veltroni è poi colui che sintetizza alla perfezione la massima di Tommasi Di Lampedusa: “attribuire ad altri la propria infelicità è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati”. Circondato dagli stessi uomini contro cui oggi sembra opporsi nei programmi, inoltrandosi verso un percorso politico del tutto diversificato da quello di Prodi e della sua maggioranza, sembra astutamente voler attribuire ad altri le responsabilità della cattiva gestione del governo ancora in carica di Prodi, mentre ne è incontrovertibile continuità per uomini e sostanza politica.

Veltroni, con la finzione di contenuti mutuati alla “rabbia “ della gente, antepone così alla realtà il suo ultimo filtro dei disperati, tanto da sembrare ancora più disperato, come colui che si gioca tutto per restare a galla e per non precipitare verso il giudizio severo del popolo che si vorrebbe ancora una volta mortificare.

Recita da nordista, da imprenditore, da liberista, da fautore delle grandi opere, da repressore della criminalità, da garante dei valori, da promotore della riduzione della pressione fiscale.

Non è che si dimentica d’esser Veltroni? O che finisca per spacciarsi anche per Berlusconi?

Sarebbe davvero un colpo da maestro se nell’impeto della competizione si guardasse allo specchio e si dicesse :  Si può fare! Io sono Veltroni….ma anche Berlusconi!

Vito Schepisi

Una politica estera disgustosa

Marzo 14, 2008 by vitoschepisi

dalema12_1.jpgLa politica si fa con i fatti ed i provvedimenti. Si fa anche con le relazioni con gli altri stati e con la partecipazione agli organismi internazionali che stabiliscono le regole della convivenza civile. Ci sono diritti e doveri per tutti. Mentre i diritti, però, vengono  giustamente reclamati, ci sono popoli che sono inclini a non rispettare i doveri.

Ci sono realtà in cui gruppi militari e politici agiscono attraverso autonome gestioni, anche in azioni di guerra e di terrorismo e disattendono le comuni regole di civiltà. Ci sono stati in cui le formazioni terroristiche non sono ufficialmente riconosciute ma tollerate nell’indifferenza persino delle comunità internazionali. Non è un mistero infatti che ci siano paesi che di fatto tollerano, fomentano e persino finanziano il terrorismo.

Il diritto internazionale e la funzione dei consessi internazionali stabiliscono regole e comportamenti attraverso trattati e risoluzioni che in modo equidistante, quanto meno nei propositi, anche se spesso ingiusto ed accomodante, servono a gettare acqua sul fuoco nelle zone ad alta intensità di conflitto. Tra le principali regole ci sono quelle relative al ripudio del terrorismo ed alla sua incontrovertibile delegittimazione come forma di soluzione dei conflitti tra Stati.

L’Italia ha sempre rispettato i trattati, ha sempre fatte sue le risoluzioni, ha sempre agito per la pace. L’ha sempre fatto nella convinzione che la convivenza pacifica non possa essere solo una scelta di campo tra i contendenti, ma soprattutto un modo di riconoscere i diritti ed i doveri di tutti.

Nella storia d’Italia del dopoguerra per la posizione strategica del Paese, per essere sede di una delle correnti religiose più radicate del mondo, nonché per la consapevolezza di un profondo sentire del Paese nelle tradizioni, nella cultura, nella civiltà, nella storia del Cristianesimo, i governi sono stati indotti ad assumere posizioni di estrema prudenza. La cautela e la diplomazia, però, non hanno mai impedito di deflettere dai fondamentali principi di civiltà.  Tra questi quello che la pace si ottiene con il dialogo e la buona volontà di ciascuno, senza pregiudizi, o steccati e senza finzioni, rispettando le ragioni di tutti: soprattutto di coloro che sono colpiti da atti di barbarie e di violenza.

Non si può parlare di pace e far finta di non vedere quando nelle città, tra la popolazione, nelle scuole, tra donne e bambini, negli autobus che portano a scuola e lavoro centinaia di persone, nei supermercati, nelle discoteche, per la strada, orridamente e senza alcun senso di umanità si sterminano persone inermi.

Non si può trattare con chi nelle stesse ore in cui ci si siede intorno ai tavoli delle trattative prepara attentati e lancia razzi ed ordigni tra la popolazione civile.

Ebbene da due anni in Italia la politica estera, soprattutto per il medioriente, ma anche in occasione di alcune votazioni all’ONU, come ad esempio per l’elezione di membri dell’assemblea permanente, con Prodi e con il Ministro degli Esteri D’Alema, è stata condotta in maniera diversa e distante sia dai partner europei che dalla tradizionale collocazione e prudenza italiana.

Ed è per questa ragione, pertanto, che la dichiarazione dell’ambasciatore d’Israele in Italia rilasciata ieri all’ANSA deve far riflettere, soprattutto in campagna elettorale perché l’ignominia abbia fine:

Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas - ha detto l’ambasciatore d’Israele in Italia, Gideon Meir all’Ansa - in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona. Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest’organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest’organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene - ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi all’apprezzamento espresso dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, per le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano – La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell’uno accanto all’altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. E’ un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c’è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini”.

Le politiche di pace si fanno assumendo fermezza verso coloro che disattendono la convivenza civile e non passeggiando a Beirut con dirigenti di hezbollah o sostenendo la politica guerrafondaia della Siria e asserendo il diritto dell’Iran di fornirsi della tecnologia nucleare, soprattutto quando questo Paese non fa mistero del suo uso… sul territorio israeliano.

E’ una ragione di più per auspicare la rimozione di questo governo ed il ritorno ad una maggioranza democratica e liberale che ci liberi dalle scorie e dai retaggi del veterocomunismo antiisraeliano ed antiamericano.

Vito Schepisi

Il caso Ciarrapico e l’ipocrisia della sinistra

Marzo 13, 2008 by vitoschepisi

ciarrapico04g.jpgIl caso Ciarrapico ha sollevato la maschera della ipocrisia. Si pensava che il Paese avesse alcuni problemi da risolvere e che la serietà imponesse un confronto serrato ma serio. Si pensava che con i programmi i due maggiori partiti in competizione elettorale avessero intenzione di confrontarsi sulle priorità e le scelte. Si pensava che fosse arrivato il tempo di convincere gli elettori sulla credibilità, sull’esperienza, in alcuni casi sulla reale rottura della sinistra con il recente passato, e sulla consistenza degli impegni per il prossimo futuro. Invece non è così! E’ bastata la trappola di Repubblica nell’aver sollecitato Ciarrapico, imprenditore e candidato indipendente nelle liste della Cdl, ad un insignificante giudizio politico su storie morte ed irripetibili, per far ritornare la politica nel vuoto della inconcludenza, imbrigliata nella presunzione di misurare con il metro del passato le proposte che circolano per il futuro. Con puntuale e consapevole perfidia si è chiesto all’imprenditore romano se le sue idee sul fascismo, come idea politica (e non sulle valutazioni delle scelte del ventennio), fossero ancora rimaste integre. Si era alla ricerca della polemica da creare per tentare di colmare con palate di fango la differenza di consenso nel Paese tra i due contendenti politici. I soliti metodi di coloro che non reggono al confronto sulle cose e rovesciano il tavolo, fomentando la rissa. Dopo aver navigato per tutti i mari del vizio, costoro si presentano con la faccia scandalizzata in tv. Come innocenti verginelle, si mostrano esterrefatti per ciò che accade e preoccupati per la tenuta del quadro politico a causa della parte liberale del paese. Siamo alla farsa! E’ il colmo, dopo aver rasentato il regime con Prodi, Di Pietro e la sinistra radicale!Sembra di rivivere la favola di Fedro in cui la volpe che non arrivava all’uva diceva che era acerba. Veltroni incapace di reggere al confronto sulla credibilità di un programma liberale per lo sviluppo, la pressione fiscale, la sicurezza, i valori, si rifugia nel diversivo dell’ipocrisia per sottrarsi al giudizio degli elettori sulla sua incapacità.“Ma voi vi ricordate che scandalo scoppiò esattamente un anno fa, quando quel fascistone di Ciarrapico dimostrò il suo entusiasmo per la nascita del Partito democratico, partecipando addirittura a un suo convegno? Vi ricordate le reazioni indignate di Veltroni, Fassino, Rutelli, D’Alema e Prodi? Io no.” ( Riccardo Barenghi, ex direttore del Manifesto, sulla Stampa del 12 marzo). Gli italiani dovrebbero ormai sapere che a sinistra, come accadeva ai tempi del Pci, da una parte c’è il bene e dall’altra il male. A dividere gli uni dagli altri c’è un simbolico fiume, come il Gange per gli Indù. Se ci si immerge nel fiume per raggiungere le rive della sinistra il corpo si purifica e prevalgono le ragioni del divenire e della redenzione. Se si fa il percorso inverso si è invece venduti e traditori. Di quelli che stanno permanentemente dall’altra parte, invece, il meno colpevole è uno sciocco fuori dal tempo o, come dice D’Alema, “un reperto archeologico”, altri hanno malattie altamente infettive, alcuni sono pericolosi criminali e, naturalmente tutti,  chi più o chi meno, fascisti.Una volta si diceva che parlamentarizzare i settori più radicali serviva a renderli innocui, ad eliminare l’imprevedibilità delle posizioni extraparlamentari. Ma questa, a quanto pare, è una prerogativa solo della sinistra. Vale solo se resta una loro imprescindibile scelta: vogliono il possesso esclusivo del timbro di legittimità. Come se la sinistra, che resta purtroppo quella di sempre, e non riesce assolutamente a nasconderlo, fosse una sorta di dogana della politica che stabilisca le merci importabili. Persino Gavino Angius, già esponente di rilievo dei DS, non ha potuto fare a meno di definire “ipocrita” il PD ed invece “sincero” il Cavaliere.La sincerità di Berlusconi sull’argomento è stata persino disarmante. La verità è sempre ciò che più si addice ai fatti. Averlo dimostrato anche in questo caso, al contrario di ciò che si vuol far pensare, è la riprova della bontà della fiducia che si deve riporre verso chi si preoccupa di arginare sulla destra un consenso che rimarrebbe, quanto meno al Senato, certamente extraparlamentare. Un consenso che non verrebbe sottratto al PD ma aggiunto al PDL per rendere maggiormente agibile la vittoria. Per governare.Ciarrapico ha i suoi giornali che tornano utili e attira un consenso che andrebbe disperso. In campagna elettorale si è sempre detto che i voti non si odorano ma si pesano: nella competizione del 2006, ventiquattromila voti sono stati fatti pesare come tonnellate contro l’opposizione. C’erano anche quelli di Caruso e della sinistra alternativa e dei centri sociali, spesso violenta e molto più pericolosa di un innocuo nostalgico.Preoccuparsi dei numeri sufficienti per poter governare il Paese non è un esercizio di arroganza ma di consapevolezza delle difficoltà da affrontare. E’ serietà nel valutare la necessità di dover disporre di una maggioranza solida e coesa. Chi si scandalizza farebbe bene piuttosto a parlare chiaro ai suoi elettori. Dovrebbe spiegare che le sue aspettative sono quelle di mirare a rendere numericamente limitata la vittoria del PDL. Per chiedere poi le larghe intese. E sembrano davvero sprovveduti coloro che invitano a sostenere Veltroni, magari tappandosi il naso, per contrastare Berlusconi, e nello stesso tempo mantengono il fervore di un contrasto senza esclusione di colpi verso il leader della PDL.

Sono consapevoli che  aiuteranno così Veltroni  a ricercare l’intesa con Berlusconi?

Vito Schepisi 

http://www.loccidentale.it/node/14652

La Primavera Liberale

Marzo 10, 2008 by vitoschepisi

la-primavera-di-botticelli.jpg

     La primavera è la stagione che simboleggia la metamorfosi della natura. Dopo il grigiore invernale, il freddo, i venti impetuosi, il mare in burrasca, le cime imbiancate dei monti, le tempeste di neve, le piogge scroscianti, la nebbia, la primavera è come un sorriso che si apre verso l’umanità. E’ la luce che si accende in un ambiente tenuto in penombra. E la rivoluzione delle immagini, degli sguardi, degli umori.In Italia, la primavera è particolarmente sentita. E’ la stagione in cui si dispiegano i migliori propositi: sembra che riesca persino a rendere gentili anche i più arcigni misantropi! Le strade delle città si animano di persone che socializzano. Cambiano anche i colori degli indumenti. Il sole cancella il pallore e tinge di rosa la pelle dei giovani. I balconi si riempiono di fiori come tavolozze di colore pastello. Anche le campagne si riempiono di tante tonalità. Distese di verde vivo, illuminate dal sole, ricordano le tele di tanti famosi pittori. Il rosso dei papaveri si distende tra alberi e prati ed offre allo sguardo effetti stupendi. I muretti di pietra e le bordure di  margherite, bianche e gialle, miste tra loro, sono cornici di pregio dove lo sguardo si incanta. Il mare che lambisce le coste con le sue sfumature di azzurro e di verde, tra i riflessi  del sole e le rocce che sembrano cadere a picco sull’acqua, creano immagini di rara bellezza ed invitano tutti ad esser gentili e sognare. Anche la luna ha un aspetto diverso quando si affaccia, indiscreta, ad osservare; quando riflette i suoi raggi sui laghi e nelle acque dei mari, tra gli alberi come a spiare i segreti più intimi.In Italia poi la primavera è stupenda. L’Italia è l’angolo del pianeta che la valorizza di più: in nessuna parte del mondo la primavera è così bella, solare ed audace. Quest’anno la stagione del dolce tepore deve però all’Italia un grande favore. Deve la liberazione dalla cappa di grigiore e di tristezza che da due anni ha tolto il sorriso ai suoi cittadini. Alla primavera si chiede che scongiuri la normalizzazione del nuovo regime che la maggioranza ed il governo di Prodi ha introdotto e che Veltroni, nonostante le sue giravolte, rischia di perpetuare. Si vuole che  tolga ai cittadini il fastidio di sentirsi trattati come una massa di stupidi e di numeri da gestire, sfruttare, sorvegliare, educare. E’ una richiesta insolita ad una stagione, ma è anche per questo che assume un grande spessore. Ha il valore dei sentimenti eroici di coraggio e di passione per il Paese che s’ama. E’ la richiesta che parte dalle sensazioni degli italiani verso la bellezza, il sole, la libertà, l’aria fresca da respirare, l’amore. E’ la contropartita che la primavera deve agli italiani che la scelgono sempre come la più bella stagione dell’anno.Maltrattati, beffeggiati, sfruttati, riempiti di tasse, condannati ad essere turlupinati da personaggi attaccati al potere ed alle poltrone, come parassiti che tolgono vita e sostanza alla voglia di crescere, i cittadini dell’Italia libera chiedono alla primavera di modificare lo scenario della triste quotidianità del popolo, chiedono di respingere l’attacco ai valori, alla famiglia, alla sicurezza, al lavoro, ai diritti, alla giustizia, alla salute, al coraggio ed alla libertà. La primavera non può tirarsi indietro. Questo favore oggi è dovuto. La stagione dei sogni ha l’obbligo morale di restituirci una parte della gioia e della bellezza che da sempre le offriamo: senza la terra italiana, difatti, la primavera sarebbe di gran lunga più povera. Quest’anno la festa della liberazione dalle dittature mortificanti contro l’uomo e la sua dignità, non sarà solo il 25 aprile. Ci sarà la liberazione dalle dittature striscianti del ventunesimo secolo. Sarà subito dopo il 14 di aprile quando i valori della libertà avranno il sopravvento su quelli della furbizia di camaleontici personaggi che hanno fatto dell’odio, della supponenza, del controllo capillare del territorio, come s’usa nei regimi, della delazione, della disinformazione, dello sfruttamento e dei privilegi il proprio costume di vita. La primavera farà sbocciare il pluralismo come i boccioli dei fiori, la libertà come le gemme dei frutti sugli alberi. Le opportunità, per i giovani che si affacceranno alla vita del lavoro e dell’impresa, si diffonderanno come le foglie che ricoprono di verde i mandorli, i peschi, gli albicocchi ed i ciliegi per prepararsi a ricevere i frutti di una colorata raccolta.

L’Italia liberale s’affaccia, avanza, si afferma, ed è la primavera la sua stagione ideale.

Vito Schepisi

Un Parlamento senza Mastella

Marzo 7, 2008 by vitoschepisi

mastella1_ap.jpgFa uno strano effetto sapere che Mastella stia fuori quest’anno. Eravamo abituati ai suoi cambi di campo, ai suoi colpi di scena, alle sue frasi allusive, ai messaggi cifrati, alla spontaneità della sua arroganza politica. Ci sembrava che fosse un tutt’uno con la politica italiana. Anche per la famiglia, pensandoci, non sembra che sia il solo ad averla. Del resto se c’è Veltroni non si riesce a capire perché non ci debba stare Mastella! Ognuno ha il suo ruolo, recita la sua parte, assume i toni di scena, riscalda il pubblico. Ciascuno come sa fare. Sono abili sia l’uno che l’altro. Due platee diverse, due pubblici diversi, due ruoli appunto diversi. Ma due interpreti geniali, quasi unici.Ci sono più di un’analogia tra i due. Per faccia tosta sono perfettamente in linea. Si potrebbe indire un concorso ed iscriverli d’ufficio. E sarebbe davvero una bella gara! Anche per giravolte politiche sanno ben seguire il vento che tira. Ma l’eccellenza la raggiungono nell’abilità della disinformazione. Hanno l’abilità di esser convincenti nel saper dire giusto il contrario di ciò che pensano e fanno. Sanno smentirsi con abilità e fingere con mimica professionale. Dalla tragedia alla commedia dell’arte, dalla sceneggiata all’avanspettacolo, alle comiche finali, solo mutando gli abiti di scena: davvero gran classe!Quando, ad esempio, Mastella affermava di essere un fedele sostenitore di Prodi, c’era da esser certi, come se colti da un riflesso condizionato, che stesse giungendo il momento di un suo improvviso colpo di mano. Come un classico effetto da teatro!La stessa cosa è valsa per Veltroni, ad esempio. Il leader del PD se a giorni alterni dichiarava il pieno sostegno al lavoro della maggioranza di centrosinistra e di Prodi, e non faceva distinzioni di opzioni politiche tra ciò che si andava sostenendo in quell’area da Dini a Bertinotti, attraverso mastelliani, socialisti, radicali e Di Pietro, nei restanti giorni ne minava la credibilità politica e programmatica. Come in un gioco delle parti, come se presagisse che a distanza di pochi mesi dovesse accreditarsi per il ruolo sia della maggioranza che dell’opposizione, come fa ora in campagna elettorale a seconda delle circostanze. Ricorda Gassman, il compianto Vittorio Gassman: il mattatore! Se Prodi parlava di una tale coesione del centrosinistra, da potergli tranquillamente garantire la conclusione del suo mandato alla normale fine della legislatura, Veltroni esprimeva condivisione e prometteva il suo apporto leale. Dopo qualche ora, però, apriva scenari nuovi, sia programmaci che istituzionali, ben sapendo che avrebbero reso irrespirabile il clima parlamentare. Se Prodi, ancora, insisteva sulla sostenibilità del programma dell’Unione e sulla sua coerente attuazione, Veltroni scopiazzava di già, sui temi della sicurezza, sui temi delle tasse, sui temi dell’impresa, su quelli dell’economia e sui temi della riforma istituzionale, le posizioni ed i programmi del centrodestra, ponendo persino in difficoltà ed imbarazzo il premier. Il Capo del Governo in carica si è trovato a volte costretto a svolte immediate ed a correzioni di tiro, come è accaduto sul disegno di legge sulla sicurezza, poi trasformato in decreto, sulla spinta delle emergenze nelle periferie romane. Si è avuta persino la sensazione di un’Italia dalle attenzioni diverse. Se la delinquenza ed il teppismo violento toccavano le città del nord, ad esempio, è parso che per il governo l’evento potesse ritenersi tollerabile e compreso in una casistica dei tempi difficili e di un prezzo da pagare in una società dai forti contrasti. Se la stessa violenza e criminalità toccavano la Roma del sindaco Veltroni, invece, l’impressione è stata che il caso diventasse di assoluta gravità e tale da richiedere interventi immediati. Un decreto ritenuto inadeguato se richiesto dall’opposizione, mancando a parere di Prodi i presupposti per la decretazione d’urgenza, diventava invece opportuno solo sulla parola di Veltroni. Ma anche il caso della spazzatura di Napoli veniva gestito dal governo e da Prodi con molta prudente compiacenza e senza richieste di rimozione dei responsabili politici della Città, della Regione e del Governo. Sono in molti a chiedersi oggi se la stessa compiacenza ci sarebbe stata in altre città d’Italia con Sindaco e Governatore estranei al PD di Veltroni.Era bastato, così, un atto efferato su Roma, come se nel resto d’Italia le efferatezze contassero meno, perchè l’urgenza diventasse tale ed il disegno di legge del governo diventasse subito decreto. E’ così è stato per la Giustizia. Quest’ultima è parsa come un olio che scivola sui corpi dei  personaggi appartenenti al PD, ma che diventa un macigno che schiaccia per altri, come Mastella, ad esempio.Altro che Pirandello! Altro che personaggi dalla personalità controversa! Quelle del centrosinistra in Italia sono parse vere e proprie comiche finali! Ora invece siamo all’avanspettacolo delle luci e dei colori dove si canta e si balla con spensieratezza. Ma i personaggi sono sempre gli stessi!Mastella è fuori ma restano Veltroni e Di Pietro, anche lui con famiglia e con l’uso personale di un partito, anche lui impegnato immobiliarmente. Senza Mastella all’ex PM gli viene a mancare la spalla, come i fratelli De Rege, dove uno dei due recitava la parte del sempliciotto.

Resta solo il dubbio dove Di Pietro se l’andrà a cercare la spalla nel nuovo Parlamento? E chi dei due sarà il sempliciotto?

Vito Schepisi

Il Grande Circo Barnum della politica

Marzo 6, 2008 by vitoschepisi

right.gifTra l’inizio della campagna elettorale e le battute finali ci sono le candidature.

Non c’è nulla di più illusivo, e nello stesso tempo di più traumatico per le coalizioni e per i partiti, che la definizione delle liste elettorali con le candidature. L’indicazione, e la collocazione dei candidati nelle liste, stabilisce il successo, le speranze o la sicura trombatura dell’aspirante parlamentare.

Sia il sistema uninomale maggioritario che quello proporzionale con liste bloccate affidano, infatti, ai partiti il massimo delle responsabilità e della discrezionalità per le nomine, e sia l’un metodo che l’altro privano gli elettori del diritto di scelta. Con il maggioritario avviene che in collegi più ridotti si presentano, contrapposti, i candidati indicati dai partiti o dalle coalizioni. Con la scelta del partito si è obbligati a scegliere così anche il candidato. E’ un metodo, però, che andrebbe bene in un sistema prevalentemente bipolare.

Con il proporzionale a liste bloccate i collegi sono più ampi ed in questi sono proposti gruppi di candidati in ordine già stabilito di preferenza, in modo tale che sono i partiti a disporre quali nell’ordine far eleggere. La scelta dei cittadini avviene solo sui partiti, o le coalizioni. Gli elettori in questo modo non sapranno di fatto chi dei candidati nella lista beneficerà del loro voto.

C’è stato molto disappunto per questa forma di voto perché impedisce agli elettori la facoltà della scelta ed attribuisce ai partiti un potere molto ampio. Sappiamo, però, che è solo una questione di forma. Anche con il precedente sistema per la parte proporzionale era così! La sostanza, infatti, resta quella del programma e dell’indirizzo politico che l’elettore ha in animo di scegliere.

Neanche la scelta del metodo tedesco, o quello delle bozze uno e due di Bianco, avrebbe risolto la questione della scelta dell’elettore. Il proporzionale è, comunque e sempre, o a lista bloccata o con le preferenze. E c’è un’idea abbastanza condivisa che indica le preferenze come fonte di corruzione e di mercificazione del voto. Riesumarle sarebbe, pertanto, un rimedio peggiore del male.

Se l’alternativa alla scelta dei partiti sono così le preferenze, una iattura a cui si attribuisce gran parte del malcostume della prima repubblica, sarebbe persino opportuno pensare che sia preferibile lasciare le cose come stanno. Si ha, infatti, l’impressione che questo sia un falso problema che si è voluto ingigantire, per la solita contrapposizione politica, oltre la sua vera portata, anche se si ritiene opportuna una nuova legge elettorale che semplifichi il sistema del consenso popolare e renda più certe ed individuabili le scelte. L’obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la formazione di grandi partiti, radicati sulle larghe ispirazioni civili e sociali della popolazione. Favorire l’aggregazione sulle idee e sui contenuti e non necessariamente sugli uomini.

E’ illusivo si diceva il gioco delle candidature e la distribuzione in pillole giornaliere delle novità. Scendono in campo nomi famosi, o rappresentanti di categorie, per dar forma a strategie di penetrazione in strati sempre più larghi di opinione pubblica. E’ l’aspetto pubblicitario della politica, come quella del bucato più bianco, perché alla fine, come in passato, non sono i nomi dei personaggi famosi e neanche quelli degli operai e dei lavoratori di call center, ad esempio, che stabiliranno gli indirizzi guida di una maggioranza. Saranno sempre i partiti. Gli altri sono spesso figuranti, sono come le immagini sulle copertine patinate dei giornali. Servono a convincere gli elettori indecisi a votare per chi candida il personaggio ritenuto più sostenibile, proprio come i rotocalchi che per attirare gli acquirenti mettono in prima pagina le foto che  riscontrano un piacevole impatto con i lettori.

Comporre le liste è anche traumatico perché si promuove sempre qualcuno, mentre si retrocedono altri. Si deve tener conto delle competenze perché in ogni Camera siano rappresentate conoscenze adeguate per saper e poter fronteggiare il dibattito sui diversi argomenti in discussione. Si deve assicurare la presenza di uomini con forte personalità, tenaci e capaci nel saper gestire i gruppi parlamentari. Serve assicurare l’esperienza e la conoscenza dei regolamenti parlamentari. Serve disporre di una rosa di candidati capaci di assumere responsabilità istituzionali e presidenze di commissioni di Camera e Senato.

Nella composizione delle liste si deve tener conto dell’aggancio territoriale dei candidati perché le diverse zone del Paese siano adeguatamente rappresentate. Conta il seguito dei personaggi e la loro affidabilità in ambito sia nazionale che territoriale. Ci sono poi i casi personali, i litigi e le contrapposizioni, l’equilibrio dei pesi, donne e giovani adeguatamente distribuiti, le figure carismatiche, gli amici di cordata, i portavoce, i portaborse, i fedeli, i capri espiatori di ieri e quelli di un possibile domani a cui garantire uno scanno parlamentare, i portatori d’acqua e quelli di idee. In fin dei conti al Parlamento vanno coloro che sono lo specchio della società. Anche se nessuno è disposto ad ammetterlo.

I capilista e le candidature multiple sono poi l’esercizio dell’arte più sottile degli apparati dei  partiti. I primi hanno lo scopo di identificare con un personaggio un valore aggiunto ai programmi ed agli indirizzi politici. I secondi sono la variabile delle opzioni future perché in base alla loro opzione finale si faranno le ulteriori scelte tra i primi dei non eletti.

E’così che tra illusioni e traumi si sviluppa il primo atto del Grande Circo Barnum della campagna elettorale.

Vito Schepisi

Il PD di Veltroni … ma anche di Prodi

Marzo 3, 2008 by vitoschepisi

primarie-2007-i-5-candidati-ap071014023239.jpgSe un assassino volesse riesumare la vittima del suo misfatto per tentare di farlo rivivere, mascherando così il suo delitto, diremmo che il suo è un macabro tentativo di reiterare un crimine già commesso.

E macabro allora deve essere considerato il tentativo di Veltroni di far rivivere una politica e quegli uomini che del delitto perpetrato ai danni del Paese sono impenitenti colpevoli.

L’Italia era il Paese uscito senza troppi danni da un periodo di difficoltà dei mercati. Era stata adottata una politica di rilancio che puntualmente si è resa sobria e proficua già dalla fine del 2005, per poi manifestarsi in pieno nel corso del 2006.

Solo la perfidia politica di Prodi, e la fatuità programmatica della sinistra, potevano ingrippare il motore già avviato per la crescita e per nuovi obiettivi di modernizzazione del Paese.

Gli indicatori dello sviluppo erano già pronti a mettere in moto la nostra economia. Era sufficiente completare il programma di riduzione della pressione fiscale e completare, soprattutto in periodo di ripresa dei mercati, la politica degli investimenti per dare slancio alla crescita ed all’occupazione. Erano sufficienti misure di riduzione del costo del lavoro e di incentivazione al rilancio della piccola e media impresa per riportare l’Italia ad un grado di tollerabilità e sostenibilità economica in tempi di crisi.

Sono arrivate, invece, le tasse e gli aumenti delle aliquote previdenziali proprio alla piccola e media impresa. Era, per ironia della sorte, sufficiente fare tutto il contrario di ciò che ha fatto Prodi per poter affrontare oggi l’aumento dei costi delle materie prime e le difficoltà dei mercati.

Cosa si vorrebbe fare ora? Reiterare il delitto?

In una associazione a delinquere non è colpevole solo chi materialmente si rende responsabile dell’esecuzione materiale del crimine, ma ogni componente della società del malaffare. Non è che cambiando la cupola dell’associazione malavitosa si cambiano le responsabilità dei suoi componenti. Non è quindi cambiando il personaggio politico, che del delitto commesso a danno dei cittadini si è reso colpevole, che si possa oggi aver fiducia della stessa associazione e della sua nuova cupola, e ritenerne utile e virtuosa la futura condotta.

In alcune circostanze la colpa riviene dall’ignoranza o dalla presunzione di fare del bene. Quante volte accade che nel tentativo di mutare una situazione sfavorevole ci si impegni a trovare soluzioni che alla fine si dimostrano peggiori del male? Accade perché la buona fede conduce a considerare utile ciò che si fa e gli errori sono solo frutto o di ignoranza o di casualità.

Non è questo, però, il caso di Veltroni e del PD. Già ai tempi della costituzione del nuovo partito, cioè durante la ricerca dell’individuazione teorica di un percorso comune dei ministri e dei leader dei partiti che componevano per il 70% il governo, Veltroni sosteneva soluzioni differenti rispetto a quelle adottate da Prodi. Era perciò consapevole che la ricetta del Presidente del Consiglio e della maggioranza dell’Unione era sbagliata. Ma questo non gli ha impedito di pensare soltanto a promuovere la sua persona e disinteressarsi dei danni al Paese.

Si è avuta la netta sensazione che la nascita del PD sia stata solo una soluzione improntata a creare discontinuità apparente con Prodi e la vecchia sinistra, in visibile difficoltà di immagine e credibilità. La nuova realtà, o come piace dire, il nuovo soggetto politico è stato poi la somma dei vecchi partiti di provenienza, un tempo persino poli dell’antagonismo sui valori.

L’unione di DS e Margherita è sembrata in funzione di un disegno politico di conservazione del potere, e senza che fossero chiarite le storie, gli ideali, i percorsi storici e le strategie politiche delle due anime che oggi la compongono. Le stesse che nella vecchia prima repubblica avevano spesso monopolizzato i ruoli sia di maggioranza che d’opposizione.

Le tensioni e gli ideali si sono diluiti nell’unico obiettivo della conquista della maggioranza parlamentare, in qualsiasi condizione, e solo per l’esercizio del potere. E’, infatti, difficile oggi identificare una diversa e precisa strategia politica.

Che cosa sia il PD non c’è nessuno oggi capace di dirlo chiaro!

Altro che  il manifesto di Veltroni ”non pensate a quale partito pensate a quale Paese” !   

Ma se non lo sa neanche lui quale Paese vuole, di chi e di che cosa dovremmo fidarci?

Non si leggono affatto tensioni ideali alla base della proposta politica del  PD!

Se Veltroni è conscio che Prodi stava conducendo il Paese al declino, è lecito pensare che non ci sia stata buona fede nel suo comportamento: l’inerzia equivale alla complicità. Ma nel caso invece che non sia  consapevole dei danni di Prodi è ulteriormente poco credibile ed inaffidabile.

E’ tempo di accantonare l’ipocrisia e la furbizia: uniche doti che gli riconosciamo.

E’ la stessa furbizia che si manifesta allorquando mister “si può fare” dichiara di rappresentare il nuovo. Vada per la falsità del concetto, si sa che in campagna elettorale si diffonde un overdose di mera propaganda, ma come fa Veltroni a dichiararsi nuovo quando nei due anni di scellerata gestione del governo non c’è stata occasione che sia valsa per inchiodare Prodi alle sue responsabilità verso il Paese?

Non può dirsi nuovo Veltroni sia per la sua storia che per il riciclaggio dei contenuti che esprime, ma soprattutto per essere il leader di un Partito che ha poi come Presidente lo stesso Prodi.

Vito Schepisi

Quelli che il Programma PD

Febbraio 29, 2008 by vitoschepisi

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Leggendo il programma del PD c’è da porsi dinanzi ad un serio problema esistenziale. Tanti, infatti, sono stati investiti dal dubbio d’aver veramente vissuto una vita intellettualmente normale. Era tutto là, pronto: c’era la famosa ricetta per rendere felici gli italiani!

Nessuno era ancora riuscito purtroppo  a capirlo. Tanto meno Prodi! E’ proprio vero che le cose che sembrano più difficili sono sempre quelle che hanno le soluzioni più facili! E’ sufficiente avere un’intelligenza più frizzante. L’intuito del “si può fare”!

Non è utile solo approfondire e studiare i problemi, è necessario anche  pensare alla vita un po’ meno normale, anche a quella un po’ frivola fatta di feste, di notti bianche, di artisti di strada. Anche le sere e le notti passate con un bicchiere in mano, tra una battuta scontata, una citazione fuori posto, un sorriso inutile ed un po’ di memorie simil-epiche e divertenti dei tempi passati, ed ancora un po’ di vintage cinematografico. Le intuizioni utili sono quelle che richiedono fantasia e semplicismo. Una dote che possiede Veltroni.

La vita, i problemi, le difficoltà, sono del resto come un miscuglio di vicende, di fatti, di sogni, di successi e di delusioni. E’ sempre così! Le difficoltà provengono dalle illusioni mortificate, dai sogni non realizzati, dalle vite consumate nell’incomprensione.

E la soluzione per tutto non è forse solo un insieme di parole ben scelte e ben messe? Parole come tante altre che sono già state scritte? Le frasi si compongono tra sostantivi, verbi, aggettivi, preposizioni, articoli ed avverbi. Ed i fatti sono solo la riproduzione di una storia sempre uguale che si ripete monotonamente. Le soluzioni sono sempre là, perché sono le storie di sempre: quelle già note. Basta allora mischiare tutto insieme nello shaker della vita e mescere così nei bicchieri di ciascuno la pozione magica per far sorridere tutti. Si può fare Veltroni!

Peccato che Prodi non l’avesse capito! Invece Veltroni, il sindaco di Roma, con quelli che la sera…tra un abbacchio ed un bicchiere di vino, tra una matriciana ed una “americanata” decide d’inventarsi un cocktail di parole ed incomincia a mixerare essenze diverse: una tassa in meno di qua, un sogno infinito di là, un ritocco ai costi, un Pil che si gonfia ed un fegato che s’ingrossa, un favorino di qua, l’altro di là e una Tav che ancora non va.

Così si risolvono le cose! Ad esempio, per la spazzatura di Napoli un sacchetto per uno non farebbe male a nessuno. E’ così facile! Ma non l’aveva capito nessuno. E, perché no? Così, si può fare! Meno male allora che c’è Veltroni!

L’americano di Roma, con ascendente continente africano, deve averlo capito guardando i film degli yankees. Quelli dove con la mano protesa ed il pollice e l’indice uniti alle punte a forma di “O” e con l’idioma texano c’è ci dice: OK! Yes, we can. Basta un po’ di fantasia ed un po’ di mimica ed il film di Veltroni si che si può fare!

Un po’ di leghismo, un po’di finismo ed un po’ di berlusconismo, un’occhiata a Di Pietro, uno sguardo torvo a Boselli,  una strizzatina d’occhi a Bonino, di nascosto a Pannella, e poi tante gocce di quel condimento saporito fatto di parole inutili e senza senso come lo “sviluppo inclusivo”, il “welfare universalistico”, l”educazione come ascensore sociale”. Non è uno scherzo di Grillo! A pagina 5 del programma del PD di Veltroni c’è scritto proprio così! 

I programmi elettorali dei partiti sono come le sintesi delle idee politiche. Sembrano tutti come un  insieme di buoni propositi che presuppongono una condizione ideale ed animi virtuosi. In definitiva nient’altro che un cumulo di luoghi comuni e di sciocchezze che, si sa già in partenza,  rimarranno ancorate solo ai principi teorici. Sono costruiti su presupposti di realtà più idealizzate che vere. Hanno anche la caratteristica della inevitabile ciclicità delle attualità politiche. I concetti, pur spesso veri ed importanti, se perdono attualità, si riempiono della polvere dell’oblio, per poi essere rispolverati quando la nuova attualità li ripropone.

Nel programma del PD, con un po’ di capitomboli, c’è qualche concetto scopiazzato, uno spreco di banali sciocchezze, qualche richiamo in formato ridotto di qualche concetto recuperato nelle 282 pagine di Prodi. Non mancano, però,  gli intuiti veltroniani di grande genialità come, ad esempio, il più diretto, quello che fa presa subito perché splende di luce propria, quello immediato: “spendere meglio e meno”.

Basterebbe questa semplificazione per comprendere la grande tensione morale e l’ardua missione sociale del PD di Veltroni.  Appare così, con la forza di questo concetto forte, quello che lega il meno al meglio, la novità dell’uomo nuovo.

Come allora non avvertire il soffio di questo vento che arriva?

Veltroni è come Moretti, il regista, campione della sinistra suggestiva fatta di immagini e sensazioni, ma anche di una noia pazzesca. E’ come la discontinuità col passato. Perché si dica qualcosa di diverso. Perché la politica si riduca a questo dire continuo. Alla ricerca del pensare: perché si appaia collocati in una  geografia di un concetto. All’astrattezza del fare ed alla concretezza del dire, perché si sia protagonisti di un’immagine.

L’aspetto più preoccupante è l’impressione di leggere la sceneggiatura di una fiction: è il film di Veltroni. 

Non si sa se verrà mai programmato. Saranno gli italiani a scegliere se vorranno rivedere un film che, in definitiva, molti in Italia hanno già visto.

Vito Schepisi

 http://www.loccidentale.it/node/14000

Un laicismo capovolto

Febbraio 25, 2008 by vitoschepisi

ratzinger_sp.jpgSta avvenendo una strana cosa in Italia. Dopo tante vere battaglie laiche, battaglie liberali contro le confessioni sia teologiche che politiche, dopo esser stati spesso soli a confutare quel concentrato di idee radicate che nel tempo hanno formato l’illusione che ci siano formule magiche per offrire serenità ai bisogni della gente, appare oggi il laicismo di coloro che non abbiamo mai trovato sui valori dell’illuminismo liberale e della tolleranza.

Oggi c’è chi, ad esempio, sostiene d’essere laico, ma non tollera che si parli di alcuni argomenti di rilevanza etica. C’è chi si inserisce in una fascia culturale del pensiero libero, ma pone steccati alla sua effettiva libertà. Steccati che impongono la scelta tra coloro che hanno diritti ed altri solo doveri,  tra chi ha titolo e chi invece non ne ha, per definizione o per insostenibile pregiudizio o preclusione.

La laicità, in definitiva, che cos’è se non la  libertà di pensare in modo autonomo e fuori dagli steccati dell’ideologia e della certezza dei presupposti che di volta in volta, ed a seconda dei casi, sono ritenuti essenziali per essere “in” e non “out”?

Laico è chi mi consente di esprimermi anche se non condivide ciò che dico.

Da sostenitore della laicità, da vecchia data, quando gli altri erano solo o cattolici o marxisti, sono stato qualche mese fa a Parigi, nel Pantheon, a rendere omaggio a Voltaire, sostando in riflessione dinanzi alla sua tomba. Sono, infatti, tra coloro che ritengono che ci sia un diritto della natura che debba incoraggiare gli uomini ad esprimersi anche quando si hanno idee diverse.

Meditando ho pensato che, in Francia, Voltaire abbia trovato posto tra i grandi della patria. In Italia, invece, non sarebbe stato così. In Italia non c’è la coscienza della laicità: è il paese dei guelfi e ghibellini, dei Don Camillo e Peppone. L’Italia è il Paese delle delegittimazioni, è il paese dove si esalta il coefficiente del disprezzo di qualcuno e si mortifica il richiamo alla ragione ed alla moderazione. E’ il Paese dove c’è chi esalta un Di Pietro e mortifica  la dignità nel concedere uno spazio al riformismo socialista nella sinistra democratica.

Uno strano Paese l’Italia! Uno Stato dove anche la magistratura si schiera, anche quando giustamente pone all’attenzione la domanda di legalità che emerge in larghi strati della popolazione.

In Italia abbiamo assistito alla magistratura che discriminava tra uomini e gruppi in una realtà in cui la lotta politica, resa serrata da un lungo periodo di guerra fredda tra due modi differenti di concepire il ruolo dei popoli nel mondo, diventava una lotta tra gruppi arroccati su logiche di potere, distaccata dai problemi della gente, pigra e distratta dai benefici delle gestioni clientelari, elusiva nella salvaguardia dei principi di moralità e trasparenza.

La tutela della legalità che si trasforma così nel discrimine tra le forze politiche accomunate da metodi comuni, in cui la diversità è solo tra due diverse forme organizzative del sistema di malversazione, è come un cancro maligno che intacca la credibilità del sistema democratico.

Una magistratura che da arbitro tra i contendenti, e da severo censore del gioco scorretto, diventa il dodicesimo uomo che calcia il pallone nella porta della squadra avversaria, fomentando persino l’invasione di campo quando il responso elettorale stabilisce la vittoria della squadra contro cui si è schierata, si trasforma drammaticamente da garanzia di legalità a timore di gravi e pericolose involuzioni per l’intero Paese.

Ma è laica una magistratura siffatta?

Perché laico è un insieme di comportamenti che ti pongono ad essere distaccato dalle prese di posizioni definitive. La laicità è il contrario della certezza, è l’aspetto di un pensiero che insinua il dubbio ritenendo le verità aspetti del pensiero lontane dalla possibilità di essere percepite dall’uomo.

Lo Stato, invece, in un sistema democratico deve essere laico. Senza laicismo, e quando si ritiene d’essere già in possesso di inemendabili certezze, diventa confessionale e fondamentalista. Diventa un pericolo per la libertà. Diventa appunto l’antitesi della democrazia liberale.

Sta avvenendo così una strana metamorfosi in Italia. Si spaccia per laica una parte, quella intollerante, e invece per parte omologata ai principi assoluti, quindi privi di spirito laico, la parte che discute e si pone dubbi.  Sta avvenendo esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere. Passa per laico chi invoca privilegi per alcuni e per oscurantista chi, invece, ritiene che debbano esserci regole uguali per tutti.

Ora si vuol far passare per laico chi deve per forza condividere scelte, ad esempio, sulla famiglia, sebbene al di fuori della Costituzione, della cultura popolare e della tradizione, anche naturale, che distingue la natura delle unioni per definire l’esistenza di una famiglia. Si accusa, invece, di non esserlo (laico) altri che pongono dubbi e che non sono presi dalle granitiche certezze. Non sarebbero, così, laici coloro che vorrebbero meditare sia sul merito e sia sull’opportunità di modificare l’insieme delle regole e dei principi che sono alla base delle scelte e che implicano, tra l’altro, rilevanti effetti sui diritti civili.

Ora è laico chi non si pone questioni di coscienza su temi di alto profilo morale, come le nascite, mentre sempre oscurantista è chi invece vuole discutere e vorrebbe convincersi della bontà delle scelte. Diviene  persino reazionario e maschilista chi, invece è interessato a trovare soluzioni di umanità e di responsabilità sociale dinanzi al dramma che in molte situazioni è presente.

E’ laico impedire al Papa Benedetto XVI, ovvero al colto teologo Prof. Joseph Ratzinger, di diffondere una “lectio magistralis” alla Sapienza di Roma mentre non lo è percepire il divieto come un vulnus alla universalità della cultura?

Si avverte la sensazione che il negazionismo, da una parte, ed il retaggio della cultura marxista che impone l’indicazione di un “nemico” contro cui battersi, stiano creando  una sorta di laicismo capovolto in Italia.

Vito Schepisi

La doppia morale di Di Pietro

Febbraio 23, 2008 by vitoschepisi

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Il sospetto è l’anticamera della colpa, sosteneva Leoluca Orlando Cascio, attuale militante dell’Italia dei Valori di Di Pietro.

C’è qualcuno che il sospetto l’ha avuto. Un sospetto che ha coinvolto in responsabilità penali l’On. Antonio Di Pietro, finora deciso sostenitore di un sistema giudiziario con accentuata prevalenza inquisitoria.

E’ indagato, l’ex PM di “Mani Pulite”, per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e, soprattutto, per truffa aggravata ai danni dello Stato finalizzata al conseguimento dell’erogazione di fondi pubblici. Sono reati ipotizzati per l’uso, a fine privato, di fondi pubblici e privati erogati come finanziamento pubblico ai partiti. Sono reati gravi per l’immagine di un uomo politico che ha sostenuto il moccolo dell’antipolitica di Beppe Grillo.

Di Pietro, già Pubblico Ministero a Milano, è colui che ha contraddistinto la sua attività di magistrato con l’accentuazione dell’aspetto inquisitorio e poliziesco del processo penale. E’ rimasta nota la violenza verbale dei suoi interrogatori e l’attitudine al tintinnio delle manette.

La sua è stata, e l’abitudine gli è rimasta tutta, l’esaltazione della teoria che porta a ritenere con convinzione che più indizi, anche senza prove acquisite, equivalgano a granitiche certezze.

Tra le sue caratteristiche più note è rimasto il metodo  adottato nell’utilizzare la delazione come salvacondotto utile per risparmiarsi, da sospettato, l’ospitalità dello Stato nelle celle penitenziarie. Questa minaccia veniva utilizzata per coinvolgere la responsabilità di altre persone, così da creare una penosa catena di Sant’Antonio (nomen omen) dell’attività inquirente.

In virtù di questi espedienti sono stati sottoposti al rigore giudiziario, anche con la sospensione forzata della libertà personale, un elevato numero di cittadini, molti dei quali poi assolti perché risultati innocenti.

Il suo metodo accusatorio era quasi sempre basato su convinzioni, talmente radicate e senza ombra o beneficio del dubbio, tali da ritenere indubitativamente colpevole l’imputato: anche quando per mancanza di prove, per insussistenza di moventi, per estraneità ai fatti, o successivamente, dopo anni di azione giudiziaria, per decorrenza dei termini, questi veniva assolto dalla magistratura giudicante.

La decorrenza dei termini, spesso, sopravviene quando i processi si impantanano tra cavilli, interpretazioni, contraddittori, incertezze, insussistenza del castello accusatorio, irregolarità formali, sospetti di parzialità e diritti negati. Se c’è un reato e c’è un colpevole, con prove a carico, è difficile che sopravvenga la decorrenza dei termini. Se, invece, c’è un colpevole “per definizione” e si va alla ricerca di un reato da ascrivergli, alla fine, se non ci sono validi elementi probanti, l’imputato o viene assolto o decorrono i termini.

Sorge così la curiosità di sapere se il vecchio giustizialista siciliano, solidale compagno di partito, già sindaco di Palermo, anche lui famoso per impeto forcaiolo, abbia o meno mutato il suo pensiero a riguardo della “colpa” e se permangano le sue semplificazioni giudiziarie.

Altro interesse ci sarebbe nel valutare, eventualmente se sarà il caso, anche le motivazioni del possibile cambio di opinione di Orlando. E’ sempre interessante, infatti,  perfezionare i percorsi della conoscenza, soprattutto se si tratta dell’arte di arrampicarsi sugli specchi. I contributi conoscitivi di questa arte, In Italia, ha infatti ancora tanti misteri da chiarire, soprattutto nella nemesi storica del pensiero politico e nello spirito delle attività di trasformazione sia della storia personale di molti che dei fatti accaduti.

Orbene, nonostante tutto, c’è invece chi sostiene ancora che la giustizia debba essere vista secondo un indirizzo essenzialmente garantista. C’è, infatti, chi non sospende la propria convinzione nel pensare che la riservatezza e la presunzione di innocenza degli individui debbano essere sempre ed in ogni circostanza assicurate.

L’esigenza della presunzione di innocenza e della riservatezza vale sempre e per tutti. Porre gli individui, possibili innocenti o per quanto colpevoli, dinanzi al pubblico ludibrio e sollecitare l’istinto popolare alla sommarietà del giudizio non è, infatti, un grande esempio di civiltà.

Di questa cattiva abitudine, purtroppo, c’è stato ampio modo di avvertirne i sintomi. Basti, ad esempio, pensare ad alcune trasmissioni televisive ed ai processi sommari che si sviluppano, spesso senza contraddittorio. C’è in Italia un uso incivile, e Di Pietro non si è sottratto a questo esercizio, di sottoporre alla gogna mediatica i “nemici” politici, utilizzando tranci di atti giudiziari in cui si esaltano le ipotesi accusatorie dei pubblici ministeri e si ignorano le controdeduzioni difensive. Si arriva persino a nascondere che l’impianto giudiziario di colpevolezza non abbia retto nei giudizi finali dei tribunali.

La politica del “diffama perché qualcosa resterà”, con il coinvolgimento di strati di istituzioni, rappresenta un limite allo sviluppo civile ed un sintomo di incipiente regime.

Per fortuna in Italia ci sono ancora coloro che sostengono che i valori veri siano ben differenti da quelli vantati da Di Pietro, e dalla sua Italia dei Valori, e che la civiltà giuridica imponga di ritenere anche lui innocente fino a prova contraria. C’è persino un Italia civile e democratica che vorrebbe vederlo uscire trionfante da questa ulteriore esperienza giudiziaria, ricordando che non è inedita, evitando così all’Italia questa ulteriore mortificazione per una politica fatta di opportunismi, di ipocrisie e soprattutto di caste e di abusi.

Vito Schepisi